Le parole e le cose

Letteratura e realtà

La lingua dei giovani accademici

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di Claudio Lagomarsini

Il protagonista del romanzo d’esordio di Andrea Piva (Apocalisse da camera, Einaudi 2006) è Ugo Cenci, un giovane cocainomane, sessuomane e dottorando in Filosofia del diritto. In una delle scene meglio riuscite del romanzo, Ugo sta per entrare in aula per fare esami, quando si rende conto che gli manca un accessorio fondamentale. Torna di corsa nello studio, recupera l’accessorio e, finalmente tranquillizzato, scende in aula. L’oggetto di cui aveva un disperato bisogno è una semplicissima borsa di cuoio, totalmente vuota (qualche cartaccia impedisce l’afflosciamento che svelerebbe il bluff). Con la borsa, Ugo sente di potersi distinguere dagli studenti suoi coetanei. Con la borsa, riesce anche a darsi un aplomb e un ruolo che i soli titoli di “dottorando” e “cultore della materia” non lo aiutano ad assumere.

Nelle ultime settimane si è discusso molto di come l’italiano scritto sia malamente padroneggiato dagli studenti universitari. Vorrei portare l’attenzione sul fatto che tra quelle fila c’è una delle prossime generazioni di ricercatori e professori. Alcuni di quegli studenti diventeranno ben presto accademici juniores (dottorandi, cultori, assegnisti, borsisti). Da una decina d’anni mi trovo a far parte di questa fauna post-laurea e post-doc che, linguisticamente parlando, non mi sembra molto più in salute di quella pre-laurea. Osservandola dall’interno, ho l’impressione che la lingua dei giovani accademici sia come la borsa vuota di Ugo Cenci: simulando pienezza vorrebbe illudere di essere piena. Infarcita di clichés accademici rassicura anche gli wannabes di essere – o di poter ben presto essere − dei veri accademici.

Una parte importante del problema sono le tare ereditarie. I giovani accademici scrivono male perché codificano la propria lingua saggistica prendendo a modello maestri che scrivono male. Nella tradizione italiana degli studi umanistici (non saprei dire se lo stesso accade per quelli tecnico-scientifici), la lingua accademica è retrospettiva, conservatrice, tendenzialmente involuta e oscura. Quanto a oscurità, la lingua di alcuni studiosi del passato − penso a ovviamente Gianfranco Contini − raggiunge livelli parossistici. Ma l’oscurità di Contini (è una differenza fondamentale) deriva dalla condensazione di molta sostanza semantica in poche parole; al contrario, l’oscurità di chi “contineggia” è spesso il risultato di poca sostanza semantica goffamente impreziosita con un linguaggio esoterico. Si hanno poche idee ma confuse, e allora si scrive difficile.

I giovani standardizzano il proprio stile non solo su quello dei maestri diretti, ma anche su quello degli studiosi (a seconda dei casi anche ottocenteschi o primo-novecenteschi) di cui compulsano ogni giorno gli scritti per le proprie ricerche. A leggere in continuazione «vieppiù», «a un dipresso», «non v’è chi non veda che», un venticinquenne si sente incoraggiato, se nessuno protesta e anzi gli dà pacche sulle spalle, a spalmare un po’ di muffa anche sui propri scritti.
A tutto questo si aggiunge una specie d’orgoglio di categoria. Il gesto aristocratico degli studiosi d’antan (ancora Contini, parafrasato a memoria: “L’accesso di massa alla cultura non significa che si debba garantire anche l’accesso di massa della cultura”) ha preso oggi una nuova declinazione, che per i miei coetanei riassumerei nel motto Uncoolness is cool.

Temo che sia inevitabile, a questo punto, dare alcuni esempi concreti della “borsa di Ugo Cenci”. Il breve dossier da cui gli esempi sono tratti è composto da articoli di ambito critico-letterario e filologico (il settore dove ho più competenza), tutti firmati da under 35. Per rispetto ho tentato, nei limiti del possibile, di rendere irriconoscibili gli autori e le autrici, omettendone i nomi e cancellando alcuni riferimenti del contesto. Per dimostrare che ho intenzioni costruttive e per niente polemiche, inizio con un estratto dal mio primo articolo (era il 2009 e avevo 25 anni):

Nel presente lavoro saranno riesaminati alcuni luoghi testuali problematici del Voyage de Saint Brendan di Benedeit e verranno discusse alcune possibilità d’intervento sul testo critico, alla luce di una nuova disamina della tradizione manoscritta e dei suoi rapporti con la Navigatio Sancti Brendani, di cui, com’è noto, il poemetto anglonormanno è un vero e proprio adattamento più che un mero volgarizzamento.

È una frase sintatticamente pesante, infarcita di clichés accademici («nel presente lavoro», «alla luce di», «com’è noto») che avevo forse letto in altri saggi oppure orecchiato a qualche convegno mentre preparavo la tesi di laurea. Il «com’è noto» (fuori luogo, visto che parlo di testi poco frequentati anche dagli specialisti) serve a prevenire la figuraccia del giovane ingenuo che si meraviglia dell’ovvio. Il sintagma nuova disamina (anziché riesame) aggira malamente la ripetizione che si avrebbe con riesaminati. La parola mero cerca una collocazione su un registro medio-alto rispetto a equivalenti come puro, semplice o banale, che mi saranno sembrati troppo comuni e colloquiali.

Non sostengo l’idea che la lingua accademica debba essere standardizzata su uno stile spoglio e bianco. La difficoltà, quando è inevitabile, va bene. Ci sono situazioni in cui i problemi sono estremamente complessi e richiedono argomentazioni articolate. Il ragionamento può allora servirsi (per non occupare il triplo dello spazio e ripetere cose già note) di una lingua tecnica e semanticamente densa.
In molti altri casi, però, gli oggetti o le idee di cui si discute sono mediamente semplici e non ci sono ragioni plausibili per cercare una complessità linguistica. Quando questo invece accade, dovremmo essere consapevoli che la lingua non è più al servizio del lettore, ma diventa un esercizio narcisistico con cui l’autore si dà un tono e cerca di mascherare le proprie insicurezze. In ambito accademico, scrivere oscuro serve anche a scoraggiare repliche e attacchi: diventa difficile contestare un’idea (ammesso che ce ne sia davvero una) se questa è stata espressa in modo ambiguo o contorto.

Vediamo un altro esempio (questa volta dall’articolo di un/una collega):

Tra le numerate corrispondenze dubbie – ovvero: nel novero di quei componimenti della lirica italiana antica solo ipoteticamente relati da connessione tenzonistica o, quantomeno, dubitativamente responsiva – spicca il dittico avviato dal sonetto di…

Quando leggo cose del genere mi torna in mente quella scena di Kill Bill in cui la diabolica Elle, parlando di un serpente letale, dice: «La quantità di veleno che può essere iniettata da un solo morso a volte è gargantuesca. Mi è sempre piaciuto l’aggettivo gargantuesco: succede raramente di poterlo usare in una frase…». Ecco, sto provando a immaginare da quanto tempo l’autore/autrice del brano citato aspettasse l’occasione buona per usare «connessione tenzonistica» in una frase.

Una traduzione del brano per un pubblico “di massa” (diciamo per buoni studenti di liceo) sarebbe questa:

Nella poesia italiana esistono alcune corrispondenze poetiche problematiche, perché non sappiamo se ci sia davvero un rapporto di invio e risposta, quindi la volontà di comporre una tenzone o, comunque, di replicare a una certa poesia. Un caso esemplare è quello di questi due sonetti, di cui il primo è di….

