Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Metafisica della puttana reale

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di Paolo Godani

Per molto tempo la filosofia, e in particolare la metafisica, si sono organizzate stabilmente, con la sicurezza della talpa nella sua tana, nella forma del trattato. Oggi che, per queste discipline almeno, il genere del trattato “scientifico” è diventato quasi solo il derisorio nome accademico di un oggetto indefinibile, situato tra la rassegna bibliografica e il quaderno di appunti, la filosofia ha un bisogno imperioso di cercare nuove forme di espressione.

Tra i pochi impegnati in questa ricerca, alcuni (per esempio Giorgio Agamben) ricordano come, da Parmenide a Lucrezio, i filosofi ancora percepissero la stretta parentela che li legava ai poeti, e come la percepissero, stranamente, proprio nel momento in cui pretendevano di comporre un’opera scientifica; altri tentano invece di reinventare uno stile per la filosofia mettendo le sue categorie alla prova di una molteplicità di eventi minimi o marginali, della storia o dell’esistenza. È ciò che fa, per esempio, Jacques Rancière, quando organizza i suoi testi attorno a quelle che chiama scene (come accade esemplarmente in Aisthesis. Scènes du régime esthétique de l’art, Galilée 2011) e che sono situazioni o momenti, in loro stessi quasi insignificanti, ma capaci nondimeno di presentare, come sulla scena di un teatro o sullo schermo del cinema, una svolta nel modo di pensare.

Sembra voler combinare entrambe le strategie Laurent de Sutter, in un testo, Metafisica della puttana, tradotto ora da Aldo Prini per la collana “Scienza” delle nuove e preziose edizioni Giometti & Antonello di Macerata.

Si tratta di un libro di poco più di cento pagine, organizzato in cinque parti, con un una cinquantina di brevi capitoli, che manifesta un’ormai rarissima attenzione e passione per la scrittura. Il lettore viene portato, senza soluzione di continuità, da Bukowski, con cui si apre il capitolo 0, a Bukowski, nella Coda che chiude il libro, passando per Baudelaire Godard, Berg, Joyce, Genet, come se le scene attraversate avessero il ritmo dei diversi movimenti di una partizione musicale, o come se si trattasse di Variazioni su un unico tema, quello della puttana.

Chi è, ammesso che possa essere un qualcuno, questo strano essere che a suo tempo popolava i bordelli? Che tipo di relazione intrattiene, con lei, il cliente di una prostituta? E soprattutto, che cosa cerca e che cosa gli rivela di sé quel rapporto? Laurent de Sutter, senza girarci troppo attorno, spiega che nella modernità la putain o la coquette ha sempre a che vedere nientemeno che con la verità. Più precisamente, con l’inestricabile intreccio di verità e apparenza, di realtà e illusione, di simbolico e immaginario, che costituisce il nostro mondo, e nel quale la puttana emerge come il reale allo stato puro.

Già Simmel, in un testo del 1909 sulla Psychologie der Kokotterie, aveva notato che la coquette – come ricorda Sutter – è “la donna che lascia credere di essere disponibile, ma presenta sempre ‘un’ultima segreta restrizione della propria anima’, che si limita a far immaginare. È questo quasi-niente sottratto alla possibilità del possesso ad essere oggetto del desiderio, e quindi causa dello sconvolgimento da esso prodotto – perché esso corrisponde a ciò che non avremo mai” (p. 72). La “civetta” insomma è colei che, nella sua esplicita esposizione, nella manifesta finzione che nondimeno fa realmente sorgere il desiderio, rende evidente sino a che punto l’illusione e la realtà siano inseparabili; al contempo, in lei si fissa un punto cieco, una casella vuota che è ciò a partire da cui tutto lo spettacolo si gioca, ma anche il luogo che di quello stesso gioco non potrà mai fare pienamente parte.

Da qui, Sutter giunge a formulare un vero e proprio “principio della civetteria”, che suona così: “ c’è verità solo nello sconvolgimento di un ordine; e c’è verità solo quando il motore dello sconvolgimento è il desiderio. Per questa ragione – d’altronde avviene lo stesso nella psicanalisi – pagare la puttana è così importante. Se il denaro è lo strumento dell’impossibile possesso, di conseguenza esso diventa anche la misura di quanto non può essere posseduto” (p. 73).

Questo qualcosa che non può essere posseduto sembra avere il suo luogo di residenza nel bordello o, più precisamente, il quello che Sutter chiama “il bordello del reale” (p. 61). Qui, in un paragrafo nel quale si parla di Lacan con Joyce e altri, il Reale si presenta come l’opposto della realtà: è non solo “il limite del basso”, ma è soprattutto l’incarnazione dei bassifondi, cioè anche “la parodia della città”. Il bordello è “il luogo del reale in un mondo completamente immaginario, ovvero completamente strutturato dalle distinzioni immaginarie operate dalla polizia in nome di una verità che non è nient’altro che un nome”; è per questo che “è sempre stato percepito come insopportabile da tutti coloro che accettano la verità soltanto come ordine, il tempo come norma, lo spazio come divisione. Il bordello – conclude Sutter forse parodiando Heidegger – è lì dove la cosa succede, indipendentemente dall’edificio, dalla camera o dalla cornice della porta entro cui qualcuno, per un istante, incontra una puttana” (ibidem).

