di Vincenzo Lavenia

[Una prima versione più breve di questo intervento è uscita su «Alias»]

Non sono solo il climax sanguinario e l’abilità narrativa anglosassone di Ian Kershaw a dare al lettore la sensazione di percorrere una storia sinistra lunga mezzo secolo. Perché il volume che grazie all’ottima traduzione di Giovanni Ferrara degli Uberti è ora disponibile per i lettori italiani (All’inferno e ritorno. Europa 1914-1949, Laterza, Roma-Bari, 2016, pp. 654), se non aggiunge nulla a ciò che è noto circa la prima metà del XX secolo, mette in ordine una serie di dati e di fatti che finisce per sconcertare e costituisce una delle più efficaci e dolorose sintesi della catastrofe in cui precipitò quello che l’autore, come Mark Mazower, chiama il «continente buio» (p. 237). Si tratta della prima parte di una storia dell’Europa nel Novecento, destinata a un pubblico non specialista, di cui si attende il secondo atto: quella risalita dagli inferi che nelle pagine finali del racconto è solo abbozzata. Ma, come annuncia il titolo, e come ben sappiamo, l’età messa a fuoco in questo ponderoso pannello del dittico non fu né la più gloriosa né la più pacifica, ed è il tempo che Kershaw, eminente studioso del nazismo celebre anche in Italia per una monumentale biografia di Hitler (2 voll., Milano, Bompiani, 1999-2001), conosce più a fondo per averne indagato diversi momenti cruciali, e soprattutto gli aspetti di mobilitazione, violenza e sterminio. Per definire quest’epoca Kershaw usa parlare di ‘seconda guerra dei Trent’Anni’, e in effetti così ci appare il periodo compreso tra la Grande Guerra e il 1949.

Al contrario che in ricostruzioni come quella di Eric Hobsbawm, non è facile rintracciare in queste pagine una tesi forte. Storico allergico alle generalizzazioni e sincero liberale di sinistra, che simpatizza per la tradizione socialdemocratica e laburista, Kershaw non abusa neppure della categoria di totalitarismo (la definisce «etichetta») per fare di tutta l’erba dei regimi del Novecento un solo fascio. Del resto, insieme a Moshe Lewin, qualche anno fa ha curato un volume di ricerche comparative che mettono a confronto nazismo e stalinismo senza facili semplificazioni. Consapevole dell’origine ideologica della nozione di totalitarismo (malgrado le splendide pagine della Arendt, a cui dedica un breve passaggio, p. 525), Kershaw preferisce parlare di «dittature dinamiche» (p. 303 ss.) per analizzare nel nazismo e nel comunismo stalinista – e solo in misura minore nel fascismo italiano – il comune surplus di ideologia e di terrore, il comune ricorso al carisma (l’autore ha assorbito molto della classica lezione weberiana), la comune pretesa di rifondare lo stato, la politica e la convivenza, stabilendo chi poteva stare dentro e chi doveva stare fuori dalla comunità. Ma prima di giungere alla presa del potere di Stalin e dei fascismi (a cui evita di assimilare giustamente sia i regimi iberici sia quelli nati nell’Europa orientale nello spazio già ottomano e asburgico), Kershaw, con un racconto serrato delle fasi prebelliche e belliche, ribadisce che senza l’esperienza della Grande Guerra non si può comprendere come l’Europa abbia potuto assuefarsi alla violenza degli anni successivi al 1918 né accettare, con diversi grandi di consenso e manifestazioni di dissenso pagate duramente, la soppressione della libertà e le privazioni che segnarono l’esistenza di decine di milioni di europei.

Il volume non circoscrive la geografia continentale alla sola parte occidentale, e l’analisi, almeno fino alla fondazione del kemalismo, si estende alla Turchia. L’imputato del primo atto della catastrofe è il culto nazionalista che monta, in misura diversa, negli stati con una precisa fisionomia etnico-linguistica, in quelli di recente fondazione (Germania e Italia) e negli imperi multinazionali collassati tutti insieme nel corso del conflitto, separando brutalmente ciò che prima aveva convissuto per secoli. E se lo stato guglielmino porta la responsabilità principale dello scoppio delle ostilità, Kershaw non assolve chi non saprà chiudere il confronto sui campi di battaglia con una pace intelligente. Il confronto armato, del resto, se non colpì i civili salvo che in una parte circoscritta del continente (dove si attestarono le trincee e dove fu mobilitato l’esercito russo), fu una prolungata carneficina inizialmente abbracciata con fervore e patriottismo dalle élites e dalla piccola borghesia, dalla destra e quasi sempre dalla sinistra, dal clero e dalle corti, dagli ufficiali e dai civili. Kershaw inoltre sottolinea che se all’inizio si combatté come ai tempi di Napoleone, nel corso di quella logorante guerra la sperimentazione di nuove armi distruttive costituì l’anticamera del futuro massacro tecnologico. Ma è un peccato che l’autore ricordi troppo brevemente come quel crescendo di bestiale violenza debba molto alle belluine pratiche coloniali già impiegate dalla ‘nazioni civili’ fuori dall’Europa (in Congo, in Namibia, in Sudafrica, in Libia) perché il punto è tutt’altro che secondario.

