Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Il borghese

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di Franco Moretti

[Il borghese, il nuovo libro di Franco Moretti pubblicato in versione italiana da Einaudi, intreccia letteratura, storia, filosofia e scienze umane per riflettere una figura sociale decisiva nello sviluppo della società moderna. Queste sono le prime pagine del saggio. Ringraziamo l’autore e l’editore].

 «Io sono un membro della classe borghese».

 Il borghese… Non molto tempo fa, questo concetto sembrava indispensabile all’analisi sociale; oggi invece possono passare anni senza che se ne parli. Anche se il capitalismo è più potente che mai, la sua incarnazione sembra essere svanita nel nulla. «Io sono un membro della classe borghese, mi sento tale e sono stato educato alle sue idee e ai suoi ideali», scriveva Max Weber nel 1895 [1]. Chi potrebbe ripetere oggi quelle stesse parole? Le «idee» e gli «ideali» borghesi: ma che cosa sono?

Questo cambio di atmosfera si riflette anche nel lavoro accademico. Simmel e Weber, Sombart e Schumpeter: tutti vedevano nel capitalismo e nel borghese – in economia e antropologia – due facce della stessa medaglia. «Non conosco alcuna lettura storica seria del nostro mondo moderno», scriveva Immanuel Wallerstein un quarto di secolo fa, «in cui sia del tutto assente il concetto di borghesia. Ed è giusto così. Difficile raccontare una storia in cui manchi il protagonista principale»[2]. Eppure, oggi, anche quegli storici che sottolineano con enfasi il ruolo svolto da «idee e ideali» nell’ascesa del capitalismo (Meiksins Wood, de Vries, Appleby, Mokyr) mostrano scarso interesse per la figura del borghese. Come ha scritto Ellen Meiksins Wood, «In Inghilterra esisteva il capitalismo, ma non come creazione della borghesia. In Francia esisteva una borghesia (piú o meno) trionfante, ma il suo progetto rivoluzionario aveva poco a che fare con il capitalismo». O ancora: «borghese non è necessariamente da identificarsi con capitalista»[3].

Vero, l’identificazione non è automatica; ma ad ogni modo il punto è un altro. «La genesi della borghesia occidentale e della sua natura peculiare», scriveva Weber ne L’etica protestante, è «strettamente connessa con la genesi dell’organizzazione capitalistica del lavoro, ma naturalmente non si identifica semplicemente con essa»[4]. Due processi strettamente connessi ma non identici. Ecco l’idea alla base di questo libro: guardare al borghese – la storiografia si è sempre interrogata circa «il» borghese – e alla sua cultura come elementi di una struttura di potere con la quale, tuttavia, non coincidono del tutto. Peraltro, parlare di «un» borghese, al singolare, è a sua volta una scelta discutibile. «L’alta borghesia non poteva separarsi formalmente dai suoi inferiori», scrive Hobsbawm ne L’Età degli imperi: «la sua struttura doveva rimanere aperta a nuovi adepti – questa era la caratteristica della sua natura»[5]. È proprio questa permeabilità, aggiunge Perry Anderson, a distinguere la borghesia dalla nobiltà che la precede e dalla classe operaia che la segue. Nonostante le importanti differenze all’interno di ognuna di queste classi contrapposte, esse presentano una omogeneità strutturalmente superiore: l’aristocrazia si definiva tipicamente attraverso uno statuto legale in cui si combinavano titoli civili e privilegi giuridici, mentre la classe operaia si delinea complessivamente attraverso la condizione del lavoro manuale. La borghesia non possiede una pari e intrinseca unità di gruppo sociale [6].

