Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Giocare di sponda nella lingua del sogno. Come tradurre il Finnegans Wake

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di Fabio Pedone e Enrico Terrinoni

[È da poco uscita negli Oscar Mondadori la traduzione del Finnegans Wake (libro III, capitoli 1-2) di Joyce, a cura di Enrico Terrinoni e Fabio Pedone. Una versione più breve di questo intervento è uscita su «La Stampa»].

Quando abbiamo iniziato il lavoro su Finnegans Wake ci siamo trovati di fronte un unicorno dei boschi narrativi, il più imprendibile e affascinante degli organismi verbali, composto con l’idioma caleidoscopico di un Sognatore misterioso nella cui mente va in scena, “riraccontata”, la storia umana. E ricco di allusioni, significati, simboli disposti con pazienza da Joyce in ogni piega del testo.

Tradurre l’intraducibile, proprio perché “non si può fare”, è sempre possibile, cioè ri-pensabile, secondo una rete di rifrazioni e associazioni attente, per salti e slittamenti di senso, giocando di sponda; e conduce, in un rilancio infinito, a una “abnihilisation” di quell’etimo/atomo che per Joyce diventa “etym”. Ecco allora una paradossale nascita di atomi dal nulla (ab nihilo) che è pure un annichilimento dell’etimo, della statica origine di ogni parola, verso una ricreazione del caos primordiale, ovvero una plurale, nuova possibilità di cosmo: senza frontiere, distinzioni o identità fisse.

Di fronte a parole-prisma che brulicano sulla pagina quasi fossero materia vivente, altalenando tra le lingue, nasce una figura nuova di lettore: un rabdomante, scettico e aperto alle sorprese, che vive in un permanente “stato di traduzione” tessendo in modo accurato o visionario il proprio “libro-sogno”. Ma il lettore deve anche sapere che questa “macchina per produrre interpretazioni” (come l’ha definita Umberto Eco) non consente indiscriminatamente ogni lettura arbitraria, e che esistono dei sentieri segnati da Joyce nel groviglio del suo “labirincubo”. Il Wake può essere letto da “Cicala”, quindi in modo immaginoso, abbandonandosi alle suggestioni dei suoni e dei sensi, o da “Formica”, raccogliendo con acribia rimandi e cenni eruditi. Se la forza dell’enigma è di essere sempre inesauribile, Finnegans Wake ci immerge nell’oscurità dell’esistere dicendoci che siamo noi a dover portare un barbaglio di luce nella sua selva intricata, sciogliendo la lingua; per riscrivere storie e miti della famiglia umana mettendo in viaggio le solite vecchie parole che ci portiamo addosso da sempre, fino a farne qualcosa di “mai sentito”.

Luigi Schenoni, il nostro predecessore nel tentativo di rendere in italiano il Wake, chiamava la propria opera una ri/creazione. Questo perché, spiegava, “il nipote di James, figlio di Giorgio Joyce, ha espressamente proibito di chiamare traduzione qualsiasi rifacimento in altra lingua di Finnegans Wake”. Il che ricorda un’occasione simile, quando lo stesso erede concesse i diritti di traduzione dell’Ulisse a un team di traduttori, ma li ammonì: “non ne cambiate una sola parola”.

Ora, la traduzione – di qualunque testo – impone di cambiarle tutte, le parole; e Joyce lo sapeva bene, quando nel 1930 parlò a Hoffmeister dell’impossibilità di tradurre il suo libro, perché non era scritto in una lingua precisa, e aveva un protagonista, il fiume, che ovviamente parlava il linguaggio di un fiume. Tuttavia, poi, incoraggiandone una traduzione in ceco, disse che era possibile mutare il testo in poesia, “poeticizzarlo con la più grande libertà poetica di cui si è capaci”, lasciando così al potenziale traduttore “ogni possibile libertà nella trasformazione delle parole”, e aggiungendo: “Devo restare come sono, semplicemente spiegato nella vostra lingua”.

