Le parole e le cose

Letteratura e realtà

A scuola dai preti

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di Francesco Pecoraro

La scuola cattolica, il romanzo di Albinati che ha vinto il premio Strega 2016, mi ha fatto ripensare al liceo che per volontà illusione e irresponsabilità dei miei genitori, frequentai dal ’59 al ’64 del Novecento, in una costosa scuola-collegio di preti, tutta maschile, annidata – e quasi invisibile – nel nucleo storico di Roma. Un segreto luogo di tormento nascosto tra la via del Babuino e il Pincio, nel cuore del Tridente, che allora era ancora il centro artistico e culturale della città.

La memoria di quegli anni mi perseguita. Erano preti vestiti di nero, avevano al collo una specie di corto bavaglino bifido, non erano abilitati a dire messa, e stancamente insegnavano nozioni (conformiste cattolicanti arretrate) ai figli dei ricchi o comunque degli agiati. A quel tempo i romani benestanti e quelli che volevano sembrare tali (era il caso dei miei), mandavano i figli in queste scuole religiose, che, tranne forse l’eccezione del qualificato e gesuitico collegio Massimo, erano di fatto molto peggiori delle scuole pubbliche.

L’abbaglio era che lì si formasse la classe dirigente cittadina e si costruissero rapporti inter pares tra privilegiati, che poi sarebbero tornati utili nella vita. L’idea era che a partire da quelle scuole si entrasse in contatto con gli ambienti borghesi giusti, dove magari trovare una moglie di buona famiglia. Era un’idea sbagliata: la classe dirigente vera si formava altrove, nei licei di scuola pubblica come il Tasso, il Mamiani, il Virgilio, il Visconti, il Righi, l’Avogadro, eccetera, e non certamente in scuole come la mia. In realtà gli istituti cattolici privati erano all’epoca frequentati dalla schiuma dei parvenu del recente boom economico, i nulla-facenti figli di imprenditori e negozianti, di professionisti in fase ascendente e di qualche politico democristiano, cioè in pratica dalla progenie del generone, con l’aggiunta di rampolli di nobili poco avveduti e di quattrinari emergenti.

Quattrinari erano quelli che apparivano, improvvisamente e dal nulla, nella ristretta società cittadina dei primi anni Sessanta, con in tasca un sacco di soldi. In genere si trattava di piccoli industriali degli anni della crescita, di commercianti all’ingrosso di rapida fortuna, di concessionari di automobili arricchiti con la motorizzazione in atto del Paese e soprattutto di costruttori, i proverbiali palazzinari, categoria alla quale appartenne mio padre, finché stranamente, ma solo qualche tempo dopo, non dirazzò e prese una strada che l’avrebbe portato in giro per il mondo a restaurare per conto dell’Unesco fortezze di fango in Oman e minareti di mattoni crudi in Afghanistan.

Del resto il quattrinaro era il protagonista privilegiato della commedia all’italiana, che può sinteticamente definirsi come la messa in scena cinematografica dell’epopea del parvenu del Boom e del post-Boom di quegli anni, in cui tutto stava cambiando. E si può dire che fu per reazione a questi cambiamenti che mio fratello ed io fummo spediti, e successivamente incapsulati per cinque anni, in quella scuola di preti.

Oltre all’insegnamento scadente, le scuole di preti avevano almeno tre particolarità. Primo, non erano miste, quindi (tragicamente) niente ragazze. Secondo, erano frequentate anche da convittori, cioè da giovani molto depressi che vivevano reclusi in collegio e del mondo sapevano ancora meno di noi, il loro stato mentale di detenuti ci contagiava e ci incanagliva: in quegli anni di tumultuosi conflitti sociali, noi non sapevamo nulla, non credevamo a nulla. Terzo, fungevano da rifugio per i bocciati dalla scuola pubblica, e in genere per quelli che avevano poca voglia di studiare, che vi trovavano un’indulgenza compiacente travestita da falsa severità, e soprattutto la garanzia di passare all’esame di maturità, le cui commissioni esterne venivano, non so in che modo, pre-determinate e ammorbidite.

Le scuole di monache per ragazze immagino avessero funzione equivalente, con in più l’obbligo della divisa, che in genere consisteva in mocassini, calzettoni bianchi, gonna blu a pieghe, golfino blu e camicetta bianca. Niente poteva essere escogitato di più sexy di quel costume da educande, che le alunne (non comprendendone la carica erotica) subito si toglievano al pomeriggio, contraddicendolo con calze stivali minigonne eccetera e accrescendone così il fascino agli occhi di chi, avendole magari conosciute a una festa, le aspettava all’uscita di scuola.