Il succo mi pare abbastanza semplice, sicché è del tutto inutile gonfiarlo con parole ed espressioni difficili. Mi si può contestare che una parafrasi come quella che ho dato sarebbe stilisticamente incongrua rispetto alla media dell’italiano scientifico del XXI secolo, senza contare che ha richiesto un incremento di parole (da 32 a 51). Ritraduco lo stesso passaggio usando uno stile medio e conservando la stessa estensione:

Tra le non molte corrispondenze dubbie della lirica italiana antica (dubbie perché non sempre siamo certi che siano vere tenzoni o che una poesia risponda a un’altra), spicca la coppia che comincia col sonetto di…

Il problema di questo passaggio era soprattutto il lessico assurdo. Ma la complessità inutile può essere cercata anche su altri piani, ad esempio sul livello della sintassi, come nel caso del seguente, lunghissimo periodo, interrotto da continue incidentali (esempio tratto dalla recensione di un/una under 30):

Procedendo da preliminari considerazioni sulle pur instabili cronologie relative dei testi coinvolti (i richiami a Petrarca e Boccaccio interessano per lo più la produzione per cui si ipotizzano datazioni alte: dunque le prime prove poi raccolte nei Fragmenta per l’uno e la produzione minore in versi, le Rime e soprattutto il Teseida, per l’altro) i riscontri individuati da [autore recensito] nel commento e parzialmente illustrati nelle pagine introduttive paiono decisamente significativi, tanto più che, in un caso, trovano riscontro in una convergenza metrica di fatto esclusiva – a documentare un sicuro canale di lettura (reciproca? unilaterale?) sta la coincidenza perfetta di uno schema metrico non attestato: quello di [testo1] che si ritrova identico in [testo2], che è testo sicuramente anteriore al 1348 e rivolto, in prima stesura, a Sennuccio – e che, in molti altri, vengono ad incrociarsi con rilievi dello stesso tipo eseguiti da altri su altri ‘minori’.

Una caratteristica ricorrente di questa lingua, poi, è l’innamoramento per certi vezzi espressivi che non disturbano se isolati, ma diventano snervanti se usati più volte nello stesso articolo e, ancor peggio, nella stessa pagina o frase:

– «Nonostante la non indominabile consistenza numerica…»; «i testi […] sollevano non di rado questioni di non facile soluzione»;
– «Il complesso insieme di testi […] è stato fatto per la prima volta oggetto di un’indagine»; «poesie fatte oggetto di inserzione»; «testi fatti oggetto di inserimento»;
– «è stato variamente manipolato»; «[canzonieri] variamente aggregatisi»; «il fenomeno è variamente attestato»; «è variamente verificabile»;
– «concernente», «che concernono», «per quanto concerne»;
– «com’è noto», «come si sa», «notoriamente», «È notorio infatti che…».

Può bastare così, ci siamo fatti un’idea. Aggiungo solo un dato che mi pare interessante: quando gli stessi giovani accademici si trovano a scrivere in lingua straniera o leggono un paper a un convegno internazionale, in genere si nota una metamorfosi radicale. La sintassi si semplifica, il lessico torna quello in uso nel XXI secolo, la paura di risultare incomprensibili o di far la figura dei provincialotti autoreferenziali ha la meglio sul timore di essere contestati. Inoltre, se non si è perfettamente bilingui, scrivere in una lingua straniera richiede il controllo di un’altra persona, che normalmente non si limita alla correzione della grammatica ma interviene anche con un editing “stilistico”.

Gli attuali sistemi di selezione degli articoli per le riviste scientifiche prevedono la possibilità di comunicare agli autori un’accoglienza con riserva: l’articolo verrà pubblicato a patto che l’autore introduca alcune modifiche (integrazioni, chiarimenti, soppressioni) indicate dai peer reviewers. Ma se i risultati di questo sistema di selezione hanno portato a stampare brani – il mio in testa a tutti – come quelli che ho riportato più sopra, è evidente che il piano della forma espressiva non è percepito come una priorità dagli attuali direttori delle riviste scientifiche.
Si intuisce perché sia così: intervenire sulla forma della scrittura richiede, intanto, un lavoro molto più lungo e dettagliato da parte dei reviewers (che normalmente non sono pagati dalle riviste, e invece hanno molti altri impegni retribuiti, di ricerca e didattica). Poi implica una competenza (non ovvia) nell’editing, cioè un’idea chiara, forte e condivisa intorno alla forma ideale che, senza tradire la personalità dell’autore, dovrebbe avere la scrittura scientifico-argomentativa in un determinato ambito degli studi. Infine, c’è il problema della suscettibilità: generalmente un autore, davanti a una richiesta circostanziata, accetta senza troppe proteste di integrare, modificare o tagliare parte del proprio articolo; interventi puntuali di editing formale, invece, sono (sarebbero) avvertiti come un affronto, forse addirittura come una violazione illecita.
La chiarezza è una forma di onestà intellettuale. La scrittura scientifica – diversamente da quella letteraria – non può permettersi di mimare la complessità del reale o quella del pensiero («Nulla è semplice nel mondo, e nulla è semplice nello stile di Proust», scriveva Spitzer). Deve fare lo sforzo, tutto inverso, di risolvere ciò che è intricato, rendendo disponibile a una comunità intera quello che passa per la testa dei suoi singoli membri. Non necessariamente una poesia o un romanzo cercano il dialogo. Un saggio scientifico, invece, dovrebbe cercarlo. Non c’è un unico modo per farlo (in questo, appunto, c’è un ampio margine per lo stile del singolo), ma sono convinto che il dovere di uno studioso pagato dalla collettività per fare ricerca sia quello di produrre cose leggibili almeno per i propri colleghi.
Come uscire dalla situazione che ho provato a descrivere? Intanto bisognerebbe essere sicuri di volerne uscire. Non conosco redazioni scientifiche che si siano date come esplicito criterio di valutazione anche la selezione di una lingua “senza trucchi”. Sarebbe una bella idea tentare questo esperimento per una delle prossime riviste (ne nascono di nuove ogni anno): «Si accettano solo articoli scritti in modo chiaro».
L’altra via è quella della formazione. Si impara a scrivere articoli scientifici leggendo quelli degli altri e facendo rileggere i propri da persone più esperte che hanno a cuore anche il problema della forma. Se oggi la mia scrittura funziona meglio rispetto al 2009 (spero che sia effettivamente così), forse è perché ho letto cose di studiosi che scrivono bene e ho chiesto il loro parere su ciò che scrivevo io.
Non sempre si hanno a disposizione dei buoni maestri. Altre volte i maestri sono geniali ma incapaci di esprimersi. In entrambi i casi, i giovani accademici che riconoscono un valore aggiunto nella forma della scrittura potrebbero organizzarsi tra loro, come si fa tra aspiranti poeti e narratori: si creano dei gruppi di lettura e, a turno, ci si massacra l’un l’altro (eventualmente anche in forma anonima), facendosi le pulci e imparando dagli errori.

Chi ha letto il romanzo di Andrea Piva sa che Ugo Cenci è un ragazzo brillante, intelligente, seducente e molto insicuro. La sua lingua di narratore è complessa, ci sono delle rubriche all’inizio di ogni paragrafo che simulano quelle dei romanzi d’avventura sette-ottocenteschi. Lo stile di Piva/Cenci ha qualcosa di questa lingua accademica che ho descritto.
Ugo Cenci è molto auto-centrato, ed è questo che impedisce alle persone di avere con lui un rapporto. Per tutto il romanzo vaga da solo, imbattendosi in personaggi squallidi, da cui si separa subito dopo. Anche quando la lascia nello studio, è come se si portasse sempre dietro quella borsa piena di cartacce. Sarebbe immediatamente più simpatico − e non perderebbe nulla della propria intelligenza − se a un certo punto decidesse di mettersi un normale zaino, come tutti i ragazzi della sua età.

[Immagine: borsa]

43 commenti

  1. Ahimé, credo tu abbia ragione da vendere. XOXO. Appunto.
    (se non lo sai sallo, vedi http://www.internetslang.com/)

  2. Intelligente l’analisi e utili le proposte operative. Osservo solo che di goffi imitatori di Contini se ne trovavano in circolazione anche venti o trenta anni fa (e facevano ridere anche allora!): è un vizio antico, quindi, e non una specificità del presente. Quelli che descrivi molto bene sono fenomeni di ipercorrettismo rispetto a un grado zero della scrittura accademica che per i più giovani è più difficile conquistare perché lo scrivere difficile per molti di loro fa parte dell’habitus dell’accademico, è un segno di distinzione. Esiste, però, da qualche tempo in qua, anche il fenomeno opposto: una forte e altrettanto deprecabile tendenza a usare una lingua sciatta e colloquiale, indistinguibile dal parlato, incapace di costruzioni ipotattiche appena un po’ complesse (e quindi di pensieri appena un po’ complessi) e lessicalmente povera. Ecco, questo forse mi sgomenta di più.