Confini penetrabili e debole coesione interna: sono caratteristiche tali da invalidare l’idea stessa di borghesia in quanto classe? Non la pensa così il suo massimo storico vivente, Jürgen Kocka: a patto che si distingua tra ciò che potremmo chiamare il nucleo di questo concetto e la sua periferia. Di fatto, quest’ultima ha dimostrato un’estrema variabilità in termini storici e sociali: fino al tardo xviii secolo era costituita perlopiú dai «piccoli imprenditori autonomi (artigiani, commercianti al dettaglio, locandieri e piccoli proprietari)» dei primi centri urbani europei. Cento anni dopo, la sua popolazione era completamente diversa, composta da «funzionari e impiegati amministrativi di medio e basso livello»7. Ma nel frattempo, nel corso del xix secolo, era emersa in tutta l’Europa occidentale la figura sincretica della «borghesia proprietaria e istruita», venendo a rappresentare un centro di gravità per la classe nel suo complesso e rafforzandone le caratteristiche di potenziale, nuovo ceto dirigente: una convergenza che trovò espressione in tedesco nell’accoppiata concettuale di Besitzbürgertum e Bildungsbürgertum – borghesia di proprietà e borghesia di cultura – o, più prosaicamente, nel sistema fiscale britannico che collocava senza distinzioni i profitti (derivanti da capitale) e i redditi (derivanti da pre- stazioni professionali) «sotto la stessa rubrica»[8].

L’incontro fra proprietà e cultura: sono pronto a condividere l’idealtipo di Kocka, ma con un’importante differenza. Come storico della letteratura, concentrerò il mio interesse non tanto sui rapporti in essere tra specifici gruppi sociali – banchieri e funzionari pubblici, industriali e medici, e così via – quanto sulla corrispondenza tra forme culturali e le nuove realtà di classe: su come la parola «comfort», per esempio, definisca i contorni del consumo borghese legittimo; o su come il tempo della narrazione si adegui alla nuova regolarità dell’esistenza. Il borghese e le sue rifrazioni attraverso il prisma della letteratura: ecco ciò di cui si tratterà in questo libro.

Note

1 M. Weber, Lo Stato nazionale e la politica economica tedesca [1895], in Id., Scritti politici, Donzelli, Roma 1998, pp. 23-24.

2 I. Wallerstein, The Bourgeois(ie) as Concept and Reality, in «New Left Review», I (1988), n. 167, pp. 91-106 (p. 98).

3 E. Meiksins Wood, The Pristine Culture of Capitalism: A Historical Essay on Old Regimes and Modern States, Verso, London 1991, p. 3; la seconda citazione è tratta da The Origin of Capitalism: A Longer View [1999], Verso, London 2002, p. 63.

4 M. Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo [1905], Rizzoli, Milano 1991, p. 44 (corsivo mio).

5 E. Hobsbawm, L’Età degli imperi (1875-1914), Laterza, Roma-Bari 1987, p. 205.

6 P. Anderson, The Notion of Bourgeois Revolution [1976], in Id., English Questions, Verso, London 1992, p. 122.

7 J. Kocka, Middle Class and Authoritarian State: Toward a History of the German «Bürgertum» in the Nineteenth Century, in Id., Industrial Culture and Bourgeois Society, Business, Labor, and Bureaucracy in Modern Germany, Berghahn Books, New York – Ox- ford 1999, p. 193.

8   E. Hobsbawm, L’Età degli imperi cit., p. 199.

[Immagine: August Sander, Gymnasiast (particolare)].

 

3 commenti

  1. Il borghese, qualunque funzione abbia avuto in passato, è destinato alla scomparsa a causa dell’impoverimento della società nel suo complesso a favore delle élites, le quali com’è evidente, sono le uniche ad aver intrapreso e vinto la lotta di classe. Spero di sbagliarmi. R.I.P.

  2. @Daniela

    Le élites SONO i borghesi.

  3. “ 19 gennaio 1992 – Il borghese è innanzitutto un borghese, ovverosia un abitudinario. La borghesia italiana, che negli anni Settanta è diventata « di sinistra », ci metterà una generazione a cambiare parere. “.

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