Molti di noi, studenti delle devastanti scuole di preti, frequentavano ragazze che andavano dalle monache. In genere non le trovavamo affatto pie, anzi. Loro apparivano molto meno devastate dalle monache di quanto non lo fossimo noi dai preti. Erano gaie e leggere, divertenti, moderne, spregiudicate, non corrispondevano affatto ai loro omologhi maschili, che erano cupi, incerti, annoiati, incuranti di tutto, instancabili masturbatori, precocemente cinici ma ben convinti che la cosa più importante da fare era tenersi ben stretti i privilegi di nascita. Aggiungo che i pochi tra questi elegantoni che non erano del tutto disinteressati alla politica, risultavano autentici fascisti, oppure democristiani naturali e silenti, a quel tempo endemici.

Per quanto si possa oggi avere una visione mitica della Roma dei primi anni Sessanta, come della capitale cosmopolita della Dolce Vita, bastava conoscerla un po’ per capire che in realtà si trattava di un disincantato coacervo sociale, dominato da un ceto medio immutato nel tempo, torvo e provinciale, che presidiava le aree urbane post-unitarie e quelle pianificate dal PRG del 1931, come Prati e Delle Vittorie, il Quartiere Italia, il quartiere Trieste, i Parioli, e frequentava, come fa ancora oggi, i circoli sportivi sul Tevere. Tutto il resto, vale a dire la città della politica, del cinema, della cultura, dell’arte, erano innesti provenienti dall’esterno, che non spostavano (e mai hanno spostato) sostanzialmente niente nella mente dello zoccolo duro della borghesia cittadina. Ancora oggi è così.

La scuola di preti aumentava il tormento dei programmi ministeriali, costruiti non tanto per insegnare la vastità e la complessità del mondo, quanto per formare future classi dirigenti, inculcando nelle loro menti una sorta di neutrale umanesimo emozionale con funzioni di filtro ideologico primario dei dati della realtà, facendo loro credere che le «scienze umane» vengano comunque prima delle «scienze» tout court, come ancora oggi dimostrano le dimensioni relative degli scaffali delle grandi librerie della Penisola.

Il peggioramento pretesco consisteva nell’implementazione di tutto questo con assillanti somministrazioni di cattolicesimo elementare, catechistico, che produceva effetti devastanti anche in quelli tra noi dalla mente più aperta. Non diventavamo atei, ma dopo un paio d’anni molti di noi si erano trasformati in furiosi bestemmiatori. Succedeva per pura disperazione e odio e ribellione contro quelle quotidiane iniezioni religiose direttamente in vena. E allora dalla mattina alla sera era un continuo sibilare porcoddio & porcamadosca, pure in cappella, soprattutto in cappella durante le funzioni religiose, subito dopo la comunione, per gioco sghignazzo sfregio satanista.

Cinque anni di pessimo liceo scientifico (che già di per sé è un ornitorinco culturale, non riuscendo a essere né pienamente scientifico, né pienamente classico, né pienamente inutile), svaccati per cinque ore al giorno su banchi singoli, in giacca e cravatta obbligatorie, cercando di sopravvivere a tutto questo, sopportando una lezione pretesca dietro l’altra, percependo la sofferenza di quelle tristi impreparate creature sedute in cattedra, con tonaca nera e bavaglio bifido, disilluse e frustrate, che chiamavamo professori e più spesso frère, abbreviato in frè.

Cinque anni a studiare su manuali come Il problema della scienza nella storia del pensiero, un Lamanna per licei scientifici (era solo una confusa riduzione di quello per il liceo classico), o come una verbosa storia della letteratura italiana, di cui non ricordo l’autore, tutta tesa a individuare nel testo il punto di raggiungimento dell’arte, cioè di uno stato superiore di indefinibile avvicinamento alla pura espressività, eccetera: mattinate ad ascoltare queste lezioni burocratiche, preoccupate solo di finire il programma. Oltre alle bestemmie ci si distraeva con gare di caccole, versacci, oscenità varie, fino all’ora in cui finalmente noi esterni potevamo uscire, mentre i convittori, poveracci, andavano a mensa e poi in sala studio e poi non so, forse potevano persino farsi una passeggiata all’esterno.