Altro che l’impossibilità di tradurre poesia. Qui abbiamo il testo più intraducibile che può esser tradotto soltanto in poesia. E poesia è da intendersi nel suo senso greco, come “fare, creare”. Creare le parole, e dedicarvisi, dice Joyce, con il più gran “transfusiasmo” possibile. Questo fece quando assieme a Nino Frank tradusse parti del suo testo in uno scoppiettante straitaliano, al punto che persino frasi semplici divennero in traduzione arditissime: “What was it he did” diventò “Che cozzo ha fotto”, mentre in Schenoni è semplicemente “Che cosa ha fatto”. Ma poi, dove Joyce scrive “the roughty old rappe”, e Schenoni imitando traduce “la vecchia rozza repceanaglia”, il sommo irlandese si straduce e s’inventa: “Forcadea, che carogna!”

Impossibile è sì quel che non si può fare, ma anche quel che non s’è ancora fatto. Missione ancora più importante rispetto a un libro come Finnegans Wake, che per dirla con Beckett “non riguarda qualcosa: è quel qualcosa”. Tradurre il Wake non è solo reinventare una lingua, ma andare alle radici, storiche e mitiche, dell’atto linguistico. Joyce ci insegna che ogni parola è inventata. E se è stato capace di riscrivere la Creazione in senso atomistico (Adam and Eve divengono Atoms and ifs, meri “atomi e se”) è perché il passato può essere riscritto, rinarrato, ovvero narrato di nuovo, ma anche ri-veduto attraverso l’interazione di immaginazione e memoria.

La creatività, o meglio il creazionismo linguistico del Wake, proviene dal crollo di Babele e dal turbinoso ricomporsi delle sue rovine. Nel libro di Joyce Babel diviene babble (“cicaleccio”), una nuova lingua ribelle e luciferina, l’idioma ridanciano di Belzebù (belzey babble, “belzeblabla”). Uno slanguage fatto di espressioni giocate in più sensi e di sfrenati e serissimi giochi di parole. Così Dublino, da cui Joyce fuggì a ventidue anni per poi ricrearla da lontano nelle pagine di Ulysses, diventa nel Wake “Dyoublong” (da “do you belong (here),” “appartieni, ne fai parte? Sei di qui?”), invitandoci a interrogarci sul rapporto sempre mobile fra le nostre radici e la nostra identità. Nel suo profondo sonno il Sognatore sente il campanile vicino casa suonare la mezzanotte: Tolv, in danese “dodici”, cela l’inglese toll (“rintocco”), e potrà essere “ricreato” come Duondecim (in latino, con dentro il don della campana). O ancora una frase enigmatica come “solve qui pu” condensa in un lampo lo smarrimento del lettore in questo beffardo sfuggire del senso (sauve qui peut, “si salvi chi può”) e l’esortazione contraria a sciogliere i nodi criptici di questo “libro della notte”, come fosse un quipu di cordicelle annodate, codice segreto degli Incas. C’è poi almeno un terzo livello di lettura, il motto alchemico “solve et coagula”, non casuale dato che l’operazione di Joyce è un’audace ”alchimia del verbo”. Allora come si potrebbe ripensare in “infinitaliano” una tale sfida, tenendone vive tutte le ambiguità, tutte le potenzialità compresenti? Per esempio così: “si risolvi il quipuò”. La pagina di Finnegans Wake è il luogo delle metamorfosi, ed è inutile muovervisi per esclusione come nella logica diurna, rigida e disgiuntiva, perché qui errori, sviste ed espressioni dubbie, intrasentite nel dormiveglia, ci gettano in un labirinto, lo stesso che è nell’orecchio di uomini e animali. Un labirinto a forma di punto interrogativo, dove ascoltare e ri-dire sarà anche ridere. Tutto è movimento, le parole fanno capriole e sono in festa, ma sappiamo che dietro di loro si nasconde un potere immane: così ciascuno, traducendosi attraverso il Wake, potrà essere quel che è Shakespeare nel Wake: Shapesphere, un plasmatore di mondi, come il Linguaggio stesso, che trasforma la realtà.