Milioni di morti innescarono la rivoluzione russa e la terribile guerra civile che insanguinò lo spazio sovietico, ma resero subito precari i regimi liberal-democratici di molti paesi d’Europa alle prese con una crisi di cui gli Stati Uniti finirono per disinteressarsi restringendo l’emigrazione. Poteva disinnescarsi la carica di violenza e di odio attivata dalla guerra? Kershaw prospetta a volte una narrazione finalistica, con un esito già noto, ma puntualizza – come può in un’opera di questa taglia – che il corso degli eventi poteva essere arrestato. Ci fu un momento, nei tardi anni venti, in cui parve che le ferite si stessero rimarginando. Ma il fascismo aveva preso il potere complici i vertici dello stato italiano; la rivoluzione bolscevica seduceva e spaventava ben al di là della sua reale forza espansiva, presto esaurita; la sinistra continentale perse l’occasione di marciare unita per l’insanabile contrasto tra comunisti e socialdemocratici; e la crisi del 1929 fece il resto, senza contare i conflitti etnici nell’Europa orientale e il latente antisemitismo. Anche laddove non nacquero veri e propri regimi fascisti (Polonia, Ungheria, Romania), le soluzioni di ultradestra prevalsero, e al disagio economico non fu offerto lo scudo protettivo di uno stato sociale di là da venire. I regimi democratici, dove resistettero, erano fragili, escludevano dal voto le donne, non seppero reagire alla provocazioni e aggressioni di Hitler. Eppure la fine di Weimar non era segnata, come non lo fu poi l’esito del conflitto civile spagnolo. In Germania fu l’abilità del nazismo nel dare risposte drastiche al desiderio di rivincita e al problema della sussistenza a permettere ai vertici di una piramide sociale poco incline alla democrazia di aprire le porte a Hitler. E non a caso Kershaw cita in epigrafe al capitolo dedicato alla vittoria del regime nazista un passo del romanziere Hans Fallada, che seppe fotografare la crisi del ceto impiegatizio weimariano in pagine che piacquero già a Siegfried Kracauer.

Le parti dedicate al secondo conflitto mondiale in Europa sono tra le più efficaci. Kershaw non insiste solo sullo sterminio degli ebrei, ma facendo tesoro di vent’anni di ricerche sulla condotta di guerra delinea la politica genocidaria applicata dal nazismo nell’Europa orientale – dalla Polonia, all’Ucraina, alla Russia –, dove il disprezzo razziale, l’asservimento, la rapina, l’ossessione antibolscevica e la volontà di cancellare l’ebraismo (con la complicità delle popolazioni locali) si combinarono fino a produrre milioni di morti e una violenza grottesca e ideologica, non paragonabile a quella sperimentata nella Francia o nell’Italia occupata. Fu in quella parte d’Europa che si pagò il tributo di morti e devastazioni più alto; e tuttavia Kershaw non occulta neppure il prezzo dell’escalation degli ultimi mesi del conflitto, delle bombe alleate, della violenza per reazione delle armate sovietiche in Germania e all’est, di regimi come quello degli ustascia in Croazia, di politiche eugenetiche di cui rintraccia l’origine nei primi anni del Novecento, della resa dei conti che si consumò ben dopo la fine della guerra, della pulizia etnica che colpì i tedeschi fuori dalla Germania, degli esuli e dei prigionieri lasciati morire. E dedica un bel paragrafo (pp. 494-513) al nodo del rapporto tra chiese cristiane e tragedia europea, non limitandosi a parlare dell’acquiescenza quasi completa del protestantesimo tedesco al nazismo, o dei silenzi di Pio XII, ma chiedendosi se la morte di dio sperimentata da milioni di donne e uomini non abbia contribuito al disincantamento e al tramonto del cristianesimo come forma del vivere che si sarebbe consumata dopo il ’68. Kershaw dedica anche alcuni paragrafi all’immaginario e ai consumi, circoscrivendo l’impatto delle avanguardie e sottolineando il crescente ruolo di massa dell’industria dei divertimenti (la musica, il calcio, il cinema, con ricordi familiari piuttosto divertenti) e la crescente attrazione esercitata dalla cultura popolare americana (del resto, Hitler amava i disegni animati di Walt Disney).

Il dopoguerra separò due aree dell’Europa, ne avvantaggiò una, sostenuta economicamente e militarmente dagli Usa, e preparò la lunga pace armata con l’URSS. Kershaw delinea la diversa radicalità con cui fu operata l’epurazione del fascismo a est e a ovest e si dice convinto che la paura del comunismo abbia fornito all’Europa occidentale una spinta a proteggere gli strati sociali più deboli prima lasciati al loro destino. Nessuno poteva prevedere che a quella catastrofe sarebbero seguiti anni di pace e benessere economico; nessuno poteva prevedere che i passi compiuti dalle classi dirigenti centriste verso un’unione europea pensata anche da esponenti socialdemocratici sarebbero stati solo i primi. L’inglese Kershaw loda la fine dei nazionalismi e la lenta convergenza di un continente che ha saputo lasciarsi alle spalle gli orrori che racconta. Ma il fatto che il suo libro sia apparso nelle librerie inglesi poco prima della Brexit, e in anni di rimonta della destra e di eclissi della sinistra in quasi tutto il continente, lascia immaginare che il ritorno dall’inferno può non rivelarsi definitivo.

[Immagine: Jake e Dinos Chapman, Hell (particolare)]

2 thoughts on “La seconda guerra dei Trent’Anni (1914-1949). L’Europa secondo Ian Kershaw

  1. “ Mercoledì 1 marzo 2017 – « Affatto manierata è poi l’aneddotica di retrovia e specialmente l’idillio del protagonista con una ragazza di Cassino, scollata come una pin-up girl. » (Leo Pestelli, recensione a All’inferno e ritorno, in La Stampa, 14 febbraio 1956) “.

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