L’insegnante di lettere era un viscido sfuggente pericoloso serpente in tonaca (mai si capiva cosa pensasse, quali fossero le sue intenzioni, mai con lui un momento di autentica comunicazione tra umani), il lungo riporto appiccicato sul cranio unto, lenti molto spesse che filtravano uno sguardo assente da calamaro spiaggiato, le labbra tumide e rosse, sempre bagnate di saliva: non mostrava per noi nessun interesse, né come uomo, né come insegnante. Uccideva qualsiasi argomento trattasse, perché si vedeva che non poteva fregargliene di meno, che desiderava con tutta l’anima di essere altrove, fuori di lì, da quell’inferno pretesco coi corridoi voltati a crociera, grandi vetrate di legno e vetri opacizzati ad altezza d’uomo.

Dopo qualche anno venni a sapere che aveva lasciato l’ordine e dopo poco inaspettatamente lo incontrai su un autobus. Indossava una giacca di tweed, spigata. Per il resto era lui, lo stesso riporto sul cranio unto, gli stessi occhiali di metallo con lenti molto spesse, lo stesso sguardo smorto. Fui preso da uno strano moto d’affetto e senza rifletterci esclamai Frè Pancrazio! Lui si girò, mi guardò appanicato, probabilmente mi riconobbe, non disse nulla e si voltò dall’altra parte.

[Immagine: Mario Giacomelli, Io non ho mani che mi accarezzino il volto (particolare)].

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  1. “ Domenica 21 settembre 1997 – Umberto Eco sa tutto di Jacovitti. Umberto Eco sa tutto del Vittorioso. Non è solo una questione generazionale. Il Vittorioso me lo ricordo anch’io. Lontani, lontanissimi anni Cinquanta. Che mi ricordo bene. Il Vittorioso lo detestavo. Leggevano il Vittorioso e andavano dai preti. Io dai preti non ci sono andato mai. (Comunque, alla fine, il Vittorioso ha vinto) “.

  2. “Io dai preti non ci sono andato mai” (barra)

    Si vede che – oh fortunato! – abitavi in qualche (rara) città spretata. Ma non è che sei stato un chierichetto rosso? In tal caso, anche tu sfortunato. Insomma che leggevi? Il Corriere dei piccoli?

  3. “ 23 febbraio 1994 – Una nottataccia. Ho sognato di un prete che si spretava – me lo diceva con commovente felicità. Piangevo dirottamente. Anche perché mi sarei dovuto in-pretare io. “.

  4. @ Pecoraro

    Hai ancora il dente troppo avvelenato. Posso sbagliare, ma secondo me, parlando dello spretato (Frè Pancrazio), ti fai un autoritratto. (Magari parziale). Ah, com’è difficile fare i conti con l’educazione cattolica!

    In contrappunto:

    DIALOGO TRA IL VECCHIO SCRIBA E IL GIOVANE GIARDINIERE

    Vecchio scriba –
    I particolari del nostro incontro sui banchi di scuola o in fredde sagrestie del sud ormai contano poco. E anche le ragioni del nostro stacco. Il tempo, che però spendesti in mezzo a noi, fu di buona semina. Ti prendemmo sul serio. Ti demmo alcuni pensieri e sensi ordinati, non solo divieti. Poi trasgredisti, ci odiasti. Dovemmo precluderti i nostri cenacoli. Da sole, nel loro corporeo conflitto con la Parola, nulla risolvono – sappilo – le rivolte. Una parte di noi, fascinata da disordine e orrore, resterà oscura e infida. A lungo o per sempre. E tu pure, da solo o con altri, ne hai saggiato il grumo viscido. Insoddisfatto dalle marmoree distanze di grammatiche e retoriche, esploralo quanto vuoi. Ma l’umano almeno, cui mirò in forma semplice la nostra scrittura, non trascurarlo mai. Non dimenticare i forzieri dei nostri inabissati vascelli. Altri mondi sconvolti ti hanno attraversato o invaderanno. Dopo il nostro naufragio, scrivine. Scrivi sulle orme del nostro antico e logico disegno. Evidenziale. Se ti resta solo il nero, anneriscile. Preziose sono le residue ombre.

