Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Venti fantasmi. Esemplari unici di un’infanzia e di un’adolescenza

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di Luciano Funetta

[Il testo di Luciano Funetta fa parte dell’ultimo numero di «Nuovi Argomenti» (77, 2017) intitolato «Il fantasma nell’opera» e uscito la settimana scorsa]

a Malcolm Skey

I cacciatori sollevano il drappo che copre la gabbia dell’orso. Se ne sta in un angolo, il sedativo non si è ancora esaurito. Uno degli uomini, che porta il fucile a tracolla, sputa tra le sbarre. «Ha decapitato due di noi, prima di farsi prendere» dice. Poi conta i soldi, annuisce e se ne va insieme alla sua marmaglia. La coppia rimane davanti alla gabbia, nel viale davanti alla casa, alla luce del crepuscolo. La donna chiede se c’è da aver paura. Ha appena visto un documentario sulla ferocia degli orsi. L’uomo le sorride, le dice che i documentari sono fatti per spaventare. Per la prima volta, questa sera, metteranno l’orso nella culla del loro bambino.

La neve e il bambino. Si vedono per la prima volta. Il bambino emette suoni di stupore, poi allunga la mano e tocca la neve. Un corvo plana sul ramo di un abete provocando una valanga. Gli occhi del bambino sono grandi e aperti. Provano a trattenere un’immagine che però vola via tra gli artigli del corvo. La neve non dice nulla. Un immenso silenzio scivola dentro il giardino.

Che ne è stato del relitto azzurro della batteria giocattolo con Topolino impresso sulla grancassa? Giace irriconoscibile sotto una montagna di rifiuti che a disfarsi impiegheranno secoli. Tamburi invisibili seguono tempi diversi tra i quali c’è un ritmo indistinto e sordo. Lo suona un bambino seduto tra le immondizie, su una batteria distrutta.
Il bambino biondo con i denti cariati. Vive in campagna, in una casa con il tetto spiovente. La sua camera è sotto il tetto. In fondo al giardino, dopo la gabbia dei conigli, dietro una siepe, c’è uno stagno limaccioso. L’acqua verde è coperta di ninfee. Il padre del bambino è un uomo muscoloso, baffi da wrestler; seduto in cucina impara l’inglese con un corso in dieci cassette. Un giorno viene a prenderlo a scuola in anticipo. Non tornerà più. La casa con il tetto spiovente resta vuota. Dal lago delle ninfee una creatura squamosa emerge ogni notte e si asciuga sotto la luna che argenta il giardino, la casa, i conigli bianchi dimenticati nella loro gabbia.

Quattro ragazzini intorno a un pozzo. Il più grande dice al più piccolo che giù, in fondo, c’è un altro mondo, e noi siamo solo uno specchio nero. «Io ci sono stato» dice «Ho visto tutto». «E come hai fatto a tornare?» gli chiedono. «Scemi, c’è una scala» dice lui guardando da un’altra parte. Il più piccolo osserva la bocca del pozzo chiusa da una botola marcia. Scavalca, gli altri tengono il fiato. Il ragazzino più grande dice: «Me ne vado». Gli altri gli fanno eco: «Sì, sì, andiamo. È ora di cena». Così lui rimane solo. Solleva la botola e guarda dentro. Ha cinque anni. Non riesce a saltare né a smettere di guardare. In una sera di giugno due sono le forme del terrore.

Una bambina e suo fratello. Ovunque dormano lasciano la finestra aperta. Lei ha i capelli lunghi e porta gli occhiali. Il fratello è biondo. Una vistosa voglia di caffè gli cola sul lato destro del collo. Hanno già cambiato molte case. Non sanno che ne cambieranno ancora. Abiteranno in appartamenti e in grandi case bianche in campagna; in paesi arroccati su una collina, in città di mare, a bordo di navi da crociera, in capannoni occupati, in baracche di fortuna, in sobborghi grigi di paesi nordici, in case che si affacciano su baie gelate. L’abitudine di dormire con una finestra aperta, ovunque andranno, resterà, e loro conserveranno la certezza che prima o poi Peter Pan entrerà a riprendersi lo straccio d’ombra che ogni sera ripiegano con cura e lasciano in bella vista sulla spalliera di una sedia.

