Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Bruciare tutto

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di Walter Siti

[E’ uscito ieri, pubblicato da Rizzoli, Bruciare tutto, il nuovo romanzo di Walter Siti. Lo ha presentato su «Repubblica» Michela Marzano in un articolo carico di moralismo, ingenuità e inesattezze che esprime bene un certo spirito dei tempi. Sempre più spesso il ceto medio riflessivo e i suoi intellettuali di riferimento chiedono alla letteratura rassicurazioni morali e identitarie – e non scoperta, invenzione o verità. E invece la buona letteratura, come diceva qualcuno, non si fa con i buoni sentimenti. Protagonista del libro è Leo Bassoli, giovane sacerdote presso una parrocchia nel centro di Milano. Onoriamo il Venerdì santo  proponendovi un’omelia di don Leo. Ringraziamo la casa editrice che ci ha gentilmente fornito il brano e il permesso di pubblicarlo].

Perché, si chiede Leo, non ho mai pensato ai parrocchiani come al “mio gregge”? I miei assistiti, il mio compito, talvolta il mio pubblico, in casi singoli i miei fratelli, ma non mi sono mai attribuito la forza sufficiente per proteggerli e condurli; sono più sereni di me, in maggioranza, frequentano più a fondo la vita. Io certo dovrei essere un tramite, l’autorità a cui attingere non è la mia, è quella della Chiesa; ma qui sta il problema, la vera Chiesa qual è? Come puoi comandarmi, Signore, di amare il Tutto se devo escluderne alcune parti? Come si può amare senza limite, se senza limite è solo la debolezza? Quando penso alla felicità, vedo una grande bocca che divora. Forse è proprio il pericolo che devo cercare, quello totale in cui gettarmi a capofitto. Qui non sarò mai un buon prete perché la quotidianità mi paralizza. Qui le ultime orgiastiche danze intorno al vitello d’oro si spengono in una mattinata di cenere, anche Dio si prepara a traslocare. A lampeggiare altrove la sua tremenda Unità.

Leo oggi ha un’omelia importante, si è documentato con molti appunti, la considera il proprio testamento alla San Carlo Lwanga, viste le decisioni che ha preso per il futuro. Il ronzio divino è stato più ambiguo del solito: “le cavallette saltano quando viene l’estate”, un responso da oracolo pagano. Vuol dire, interpreta lui, che non devo consolare ma scandalizzare, troppo spesso vengono a messa come si va dall’estetista o al bar per lo scopone.

«Care sorelle e cari fratelli, venerdì scorso 4 dicembre il calendario liturgico celebrava san Giovanni Damasceno, dottore della Chiesa vissuto tra il settimo e l’ottavo secolo. Come dice il suo nome stesso, Giovanni era un arabo nato a Damasco in Siria, consigliere per molti anni del locale califfo. Fu uno dei primi dottori della Chiesa, forse il primo in assoluto, a leggere e a commentare il Corano, che nella sua forma definitiva era quasi una novità editoriale. “Corano”, in arabo “al-Quran”, come sapete significa “recitazione” e si presenta come la parola di Dio che un angelo dettò a Mohammed; la parola di Dio, cioè il Verbum con cui esordisce un altro Giovanni, l’Evangelista: “in principio erat Verbum”. Io ci ho sudato molto, credetemi, ci ho molto ragionato in questi giorni, ma non credo che l’atteggiamento giusto sia quello di azzannarci sulla corretta interpretazione della Parola: assurdità e formulazioni da aggiornare storicamente ci sono in tutte le tradizioni – mi sono convinto che la più grande lezione che possiamo ricavare dal Corano è la sua enorme vitalità attuale: il Corano rinfaccia al nostro Vangelo di non saper essere più efficace nella concretezza quotidiana. Se Cristo decidesse di ridiscendere ora sulla terra, non sono sicuro che sarebbe nel campo cristiano.»

(qualcuno sbuffa nelle prime file, nelle ultime si sono alzati due ragazzi e sono usciti dalla chiesa)

«Le diverse approssimazioni umane alla Parola divina comunicano tra loro, si rimproverano a vicenda gli errori; noi per esempio ci siamo dimenticati che la missione del cristiano non è fare il bene ma fare la volontà di Dio, e non è sempre detto che le due cose coincidano: era bene per Abramo sgozzare il proprio figliolo? Ma poi, ci siamo mai chiesti con che criteri valutiamo che cosa è il bene? Ho paura che ormai, e anch’io mi metto nel mucchio, definiamo “bene” quel che ci fa vivere tranquilli, e “male” quel che ci disturba. Per reagire a un’interpretazione reazionaria, eretica e rabbiosa dell’islam ci siamo chiusi nella difesa di quello che percepiamo come il nostro “stile di vita” – domandiamo ai musulmani cosiddetti “moderati” di dichiarare che la vita umana è la cosa più importante e che la religione è un fatto privato, ma nessuna delle due affermazioni è vera. La paura ci paralizza, il nostro corpo opaco ci fa velo; rivendichiamo ogni diritto meno quello di immolarci in nome del futuro.»