  3. Caro Riccardo, sono perfettamente d’accordo (è il problema delle “tare ereditarie” di cui parlo). Ma, per carità, lascio ad altri l’analisi della lingua dei “vecchi accademici”: non sum dignus.
    Ed è vero quello che dici alla fine. Il problema è anche la padronanza dei registri: una riga prima si usa un parolone, una riga dopo un’espressione al limite del dialettale. Questo, se non ricordo male, lo scriveva già Segre anni fa, parlando della lingua giovanile (che allora sarà stata quella del 1995 o 2000)

  4. Grazie per questa utile riflessione. Uno sprone a chiedere di più a una lingua tristemente alla deriva… Da giovane under 35 appartenente alla fauna che descrivi, mi trovi d’accordissimo: la prosa accademica italiana (almeno umanistica) è un problema. E grave. Manca completamente l’idea di “chiarezza” e quando c’è, spesso si mescola a quella di semplificazione/banalizzazione. Insomma (e mi pare un dato paradossale visto che parliamo di “umanisti”) l’investimento sulla lingua è del tutto assente: ciò che conta sono problemi, scoperte, prospettive, altro. Come se il medium non servisse invece proprio a mediare (e a costruire un senso comune). Sono d’accordo con la tua proposta. Non so se il problema “lingua” sia riducibile all’assenza di maestri; sicuramente la partita si gioca però sulla discussione onesta e pretenziosa non solo dei contenuti ma della forma (stilistica) in cui vengono presentati.

  5. I paroll d’on lenguagg, car sur Gorell,
    hin ona tavolozza de color,
    che ponn fà el quader brutt, e el ponn fà bell
    segond la maestria del pittor.

    Senza idej, senza gust, senza on cervell
    che regola i paroll in del descor,
    tutt i lenguagg del mond hin come quell
    che parla on sò umilissim servitor:

    e sti idej, sto bon gust già el savarà
    che no hin privativa di paes
    ma di coo che gh’han flemma de studià:

    tant l’è vera che in bocca de Usciuria
    el bellissem lenguagg di Sienes
    l’è el lenguagg pù cojon che mai ghe sia.

  6. “ Martedì 11 giugno 1996 – Mentre chiedo un in lettura un paio di diari – oggi pomeriggio avrò molto tempo per leggere – ascolto due – come chiamarli? – « operatori universitari » in colloquio. « … Sto preparando una cosa per il convegno di Urbino… », « … sono lettere inedite, ma poco interessanti… », « … anche Fregacci ne ha parlato sull’ultimo numero di “ Obelix “ … », « … ma la Conzano Fregoli l’ha smentito …». Il più vecchio ha quell’aria professorale, nel senso di accigliata, che, lo riconosco, mi ha sempre fatto cacare sotto. Avrei mai il coraggio di dirgli che scrivo un diario? Non credo. Al massimo potrei dire: « … mi occupo di diari… ». Mi « occupo »? No, non mi occupo né mi preoccupo. Il bello dei diari è che non danno preoccupazioni. “

  7. “Fin dal tempo dei pedanti da farsa ci sono stati quelli che spacciano per rigore l’uso di steroidi terminologici gonfia-muscoli, becchime per critici da allevamento. Posso dirlo, per non aver mai avuto in simpatia i critici allo stato brado o genialeschi o arcanisti. Semmai il peggio, oggi piuttosto frequente, si dà quando questi e quelli congiurano amichevolmente e convivono, spesso dentro un corpo solo e una sola cattedra”.

    (Franco Fortini)

  8. Contributo meraviglioso. Tuttavia: perché, alla luce di queste argomentazioni lucidissime, anche gli “accademici” che in questa sede scrivono usano la lingua – a volte molto lacunosa e supponente – dei propri maestri, e di fatto schifano chi non lo fa (un nome per tutti, Cristina Campo saggista)? Parlo da ignorante; da persona estranea al contesto – scusate, pertanto, la mia indebita irruzione…

  9. Questo luogo comune del Contini oscuro per “condensazione di molta sostanza semantica” e gli altri no, miseri contraffattori che non sono altro, è proprio interessante. *Feconda*, direbbe un giovine accademico. Che poi la “condensazione di molta sostanza semantica” non richiede spiegazioni, la s’incontra nel mondo: come il vapore che diventa liquido, come l'”onestà intellettuale” (se c’è un’onesta, è intellettuale).

    “Si accettano solo articoli scritti in modo chiaro”. Anche qui, la chiarezza è la chiarezza, non c’è molto da capire. Ma perché dannarsi sulle regole o, peggio, sulle leggi? Scrivi chiaro, e l’interpretazione vien da sé. Anzi, non serve.

    Due note:

    1) credo che i libri che consentono di parlare dei problemi che l’articolo crea siano scritti nella lingua che l’articolo critica (certo, non quella della contraffazione; quella vera, dove si condensa la sostanza).

    2) quindi non vedo soluzioni, se non pensare che siano problemi inesistenti. “Muffa”. O fuffa, come direbbe qualche illuminista d’oggidì.

    Ultima cosa: la scena dei giovani accademici che riconoscono un “valore aggiunto” (che mi sembra usato più in accezione calcistica che economica, come lo usano gli allenatori nelle conferenza stampa pre-partita) alla scrittura intenti a “massacrarsi l’un l’altro” è divertentissima.

  10. In questi casi è sempre utile leggere “Intellectual Impostures” di Sokal e Bricmont, un classico del genere.

  11. Perché tanto lunghi gli articoli? Stancano

  12. Giustissima l’osservazione di fondo dell’articolo, ossia che il saggio dovrebbe fungere in primo luogo da medium tra il testo e il lettore, e non tentare di diventare a sua volta una specie di prova letteraria in minore. Una buona prosa, semplice e chiara in ogni punto, dovrebbe essere il fine di ogni studioso.
    P. s.: ho sempre creduto che gli scritti di Contini siano fondamentali nonostante la prosa continiana, non grazie ad essa. E, anzi, credo che se avesse detto le stesse cose in modo chiaro e semplice, ciò avrebbe forse potuto giovare alla diffusione dei suoi scritti, che comunque restano insuperati.

  13. Gentile Dottor Lagomarsini, gentili lettrici e lettori di Lplc, gentile Pellini che pubblichi questo testo,
    sono un po’ esterrefatta, e dispiaciuta.
    Voglio dire: lavoriamo, studiamo, scriviamo, insomma, grossolanamente “facciamo cultura” in un contesto in cui non dico che siano predominanti, ma certamente vivono ancora certi assetti di sguardo per cui Riccardo Castellana, autore, qui sopra, di un commento con cui sono completamente d’accordo, può ancora essere scambiato da qualcuno, come un “giovane accademico”: non per come si porta gli anni (splendidamente!), ma perché l’accademia italiana negli ultimi due decenni almeno ha sbarrato le porte al ricambio. Ecco, in questo scenario, nell’articolo qui sopra si pensa bene di prendersela proprio con dei coetanei – immagino trentenni – con i fratelli e le sorelle più piccoli, e già deboli – per età, per risorse, perché è un mondo difficile.
    Scrivere bene, a mio parere, non è solo acquisire la capacità di una sintassi lineare non impaludata, o imparare a non usare paroloni difficili; scrivere bene è anche comunicare un “bene”, costruire l’idea, l’utopia di un’armonia, di una solidarietà, soprattutto tra persone più giovani. Non ci occupiamo di discipline indispensabili, come possono esserlo la medicina, la giurisprudenza, la chimica. Ci occupiamo di tenere insieme, con la nostra scrittura, anche un progetto di civiltà, di comunità; e in tal senso questo articolo comunica, almeno a me, un sentimento di stranezza.

  14. “sintassi lineare non impaludata” = sintassi lineare non paludata?