    Giovane giardiniere –
    Quel mondo presepe contadino già si sconnetteva quando mi allontanai dal vostro giardino di parole. E le sue immagini si carbonizzarono presto in simboli oscuri e allarmanti. Del mondo moderno, imprevisto o temuto dai vostri seminari, avevo spiato in pochi libri le sue forme a scatti, la sintassi e i ritmi irregolari. Erano più vicino ai moti del mio corpo, al suo respiro affannato. E ne divenni un ladro, studioso e ingordo. Fatti adulto! Fatti artista! Fatti politico! Fatti pratico! Fatti storico! – ingiungevano ora accademie e università al giovane magro e silenzioso che fui in mezzo a voi. E da voi fuggendo, quei comandi incompleti me li trascinai dietro, assieme alle vostre riconoscibili catene e sporcate reliquie, accumulando parole e grafismi d’amore e livore. Così, in materne fiabe e carnevali pezzenti, salvai le stravolte immagini dell’infanzia. E anche nelle città restai in ascolto degli echi contadini.
    Non potevo più a lungo sopportare così addentro alla mia carne la voce complice che voi, i velati della religione cortigiana e clemente della Parola, prestavate a nemici ignoti. E ancora mordo e strido quando con suoni sincopi e arcaici timori scrivo di te, di voi, miei ammaestratori. Perché so che quell’umano ideale e il vigore ambiguo della vostra stretta autorevole troppo discende da materiali e potenti domìni, non dalle celesti figure predicate.
    Non sbagliai, perciò, ribellione. Sbagliai a implorare, e da voi, e con ghigni beffardi da escluso, la restituzione del senso del tempo passato in mezzo a voi. Il mio poema d’infanzia e gioventù lo credevo catturato nelle vostre sacrestie o biblioteche o nelle preghiere e formule metriche. Ma, assieme alle vostre catene, me l’ero portato con me negli anni della rivolta e poi della solitudine. Voi neppure lo avevate raccolto. L e mie ansie predatorie, le memorie di dialetto, le servitù subite e persino la sublimante spinta alla fraternità da voi plasmata la riteneste trascurabile scarto del vostro educandato.
    Fragile e stordito, resisto ora all’eclissi dell’antica Parola e al mondo dell’istante, che replica in orride serie lo shock rivoltoso del moderno. Il marchio di un altro potere, impresso a sbalzo e ben più indelebile e subdolo, ridimensiona il vostro, di signori declassati e accomodatisi alla mondiale usura.
    Sì, delle orme e ombre vostre ho scritto. E riaprirò qualche volta i telematici forzieri dov’è seppellita, antiquaria mercanzia, la Parola del vostro umano. Non sfama i profughi e i migranti. Né i pani e i pesci del vostro convivio di privilegiati si moltiplicheranno per la moltitudine reietta che incalza. Ben più ampia dovrà essere la comunità che viene. E più dialogante il comunismo da costruire nelle nostre menti clandestine.

    (da E. A., Scriptorium, anni 90/marzo 2017, inedito)