Ha sette anni. I suoi genitori lo guardano andare via per sempre. Vivrò nella giungla e nessuno più mi vedrà, aveva promesso. A cinque anni si è fatto costruire da un falegname un arco e una manciata di frecce. Sua zia, emigrata polacca, gli ha portato dall’Australia un boomerang con disegni di canguri neri al tramonto. Ha studiato come accendere un fuoco, come seguire le impronte, come costruire un riparo. Adesso la vegetazione apre una delle sue bocche umide per lasciarlo entrare: nudo, ad eccezione di un paio di pantaloncini. A tracolla porta l’arco e uno zaino; le frecce e il boomerang assicurati a una corda legata in vita. Un bambino che va dalle tigri, dalle pantere, dalle scimmie. Lascia la città, i genitori, due amici e la specie umana. Lascia una bambina che ama, perché una tigre nella notte urlante gli chiederà: «Chi sei?» e lui risponderà: «Sono qui perché voglio il tuo cuore». «Scappa. Io ti darò la caccia finché sarò viva».
La nuova casa emette suoni mentre tutti dormono. È vuota. I mobili non sono stati ancora comprati. Mamma e papà passano i pomeriggi in giro per negozi a scegliere l’arredamento, ma ogni sera tornano a mani vuote. Allora tutti si siedono intorno al tavolo nel soggiorno che sembra troppo grande, e consumano la cena. La conversazione rimbalza con una strana eco di stanza in stanza. Una mattina papà arriva a casa con qualcosa in braccio. È un cucciolo, un bastardino mezzo cieco. Dalla forma delle zampe si capisce che diventerà un cane bello grosso, ma per il momento quelle appendici sproporzionate gli servono solo per inciampare e scivolare sul pavimento di marmo. La prima notte il cane viene chiuso in cucina. «Qualsiasi cosa accada, non dovete aprirgli» dice papà. «Deve abituarsi». Per tutta la notte, dai loro letti, i bambini ascoltano i ton del cane che prende la rincorsa e si schianta contro la porta; gli ululati ancora acerbi che somigliano al pianto di una radice incantata. Poi, poco prima dell’alba, all’improvviso non si sente più niente.

Lungo il corridoio della scuola elementare, mentre i bambini sono già dentro le classi, il bidello con un occhio solo passeggia con le mani in tasca, entra nel bagno femminile e ne esce solo dopo qualche minuto. Il giorno in cui scopriranno quello che fa, lo cacceranno via.

Nel negozio di erboristeria con le imposte verdi c’è un profumo indefinito. Piante essiccate, zucchero d’orzo, infusi, tutto mescolato in una bolla dolciastra. Dietro il bancone sta seduto il Mago. È un uomo obeso, barba bianca e nera, occhi microscopici. Quando un bambino entra nel negozio, il Mago lo fa sedere sulle sue ginocchia, poi gli s ora un orecchio con le dita e gli fa comparire davanti agli occhi una caramella al miele o una radice di liquirizia. Nessuno ha mai visto il retrobottega del negozio dove il Mago vive. Forse perché non ha affatto l’aspetto della casa di un mago, ma di un misero anfratto che puzza di lenzuola sudate. Sul pavimento, involucri di caramelle accartocciati. Steso a letto con tutti i vestiti, il Mago in la la mano in tasca e tira fuori piccoli sassi di zucchero. Se li mette in bocca e li tiene sotto la lingua, poi beve un lungo sorso dalla bottiglia nera con il teschio sull’etichetta.
Una sera, alla colonia estiva, i responsabili portano i ragazzi nel bosco. Viene acceso un fuoco in una radura, si siedono tutti in cerchio. Uno degli adulti racconta una storia. La notte è limpida. Al di là degli alberi, sopra le loro teste, si apre un cerchio di stelle. Quando la storia finisce, un’altra animatrice canta una canzone molto di moda quell’estate, ma a metà del ritornello si interrompe. Non guarda più negli occhi dei ragazzi; guarda davanti a sé, in un punto tra gli alberi. Allora tutti i ragazzi si voltano e vedono il lupo grigio. Intorno alla radura di vegetazione: altri musi di lupo spuntano dall’oscurità. Uno degli adulti balza verso il fuoco, afferra un bastone e lo solleva sopra la testa, contro le stelle, il bosco, la montagna. Urla. I ragazzini chiudono gli occhi. Quando li riaprono i lupi sono svaniti. Il bastone è a terra. Gli adulti stanno fermi in piedi in mezzo al cerchio.

