Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Le competenze di italiano: il ruolo della scuola e dell’università

| 2 commenti

di Massimo Palermo

Antefatto e fatto
Lo scorso 17 gennaio ho ricevuto un messaggio di posta elettronica dal «Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità», che richiedeva la mia adesione a un documento allegato, dal titolo Contro il declino dell’italiano a scuola. Alcuni miei autorevoli colleghi hanno sottoscritto il documento, che è poi stato reso pubblico il 4 febbraio, con una buona risonanza mediatica. Comprendo le ragioni di quanti hanno aderito: siamo tutti colpiti dalla scarsa padronanza della produzione scritta che gran parte degli adolescenti e degli studenti universitari testimoniano. Personalmente non ho sottoscritto l’appello perché ritengo sia sbagliato: non nel problema che pone, ma nell’analisi e nelle ricette per risolverlo.
Il documento si apre così: «È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente». Come non essere d’accordo? Eppure qualcosa non mi tornava. Dov’era il tranello? Come accade in molti appelli che intasano i social e le nostre caselle di posta elettronica e che in genere invitano a condividere iniziative contro la guerra, la fame nel mondo, le brutte malattie e simili (come non essere d’accordo?), l’invito a sottoscrivere non convinceva nei dettagli: nell’analisi approssimativa della normativa scolastica (per es. si criticavano le Indicazioni nazionali per la scuola dell’infanzia e del primo ciclo senza padroneggiarne i contenuti) e, soprattutto, nell’individuazione dei segnali del declino, primo fra tutti la scorrettezza ortografica: «il tema della correttezza ortografica e grammaticale è stato a lungo svalutato sul piano didattico più o meno da tutti i governi» e la ricetta proposta per risolvere una volta per tutte il problema («momenti di seria verifica durante l’iter scolastico», tra i quali «il dettato ortografico»). Ora, il raggiungimento della competenza ortografica è un obiettivo importante, che va perseguito in ogni ordine di scuola. Tuttavia, immaginare di risolvere il vero problema, cioè l’incapacità delle nuove generazioni di leggere, scrivere e argomentare adeguatamente con periodici e severi dettati di ortografia è un po’ come tirare a lucido i pomelli di ottone del portone d’ingresso di un palazzo che presenti vistose crepe nei muri portanti. Voglio dire che le lacune fondamentali che emergono dalle produzioni scritte e orali dei giovani risiedono nell’organizzazione complessiva del testo e nella progressiva perdita di competenza passiva di quote significative del lessico astratto e intellettuale. Il problema è che intervenire sulla curiosità per la lettura e sulle competenze lessicali e testuali – come sa chi compie quotidianamente questo lavoro in classe – è molto più complicato che correggere la mancanza di un apostrofo o di un accento. Ricordo che la capacità di leggere, scrivere e argomentare adeguatamente è una competenza civile prima ancora che disciplinare, e come tale dovrebbe essere considerata da chi mette mano alle riforme della scuola: serve, per fare solo qualche esempio, a frequentare con successo una qualsiasi facoltà universitaria, a svolgere la maggior parte dei lavori della società postindustriale e, ultimo ma non meno importante, a capire quello che leggiamo sui giornali e in rete e a valutarne l’attendibilità.

Due giorni dopo l’uscita dell’appello, uno dei suoi più noti firmatari, Ernesto Galli della Loggia, pubblica un editoriale sul Corriere della sera in cui sostanzialmente addossa agli insegnamenti di Tullio De Mauro la responsabilità di una deriva pedagogica lassista, causa prima del declino attuale della scuola. Nel clima convulso di quei giorni (De Mauro era da poco scomparso e l’articolo di Galli della Loggia ha urtato la sensibilità di molti di noi), il 7 febbraio, viene pubblicata una lettera di Maria G. Lo Duca, in cui si tenta di confutare alcune delle sbrigative argomentazioni della lettera dei Seicento. Anche questa lettera ha ricevuto molte autorevoli adesioni. Pur non dissentendo dalle opinioni lì espresse, non l’ho sottoscritta perché penso che l’ultima cosa da fare di fronte a un tema tanto complesso sia dividersi su polemiche interne, che confermerebbero al mondo esterno l’immagine litigiosa e un po’ autoreferenziale del mondo accademico e delle sue componenti. Placatisi un po’ gli animi, voglio quindi provare a ragionare su alcune questioni poste dalla lettera dei Seicento. Le riflessioni saranno basate sulla mia storia personale di docente, che ha avuto la fortuna di frequentare sia le aule della scuola sia quelle dell’università e riguarderanno tre aspetti, connessi col vero o presunto declino delle competenze in italiano: la caduta vertiginosa del prestigio sociale del docente; la non delimitabilità generazionale del problema; il ruolo della scuola di fronte al cambiamento del nostro rapporto coi testi dovuto alla transizione all’era digitale.