  5. Bello. Davvero interessante … e dopo quel liceo?

  6. Il pezzo mi sembra un racconto autobiografico del tutto personale e soggettivo, che falsifica la realtà storica e si sovraccarica di elementi ideologici, come l’anticlericalismo. Pezzi simili, anche più critici nei confronti della scuola frequentata, si possono sentire anche da chi ha frequentato licei statali, magari importanti e tradizionali licei statali. Io non ho frequentato né le scuole dei preti né quelle dello Stato, perché, di famiglia poverissima, ho cominciato a lavorare a dieci anni. Lavorando senza mai interruzioni, ho nel corso degli anni conseguito la licenza media, due diplomi di scuola media superiore e due lauree, ritornando a scuola, a 25 anni, come insegnante vincitore di concorso senza mai aver fatto un giorno come supplente o docente precario. Nel corso della mia carriera di docente di storia e filosofia nei licei scientifici e poi di preside di liceo, ho conosciuto, come commissario e/o presidente di commissioni di maturità, molti licei classici e scientifici e istituti magistrali, a Milano (dove risiedo e vivo), a Napoli e in altre città. Sulla base di questa mia esperienza posso dividere le scuole in tre tipi: quelle statali, quelle private laiche, quelle private religiose.
    a) Quelle private laiche, salvo qualche raro caso, sono in genere dei diplomifici per il recupero degli anni e per portare al diploma giovani spesso pluribocciati in altre scuole. Molte di queste scuole operano ai limiti della legalità o, peggio (le cronache registrano vari scandali nel corso dei decenni), oltre la legalità, ottenendo tramite la corruzione commissioni di esami compiacenti che promuovono tutti, ignoranti completi compresi, purché paganti. Questo mi è capitato, ad esempio, a Napoli, dove in uno di questi diplomifici tutti gli studenti, assolutamente impreparati, hanno sbagliato un facile compito di matematica perché – udite udite! – non avevano potuto copiare, come era stato loro promesso, in quanto il loro insegnante di matematica, membro interno della commissione, non era, neppure lui, riuscito a svolgere il compito. Questo la dice lunga anche sul tipo di docenti impiegati. Nel corso degli scrutini ho rilevato tutta una serie di falsità, fra cui l’attestazione falsa di frequenza delle lezioni da parte di studenti che non si erano mai visti (abitanti anche a oltre cento chilometri di distanza e impiegati in lavori che non permettevano l’allontanamento). Fra i falsi studenti c’erano anche dei carabinieri e degli agenti di polizia che avevano bisogno del diploma di maturità per avanzare di grado. Insomma, in questa situazione del tutto anomala, tutte le commissioni promuovevano il cento per cento degli studenti, già da anni, con una continuità ininterrotta. Nella mia commissione è però capitato che in due commissari, non napoletani e non nominati a sostituzione dei rinunciatari inizialmente nominati, ci siamo opposti, e a furia di liti e lunghissime polemiche siamo riusciti a bocciare tre studenti su 70. Solo tre. Ma evidentemente alla direzione della scuola sembrava troppo e, dopo aver redarguito i commissari che pur corrotti, in quei tre casi avevano votato per la bocciatura temendo denunce e inchieste della magistratura, trattandosi di tre studenti che non avevano mai frequentato e il cui esame era nullo da tutti i punti di vista sia negli scritti sia negli orali, la direzione ha imposto – illegalmente – la sospensione dello scrutinio e ha chiamato un ispettore ministeriale. Il quale è venuto non per controllare la regolarità degli esami e dello scrutinio, ma per fare la voce grossa contra il sottoscritto e l’altro commissario rei di volere qualche bocciato, invitando a tener conto che trattandosi di studenti lavoratori, molti già adulti, non potevamo giudicarli sulla base dei risultati dell’esame ma solo sulla personalità generale, sul giudizio che di loro dava la scuola ecc. ecc. Ho, naturalmente, risposto per le rime invitando la scuola e l’ispettore a denunciarci, se ritenevano illegale il nostro operato, altrimenti a non interrompere illegalmente lo scrutinio e a non ingerirsi nei lavori della commissione facendo pressioni contro la sua autonomia. L’ispettore, capito che rischiava lui stesso una denuncia, dopo aver ripetuto generiche raccomandazione se n’è andato. E alla fine i tre bocciati sono rimasti bocciati. Devo aggiungere che fin dal primo giorno degli esami la direzione della scuola aveva tentato di corromperci offrendoci gratuitamente vitto e alloggio in un albergo vicino, e facendoci intendere che però avrebbero emesso ugualmente una fattura di spesa per farci ottenere il rimborso. Avendo rifiutato, abbiamo subito notato un certo clima di attenzione e ostilità nei confronti di noi due unici commissari non venduti.