  15. Credo ci voglia un’abilità particolare per riuscire a parlare di “lingua dei giovani accademici” senza nominare nemmeno una volta il contesto sociale e politico in cui essa si diffonde e circola, come se fossimo all’anno zero della democrazia in un’università astratta (mi imbarazzerebbe davvero rimandarla agli studi di Labov, perché sono certo li domini a menadito, ma io forse un’occhiatina veloce prima di mettermi a scrivere l’avrei data).
    E cioè: si può sul serio scrivere così tanto senza dire nemmeno una volta che i “giovani accademici” sono, invece, dei precari della ricerca che il collegio docenti dei dottorati costringe a pubblicare in modo ossessivo, fin dal primo anno di lavoro, quando le idee sono lontanissime dall’essere chiare?
    Si può citare una recensione senza dire che dobbiamo scriverle per forza e rapidamente perché tanto “fanno poco punteggio”, all’interno di un meccanismo di valutazione della ricerca da salumeria (conta prima di tutto dove pubblichi, in secondo luogo quanto pubblichi, cosa pubblichi non interessa più a nessuno).
    Ci diano uno stipendio dignitoso a tempo indeterminato e la possibilità di scrivere un articolo non in un mese, ma in due anni e avranno la migliore prosa che la lingua del sì abbia conosciuto.
    Lei sta parlando di persone giovani, che non hanno continuità di reddito e sono soggette agli imperscrutabili algoritmi della bibliometria come se parlasse dei pastori dell’Arcadia e questo è, francamente, intollerabile.
    Comunque mi rendo conto che questo impressionismo d’analisi sulla lingua scritta nel mondo della formazione è diventato un argomento terribilmente pop (la lettera dei 600 è solo l’ultimo rivolo e sta facendo scuola) e quindi non ci si poteva esimere dal dire la propria, personale, manciata di ovvietà (il problema è Contini meno la densità semantica: davvero? incredibile, “bravò”, non ho mai sentito dire questo trito luogo comune nei corridoi di lettere).
    Insomma un’altra occasione persa per parlare di cosa sono oggi le macerie dell’istruzione universitaria. Sono certo che quando, nove anni fa, il fondo di finanziamento ordinario veniva azzerato dal governo di centrodestra (creando le mortificanti condizioni nelle quali oggi i giovani accademici si barcamenano e, frattanto, scrivono), lei abbia collezionato i volantini delle università occupate per correggerne i congiuntivi a penna rossa.
    Che noia.

    (sono un dottorando di 27 anni, dunque perdonerete tutti la prosa di questo commento)

  16. @Bignami: sì, grazie – sapesse quante distrazioni quando scrivo, e quante volte devo rileggere, correggere.

  17. Visto il titolo e l’argomento mi aspettavo qualcosa di più. Lo stile non si esaurisce in certe scelte di lessico e nemmeno nell’opzione ipotassi/paratassi e frasi lunghe/frasi brevi. Gli spezzoni analizzati non diventano facili e belli solo cambiando qualche parola, togliendo tecnicismi, alleggerendo la pressione sintattica o omettendo i «vieppiù» (ma chi è che scrive ancora «vieppiù»? Uno, due? …). Mi pare insomma una visione un po’ scolastica, diciamo ‘grammaticale’ e moralistica – opposta e identica a quella famigerata che a scuola (ma sempre meno spero) corregge «fare» con «svolgere» o «andare» con «recarsi».

    E poi: ancora con contini e il continismo!?!

    La stessa immagine del precario con la cartella vuota non mi pare da mettere in cornice. Usare citazioni pop (Kill Bill, serie tivù…) in domini seri come quello è un gesto brillante ma è incongruo, quindi superbo e gratuitamente offensivo, un colpo basso.

  18. (probabilmente – alla luce dei commenti, il mio per primo, e dell’articolo – è inutile commentare.)

  19. @Daniela Brogi
    Non voglio certo “prendermela con i più deboli”, ci mancherebbe. Anzi, ho fiducia nei miei coetanei e li invito a riflettere sull’uso della lingua: non è scrivendo come studiosi dell’Ottocento che daremo legittimità e forza alle nostre idee. La tesi è che dovremmo andare in un’altra direzione, scrivere come trentenni senza scimmiottare le generazioni passate, trovare la nostra voce.
    Quello che ho scritto è un invito all’autocritica (ho commentato i miei stessi “errori”, prima degli altri), non è sparare a zero per distruggere o umiliare una categoria. Se è stato letto diversamente, mi dispiace, non era mia intenzione.

    @Andrea, che scrive: “Si può citare una recensione senza dire che dobbiamo scriverle per forza e rapidamente perché tanto ‘fanno poco punteggio’? […] Ci diano uno stipendio dignitoso a tempo indeterminato e la possibilità di scrivere un articolo non in un mese, ma in due anni”.

    Sarei d’accordo se parlassimo di una sintassi sciatta o di cose tirate via. Ma mi pare di aver mostrato che il problema non è quello. A me non sembra che la recensione che ho citato tradisca una scrittura veloce, per pubblicare presto e fare punteggio. Al contrario, c’è un certo compiacimento. Scrivere quel periodo ciceroniano richiede molto più tempo che scrivere in una sintassi piana. Scrivere “connessione tenzonistica” non è sintomo di velocità e fiato sul collo, secondo me.
    Non sono nemmeno d’accordo che il problema sia lo stipendio o il contratto a tempo indeterminato. Questo è vittimismo, caro Andrea. Altrimenti i professori ordinari scriverebbero benissimo, e invece sappiamo che non è sempre così. Poi francamente due anni per un articolo mi sembrano un po’ tanti…

  20. Sono, invece, esattamente cose sciatte e tirate via quelle che dobbiamo scrivere tra le mediane e – nel nostro – ambito lo “sciatto”/”tirato via” è esattamente incarnato dall’ampollosità di cui hai parlato: essa è il frutto più immediato della funzione modellizzante della prosa dei “padri”, che costruisce delle stringhe con le quali i testi si compongono con enorme rapidità.
    Mi spiego meglio: io credo di scrivere nel modo che tu denunci soprattutto quando ho fretta, perché devo consegnare una recensione di una cosa che non leggerà mai nessuno, quindi procedendo con un formulario rispetto al quale ho il pilota automatico. All’interno del nostro ambito il “grado zero della scrittura” è molto più questo qua che non la prosa asciutta, british (o come ci pare).

    Ciò detto: proprio perché alla fine sei costretto ad individuare il ruolo paradigmatico dei maestri (dei tutor, dei relatori, dei docenti ecc), avrebbe avuto più senso parlare della loro prosa. Invece è stato più facile – perché in questo momento va di moda – dire che “i ggiovani d’oggi […]” (poi sulla postura dantesca di autoantologizzarti per dichiarare l’avvenuto superamento di una fase estetica, tacere è bello). Questi “giovani accademici” (che brutto aggettivo, non mi riguarda) che da subito sono infilati in un tritacarne di ansie da prestazione, fretta nello scrivere, convegni a cui parlare a tutti i costi, mani da stringere, relazioni da finire. Con una tesi di dottorato che si deve scrivere in tre anni e la proroga non è nemmeno più prevista. E con 50 pagine scritte in una lingua straniera. E un periodo all’estero. Magari senza borsa. Che imparano da subito che nessuno ti leggerà e che ciò che conta è pubblicare velocemente, su riviste di fascia A (e che hanno studiato per 5 anni su saggi cuciti e scuciti dai personaggi in cerca d’autore che hanno pubblicato sei o sette volte la stessa cosa per aumentare la ciccia del curriculum: tutta la vasta serie di “postille”, “note”, “ulteriori considerazioni”, “premesse” e “prolegomeni”). Perché invece citare due, tre casi di studio di prosa di professori ordinari che scrivono male era troppo poco ammiccante e forse anche politicamente più azzardato.

    Ancora: se parlare delle condizioni economiche è vittimismo allora c’è proprio un problema di metodo che bisognerebbe chiarire. Lo studio degli enunciati si fa a partire dalla “posizione” di chi parla, dal luogo dell’enunciazione, dai codici che rendono possibile quella (non un’altra) enunciazione. Credo sia più o meno l’ABC dell’analisi del discorso, poi uno può essere koselleckiano o skinneriano o foucaultiano o quello che gli pare, ma il punto di partenza è esattamente lo stesso più o meno per tutti.