(dalla porta di destra sono entrati due carabinieri, che con aria svagata stanno esaminando il legno di un confessionale)

«Ho letto troppi libri per fare il prete, direte voi, ma i libri qualche volta ci aiutano: una forbice terribile tiene in ostaggio i nostri cuori e le nostre menti, una doppia forma di morte spirituale: da una parte abbiamo dato tutto il potere all’economia e alla finanza, volevamo stare comodi e ci pensavano loro – gli abbiamo regalato il nostro inconscio, tanto le coscienze si potevano sempre salvare con dei bei discorsi sulla giustizia e la libertà. Dall’altra parte… scusate, lo vedo che scuotete la testa e che alcuni si stanno allontanando, ma mi dovrete sopportare ancora per poco… dall’altra parte, dicevo, la tecnologia sempre più potente ci ha illuso di essere dei re mentre stavamo diventando suoi schiavi, ci ha promesso una società corriva, gratuita, dove lo sfruttamento è poco visibile perché ci sfruttiamo da soli… a forza di libertà d’espressione stiamo diventando i delatori, le spie l’uno dell’altro… non sappiamo più rischiare, in qualunque prodotto vogliamo la garanzia, anche nei nostri partner o nei nostri governanti, li trattiamo come prodotti di cui ci fidiamo poco… ma non c’è libertà senza fiducia e senza rischio: rischiano solo i camorristi e infatti tendiamo a vederli come eroi… la violenza è una scorciatoia, un sogno: la criminalità organizzata è il nostro sogno proibito… a occuparsi degli onesti ci saranno i robot, gli psichiatri digitali… se ascoltiamo i nuovi economisti-filosofi sembra che la scelta possa essere solo tra la nostalgia del si-stava-meglio-prima o l’utopia che vuole accelerare le trasformazioni per il gusto dell’ignoto: ma in tutto questo lo Spirito dov’è?»

(due bambini siriani giocano “alla pace”: si danno la mano, si baciano sulle guance – poi si calano i pantaloncini strofinandosi i genitali; Leo scaccia infastidito l’immagine)

«Che soluzione, allora, che fare, come uscirne? A meno che non sospettiate, e sarebbe più facile per tutti, che io abbia bevuto qualche bicchiere di troppo… ricordo quel che diceva un poeta irlandese, William Butler Yeats, in tempi non meno oscuri: “i migliori sono privi di ogni convinzione, mentre i peggiori / sono pieni di appassionata intensità”. Forse è il mio caso, forse è il caso dei nemici islamici che ci minacciano…»

(un boia di dieci anni, azzurrino sotto gli occhi, punta contro gli inginocchiati arancioni una rivoltella pesante che regge a due mani; stringe le labbra da bravo agente della distruzione divina, i bambini ci tengono a fare bene le cose)

«… i pensieri orribili arrivano in fretta e se ne vanno lentamente… forse siamo noi i peggiori – ma voi, i migliori, dovete farvi carico di un’intensità che non provate più. Vi siete illusi per settant’anni che potesse esistere un mondo senza conflitto, e ora i vostri figli stessi corrono dove si muore e si sgozza; hanno bisogno di sentirsi alla gola quella lama che voi avete sepolto e lasciato arrugginire; quel che era un risultato di civiltà sta diventando una gabbia con le pareti di gomma, e da quel carcere non può levarsi nessun progetto di rivolta… e non esiste Dio senza rivolta: l’umanità sopravvive, cioè vive sopra se stessa, soltanto se mette nel conto il pericolo della propria estinzione…»

(i banchi sono ormai un deserto, la predica ha disperso i fedeli: restano pochi giovani che ridacchiano e qualche anziana smarrita)

«le guerre e le stragi sono virgole e accenti in una frase sacra che ancora non conosciamo, la politica deve riscoprire il martirio… atti in apparenza atroci saranno, nella prospettiva dello Spirito, impalcature eroiche per un edificio impossibile[1]… siamo nelle settimane dell’Attesa e dell’Avvento, anche se mi accorgo che molti di voi non sanno neppure aspettare che un discorso si concluda… e in quel giorno tremendo e glorioso in cui Cristo tornerà sorgeranno Cieli nuovi e una nuova Terra… il nostro presente è il passato di un futuro verso cui Dio ci spinge come un vento alle spalle… pensate pure che sono un profeta dei miei stivali, io lo direi in modo anche meno gentile… ma l’universo non si conclude col genere umano, e tanto meno l’Essere si conclude con l’universo… ne siano testimoni quegli agenti della materia oscura a cui attribuiamo il nome di angeli… ormai non so nemmeno io perché ho cominciato questa omelia a vuoto, so solo che certe cose dovevo dirvele e dovevo dirvele oggi.»

C’è il sole, fuori, un solicello rabbrividito e alieno: dalle vetrate a rozze losanghe astratte cade una luce pulverulenta che sfiora l’altare e una catechista quasi addormentata.

[1] Caro Leo, qui è il tuo inventore perplesso: non so fino a che punto devo prenderti sul serio quando parli così; i miei settant’anni, così leggeri di fronte ai tuoi pesantissimi trentatré, hanno lasciato cadere l’ossessione come si abbandona un cane in autostrada. Forse ormai, più che il mio alter ego, sei la mia spettrale proiezione – simile a quelle che le radiazioni nucleari stamparono sui muri di Hiroshima.