    b) Corbellerie e illegalità di ogni tipo le ho trovate anche nelle scuole statali, del tipo: 1) un membro interno chiede alla commissione di bocciare uno studente, che pure aveva fatto un buon esame, perché nel corso dell’anno non aveva mai avuto la sufficienza in latino (aveva cinque). Mi accorsi subito che vi era dell’astio personale e trattai male, come presidente di commissione, quel membro interno richiamandolo ai suoi doveri e all’obiettività. 2) Al liceo classico P—– di Milano, scuola dall’antico (e non sempre meritato) prestigio, in una classe quasi tutti gli studenti avevano, in greco, voti dall’uno al tre, evidenziando una situazione del tutto anomala. Il membro interno chiede che quei voti bassi non siano considerati perché il docente, afferma testualmente, è pazzo, litiga sempre con gli studenti e si sfoga dando quei voti. Allora chiedo alla scuola la documentazione necessaria a verificare quella grave affermazione, mi faccio portare e leggo a voce alta tutti i verbali degli scrutini della classe, non solo dell’ultimo anno ma anche dei precedenti, e il fascicolo personale del docente. Da nessun documento risulta la minima segnalazione del problema e la minima contestazione della presunta pazzia del docente di greco, per cui, dico alla commissione, non possiamo essere noi a sostituirci al consiglio di classe e alla presidenza del liceo. Noi possiamo solo basarci sulla documentazione esistente e sui risultati degli esami. Il membro interno sostiene che, trattandosi di un collega, nessuno aveva mai voluto ufficialmente contestarlo, ribadendo che però la commissione doveva tenerne conto. Insomma, la scuola, per omertà e vigliaccheria dei docenti e dei presidi, aveva tollerato una situazione, ma si chiedeva alla commissione, che non ne aveva nessuna autorità, di rimediare al malfatto. Pur tenendo in qualche modo conto della segnalazione, quei brutti voti in greco hanno comunque abbassato la media generale di molti studenti, né poteva essere diversamente. 3) Al liceo scientifico D—– di Milano le due classi affidate alla mia commissione per gli esami di maturità presentano, in quasi tutte le materie, un programma che è appena un terzo del programma previsto per la quinta classe del liceo scientifico. I programmi sono accompagnati da una relazione, di docenti e presidenza, in cui si narra che, a causa di una serie di sostituzioni di insegnanti supplenti, di periodi rimasti senza insegnanti, di scioperi e assenze collettive varie e così via, le classi non avevano potuto svolgere regolarmente il programma. Insomma, abbiamo dovuto giudicare gli studenti sulla base di un programma non svolto, non solo restringendo il campo dei colloqui di esame, ma anche giustificando (specialmente in matematica) gli errori nei compiti scritti perché dovuti alle parti di programma non svolto. Un ispettore del provveditorato è venuto per raccomandarci di attenerci solo ai programmi effettivamente svolti e di essere clementi. In sostanza una classe, che avrebbe dovuto essere bocciata in blocco, è stata invece promossa in blocco perché era quasi impossibile verificare veramente l’effettiva preparazione.
    c) Le scuole private religiose, specialmente quelle di vecchia tradizione, le ho invece quasi sempre trovate – dal mio osservatorio di commissario o presidente di commissione – ottime scuole. Le classi esaminate presentavano programmi completi e la preparazione degli studenti era mediamente maggiore di quella delle corrispondenti classi statali. Gli studenti, inoltre, sia maschi sia femmine, mi sono apparsi più disciplinati ma mai cupi, chiusi o imbambolati o ignari del mondo attorno. Certamente più “conformisti”, se si vuole, ma non con quei tratti negativi che secondo Pecoraro sarebbero propri degli studenti di scuole private religiose. Probabilmente, riferendomi io agli anni dai Settanta in poi, la situazione era cambiata rispetto ai due decenni precedenti. Comunque sia, ogni volta che alla mia commissione sono state affidate sia classi statali sia classi di licei religiosi, il confronto è stato impari, a vantaggio delle scuole religiose. Nell’esempio sopra citato del liceo milanese D—– con due classi che avevano svolto solo un terzo del programma, insieme a quelle due classi la commissione ne aveva una, femminile, di un istituto delle Orsoline. Un gruppo di vivaci e brillanti ragazze che avevano svolto al cento per cento il programma d’esame previsto; che, sia pure a livelli diversi, erano tutte preparate a sufficienza e, in diversi casi, in modo ottimo. Ragazze che hanno svolto bene i compiti scritti e che all’orale non hanno mai fatto scena muta, dimostrando uno studio sistematico e attento. Nel compito scritto di italiano, poi, alcune hanno evidenziato anche una apertura verso le problematiche di attualità che presupponeva la lettura di quotidiani e l’attenzione per l’informazione mediatica. Inoltre, in questa come in altre occasioni, gli studenti delle scuole religiose hanno dimostrato una maggiore coesione e solidarietà fra di loro, una pratica di volontariato esterno alla scuola e altri tratti comportamentali eticamente apprezzabili. In un’occasione vi erano due disabili che erano stati costantemente aiutati dai compagni di classe sia nella vita sia nello studio sia infine nella preparazione dell’esame di maturità, nel quale hanno conseguito risultati sufficienti. E non mi era mai capitato, nei miei decenni di insegnamento nelle scuole statali, vedere con quanta gioia i ragazzi hanno festeggiato i loro compagni disabili dopo gli esami.