    Alla fine, aldilà delle offese un po’ gratuite a dei nostri colleghi, non capisco il punto del tuo articolo.
    Dirti da solo che scrivi meglio di come scrivevi nel 2009? Proporre una rivista di “scrittura chiara”? O semplicemente alzare il pugno al cielo perché l’età dell’oro è morta e oggi ci tocca la barbarie dell’ipotassi?

  21. Ci mancava pure il “non era mia intenzione”. Un’idea della scrittura sempre più ricca…

  22. Uno all’inizio può pure farsi convincere dall’idea che esista un problema della scrittura saggistica universitaria in cui spesso si prova maldestramente a colmare lacune di contenuto con vuoti bizantinismi della forma. E d’accordo, lo sapevamo. Ma poi più si rilegge questo intervento più vengono fuori delle ingenuità che, come tutte le ingenuità, sono colpevoli. Parto dalle cose semplici:
    1) Lagomarsini non può non sapere che questo è un problema della scrittura saggistica universitaria, non certo un problema anagrafico. Non può non sapere che questo modo di scrivere appartiene a molti professori prima che a molti allievi. E allora perché parla solo degli allievi? Vuole suggerire l’idea che, tra tutti gli allievi, lui è l’unico che ha capito come stanno le cose? A chi parla Lagomarsini? Ai suoi professori?
    2) Riportare passi di colleghi studiosi come esempi di come NON si dovrebbe fare è davvero poco elegante, peraltro pretestuoso e poco funzionale. Farne pure la traduzione per un “pubblico di massa” (ma le riviste di filologia romanza che Lagomarsini legge non ce l’hanno un pubblico di massa e tutto sommato non devono avercelo) è persino meschino, ammesso e non concesso che quelle traduzioni siano davvero preferibili ai testi di partenza. Gli autori che ha citato si rivolgevano ad altri studiosi, tipo lei. Lei ha capito, quindi siamo apposto.
    3) Lagomarsini sa bene anche che i parametri di revisione dei saggi su rivista prevedono anche voci relative alla chiarezza e perspicuità dell’argomentazione. Non prevedono invece la voce: questo saggio si prende qualche responsabilità che non sia la mera addizione di dati a dati, pone qualche problema che interessi qualcuno oltre i dieci esperti del settore, o meglio, i tre di questo puntualissimo argomento?
    Queste cose semplici derivano da problemi più radicali che riguardano l’impostazione stessa della questione e il metodo con cui si sceglie di affrontarla.
    Non esiste nessuna categoria dei giovani accademici. Esistono persone che fanno gli studiosi e esprimono delle idee, dei problemi, delle ipotesi di lavoro. E – ciò che più conta in questo contesto – lo fanno da diverse posizioni. E’ colpevole fingere che saggi, libri e carriere escano fuori da un unicum indifferenziato, laddove invece le condizioni sociali, economiche e di lavoro determinano ciò che si produce. Tra i “giovani accademici” di cui parla Lagomarsini c’è quello che ha vinto il dottorato senza borsa e allora mentre scrive l’articolo deve vedere come trovarsi un’altra fonte di guadagno; c’è chi ha vinto il dottorato chissà dove perché ha provato dieci concorsi che erano blindati; c’è chi mentre scrive l’articolo deve andare a fare gli esami del suo professore, sostituirlo a lezione, nei casi peggiori sistemargli la biblioteca in studio, andare a fare qualche supplenza a scuola, preparare il concorso per entrare nei vigili urbani perché poi quando finisce il dottorato…
    Come è stato detto sopra benissimo da Andrea, parlare di università senza parlare delle condizioni sociali e politiche in cui si opera significa implicitamente solidarizzare con chi per decenni ha ristretto il diritto allo studio, con chi sta facendo dell’accademia un mortificante laboratorio di nevrosi e produzione aziendale. Sostituire la retorica accademica con quella moralistica o, peggio, classista è ingenuamente colpevole.

  23. @Andrea

    (poi la finisco qui)

    Io non voglio offendere nessuno. Una cosa interessante della tua reazione è che è molto emotiva, perché le discussioni sullo “stile” (di cui ho dato un assaggio veloce e parzialissimo, come mi rimprovera giustamente Andrea Afribo, ma siamo pur sempre in un blog) toccano un nervo scoperto. Criticare lo stile di qualcuno è percepito addirittura come un’offesa, come un tentativo di umiliazione e prevaricazione.
    Ti chiedi che cosa volessi dimostrare. Ecco, ho fatto una breve (circostanziata) analisi di cose che sembrano significative a me nella lingua dei giovani accademici, ho indicato alcune cause possibili e cercato alcuni rimedi. Per dimostrare che non sono estraneo al problema e non sono senza “peccato” ho anche messo in discussione un brano della mia prosa. E in ogni modo non pretendo che il mio modo di scrivere sia esemplare (mai detto), sto ancora imparando e non smetterò di farlo.

    Alcune tuoi spunti sono interessanti, anche se mi convincono poco. Ti invito ad approfondirli e dimostrarli, scrivendone tu. Io non credo che ci sia una connessione diretta tra precariato e stile della scrittura saggistica. Come rilevi tu stesso, l’ampollosità e i clichés erano già diffusi presso i maestri del passato, estranei a problemi di precariato, VQR e mediane. Il tuo argomento non tiene.
    E per la cronaca, sono precario anch’io, caro Andrea, ma senza piangermi addosso. Ho fatto la tesi in 3 anni senza proroga, il periodo all’estero (ora, a 33 anni, ne sto facendo un secondo) e tutto quanto il circo che descrivi tu. (Piccolo consiglio da uno della tua generazione: rilassati un po’, non stai lavorando in miniera, eh. Starai al caldo in biblioteca, hai un computer su cui scrivere commenti molto lunghi e, nonostante tutte le difficoltà, hai avuto la possibilità di passare un periodo all’estero).
    A me interessava un fenomeno ben preciso: la lingua dei giovani accademici, persone vicine a me, che hanno fatto un percorso simile al mio e che conosco meglio dei vecchi professori. Perché un giovane di 25-30 anni scrive come un ottantenne? Se ne può uscire? Se ne vuole uscire?

    A te interessa la lingua degli ordinari. Benissimo, interessante anche quella. Io non ho l’esperienza, la preparazione né l’autorevolezza per scriverne. Tu sembri molto più armato di teoria e potresti affrontare il tema da laboviano, koselleckiano, skinneriano o foucaultiano. Magari firmati, la prossima volta. E in bocca al lupo.

  24. Ci sono articoli – e talvolta interi libri – di professori ordinari, associati e ricercatori a tempo indeterminato scritti in maniera terrificante. Il fenomeno diventa macroscopico tra i “giovani precari” dell’accademia semplicemente perché sono di più. Scrivere in un italiano passabile è difficile, per tutti. Un piccolo aneddoto. A un mio amico, un signor nessuno che ha vinto un dottorato senza borsa in filosofia presso una prestigiosa università italiana e lo ha dovuto rifiutare, è capitato di dover correggere – in amicizia, si capisce, per una piccola casa editrice in fiore – le bozze di un associato in filosofia presso quello stesso dipartimento. Quel libro era illeggibile. E non certo per l’eccesso di tecnicismi filosofici, ma per un evidente disprezzo della grammatica italiana, di qualsivoglia rigore stilistico e dell’eventuale, sventurato lettore. Era pieno zeppo di metafore incongrue, e ambiva a dialogare con il suo oggetto di studio (uno dei più acrobatici filosofi del ‘900) da pari a pari: catastrofico. Ora, il mio amico non ha il genio della lingua. Poco prima, io stesso avevo fatto le pulci alla sua tesi di laurea, anche molto duramente. Da quest’esperienza, dichiarava lui stesso, aveva imparato molto. Dunque, si è messo di buona lena, ha letto tutto il libro in bozze, lo ha corretto passo passo, ha sciolto la sintassi impossibile e risolto gran parte dei problemi di indecifrabilità – tutto in un tempo limite, perché il libro andava pubblicato al più presto. Alla fine del suo lavoro, miracolo: il libro era più leggibile, aveva assunto una forma, pareva quasi sensato. Gli è stato intimato di mandare subito le correzioni all’autore perché le approvasse. Alle correzioni, durante il lavoro, il mio amico aveva aggiunto delle note spesso beffarde e demolitorie, dettate dall’esasperazione (e anche un po’ per divertirsi). Naturalmente, le ha cancellate tutte prima di inviarlo. Per una svista, tutte tranne una. L’autore l’ha colta. Ha preteso che il correttore di bozze fosse espulso dalla casa editrice, per il reato di lesa maestà. Ha comunque pubblicato il libro con tutte le correzioni, evidentemente necessarie. Più di un anno dopo, ha bocciato il test d’ingresso del mio amico al TFA – era uno dei tre commissari incaricati dall’università – con un voto ridicolo. Per fortuna, il ricorso è stato vinto e il mio amico reintegrato nel TFA. Conclusione: il mio amico ha abbandonato ogni velleità accademica, spera un giorno di riuscire a insegnare al liceo, intanto fa un lavoretto part time da 300 euro al mese; il brillante autore del libro seguita a pubblicare e a fare la sua scalata in dipartimento. Superfluo tentare una morale della storia, direi.