Il ruolo sociale del docente
Nell’anno scolastico 1987/88, neolaureato, insegnavo in un Istituto Tecnico della periferia romana. Un mio alunno (era una classe serale, dunque aveva pressappoco la mia età) mi fece notare, scherzando, che venivo a scuola «con una macchina a carbone». E in effetti la mia Fiat 128 verde-oliva anni Settanta, eredità familiare, era piuttosto scassatella. La frase del mio coetaneo studente-lavoratore (non ricordo che lavoro facesse, ma sicuramente aveva un’automobile migliore della mia) includeva però anche un giudizio sul ruolo sociale del docente. Nei trent’anni che ci dividono da questo episodio la progressiva erosione del ceto medio e l’esplosione del precariato intellettuale hanno sicuramente peggiorato le cose ma, fatto ancora più importante, è ulteriormente precipitato nell’immaginario collettivo il prestigio attribuito al mondo della scuola e, conseguentemente, ai singoli docenti. Nella seconda delle dieci tesi del GISCEL si afferma, un po’ provocatoriamente, che «lo sviluppo delle capacità linguistiche dipende da un buono sviluppo organico e, per dirla più chiaramente, da una buona alimentazione. Troppo spesso dimenticati, frutta, latte, zucchero, bistecche sono condizioni necessarie, anche se non sufficienti, di una buona maturazione delle capacità linguistiche». Le tesi risentono del clima ideologizzante dell’epoca (metà degli anni Settanta), ma in fondo affermano una verità ancor valida in tempi in cui alcuni genitori faticano a pagare la retta della mensa scolastica. Se poi è il docente e non lo studente a non potersi permettere non dico la bistecca ma i consumi culturali minimi, tirate un po’ voi le conclusioni.

Non è un problema generazionale
Non si finisce mai di apprendere l’arte di scrivere. Quindi, se è giusto focalizzare l’attenzione sulla formazione delle nuove generazioni, è anche vero che nessuno può sentirsi escluso. Per la lingua degli uffici (il burocratese) il giochino magistralmente realizzato negli anni Sessanta da Italo Calvino con la storiella del brigadiere e dell’antilingua potrebbe essere facilmente ripetuto, esercitandosi sui tanti documenti realizzati dalla pubblica amministrazione (la rete ci aiuta, facendoli uscire dal chiuso degli archivi e ostentandoli). Claudio Giunta, su Internazionale, ha recentemente analizzato in chiave semiseria le mostruosità linguistiche di un documento (relativo proprio alla formazione dei docenti!) uscito dalle ineffabili penne di dirigenti del Ministero dell’Istruzione. E con altrettanta facilità si potrebbe ironizzare sui tic dell’aziendalese (l’orrendo mostro per metà burocratese per metà inglese mal digerito che imperversa nella comunicazione aziendale pubblica e privata), sulla sciatteria di molti articoli giornalisitici, sui tic della scrittura accademica e così via.
Chi invecchia è particolarmente esposto a vestire i panni del laudator temporis acti, ma un minimo di prospettiva storica andrebbe mantenuta. Siamo così sicuri che le produzioni scritte dei nostri recenti maiores fossero così tanto più adeguate di quelle degli attuali studenti universitari? Gli storici della lingua che si sono occupati delle produzioni di scriventi comuni, di ieri e di oggi, potrebbero argomentare al riguardo. Il problema vero è che, oggi come ieri, la de-alfabetizzazione degli adulti, su cui ha tanto insistito Tullio De Mauro anche negli ultimi suoi scritti, causa conseguenze tragiche. Dall’indagine OCSE-PIAAC (Programme of International Assessment of Adult Competencies) del 2013 risulta che gli italiani adulti occupano le ultime posizioni nel confronto internazionale in fatto di comprensione dei testi scritti. La differenza è che mentre decenni fa le competenze dell’adulto dealfabetizzato precipitavano nell’anonimato dell’oralità, oggi lasciano traccia attraverso le scritture digitali del web 2.0.