Ha un anno più degli altri, è biondo come una ragazza e il primo giorno, quando a tutti viene chiesto di presentarsi dice: «Sono stato bocciato perché non studio». Alla domanda sul futuro risponde: «Voglio fare il meccanico, comprarmi un camion». È l’unico ripetente della classe. Il distaccamento periferico della scuola invece ne è pieno. Individui grossi, pallidi, brutali. Vivono nei bagni dove disegnano donne a gambe aperte e cazzi grondanti. Quando sono in vena, sequestrano uno o due ragazzi più piccoli e li costringono a masturbarsi davanti a quelle opere d’arte. Il ripetente biondo invece non esce mai dalla classe. A dire il vero non si alza mai dal suo banco solitario in prima la. Non risponde alle domande. Tiene gli occhi sulla lavagna come se vi guardasse attraverso. L’ultimo giorno di scuola va a salutare tutti gli altri, uno per uno. «Ci vediamo l’anno prossimo» dicono quelli, e lui sorride, raccoglie lo zaino vuoto, torna a casa tagliando per i campi tra bagliori di bottiglie rotte.

«Tra queste montagne vive un uomo» dice la guida. «Un pastore. Ma non tutti sono sicuri che sia un pastore. Le pecore non le ha mai viste nessuno» spiega. «Forse qualcuno sì. Sta di fatto che vive da queste parti. C’è una casa di legno. Sulla porta appende volpi morte, uccelli crocifissi, code di lupo. Per questo alcuni dicono che è uno stregone. Una volta lo hanno visto volare sopra il bosco, ma quelli che lo hanno visto erano ubriachi. Io dico: va bene che erano ubriachi, però erano in quattro e lo hanno visto tutti». Si ferma per un attimo a bere dalla borraccia. «Se lo incontriamo, fate finta di non vederlo. E coprite gli occhi ai bambini. Proverò a mandarlo via. Una volta camminavo qui di notte e l’ho sentito parlare. Da allora di notte non esco più». Guarda il sentiero, un segno di vernice rossa su una roccia. «Qualsiasi cosa sia, non è nato da queste parti. Non è mai venuto in chiesa».

Le terze classi dell’istituto salgono sui bus che le porteranno alla Giornata Ecologica Nazionale. Quando arrivano alla pineta, a tutti gli studenti vengono consegnati guanti, bastoni con la punta di ferro e grossi sacchi neri. L’obiettivo è ripulire il parco dai rifiuti. Alcuni partono insieme a piccole squadre; altri si avventurano in solitaria. Uno di loro scende lungo il sentiero che porta agli alberi morti. Quando vede una cartaccia, un preservativo usato, una cicca, si ferma per infilzarli e metterli nel sacco. Arrivato al grande pino orizzontale che interrompe la strada come un ponte gettato su un fiume, si siede e tira fuori un panino. Non riesce neanche ad addentarlo, perché più in là, dietro una macchia, scorge qualcosa. Si avvicina. Quattro ragazzi che non ha mai visto stanno intorno a una ragazza bruna della sua classe. Non si capisce se lei stia piangendo o stia ridendo. «Stai bene?» le grida lui. «Sì… tutto bene. Te ne vai per favore?». Lui ubbidisce, torna all’albero caduto, si siede e guarda la pineta pullulante di piccoli spazzini all’opera.

Lo guardano aggirarsi per il luna park montato nella spianata accanto al macello comunale. È vestito come uno spaventapasseri, ha gli occhi rossi e spalancati, le braccia cadenti, i capelli pietrificati da una robusta passata di sapone di Marsiglia, una spilla da balia in lata all’orecchio, ondeggia in mezzo ai fotoni delle illuminazioni che vorticano intorno al suo passaggio. Lo guardano e lo condannano a morte. È chiaro che ha bevuto come un pazzo, quel pomeriggio. Un anno prima era un bambino che salvava gli uccelli con le ali spezzate. Adesso frequenta gli androni dove gli scheletri vendono hashish. Al luna park c’è tutto il paese e lui vorrebbe avere una mitragliatrice. Invece non ha niente, neanche un coltello. Con gli ultimi soldi che gli restano si pagherà un giro sul trenino dell’orrore.