[Immagine: Manhunter (1986) di M. Mann]

 

68 commenti

  1. ” Sabato 27 luglio 2013 – Oggi ho speso 1 euro e 20 di Repubblica e 6 euro di Walter Siti (Il realismo è impossibile, Nottetempo, 2013). Quando sento la parola io metto mano al portafoglio. “.

  2. Errata corrige: ” Quando sento la parola – cultura – … “

  3. Strepitoso.

    Ma mi chiedo, caro Sito che difendi Siti, se tu non abbia qualche problema di schizofrenia, perché qualché giorno fa hai pubblicato a tuo nome un pezzo sui migranti trasudante moralismo e ingenuità forse ancora più del pezzo di Michela Marzano (che almeno ha la coerenza di scrivere sempre le stesse cose). Un giorno la letteratura serve a identificarci coi bimbi siriani, e il giorno a capire perché qualcuno vorrebbe stuprarli. Ipocrisia? Strategia commerciale? Mancanza di quella che un tempo si chiamava linea culturale? Insomma, ci piace la letteratura edificante e piagnucolosa o la scoperta della verità?

  4. Questo escerto dà l’impressione di essere assai furbetto: il prete che celebra il Corano, in un crescendo retorico abbastanza scontato e superficiale.

    Non so che ruolo debba avere questo brano all’economia del romanzo, ma non posso dire di esserne stato affascinato o attratto. Scrittura standard, banale fino allo sciatto, luoghi comuni.

    E’ possibile che la Marzano (di cui ho scoperto l’esistenza per questa storia) si sia fissata sui giudizi e sulle rappresentazioni morali perché il libro non offre molto altro?

  5. Caro Gustavo F. Lo Berto,

    il pezzo sui migranti fa parte di una convenzione con l’Istituto culturale francese. Ci siamo impegnati a pubblicare i testi che fanno parte del ciclo “Prospettive critiche”. Le abbiamo risposto?

  6. Come l’attore di Villiers De L’Isle-Adam che incendia un quartiere di Parigi per capriccio.

  7. Grazie per questa anticipazione, leggerò senz’altro il libro. Di Siti ho letto proprio di recente tre romanzi, “Scuola di nudo”, “Troppi paradisi”, “Exit strategy”, che mi hanno colpito parecchio.

    Sintesi della mia reazione immediata a Siti: a) fa sul serio b) a forza di sincerità eroica e folle per quanto contrabbandata da autofiction si chiude ogni spazio di manovra, si costringe a un rilancio interminabile, ecco il nuovo “tre volte il piatto” c) l’antinomismo gnostico che sfocia in una accettazione pacifica e totale del mondo così com’è – e visto soprattutto sotto l’aspetto di “dissoluzione dell’Occidente – aiuta a capire parecchie cose d) al fastidio iniziale per la raffigurazione microscopica di rapporti erotici che o mi dicono zero o mi fanno francamente schifo subentra un potente effetto comico, mi viene proprio da ridere.

    Su questo anticipo del nuovo libro. Don Leo non è cristiano, è anche lui uno gnostico, con quel che dice il cristianesimo D.O.C. non c’entra niente, e un cristianesimo un po’ solido lo affiderebbe al braccio secolare; certo però che sapere che cos’è il cristianesimo e il cattolicesimo D.O.C. oggi non è per niente facile, c’è di Tutto e soprattutto c’è di Niente (chi non frequenti l’ambiente assista alla proiezione di “Corpo celeste” di Alba Rohrwacher e si farà una buona idea di quel che succede nel cattolicesimo realmente esistente).

    Concordo con don Leo che “Vi siete illusi per settant’anni che potesse esistere un mondo senza conflitto”, e che ritenere la vita fisica il valore supremo non collima con il cristianesimo (non solo, non collima neanche con la realtà). Il dramma interiore del prete pedofilo è certo meritevole di un romanzo, un prete pedofilo è un mostro al quadrato (un pedofilo è un mostro e basta), e l’uomo-mostro è sempre interessante, vale la pena di farci un tour, per chi ha la stomaco e la simpatia necessaria per non scappare subito, e da quanto ho letto nei suoi libri Siti ce l’ha. Non dirò “buon per lui” perchè essere pedofili è una sciagura immane, provare anche solo attrazione erotica per i bambini senza passare all’atto una bella disgrazia.

    Se qualcuno prenderà spunto dal romanzo di Siti per fare il promo della pedofilia (temo succederà) non gli farebbero male un po’ di sberle, ma l’articolo della Marzano mi pare vada fuori tema, anche viste le sue posizioni desinistra in merito a gender, omosessualità, etc.; e va fuori tema perchè fa finta di credere che le perversioni erotiche siano recintabili in un giardinetto equo e solidale dove non fiorisce neanche l’aspidistra, figuriamoci le perversioni.