E allora, un libro come il Finnegans Wake in cui, com’è stato brillantemente notato, “ognuno è qualcun altro”, consente forse, se non di fornire risposte, perlomeno di sottolineare la rilevanza di un quesito che a volte facciamo fatica a porci, ovvero: di chi sono davvero le nostre parole? E poi le parole possono appartenere a qualcuno? Oppure nel momento in cui vengono lette, sentite, percepite, intese, iniziano a divenire proprietà provvisoria di un altro, e dunque anche a divenire altro?

Le parole, soprattutto quelle di un testo cosmico e al contempo corale, da leggere non individualmente, da condividere, “da cantare” avrebbe detto Joyce, esistono proprio in virtù del loro essere percepite. Questo per non rimanere lettera morta, o lettera smarrita (dead letter in inglese). Le lettere, in tutti i sensi del termine, non appartengono a nessuno poiché appartengono a tutti, ed è in ciò probabilmente che risiede l’eterna democraticità di un’opera “infinibile” come Finnegans Wake. Se il testo ultimo di Joyce sembra spesso sfuggirci, questo è proprio perché non ha padroni. Il rimescolio di lettere che dal suo spazio-tempo si consegna al nostro occhio-orecchio, è una dichiarazione d’indipendenza che vale sia per lo scrittore sia per noi potenziali lettori. Di qui il significato politico del titolo del suo libro definitivo: Finnegans, Wake! > Voi Finnegan [irlandesi, giganti, ipocriti lettori…] svegliatevi!

Tuttavia, nel caso di un testo “tradotto”, il quesito di cui sopra sulla presunta appartenenza delle parole a qualcuno, si colora di complessità e implicazioni etiche inaspettate. A chi appartengono davvero le parole tradotte e traghettate da una sponda linguistico-culturale a un’altra? Sono dell’autore o del traduttore? O ancora, in ultima analisi, del lettore? L’autore, come si sa, è già “mortillo e rossepolto” (all reddy berried); mentre il traduttore assume inevitabilmente uno status ibrido, dal momento che la sua è per forza di cose una “straduzione”, epperò anche una extra-dizione. Ma il lettore, ente sempre transeunte, plasmato in itinere dai testi e sfuggente persino a se stesso, nel caso del Wake evanescente lo è ancor di più, visto che si tratta spesso di un lettore da inventare, sperando di non doverlo inventariare.

Quando comparvero i primi estratti in itinere del Wake ­– allora chiamato Work in Progress – molti ammiratori di Joyce se ne allontanarono, disapprovando quella che consideravano una sua deriva folle. Non riconoscevano più l’autore di Ulysses. Era, per così dire, scomparso. Ma ora sappiamo bene che Joyce scrisse in vita un’unica lunga opera che parte dai Dubliners per arrivare al Finnegans, ed è proprio in quest’ultima che egli torna prepotentemente a parlare di sé, a intromettersi, a imporre la propria presenza, non più come divinità creatrice disinteressata, ma quale mente orchestratrice che affonda ogni sua conoscenza nel proprio vissuto, per poi rielaborarlo e tesserne la tela spettrale. Quindi, se l’autore da defunto si fa nosferatu per poi ritornare come fantasma – e questo per via della sua presenza fantasmatica in quanto funzione-autore – ciò accade perché le parole e la loro interpretazione sono ovviamente affidate sempre ad altri. E allora, persino la domanda “chi sia a parlare e a scrivere” pare avere meno importanza di quesiti più contenutistici (cosa s’è detto o scritto) ma anche del fatto di interrogarsi riguardo ai riverberi della parola, e a come e secondo quali modalità questa circoli e permanga. Con il Joyce del Wake, soprattutto per il disfacimento della parola tramite il “caosmico” rimescolio delle lettere, non importa quasi più a nessuno chi sia oramai a parlare. E questo per via di paurose trame sospese a metà tra fiction e realtà, tra rappresentazione e biografia. La parola biography in Finnegans Wake diviene Beogrefright, dove abbiamo al contempo il lemma beo, “vita” in irlandese, ogre, “orco” in inglese, e fright che sempre in inglese è “paura”. Una vita che torna dalla morte può spaventare, soprattutto perché minaccia di sostituire al futuro il presente di un passato. E di farlo tramite la memoria.