  25. L’intervento di Lagomarsini mi sembra privo di spirito agonistico e motivato dal buon senso.
    Appartengo alla categoria degli under 30 (quelli con i piedi al caldo, fortunatamente) e mi riconosco almeno in parte nel ritratto proposto. L’articolo non mi offende e credo non voglia offendere i miei colleghi, ritengo anzi possa sollecitare un esercizio autocritico molto utile.
    Insomma, ho letto con interesse e profitto: grazie Claudio.

  26. Tornerò certamente a leggere più volte l’articolo e soprattutto i commenti, che sono tutti molto interessanti.
    Concordo sia con la linea generale del pezzo che con la critica di Andrea circa il contesto sociale e i suoi effetti sullo stile.
    Vorrei aggiungere due osservazioni:

    1) la prima, che, a mio avviso, quando si parla di articoli accademici, l’ossessione per lo stile è uno dei fattori che incidono sulla forma.
    Quando ho tentato di scrivere piccoli interventi di sapore accademico (dico così, perché mi sono laureata al triennio, e non ho avuto modo di formulare testi di livello più elevato d’una semplice tesi compilativa) ho cercato di pensare che chi mi leggeva non era solo il docente esperto in materia, ma anche la persona di buona o modesta cultura, che doveva esser messa in grado di capire la sostanza.
    La mia tesi non era affatto priva di inutili tecnicismi ma, con l’esercizio, ho tentato sempre più spesso di chiedermi cosa volevo dire, cosa era di troppo, come eliminare quegli ingombri che separavano la forma dal suo contenuto.
    Credo che, se si scrive di scienza e di cultura, la lingua debba essere trasparente rispetto al ragionamento, così che esso sia chiaro e analizzabile, nonché sottoponibile ad esame, affinché tutti possano verificarne la validità.

    2) Se la lingua diventa un ostacolo, e non un sostegno alla comprensione, il mio (malizioso) dubbio è che la persona che si esprime oscuramente non voglia davvero essere capita o che, peggio, non si sia capita lei, in primo luogo.
    Spesso, quando leggo testi universitari (anche i miei di area umanistica) mi sembra che si voglia menare il can per l’aia, allungando i testi, rendendo tutto più complesso per nascondere la semplicità (e a volte l’ovvietà) di certe affermazioni.
    Questo mi fa pensare che il problema non stia affatto, o non solo, nella forma.
    Non solo c’è il nodo di come l’università funziona, quello cui ha fatto riferimento Andrea; c’è che la cultura umanistica sembra rifiutare la capacità di comunicare, di rendersi viva ed utile, tentando di trincerarsi dietro tecnicismi rubati alla “rivale” (la scienza) come se questo le consentisse di darsi un tono che essa stessa non sembra certa di avere.

    Secondo me, insomma, c’è un complesso di inferiorità da parte della cultura accademica umanistica che, da un lato si vuol sentire superiore, dall’altro teme di aver perso dignità e presa sul pubblico: e, se da un lato la gran parte dgli umanisti è molto elitaria, dall’altra neanche ai più elitari sfugge la necessità di un auditorio perché il loro messaggio sopravviva.

    Come al solito, secondo me, la soluzione è nella creazione di siti (Academia.edu è un buon candidato) dove la tecnologia aiuti un confronto e una circolazione di idee intensa e meno formale.
    Il web ed il digitale possono dare nuova vita alla cultura accademica, sempre che questa non decida di farsi seppellire con tutti gli onori in mausolei, linguistici e mentali.

  27. Brillante, sic et simpliciter.

  28. @ dp

    La sola morale della storia è che lavorare gratis per una casa editrice è da idioti.

  29. Perché dei 30enni scrivono come degli 80enni? Semplicemente perché mutuando stilemi e vezzi dei venerati maestri intendono farsi riconoscere come futuri, degni membri della sacra congrega accademica. Il fenomeno è riscontrabile anche in altri ambiti disciplinari; alla bisogna, potrei sciorinare un ampio florilegio anche dalla germanistica, ambito che ben conosco. I vecchi maestri, però, (i Mittner, i Baioni, i Cases, i Bevilacqua, i Magris) sapevano scrivere e scrivevano (o tuttora scrivono) di fatto benissimo. I discepoli e i famuli ne adottano qualche manierismo, senza però possederne la sicurezza di pensiero e di stile.
    Comunque, penso anch’io che il “contesto socio-politico” e il precariato con queste bolsaggini stilistiche non c’entrino proprio niente. Nessuna persona dotata di un minimo di consapevolezza stilistica e di ironia scriverebbe “dacché”, “si badi bene” e, “non vi è chi non veda”; e neanche se dovesse consegnare un articolo in poche ore e con una pistola puntata alla tempia.
    Paola Quadrelli

  30. Caro Lagomarsini, lei ha tirato il proverbiale sasso in piccionaia e il pullulare di commenti dimostra che ha fatto centro. Mi hanno impressionato gli interventi della persona che si firma “Andrea” e di Vittorio Celotto, perché contengono molte cose esatte e utili ma mi sembrano ingenerosi nei suoi confronti (lasciamo stare che il secondo usa forme come “peraltro” e “non può non sapere”, e subito dopo scrive “Lei ha capito, quindi siamo apposto [!!!!]”). La sola osservazione che mi sentirei di fare è che non bisogna confondere due problemi ben diversi: la scarsa dimestichezza con l’italiano che affliggerebbe gli studenti universitari è una cosa, lo stile goffo ed impacciato degli aspiranti accademici è un’altra. P.S. Ai tempi dei tempi, alla Normale di Pisa il seminario degli allievi di Gianfranco Contini, tutti afflitti da quello stesso vizio dell’imitazione oscura da lei giustamente deriso, veniva chiamato “Il giardino dei finti Contini”

  31. Più che altro, caro Jacopo, vi sono (lei ha ragione, permetta) due direzioni di irritazione: chi si irrita, appunto, per la questione meramente formale (non si sa più scrivere in italiano) e chi, invece, perché piccato dalle osservazioni sui “finti Contini”. Tuttavia resta (il mio commento, marginale, lo vorrebbe far emergere) un poco di spocchia, da parte dell’autore e degli autori dei commenti (me compreso, per carità), nello smarcarsi rispetto a coloro che stigmatizzano. Siamo (non mi permetto di dire “siete”) tutti nella medesima barca.

  32. “ Martedì 25 gennaio 2000 – « Pavia – Brava, Sapetti Alessandra: 106 su 110. Laureata in farmacia, specializzata in nutellologia. Telecamere e cronisti ieri sera nell’aula dell’università di Pavia per la discussione di una tesi un po’ particolare: “ La Nutella in analisi “, relatore il preside della facoltà di Farmacia, Gabriele Caccialanza, grande estimatore del cioccolato in tutte le sue forme » (Dai giornali) “.