  8. Non ho letto il romanzo di Siti, d’altronde è stato pubblicato ieri, ma ho letto l articolo della Marzano e concordo con il giudizio di Siti: certa letteratura spirito dei tempi cerca solo assoluzioni, rassicurazioni e non scoperta e verità (sigh) e mi torna in mente una vicenda a quanto pare dimenticata che parla proprio di verità (ufficialmente) negate: sono contenute nel libro-fumetto “Carlo Giuliani, il ribelle di Genova” (Edizioni Beccogiallo), non si archivia un omicidio di stato, consigliato a tutti, anche a Michela Marzano

  9. ” Venerdì 14 aprile 2017 – Stamani sono stato al Mercatone di Colle Val d’Elsa (SI) e ho comprato quattro librerie a 39. 90 l’una + 10 per il trasporto. Mi è seccato un po’ ma c’avevo le scatole di libri anche sotto il letto e lei mi ha detto: o li sistemi o te ne vai di casa. Comunque ho capito perché compro i libri vecchi: per non comprare quelli nuovi. È anche sicuro che così non risolvo niente. Poi c’è il problema dei giornali: compro, purtroppo, anche quelli e così mi tocca di leggere le cose più strane. Per esempio, la Marzano. Che con la letteratura non c’entra niente, e neanche con i pomodori. Oppure Belpoliti, che scrive: ” E Nabokov, allora? “. Il fatto è che Nabokov non aveva i baffi. Quei baffi, che neanche il mio povero babbo… “.

  10. Ieri Alvaro Vitali & Bombolo che scandalizzavano i democristiani di sacrestia, oggi narratori & cineasti romani che scandalizzano i grillini semi-analfabeti e timorati.

  11. La mia accusa al libro di Siti non è moralistica, è narratologica. SPOILER ALERT. L’assoluzione del pedofilo è ottenuta con un sofisma: la pedofilia è preferibile alla morte del ragazzino. Un trucchetto misero, del tutto insufficiente a reggere il peso che si vuole sollevare. Questa la principale défaillance di Siti. Temi complessi esigono argomentazioni complesse. E uno stile all’altezza, che a Siti manca. Il risultato è un’offesa all’intelligenza del lettore non sprovveduto. Passiamo alla dimensione etica. A chi s’è indignato, Belpoliti e altri hanno replicato con l’esempio di Nabokov. Mai esempio fu più fuori luogo. In Lolita, Nabokov non assolve Humbert, tutt’altro. Per Nabokov era inconcepibile, oltre che inammissibile, un’arte che assolvesse reati e turpitudini.

  12. ” Venerdì 14 aprile 2017 – Poi vedo la vignetta di Altan. C’è uno con un agnellino in braccio che dice: – Ho adottato un agnellino, lo chiamerò Abbacchio -. Mentre rido mi viene in mente quella storiella che dice: – C’è un abbacchio che vede una vignetta di Altan e pensa: Se rinasco faccio il vignettista. Ma ormai… – “. Buona Pasqua a tutti.

  13. Chissà perchè ultimamente testate come libero ed il giornale ci fanno un figurone, almeno rispetto ai contenuti di alcuni giornali liberal. Ma cosa è saltato in mente alla Marzano, buona giornalista di scrivere quelle cose assurde su un LIBRO, non un’inchiesta, un saggio, uno studio specialistico, ma su un libro. Buono o cattivo, capolavoro o immondizia ma sempre e solo un libro. Ci vuole un comitato ad hoc che stabilisca gli argomenti da trattare e da non trattare perchè sconvenienti? Neanche nell’italietta casa e chiesa degli anni ’50 si era arrivati a richiedere tanta prudenza nei contenuti, no, neanche allora. Ma da quelle parti si rendono conto di sfiorare il ridicolo?

  14. Urta che leparoleelecose, nell’accingersi a onorare il Venerdì Santo pubblicizzando il romanzo di Siti, non rinunci a esibire disprezzo per l’articolo di Michela Marzano, liquidandolo con la disinvoltura apodittica (“moralismo, ingenuità e inesattezze”) di chi si sente superiore allo “spirito dei tempi” e sente di appartenere al novero degli intellettuali veri, i soli in grado di sapere come si fa letteratura e che cosa è consentito chiedere o non chiedere alla letteratura. Collocare Michela Marzano tra coloro che “chiedono alla letteratura rassicurazioni morali e identitarie” è a sua volta un’ingenuità e un’inesattezza. E, comunque, perché disprezzare per principio chi, eventualmente, chiede alla letteratura rassicurazioni morali e identitarie, come se non avesse capito nulla? Legga Siti, e celebri il Venerdì Santo pubblicizzando “Bruciare tutto”, chi ritiene di trovare in Siti “scoperta, invenzione o verità”. Ma era proprio necessario introdurre la pagina di Siti con espressioni di superiorità nei confronti di noi del “ceto medio riflessivo” che vogliamo altro dalla letteratura? E perché delegittimare chi mette in discussione l’operazione letteraria di Siti e ci ricorda che, al di là della libertà del letterato di scrivere qualunque cosa, contano gli scopi che persegue con ciò che scrive e le conclusioni che trae da ciò che scrive? Siete così sicuri che quest’ultimo sia un problema irrisorio, da “ceto medio riflessivo” che cerca una letteratura di buoni sentimenti? Questa volta la nota di redazione introduttiva vi è venuta davvero male!