Il Wake si approssima alla conclusione, in mezzo a riflessioni struggenti, su una parola splendida, una parola inventata: mememormee. Ci parla di memoria (memor me), di una memoria materna (mamma mia). È un mutare mummificato (mummy), e anche il silenzio di un mimo (mummer). Ma un mimo narcisista, perché discorre sempre più soltanto di sé (me more me); quasi a dire “ammirami”. Questo è forse il suo ultimo atto d’amore (amore mio), il definitivo atto di morte (me moro).

Ma come si fa a raccontare di sé quando le nostre parole, che già abitano non il mondo, ma la selva dei testi, vengono poi “riscritte” e ricomposte nelle menti altrui? Le parole sono sempre parole altre; da rileggere, da riscrivere interiormente, da ri-memorizzare. La memoria, Joyce lo sapeva bene, è forse l’unico modo di tenere in vita i morti, di restituire loro il tempo. Un tempo il cui persistere in vita non vorremmo mai sconfiggere. Battere il tempo, scandire la vita. Ma battere il tempo è un’impossibile possibilità. Il tempo pertiene all’esistenza, e della dipartita lambisce soltanto il momento iniziale. Un’iniziazione all’eternità, ma fatta di vuoto, un vuoto che per qualche motivo sa parlarci del nostro mondo. Un void/word, insomma, che apre la porta al world.

Per il Vico della Scienza Nuova, mentore per eccellenza dell’ultimo Joyce, la fantasia altro non è che “risalto di reminiscenze”, mentre l’ingegno è un lavorare “d’intorno a cose che si ricordano”. Sembra di risentire le prime parole, eco di Blake, del secondo episodio di Ulysses in cui la storia appare “favoleggiata dalle figlie della memoria”. Dunque riscritta, ma con la fantasia dell’ingegno che coincide col ricordare. Si tratta di qualcosa che può avvenire sia con la realtà che con l’invenzione. L’arte della rappresentazione è sì uno specchio, ma, sembra spiegarci il Wake, uno specchio oscuro e incrinato al tempo stesso. Uno specchio che ripropone immagini al contrario, sfocandone i contorni, e lasciando trapelare la natura vitrea, e quindi trasparente, del nostro abitare quella che Joyce, ammiccando a Giovanni della Croce, chiama “l’oscura notte dell’anima”.

[Immagine: Sol LeWitt, Zero ]

3 commenti

  1. contento di sapere che la scomparsa di Schenoni non ha fermato il progetto
    e se Joyce si augurava un lettore ideale affetto da un’ideale insonnia io mi auguro infinite traduzioni della veglia che nega la fine

  2. Le Simplegadi

    Conducimi sulla soglia che martella la liquida torre
    perché le pietre sono erranti per un desiderio della carne.
    Il sangue crolla sulle strade cantando come spumosa sirena,
    ma il traghetto ad ogni passo traduce la roccia alla rovina.
    Quando la colomba s’accartoccia sul fiume ed Elia piange
    nei canali in piena le oscure torbe discorrono coi lampioni.

    Si scontrano i due Ulissi allo specchio coi fossili dei due Poteri
    e la Madre non si trasmuta se la soglia è un calco della Storia.
    Dublino, la troia, non è caduta per le madonne di pietra
    e la soglia si muove se la Torre s’arresta al suo principio.
    La paralisi ai piedi del Viceré gli fa cantare eretici salmi,
    l’usuraia ha i denti cariati che segnano il nero selciato.

    La città di birra e di patate e focacce di torba sanno di placenta,
    la tosse dei libri parlanti espulse il negoziante come un feto.
    L’epifania s’illumina come un accattone e Molly è pietosa,
    il suo amante dalle scarpe gialle faceva il dandy come Bloom.
    Esplose l’epifania come un occhio di bue levitando il palco,
    le sorelle cucinano camicie e piselli, il tanfo delle ascelle è sparso.

    Canta Stephen il corale sulla liquida soglia e i calzoni sono solidi,
    il portone si chiude, i cardini sono in lacrime, i Poteri ambigui.

    Antonio Sagredo

    Roma, 25/26 novembre 2016

  3. Interessante il nuovo approccio per analizzare il testo.

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