Nondimeno, il Reale non è un altrove. Non è forse proprio questo che ci insegna il bordello di cui Sutter fa una sorta di rivelatore della realtà? L’idea della puttana, quella che consente di farne una metafisica, è l’idea di un mondo nel quale tutto è esposto e tutto è a disposizione, un mondo interamente risolto nell’equivalente generale e fantasmatico di un desiderio infinito – che però manca sempre il proprio soddisfacimento. Per questo la nostra realtà, che si regge sull’esposizione e la disposizione della merce, ha le apparenze di un bordello. Ma, per la stessa ragione, solo il bordello reale, quello in cui l’insoddisfazione del desiderio non è foriera soltanto di frustrazione, ma produttrice di una tensione verso ciò che si sottrae a ogni scambio possibile, può strappare il velo della finzione che governa la realtà. Così si pone, per Sutter, anche il problema politico della prostituzione. Non si tratta di guardare la puttana dal punto di vista del suo sfruttamento (come faceva ancora Aleksandra Kollantaj nelle Basi sociali della questione femminile, 1909), cioè, in fondo, di adottare lo stesso sguardo, seppur capovolto, del cliente borghese, “incapace di capire che, nel momento in cui andava a letto con Lulu, egli riceveva il suo amore, un dono che non dipendeva dal suo denaro ma dal suo essere” (p. 39). Non si tratta dunque di liberare la puttana, bensì di pensarla (spiega Sutter con Karl Kraus) come “la liberatrice”. Solo lei, infatti, offre gratuitamente il suo amore, anche a qualcuno che, avendo dato denaro in cambio, non si rende conto averlo ottenuto. “Se una rivoluzione-Lulu è esistita – si legge a proposito dell’opera di Berg – è stata una rivoluzione invisibile, una rivoluzione dello sguardo quale organo della percezione delle superfici” (ibidem), perché l’amore di Lulu, come l’amore venduto, donato e trattenuto da ogni prostituta, implica al contempo l’elevazione di quanto è superficiale e l’oblio del suo essere superficiale, cioè, insieme, la consapevolezza che l’amore, come la verità, si paga, e la verità che l’amore non si dà senza un “oblio del denaro” (p. 36).

Nonostante il piacere del testo, viene il sospetto che anche questa puttana, con il suo bordello, non sia che una metafora del (bordello) reale. E non perché, in fondo, tutto quanto si possa dire sul Reale sia sempre un modo per sviare il suo incontro, o perché il Reale si possa soltanto vivere e non pensare, ma perché ci sono discrete possibilità che l’esperienza reale del bordello sia più una triste copia che una parodia dell’esperienza “borghese”, del suo ordine e della sua polizia. È indubbio che il bordello, nel buon costume poliziesco che definisce le persone per bene, sia stato espulso ai margini della città e della civiltà, come se queste ultime non fossero anche, con ogni evidenza, l’incarnazione stessa della menzogna e della truffa (o del “vero” che “tenta di forcludere la verità”, p. 102); ed è altrettanto indubitabile che la nostra saggezza, come quella di Bukowski, non può che detestare “l’ordine, la polizia, l’evidenza, la regolarità, la regola, la norma, il gusto, il buono, il bene” (ibidem); ma appunto per questo dovremmo forse sapere che è illusorio fare affidamento ad ognuno dei contrari di quei termini per uscire dall’ordine del “Bene”. Bisognerebbe ammettere non solo che l’irruzione del Reale non può avere un suo domicilio stabilito, neppure se si tratta di un bordello, ma forse che il Reale non assomiglia neppure a qualcosa come un’irruzione, a un evento sopra-numerario che, per il solo fatto di essere fuori dagli schemi, sarebbe capace di sconvolge l’ordine costituito.

Davvero reale è forse soltanto lo sguardo distratto con cui una prostituta rivela che lì, nel suo bordello, non sta succedendo proprio niente di diverso da quanto succede fuori, niente di sublime, nessuna verità all’orizzonte, un lavoro come un altro, con il solito, tranquillo vociare che si sente in un mercato – da cui talvolta, come si sa, non solo il desiderio, ma neppure la pura dépense è esclusa.

[Immagine: Egon Schiele, Ragazza nuda accovacciata (particolare)]

 

Un commento

  1. “ Martedì 28 maggio 1996 – « 26 maggio 1954 mattina – Chi mi à mandato nella notte un sonno delizioso e osceno che potrei intitolare: la puttana da dieci lire? » (Giovanni Comisso, Diario) “.

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