  15. Approfitto del post di Maria Zanichelli e non per insistere e non per un acrimonia personale contro Michela Marzano (che non conosco e che non ho letto), non per incensare Siti e non perché ce l’abbia col “ceto medio riflessivo”, ma proprio in quanto “riflessivo” per invitarlo a leggere e riflettere sul libro-fumetto “Carlo Giuliani, il ribelle di Genova” Edizioni Beccogiallo e non per fare pubblicità ad un libro, che non so nemmeno se è permesso qua, ma per una presa di coscienza di una diversa versione dei fatti e per rendere un minimo di verità, almeno quella, visto che la vita gli è stata negata e la giustizia anche visto che non è stato permesso un processo, ad un ragazzo che oggi avrebbe 39 anni. Grazie, scusate e buona Pasqua a tutti.

  16. Anch’io ho letto l’articolo della Marzano e il giorno dopo sono andata a libreria ad acquistare “Bruciare tutto”, Di siti ho letto “Exit strategy” che ho apprezzato e “Resistere non serve a niente” che ho adorato.
    Per come ha trattato certi temi in quest’ultimo titolo penso che affronti l’argomento in questo in modo sincero e che aiuti a capire certe dinamiche.
    Non riesco a giudicare un libro senza averlo letto e non riesco a lasciare a metà un libro.

  17. wow! qualcosa di italiano e buono!
    mi ha convinta: se riesco compro il libro

  18. Ma la Marzano avrá la libertà di dire che il libro di Siti le fa schifo? Mica he scritto che non doveva essere pubblicato o che doveva essere bruciato.
    L’impressione che i narratori del male siano assolvibili per definizione.
    Adesso vado a prendermi il libro e a leggerlo.

  19. il libro non scandalizza neanche il mio gatto che è omosessuale, sul serio, e non si fa problemi
    io non sono credente e mi schifano i preti pedofili, ma noi siamo figli dei nostri tempi: una volta i bambini non erano SACRI e subivano ben peggiori vessazioni.

    Leggete Uccelli di Rovo, quello si che è un romanzo
    oppure il CAPRO ESPIATORIO DI STRINDBERG (SERIO)

    ma pensate che questa vecchia scorreggia sia al livello di Strindberg?
    Svegliatevi e gettate via i giornali e le polemiche da bar sport e letteratura con paste.

  20. Trovo molto più SCANDALOSI Mariangela Gualtieri e PATRIZIA VALDUGA, i loro libri…
    la prima ho avuto la sfortuna di conoscerla e frequentarla durante le prove di uno spettacolo alla Valdoca

    presunzione e basta

    come la finta provocazione di bruciare tutto
    ma davvero vi scandalizza?

  21. “ A Tempo di libri sarà presente insieme allo scrittore Michela Marzano, autrice della stroncatura sulle pagine di Repubblica. Titolo dell’incontro: Bruciamo tutti. A che riga è la salvezza? Oggetti della letteratura e oggetti della critica (domenica alle 12. 30, Sala Bodoni, e in diretta su Repubblica.it e sulla pagina Facebook del giornale). Parteciperanno anche Marcello Fois, Lorenzo Pavolini, Chiara Valerio e Alessandro Zaccuri. “ (Da Repubblica)

  22. “ (la Marzano è professoressa ordinaria di filosofia morale all’Université Paris Descartes, SHS – Sorbonne, ndr.) “ (Dai giornali)

  23. @ Davide P.
    Il libro ha sì una debolezza narratologica, come tutti quelli di Siti – la cultura, l’acume che non si sciolgono in una narrazione ma rimangono teoria, a tratti inerte; però non mi pare che Siti assolva il pedofilo. Piuttosto, in questo libro cerebralmente disperato, Siti attacca Dio – meglio ancora, la Sua imperdonabile assenza. Credo che, dedica a parte (e lì la questione si fa più oscura) le varie polemiche sulla pedofilia abbiano sviato da quello che è il vero tema del romanzo: l’impossibilità, coi soli mezzi della ragione, di accettare la sciagura dell’esistenza, la sua immensa vertigine, il bizzarro dono della coscienza all’interno del nostro universo entropico. Bruciare tutto inscena il dramma di un intelletto che non si dà pace di esserci

  24. “ Giovedì 20 ottobre 2006 – Non ho avuto la forza di assistere, ieri sera, alla puntata dell’Infedele dedicata al tema dell’omosessualità – « Siamo tutti omosessuali ». Tutto verteva intorno all’ultimo libro di Walter Siti, professore di letteratura, autore di un certo numero di libri su Pasolini etc. È proprio a causa sua che non ce l’ho fatta a seguire il ddibbattito. Lui è un sessantenne piuttosto rotondo, per nulla pasoliniano, ha anche un paio di baffi, anestetici, come quelli del babbo, diciamo. In rappresentanza dell’oggetto del desiderio omosessuale c’era un muscolosissimo pornodivo, che però, sembra, è anche ingegnere informatico etc. Non ce l’ho fatta perché mi sono detto: saremo anche tutti omosessuali, ma non lo siamo comunque nello stesso modo. Per esempio, io non potrei mai esserlo nel professorale, baffuto modo del professor Siti. Tantomeno in quello del porno-ingegnere. Il fatto è che mi è sembrato che tirasse la solita aria da « maledetto imbroglio ». Per esempio che ciò che ai promotori del ddibbattito interessava soprattutto non era tanto affermare che « siamo tutti omosessuali », ma che « siamo tutti » – è la solita premiata ditta del « siamo tutti israeliani », « siamo tutti iracheni », siamo tutti qui siamo tutti là. Siamo tutti meno – almeno – uno. Già, quasi mi scordavo di dirlo: ieri sera c’era anche Buttiglione. Così ho capito: si trattava del solito porno-ddibbattito, con inculamenti, sevizie varie e altre amenità. Non avendo nessuna voglia di assistervi ho cambiato canale e mi sono visto un po’ di porno-corse, porno-lanci, porno-gol. Come, chissà, magari avrebbe fatto Pasolini. Ma Pasolini è stramorto. E anche io mi annoio da morire. “.