    d) Per quel che riguarda docenti viscidi, ne ho incontrati parecchi, fra i miei colleghi statali. E soprattutto docenti omertosi nei confronti di colleghi che avrebbero meritato di essere scacciati a calci in culo. Come preside ho spesso cercato di evitare bocciature, o rinvii a “settembre”, di studenti che avevano solo una o due insufficienze a livello di cinque in un contesto di voti sufficienti o più che sufficienti nelle altre materie. In tutti questi casi, come del resto prevede la normativa, ho cercato di far prevalere il volo collettivo del consiglio di classe su quello negativo del singolo docente, ma ho quasi sempre dovuto constatare come funziona il meccanismo immorale dell’omertà, con i docenti, anche compagni della sinistra radicale degli anni Settanta e Ottanta, che rispondevano: io per me lo promuoverei, ma se l’insegnante della materia dove ha l’insufficienza dice che non è possibile, non posso votare contro il suo parere. Nel dubbio, insomma, lo studente veniva condannato e il collega assolto.
    e) I testi di Paolo Lamanna, qualunque giudizio si dia su di essi, erano adottati in tutta Italia e in molte scuole di ogni tipo, statali e private e religiose e comunali. Pertanto, anche volendo considerare la loro adozione un difetto da condannare, era un difetto largamente condiviso, non certo proprio delle scuole cattoliche.
    f) I difetti che Pecoraro attribuisce alla scuola dei preti, tolto l’aspetto soggettivo della critica, si possono definire come difetti propri di tutta la scuola italiana, statale o non statale. Difetti in parte derivanti dall’estremo conformismo, dalla mancanza di ogni concorrenza positiva fra le scuole, dalla mancanza di selezione dei docenti e, prima ancora, di mancanza di una adeguata formazione; dall’astrattezza dei programmi e delle didattiche; di mancanza di controllo disciplinare (sui saperi, sulle didattiche, sui comportamenti) sui docenti, o di strumentalizzazione a fini non pertinenti del controllo (tipo, in qualche raro caso, di discriminazione per motivi politici o ideologici). Sono, insomma, i difetti di una scuola abbandonata a se stessa, ma caricata di compiti e aspettative che vanno oltre le sue possibilità e le sue finalità, strumentalizzata, da partiti e sindacati, a fini clientelari e assistenziali e per l’assunzione senza criterio adeguato di docenti spesso non motivati, per i quali l’insegnamento è un ripiego. Il movimento studentesco, da parte sua, sia a livello di scuole medie superiori sia spesso a livello universitario, ha peggiorato la situazione, strumentalizzando la contestazione scolastica a fini politici generali senza mai produrre, salvo qualche raro documento rimasto lettera morta all’interno degli stessi studenti, proposte e progetti di riforma capaci di incidere sulle questioni concrete, a partire dai programmi e dalla didattica. In questi campi l’azione degli studenti è sempre stata di tipo corporativo, che in pratica, nella vita quotidiana delle classi, si traduceva in studiare meno, studiare peggio, ma essere comunque promossi, in linea con gli obiettivi di degradazione della scuola perseguiti dai loro (in teoria) nemici di classe. Tanto che la scuola di oggi è senz’altro peggio di quella di decenni fa e il fatto che sia una scuola di massa mentre oltre cinquant’anni fa non lo era, non giustifica i troppi aspetti negativi esistenti. Pur essendo in pensione, mi capita spesso di parlare di scuola con docenti di ogni età e mi meraviglia (ma non troppo), che si ritengano soddisfatti quando riescono ad avere un qualche controllo della classe (il che vuol dire studenti che non scappano fuori, che non fanno troppe assenze, che non giocano a carte durante le lezioni ecc.), sebbene i livelli di apprendimenti siano minimi.
    g) Secondo alcuni miei amici, io sono stato fortunato a non essere mai andato a scuola come studente. È noto che la letteratura sui danni che la scuola produce ai giovani è immensa. George Bernard Shaw affermava: «L’unico periodo in cui la mia educazione si è interrotta è quando andavo a scuola». E le citazioni di chi considera il suo periodo scolastico un periodo di buio e di dolore, riscattato solo dalla vita fuori della scuola, si potrebbero moltiplicare a centinaia. Ma ciò riguarda, ripeto, tutte le scuole, non certo solo quelle religiose.
    h) A scanso di equivoci avverto che io non sono cattolico né religioso e che ho militato a sinistra, qualche volta anche nella sinistra radicale, ma che essendomi occupato per tanti anni di scuola, con l’insegnamento, con lo studio e con la scrittura di alcuni libri, devo dire che tutta la mia esperienza mi induce a non condividere le facili accuse anticlericali delle scuole religiose in sé, che non sono il risultato di una analisi critica corretta ma solo di impressioni personali. Anche in questo settore, come in tutti gli altri dell’organizzazione sociale, ho maturato idee libertarie; io sarei per l’abolizione delle scuole statali, per l’abolizione dei programmi ministeriali, per l’abolizione degli esami stabiliti per legge, per l’abolizione dei titoli di studio come passaporto necessario per l’accesso a certi impieghi e professioni, per la più completa libertà di organizzazione scolastica, di scelte individuali, di percorsi di formazione, di concorrenza positiva ed emulativa nella preparazione dei giovani (educazione, istruzione, formazione professionale ecc.). Il meglio non potrà che venire dalla libertà più estesa, non da una riforma statalistica che sostituisca l’un per cento di un modello corazzato con un altro analogo modello altrettanto corazzato e che pretenda che lo stesso cibo malcotto servito alla stessa ora debba andare bene a tutti dalle Alpi a Pantelleria. Una volta era una teoria di sinistra (chi si ricorda di quello che Althusser scriveva sulla scuola?) considerare la scuola un’istituzione repressiva, come le carcerari, come i manicomi, ma la breve stagione della sinistra libertaria ha poi lasciato il posto alla sinistra statalista che, contro ogni malfunzionamento della scuola statale, chiede, assurdamente, più intervento statale, assicurandosi così più malfunzionamento in un ciclo chiuso da cui non se ne esce, se non si ha il coraggio di individuare la soluzione nella libertà e contro lo Stato.