  33. Aggiungo due elementi alla discussione, forse un po’ collaterali rispetto al bersaglio di Lagomarsini, che è evidente: una scrittura che è involuta per ESPLICITA volontà di gonfiarla, dunque una scrittura che, VOLENDO, potrebbe essere chiara.

    1) C’è qualcosa di profondamente radicato nel genio italiano della lingua, che è difficile sradicare e che non dipende solo dalla volontà degli scriventi alti di tirarsela à la Contini, né dal cattivo insegnamento dei docenti delle scuole elementari medie superiori, che correggono “fare” con “effettuare” e “lui” con “egli”.
    Io conduco una battaglia quotidiana sui temi dei miei studenti per la chiarezza, obbligo a riscrivere per la via più diretta quello che alcuni – non pochi – scrivono complicato, sia per scarsa padronanza del mezzo, sia per volontà malriposta di innalzare il tono. Alcuni – non pochi -, nonostante ogni mio sforzo, continuano imperterriti. Nulla evidentemente li convince; o, forse, si convincono magari consciamente della bontà delle mie indicazioni, ma l’inconscio linguistico quello è, e continua a farsi i fatti suoi.

    2) Leggevo l’altroieri in Fortini (Attraverso Pasolini): «Pasolini è il poeta della molteplicità che si fa contraddizione e immobilità. Se per Luzi l’immobilità è nel mutamento, per P. il mutamento è la manifestazione medesima della immobilità. […] Luzi che appare, con l’alone ermetistico che lo precedere e accompaga, come il poeta eminentemente letterario, anzi di una vera e propria tradizione orfica e ascetica dell’espressione, diviene paradossalmente il poeta di una immediatezza, di una (apparente) coincidenza di lingua e parola. P. che invece appare, con l’alone neorealistico e antiletterario che lo precede e accompagna, come il poeta di una polemica prosaicità, diviene il poeta la cui condizione è proprio la divaricazione fra tutti gli elementi espressivi».
    La lettura di questo passo ha fatto cortocircuito con la lettura di questo intervento di Lagomarsini.

    Il passo di Fortini è sintatticamente lineare (ma io direi anche concettualmente lineare: c’è una bella simmetria, che rende chiarissima la forma del sillogismo), ma dubito fortemente che sia in effetti così chiaro (perché non basta cogliere la simmetria della forma: è il contenuto che è sfuggente, sfuggentissimo). A me pare per due ragioni.
    a) Una “connessione tenzonistica” è un dato obiettivo della storia culturale. Lo si può circoscrivere e definire. Qui, mi pare, Fortini sta cercando di circoscrivere e definire qualcosa di totale, una radice del fare poesia. Alla fine allude, più che circoscrivere e definire; non a caso introduce un terzo elemento di confronto, la poesia di Luzi, che è una vera e propria complicata perifrasi, ma necessaria. Frontalmente Fortini non ci sarebbe mai arrivato a dire quel che voleva dire.
    b) Se io l’ho capito – credo – è solo perché conosco abbastanza bene sia la poesia di Pasolini che di Luzi, dunque intuisco quello che Fortini si sforza, come può, di dire (e d’altra parte anche io, se dovessi provare a rispiegare quello che credo di aver capito, farei molta fatica).
    Quindi, per concludere:
    a) sarebbe giusto che dei pari o dei redattori di rivista facessero riscrivere a Fortini in altra forma il suo paragrafo su Pasolini e Luzi, squalificando, per ciò stesso, anche l’idea che in ambito critico si possa parlare di quella radice della poesia di cui voleva parlare Fortini?
    b) E sarebbe giusto che ciò capiti solo perché il censore, magari (succede), non conosce a sufficienza la poesia di Luzi e Pasolini?

    La chiarezza della lingua non sta solo dentro la lingua stessa, sta anche fuori: nel referente che con la lingua si cerca di rappresentare, che non sempre è obiettivo come una “connessione tenzonistica”; nella cultura di chi scrive, che trova nel repertorio a sua disposizione (che, per quanto esteso, sarà sempre finito, parziale, idiosincratico) i concetti e le parole che possono aiutarlo a dire la cosa che vuole dire; nella cultura di chi legge, che spesso non coincide con quella di chi scrive.

  34. (sto leggendo Cristina Campo. – la clarità contro ogni onanismo autoreferenziale.)

  35. Sembrerà forse strano a dirsi ma un’opera scientifica si valuta anzitutto in qualità della ricerca piuttosto che in chiarezza dell’esposizione. È la prima, non la seconda, che dovrebbe far perdere il sonno a giovani e meno giovani. La preferenza poi, per dire, per la ipotassi o per la paratassi è figlia del proprio tempo, e dei modelli impliciti di ogni era presente. Pare a chi scrive che Lagomarsini vorrebbe che ci esprimessimo come gli inglesi. Proprio nei “paper” per un convegno internazionale si realizza infatti quella “metamorfosi radicale” da questi auspicata (“la sintassi si semplifica, il lessico torna quello in uso nel XXI secolo”). Chissà se, sempre per dire, in cinquant’anni il modello non sarà di nuovo la prosa dei francesi o dei tedeschi, o quella dei cinesi, e che allora, proprio quei giovani studiosi che “riconoscono un valore aggiunto nella forma della scrittura”, cercheranno altre vie, altri modelli. Sempre dagli anglosassoni l’autore del post pare aver appreso la nozione per cui le opere scientifiche vadano scritte, e lette, in fretta (i due anni, “francamente troppi” per un articolo, evocati da Lagomarsini in un commento). La scholarship anglosassone è alla ricerca di interlocutori prossimi, immediati. Ha uno sguardo che appena alza gli occhi da terra; da cui le mode, i trend, le ossessioni compulsive della attuale ricerca di lingua inglese. Oltre Manica e oltre Oceano la chiarezza è funzionale a questa immediata fruizione, e se si vuole anche al Dio todopoderoso del multidisciplinare (generoso protettore, spesso e volentieri, dell’ignoranza di docenti e discenti). Ma studiare, e presentare agli altri studiosi i frutti del proprio lavoro, non ha date di scadenza. Così, almeno, pare a chi scrive. Un buon lavoro è un messaggio nella bottiglia (o una glossa a margine, o un post su un blog) per il prossimo essere umano che si occuperà di un tema. Alcuni se ne occuperanno domani, altri fra trecento anni. Chiunque abbia mai lavorato sui saggi ottocenteschi qui evocati come modelli loro malgrado della prosa dei giovani accademici (ma “giovani studiosi” no? lo studio è tale solo se gallonato?) sa per esperienza che si impiegano per ciò che dicono e non per come lo dicono. Vale lo stesso per lo Zeno e il Tiraboschi cari a Dionisotti, per il Gessner e l’a Lapide dolci a chi scrive, e chiunque abbia i suoi Numi li aggiunga all’elenco.