  25. @ Enrico Macioci

    Non ho ancora letto “Bruciare tutto”. Negli altri romanzi di Siti che ho letto, di pedofilia si parla un bel po’, e in tono comprensivo perchè il pedofilo è rappresentato come vittima (di un dio/arconte in vena di scherzi da prete che lo fa nascere così, c’è un pedofilo perdipiù fisicamente ripugnante che si suicida).

    Vengono anche riportate conversazioni con Busi che in sintesi concludono a) che c’è di peggio b) perchè i ragazzini/bambini non dovrebbero avere anche loro una sessualità, come tutti? Manca il “quando c’è l’amore”, ma dà l’impressione di stare sulla punta della lingua, forse viene evitato perchè cheap.

    Sul piano letterario, concordo con la sua analisi: narrazione e drammaturgia difettano, e sono sostituite dalla riflessione culturale e psicologica. Per fare un’analogia, è come se Proust nell’ultimo libro della Recherche analizzasse psicologicamente e culturalmente il suo sviamento giovanile nello snobismo e nell’inseguimento dell’essere amato sempre sfuggente, e concludesse “mi sono sbagliato ma ne valeva la pena, che altro c’è in questo mondaccio?” (è più o meno quel che fa Siti in “Exit Strategy”).

    E’ una dinamica anche psicologica molto coerente con lo gnosticismo di Siti. La disperazione per un mondo abbandonato al rozzo sottodio del male, l’implorazione/accusa al sopradio assente/impotente, la ricerca delle particelle di spirito della santa sofia nel fondo ilico del Posto Schifoso in cui siamo confitti, non essendo vivibili coerentemente nel loro verticale rifiuto si tramutano in accettazione orizzontale e via via sempre più tranquilla del mondo così com’è (perchè tanto che ci vuoi fare?), e in autorizzazione alla ricerca delle impalpabili particelle di bene nel fondo dei cessi più maleodoranti, perchè tanto qualsiasi morale è solo moralismo ipocrita inventato dal sottodio malvagio e rozzo per tenerci in riga. (Questo gnosticismo è vivibile coerentemente solo se punta dritto al suicidio, v. Simone Weil che si uccide con l’endura catara).

    Immessa nel Girmi dei media e dell’ideologia dominante, questa posizione complicatissima che tira in ballo millenni di teologia si semplifica e omogeneizza in una cosa molto semplice: estensione progressiva e indefinita del “perchè no?”, la domanda che caratterizza il nichilismo.

    Perchè non spiattellare nei propri romanzi i dettagli della propria ossessione erotica? Perchè non andare a letto coi bambini, se lo desiderano anche loro? Eccetera (the sky is the limit, attendiamo un romanzo psicologico comprensivo e partecipe sulla vita interiore del cannibale, del satanista, fate voi).

    Perchè no? Io un’idea del perchè sarebbe meglio NON fare e NON scrivere tutte queste cose ed altre ce l’ho, ma io sono un reazionario moralista (agente del sottodio malvagio).

    Perchè vede: come dice lei, “Siti attacca Dio”; però non ci crede neanche un pochino. Non crede al Dio buono del cristianesimo, non crede al dio cattivo della gnosi (nel quale è comunque inutile e insensato credere, visto che non si fa MAI vivo e conta come il due di picche quando è briscola cuori).

    Ma allora ‘sto Dio o dio cosa diventa? Diventa una bella scusa, caro Macioci. Una bella scusa per dire che se siamo cattivi e stupidi, incasiniamo il mondo e facciamo un monte di porcate non è colpa nostra, è colpa sua.

    Noi siamo povere vittime: il prete pedofilo è una vittima, il bambino che si suicida perchè il prete non se l’è portato a letto e dunque “non lo ha amato” è una vittima pure lui. Non è una vittima ma anzi un boia solo chi pretende di dire che qualcuno non è vittima, cioè chi tira in ballo la morale, chi dice che è sempre male scoparsi i bambini, insomma gli agenti del dio malvagio. Quelli sono cattivi sul serio, già che ci siamo anche fascisti, populisti, etc.

    E’ tutto qui, caro Macioci. Vede come anche qui diventa facile passare dal complicatissimo al semplice? Il che non toglie che Siti sia scrittore vero.

  26. Correzione, verso metà del mio post di oggi:

    “Perchè vede: come dice lei, “Siti attacca Dio”; però non ci crede neanche un pochino. Non crede al Dio buono del cristianesimo, non crede al dio cattivo della gnosi”

    si legga:

    “Perchè vede: come dice lei, “Siti attacca Dio”; però non ci crede neanche un pochino. Non crede al Dio buono del cristianesimo, non crede al sopradio assente/impotente della gnosi”.