Nella stazione ferroviaria di paese è inverno. Il cieco con il cane da guida sta appoggiato a una colonna. Dalle porte aperte dei bagni si riversa sulla banchina un alone di luce batterica. Gli specchi dei lavandini sono stati rubati. A est e a ovest il buio mangia le rotaie. È lì che finiscono i treni, nel buio. Il ragazzo infreddolito aspetta l’ultimo regionale. Tutte le sere è così: solo lui e il cieco. L’altoparlante annuncia qualcosa. Il treno è fermo in mezzo alla campagna e non arriverà. Cadrà la prima neve dell’anno. Il bastone del cieco ticchetta, inizia a ticchettare sui mattoni. Uscire dalla stazione, aspettare il bus sostitutivo. Stare nella notte con un cieco, sulla soglia di una stazione estrema, con una voce che annuncia l’avaria, in attesa di un autobus che porta a casa un manipolo di sconosciuti: questa è vita, pensa.

In sei vagano per Praga. Hanno la bocca sporca di latte, il fiato che puzza di alcol. Tremano di freddo. Vanno a caccia di monumenti, ma soprattutto di vecchie locande dove bere birra a pochi centesimi e mangiare mezze anatre arrosto con salsa di mirtilli e panna salata, e poi ancora birra no a riempirsi gli stomaci. Un pomeriggio, dopo uno di quei pasti, vengono attirati da un cartello inchiodato sopra la porta di un piccolo edificio in un vicolo: casa di Kafka. Entrano, pagano qualche corona a una vecchia incastrata nella sua sedia a dondolo e si mettono a esplorare la casa dello scrittore. Niente di che. Un letto, una bacinella per le abluzioni, una scrivania di legno scuro davanti a una finestra dai vetri appannati. Quando tornano in strada un ragazzo li avvicina. «Non è quella la casa. Vi hanno fregato» dice in inglese. «E dov’è, allora?» chiede uno dei sei. Il ragazzo alza le spalle: «Chi lo sa. Nessuna delle case di Kafka che ci sono a Praga è stata la sua vera casa» risponde. La voce della vecchia dall’interno della casetta urla qualcosa in ceco. Il ragazzo sorride. «Lei» bisbiglia. «Lei, in compenso, era la padrona di una delle stanze in cui ha vissuto. Già all’epoca era così vecchia. Ma quella stanza non esiste più» e detto questo se ne va, lasciandoli soli e ubriachi in mezzo al vicolo.

Il gruppo punk di ragazzini sale sul palco per ultimo. Intorno, nel parco, gli operai stanno già smontando la festa. I cestini dei rifiuti traboccano di lattine e involucri unti. I ragazzini iniziano a suonare davanti al piazzale vuoto. Non si capisce nulla di quello che cantano. Le chitarre sfrigolano. Sembra la marcia di guerra di una tribù di cannibali. Dopo la terza canzone un vigile urbano dà l’ordine di staccare tutto. Il gruppo punk scende dal palco. Qualcuno distribuisce le birre e i panini pattuiti come compenso. Mangiano con le mascelle doloranti e gli occhi spalancati. Un uomo si avvicina. È un vecchio dall’aria malata. Puzza di qualcosa che rivolta lo stomaco. «Siete la migliore band del Ventunesimo secolo» dice. I ragazzini non rispondono. La salsiccia è fredda, il pane mezzo duro, i ragazzini sono drogati no alle dita dei piedi. Un piccolo branco di cani randagi entra nel parco e si avventa sui sacchi dell’immondizia ammucchiati al centro di un’aiuola.

Il padre è rimasto nel soggiorno buio. Bestemmia. Vuole distruggere ogni cosa che ha costruito. Il primogenito invece viaggia verso un’altra città. Non si sono salutati e non si rivedranno prima di qualche mese. A mezzanotte la sorella fa irruzione in casa. «C’è un animale in giardino» grida. Escono tutti e due sul viale. Il padre illumina la gura con una torcia: un gigantesco tacchino arrivato da chissà dove. «Andiamo dentro» dice, e spegne la torcia. «Ci penseranno i cani».

Alla ne di un’infanzia e di un’adolescenza c’è un cinema. Da giorni sulla città infuria una tempesta. Al cinema danno un vecchio film e il ragazzo fa due chilometri a piedi per andarlo a vedere. Ha passato tutta la giornata a leggere e a scrivere, e adesso, stanco e solo, si siede in una poltroncina centrale della terza la, nella sala vuota. Non si è tolto il cappotto bagnato. Trema. Una donna nel lm recita a memoria una poesia in russo e tutto svanisce, compreso il ragazzo. Il lm prosegue, gronda sulla realtà, in sala non c’è nessuno, il cinema cade a pezzi, il proiezionista è solo un povero pazzo che sogna nel suo cubicolo.

[Immagine: Pierre Huyghe. A Way in Untilled (2012)]

 

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