  36. Mi si permetta a latere qualche altra annotazione sparsa.
    In primis (ma chi non ama la formula legga “1”): a scrivere si impara scrivendo. Un tempo, il concetto di saggio giovanile era ben noto e non c’è grande studioso che, presentando una raccolta di suoi scritti, non si scusi per la pesantezza di quei suoi primi lavori, ma ne accetti la riedizione perché, qua e là, nel contenuto, qualcosa di buono ancora sopravvive. Nulla di nuovo insomma, verrebbe da dire, per chi si affanna sotto il sole. Fra l’altro, a venticinque, trenta o anche quarant’anni non si scrivono di norma (né si dovrebbero scrivere) opere introduttive. La chiarezza necessaria a quelle viene col tempo, e con l’esperienza, ed è legata al contesto. A questo proposito: nessuno studioso, fatta eccezione per gli autori di manuali, scrive oggi per i “buoni studenti di liceo” (e a quelli cattivi, poi, chi pensa?). Il tempo di Pasquali (che ambiva, per fare una citazione, a insegnare qualsiasi cosa a chiunque) è passato, e scelte recenti proprio di manualistica, anche pregevoli, si muovono nel segno di un solco divenuto incolmabile, non di un solco che si possa colmare a quella età e in quel contesto. Lo stile passatista stigmatizzato da Lagomarsini è da correggersi, verissimo, specialmente se se ne abusa, ma risponde del resto, forse più che a modelli aulici, al principio di economia e a quello di precisione connaturati al lavoro di ricerca. Attraverso entrambi, magari goffamente, giovani e meno giovani cercano semplicemente di non dire “quasi la stessa cosa” ma di dire “quella cosa”. Del resto, dato che Lagomarsini ha potuto tradurre (o commutare?) senza difficoltà quegli scritti essi non si sono rivelati oscuri, solo poco adatti a un contesto altro nel quale li si è voluti giocoforza calare.
    In secundis: l’impiego di tecnicismi, Feliciores Austria et Germania semper docentque, risponde ancora una volta tanto al principio di economia quanto al bisogno di precisione (vogliamo davvero parafrasare ogni aggettivo di comprensione non immediata? Siamo sicuri che sciogliere ogni volta “parossistico”, “fenomenologico” o “trino” sia auspicabile? Questa è la strada che si intraprenderebbe, e che andrebbe percorsa nella sua interezza; l’avanguardia anglosassone, ancora una volta, ce lo mostra. Dire poi che “ci sono situazioni in cui i problemi sono estremamente complessi e richiedono argomentazioni articolate” è affermare l’ovvio e implica – come già notato – che sia il contesto, e la materia del contendere, a imporre una forma espressiva, non il contrario). La lingua speciale degli studiosi – almeno così pare a chi scrive – è una koiné costruitasi nel tempo e nello spazio e il cui smantellamento è foriero di ulteriore oscurità, non di nuova luce. Essa si innesta su una lingua che deve essere già padroneggiata; non può essere lo strumento per imparare a impiegarla. Infine, i tecnicismi dei singoli sono spesso e volentieri l’espressione di un loro preciso bagaglio di indagini e letture; sono una ricchezza che costoro offrono ai “colleghi”, ignari di quegli studi, e che sarà forse complessa da schiudere, ma che non per questo si dimostra meno utile, né che per questa ragione dovrebbe risultare sgradita.
    In tertiis: l’autore, nelle consclusioni, rivolge un invito ai “giovani accademici”. Di questo chi scrive lo ringrazia, osa dire anche a nome d’altri. Non solo: tutti noi giovani studiosi che non ci siamo ancora organizzati, à la mode di poeti e narratori, per leggere reciprocamente i nostri rispettivi saggi promettiamo di farlo al più presto.
    Et in ultimis: Dato che questi falansteri del sapere paiono da istituirsi anche qualora “si [abbiano] a disposizione dei buoni maestri” [di stile oltre che di dottrina] vale forse la pena tenere a mente un ultimo caveat. No, perdoni il paziente lettore, mi rugge non detto in petto un ultimo inciso: solo i maestri possono essere “geniali ma incapaci di esprimersi”? Forse che il, loro, valore è tale anche se costoro risultano inabili a scrivere sempre con lapidaria chiarezza? È ammesso quindi apprendere anche da chi non riesce a esprimersi così da essere compreso, per dire, pure da “buoni studenti di liceo”? Ma si diceva di una messa in guardia; si tratta di quella che amava ripetere uno studioso la cui prosa – da un certo punto in avanti scultorea, eppure frutto di un lungo lavorio – è oggi riconosciuta universalmente, e universalmente presa a modello: “the Imitatio Housmani is very pernicious”.

  37. @ Lo Vetere

    potresti spiegare il passaggio? La mia risposta è che il passaggio di Fortini può anche non essere cambiato nella forma, ma a patto che i redattori abbiano compreso ciò che vuole dire, e che amplino il testo con un commento che lo faccia capire a tutti. Nel passaggio di Fortini ci sono cose incomprensibili che non dipendono né dalla forma, né dalla conoscenza delle poesie di Luzi e di PPP. Cosa intendeva FF con “immobilità e mutamento”?

    “Se per Luzi l’immobilità è nel mutamento, per P. il mutamento è la manifestazione medesima della immobilità” questo passo è un errore mio o è la stessa cosa?

  38. Caro Claudio,
    in poche parole: ho trovato il tuo articolo di una verità disarmante e l’ho consigliato a diversi amici.
    Grazie.
    A presto,
    Giuseppe

  39. “ Lunedì 17 giugno 1996 – È difficile, oggi come oggi, come direbbe un giornalista, non essere professore. Quando vedi certe carte intestate, delle università più inimmaginabili, del Basso Volturno, del Mugello Orientale, del Varesotto Interno, di Sapri, di Capri, di Carpi, di San Marino, di San Sughero, di Sani Gesualdi, del Mulino Bianco, di Scaldasole, di Torrimpietra, di Tor Tre Teste, di Torlupara, di Roccaraso, di Roccastrada, di Roccacannuccia, di Pieve Santo Stefano, di Pievasciata, di Mirafiori, del Lingotto, della Bovisa, della Marsica, della Cotica, allora dici: « Vengo anch’io », e intanto pensi: « No, tu no ». Boh. “.

  40. Credo che le condizioni materiali inficino i discorsi in modo ormai irrecuperabile, scimmiottare gli angli regala un’illusione globale, oltre che una spendibile vitalita’.

  41. Il mea culpa con cui l’autore comincia il novero degli esempi di lingua inefficace non è altro che una maldestra captatio benevolentiae, e stupisce che lettori abituati a ben più complessa retorica non se ne avvedano. L’autore, infatti, un insopportabile sotuttoio già a vent’anni, diventato poi «macchina da stemma codicum» durante gli anni dell’addestramento senese, non ha mai perso occasione per mostrare la sua sicumera nei confronti dei colleghi e la sua ingratitudine verso i maestri, almeno quelli che meno contano nella gerarchia accademica. Non stupisce per nulla la bieca manovra portata avanti con questo articolo, definita – con insopportabile eufemismo accademico – da Daniela Brogi qua sopra come qualcosa che suscita un «sentimento di stranezza», quando rivela invece due delle dinamiche più antiche dell’ambiente accademico: il nonnismo (cacare in testa a quelli sotto appena si riesce a salire un gradino più sopra) e la guerra fra scuole. Lagomarsini come ha messo insieme il suo florilegio? Fingendo interesse per il lavoro di un collega di un altro ateneo, che ingenuamente gli ha inviato la sua edizione critica per vedersela poi messa alla berlina sul blog più seguito nel suo ambiente professionale.
    Cosa è peggio per la vostra Accademia? Qualche continiano dell’ultimissima ora o comportamenti di questo tipo? Forse la cosa peggiore è che fra i promossi dalla vostra Accademia faccia sempre più fatica a trovare spazio una terza via tra lo squalo assetato di sangue e l’innocuo epigono di Contini.

  42. “ Martedì 9 dicembre 2003 – « A Gianfranco Contini, con “ amor de loinh “. » (Pier Paolo Pasolini, La meglio gioventù, 1954 /epigrafe/) “.

  43. @Gianna D’Agostino: Gli attacchi personali all’autore dell’articolo mi sembrano davvero fuori luogo, tanto più che non entrano nel merito della questione. Mi sembra che il nonnismo e la guerra di scuole abbiano poco o nulla a che fare con la critica mossa da Lagomarsini a un certo stile di scrittura accademica, riproposto anche dalle ultime generazioni di studiosi. Non ci vedo proprio tutta questa strategia mefistofelica del “fingere interesse” per il lavoro altrui al fine di compiere una “bieca manovra”. Per quanto riguarda il tema dell’articolo, sono d’accordo con @Paola Quadrelli: i giovani copiano stilemi e vezzi dei maestri per dimostrare di poterne prendere il posto. “Fai (scrivi) come” per “diventare come”. E qui sì, non solo dal punto di vista intellettuale, ma proprio del ruolo anche sociale e politico (e dello stipendio). Allo stesso tempo credo che abbia ragione Lagomarsini: c’è un problema di inerzia riguardo allo stile di scrittura, su cui ci si interroga poco e su cui si lavora poco. Penso che abituare gli studenti a riflettere su come scrivere sarebbe una buona cosa, certamente a scuola ma anche negli anni universitari. Non dico che qualche laboratorio di scrittura farebbe il miracolo, però forse un po’ servirebbe, almeno a problematizzare la questione dello stile e dare una svecchiata qua e là.

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