    Al sottodio gnostico malvagio e rozzo Siti ci crede eccome, nel senso che è semplicemente un nome della società.

    Chiedo scusa, con tutti questi dèi mi sono confuso.

  27. “ Mercoledì 4 novembre 2015 – Poi leggo il signor Wu Ming – che non so che si crede di fare a chiamarsi in questo modo buffo – che dice che Walter Siti è un « illuminista di destra ». Mah. Boh. Comunque se lo è non è il solo. Parola di uno che ha appena spento la televisione. Che, ahimè, ancora una volta, non era riuscito a non accenderla, nel senso di illuminarla etc. “.

  28. @Roberto Buffagni
    Condivido parecchio la sua analisi, che non riguarda peraltro il solo Siti ma grossa parte delle ideologie e culture dominanti. Io non volevo addentrarmi nel ginepraio, ma solo rilevare dove sta la debolezza narrativa di Bruciare tutto: non nella “inaccettabilità” morale messa sotto accusa dalla Marzano, ma nel fatto che Siti è più intelligente che talentuoso, più colto che ispirato.
    Sulla questione, diciamo così, di Dio: Siti sembrerebbe gnostico, ma in effetti è un nichilista. Concepisce un Dio punitivo, da Vecchio Testamento – una visione sia infantile (nel senso che è il bimbo piccolo a temere il padre a quel modo) sia esterna al nocciolo del problema, meccanica, automatica. Infatti leggendo i tormenti di Don Leo sembra di leggere un manuale di filosofia francese anziché il tormento sincero e terribile di un’anima in ceppi. L’io, anziché andare in frantumi (vedi ad es. Una stagione all’inferno, o I demoni dostoevskiani da Siti stesso evocati) orchestra la propria disperazione con estrema compostezza: un mistico in giacca e cravatta, un prete da happy hour.
    Per concludere, caro Buffagni, io credo in una cosa oggi inattuale: un senso la vita ce l’ha eccome, ed è il senso che decidiamo di dargli noi. Se così la penso, lei può arguire che l’attacco a Dio da parte di Siti non mi convince. Ma nemmeno mi convince la tesi/accusa della Marzano, che egli abbia voluto in qualche modo giustificare la pedofilia.

    ps: sul Siti scrittore: son tornato a leggerlo dopo parecchi anni perché ha abbandonato l’autofiction avventurandosi nel romanzo. Non è un autore che mi nutre. E per es. non ho letto né Resistere non serve a niente né Exit Strategy

  29. PRO MEMORIA

    «Nella realtà, la relazione è ineguale. Fra eguali invero
    non si dà corruzione. Il ragazzo (il ‘minore’) che un adulto
    (un ‘maggiore’) induce a un comportamento (in questo
    caso, erotico, etero o omosessuale; ma potrebbe trattarsi
    anche di ogni altra specie di comportamento) prima non
    praticato e vissuto come inconciliabile con la antecedente
    norma persona, familiare o sociale, non vuole essere lasciato•
    solo, proprio . perché, ormai non è più individuo
    bensì diviso, sdoppiato, contraddittorio. *Una parte di sé è
    gestita dall’altro* e se l’altro non lo restituisce a se stesso
    continuando a considerarlo una unità, una unità *nuova* in
    formazione e in progresso, egli si sentirà solo con se stesso,
    incomprensibile a se stesso, finché il tempo e gli altri
    non gli abbiano dolorosamente restituita una identità per-
    duta. Questa la radice – spesso chiamata amore – dell’at-
    taccamento del sedotto al suo corruttore. Per costui,
    il corruttore è fonte di conoscenza, e colui che ‘sa’ un ordine
    (diverso naturalmente da quello che ha contribuito a .
    distruggere) e fosse pure un ordine composto solo di loro
    due e dei loro segreti.
    La corruzione perde insomma o attenua al massimo i
    suoi caratteri negativi, tanto da non poter esser più chia-
    mata con quel nome infamante, quanto più è socializzata,
    quanto più si fa accesso a un mutamento-crescita. Nessuno
    si sognerebbe di chiamare corruzione l’iniziazione
    sessuale che presso molti popoli gli adulti fanno subire o
    godere agli adolescenti. In questi casi la norma prevede la
    ( propria stessa violazione e ristabilimento.»

    ( F. Fortini, Poesia e corruzione, in «Attraverso Pasolini», pag. 175 Einaudi, Torino 1993)

  30. @ E. Macioci

    Grazie della replica.

    Sulla questione inattuale, “ha senso la vita”? la vedo pluralisticamente così: o ce l’ha di suo, e allora ci tocca scoprirlo; o non ce l’ha, e allora ci tocca darglielo.

    Sulla tesi della Marzano che Siti abbia voluto giustificare la pedofilia, la vedo così: il sincerometro non esiste, quindi non so se Siti abbia VOLUTO giustificare la pedofilia, però (a quanto mi risulta senza aver letto il libro, quindi salvo errore) la giustifica eccome.

    Anzi: fa il primo passo indispensabile perchè la pedofilia entri nel discorso e poi nella chiacchiera corrente. Il primo passo indispensabile è la giustificazione nobile, elevata, culturale, condita con tante commoventi illustrazioni di quanto sono indecenti e colpevoli e indifferenti “i normali” (i genitori del bambino) + quanto può essere decente innocente e tormentato “l’anormale” (il prete pedofilo buono).