  7. Naturalmente nel pezzo parlo di una determinata scuola in un determinato periodo e la mia è una visione (un giudizio?) del tutto soggettiva. Non intendevo dire cose generali sulle scuole religiose. Anche se l’idea di mandarci mio figlio non mi ha toccato neanche per un secondo. I primi anni Sessanta furono segnati da una divaricazione, crescente e oppositiva, tra la cultura dei padri, intesi anche come preti, e quella dei figli, che nella percezione di chi scrive, si sommò alle specificità dell’insegnamento in quella particolare scuola di preti, che era del resto molto stimata nella classe sociale da cui attingeva gli allievi.

  8. “ Lunedì 13 marzo 2017 – Poi vedo la televisione. E penso che nella televisione spira un’aria da sacrestia. “.

  9. Pezzo interessante. Però non esistono preti “non abilitati a dire messa”: o sono preti sospesi “a divinis”, e allora non si capisce perché gli avrebbero affidato un compito come quello di istruire i giovani, o semplicemente non sono preti ma tutt’al più oblati ossia “fratelli laici”. Al prof. Aguzzi farei notare che, indipendentemente dalle sue intenzioni, le sue idee sulla scuola (che più che Althusser mi ricordano Ivan Illich) nell’attuale contesto socioeconomico non risultano affatto libertarie ma tutt’al più liberiste.

  10. Quello che gli angli pragmatisti non capiscono, definendo chi ne parla come full of shit, e’ esattamente lo specifico letterario, ormai qui in Italia limitato agli over 70 perche’ prima si e’ troppo dentro il chiacchiericcio per non rimanerne assorbiti o diluiti, mentre dopo i 70 gli str…i veri invece galleggiano.

  11. @ Il fu GiusCo

    Anche prima dei 70, mi pare.

  12. che bello saperla ancora vivo :)))
    colgo l’occasione per mandarle
    uno o più baci
    e per farle sapere
    che io non l’ho dimenticata

    la funambola

  13. Un bel pezzo, che ho gustato come un piatto ben cucinato.

  14. @Abate
    Ribadisco. Ormai qui per essere pubblicato dalle major nelle collane contemporanee devi scrivere come un collione, tutto smielato, in modo che scemini e scemoni di facebook comprino forse il libro fra un laik e l’altro. Almeno il Peco butta un po’ di sangue, sangueemmerda avrebbe detto un valido scrittore emergente romano dei primi anni 2000, qui per sua informazione: https://m.youtube.com/watch?v=oL87CO3jnT8

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