Il ruolo della scuola e dell’università
Che fare allora? Innanzitutto non dimenticare che gli insegnanti si trovano nella non invidiabile condizione del salmone che naviga controcorrente, perché è l’insieme della società a dealfabetizzarsi sotto la spinta di dinamiche ben più ampie, di cui la povertà linguistico-espressiva delle nuove generazioni non è che un sintomo. Quindi la comunità accademica dovrebbe lavorare fianco a fianco coi docenti, per esempio attraverso una formazione di qualità per quelli in servizio e l’adeguata riflessione sul percorso universitario per quelli futuri. La proposta dei Seicento rischia invece di innescare uno scaricabarile per cui, partendo dall’autoassoluzione dei docenti universitari, si arriva alla fine della giostra a individuare come principali responsabili dell’ignoranza delle nuove generazioni le maestre e i maestri della scuola primaria.
Ma c’è di più. Siamo in un momento di transizione epocale e la scuola deve accettare la sfida imposta dall’avvento del digitale e delle sue conseguenze sul modo di leggere e di scrivere testi. McLuhan sosteneva che nella storia l’affermarsi di nuove tecnologie della comunicazione ha in genere avuto l’effetto di impedire all’uomo di percepirne appieno gli effetti positivi durante il periodo della loro prima interiorizzazione. Si riferiva all’incapacità – nel primo mezzo secolo di invenzione della stampa – di intuire e sfruttare il potenziale dell’oggetto libro. Possiamo sicuramente far nostra questa affermazione e riferirla alla transizione in atto.
Di conseguenza la scuola, come ho già avuto modo di scrivere, è chiamata a svolgere, in questo delicato momento di passaggio, un ruolo cruciale: quello di santuario (nel senso di luogo di tutela e conservazione) delle capacità di comprendere e produrre testi lunghi, continui, semanticamente densi e sintatticamente complessi. Insomma l’eredità culturale che ci viene da lontano (circa sei millenni di civiltà della scrittura) e da più vicino (alcuni secoli di civiltà tipografica). Si tratta di competenze da tutelare perché minacciate, che senza l’azione del sistema educativo potrebbero perdersi (o, peggio, rimanere patrimonio di pochi privilegiati) nel giro di alcune generazioni. Al contempo non dovrebbe demonizzare, ma far diventare oggetto di riflessione in aula le competenze richieste dalla lettura e dalla scrittura per la rete. Le scritture “native digitali” (nel senso che nascono e vivono in rete), trovano nella frammentarietà e nel diverso rapporto fra testo e contesto la loro essenza. Non sono quindi delle brutte copie del saggio argomentativo, ma semplicemente degli oggetti diversi, e proprio la loro brevità ne rende più difficoltoso un uso efficace (si pensi all’uso imbarazzante di Twitter da parte di alcuni politici). È infine necessario insegnare agli adolescenti a tenere separati gli ambienti concettuali – il testo lungo e lineare, l’ipertesto, le scritture brevi diffuse dalle ICT – e i relativi apparati formali. Cosa non facile in tempi di scrittura liquida e continuamente (a volte felicemente, altre no) ibridata. Il rischio è che gli alunni diventino nipotini di Gadda a loro insaputa, non essendo in grado di gestire consapevolmente gli scarti di registro e di organizzazione formale propri dell’uno e dell’altro ambiente di scrittura.

[Denis Villeneuve, Arrival (2016)]

 

 

2 commenti

  1. Sono d’accordo con il prof. Palermo e mi permetto di segnalare un’articolo sullo stesso tema di Giuseppe Faso, cordiali saluti, Maurizio Sarcoli
    http://www.straniamenti.org/file/eparmalatotuttocicheesiste.pdf

Lascia un commento

I campi obbligatori sono contrassegnati con *.