    Si comincia classicamente così; poi si prosegue secondo la progressione riassunta nella celebre Overton window: Unthinkable/Radical (questo è lo stadio in cui si situa il romanzo di Siti)/ Acceptable/Sensible/Popular/Policy.

    Nell’articolo della Marzano l’affermazione più sbagliata è: “Uno scrittore deve poter parlare di tutto”. Perchè poi?
    No, non propongo di censurare la letteratura. Ma perchè mai lo scrittore dovrebbe VOLER parlare di tutto? Fa bene alla letteratura? Secondo me, no. Fa bene alla società, alla cultura? Secondo me, neanche. Fa bene al suo equilibrio psicologico? Ci sono tanti psicoterapeuti.

    Diceva Mark Twain che per avere una democrazia ci vogliono la libertà di pensiero, la libertà di parola, e la saggezza di non farne uso. Lo stesso vale per la cultura in generale e la letteratura in particolare.

  31. “Diceva Mark Twain che per avere una democrazia ci vogliono la libertà di pensiero, la libertà di parola, e la saggezza di non farne uso”, questo va bene in un mondo in cui la ribalta non sia la comune dimensione sociale, un mondo in cui il privato (e le propensioni sessuali) non era forzato a trasparire in rappresentazione.
    L’invasione economica e politica della vita privata spinge ad analizzare questo privato reso pubblico, grattando gli strati di rappresentazione per raggiungere -forse- un resto.
    C’è analogia nell’attaccamento del sedotto al seduttore con la dipendenza del “proprio” dalla rappresentazione collettivav e mi spiego l’intento di rimontare la pubblica “fonte di conoscenza” sessuologica con il proprio sentire sessuale.

  32. @ chris

    Se ho ben capito, quando lei scrive:

    “C’è analogia nell’attaccamento del sedotto al seduttore con la dipendenza del “proprio” dalla rappresentazione collettivav e mi spiego l’intento di rimontare la pubblica “fonte di conoscenza” sessuologica con il proprio sentire sessuale”

    intende quanto segue:

    La cosiddetta autofiction, terra terra lo spiattellamento ad alta intensità culturale di quanto è non solo privato ma “osceno” nel significato etimologico di “quanto deve restare fuoriscena”, manifesta l’ identificazione con l’aggressore degli scrittori di autofiction; i quali, affascinati come il sedotto dal seduttore, e minacciati di estinzione come il negozietto dall’invasione dei centri commerciali,
    dallo spiattellamento bassa intensità culturale delle intimità etimologicamente oscene, semifalse e semivere come i romanzi di autofiction, iniettato dai media su scala mondiale e 24/7 negli psichismi degli occidentali e occidentalizzandi; reagiscono replicandolo nei loro romanzi, che attuano una strategia in parte magico-esorcistica (scene di caccia al temibile mammuth dipinte sulle pareti della caverna), in parte disperato-commerciale (l’ex fornaio artigiano che riapre in un franchising intitolato “La boutique del pane”).

    Se voleva intendere questo, sono d’accordo; sennò lo dico io.

  33. @ Roberto Buffagni
    ” Ma perchè mai lo scrittore dovrebbe VOLER parlare di tutto? Fa bene alla letteratura? Secondo me, no. Fa bene alla società, alla cultura? Secondo me, neanche. Fa bene al suo equilibrio psicologico? Ci sono tanti psicoterapeuti.”

    Concordo pienamente.
    maria zanichelli

  34. Credo che lo dica solo lei… per me niente di così miserabile e trash. La dipendenza della costruzione di sé dalle proposte, dai “caratteri”, correnti, è una necessità perfino biologica. La trasmissione e la possibile identificazione nei “caratteri” oggi avviene sulla ribalta globale, tanto più complessa (e anche spietata) l’operazione di confronto in rapporti corpo-a-corpo, anch’essi diffusamente metaforizzati e astrattizzati.

  35. @ roberto buffagni
    Sono una donna di sessantadue anni e, se non altro per motivi di età e di formazione culturale, non mi piacciono quelli che io chiamo i romanzi dell’abiezione. Detto questo, qualora essi esprimano “gli psichismi degli occidentali e occidentalizzandi” be’, c’è poco da fare, devono essere scritti, non vedo possibilità di autocensura o di condanna. Ci si può chiedere se siano paragonabili a malattie esantematiche che devono essere passate – ma mi rendo conto che nel caso dell’Occidente è un po’ tardi per le malattie esantematiche – o non piuttosto a una tabe senile. In entrambi i casi non vedo vaccini possibili. E’ chiaro che chi li scrive e pubblica si prende la responsabilità di scriverli e pubblicarli, e chi li legge ne farà quello che vuole (in fin dei conti in Occidente viviamo in una società democratica a suffragio universale, con le conseguenze anche sgradevoli che questo talvolta comporta).
    Quanto all’autore in questione, ho letto (recentemente) “Scuola di nudo” e l’ho trovato un romanzo interessante e di notevole qualità letteraria – cosa che si può dire di pochissimi romanzi italiani degli ultimi trent’anni – ma non mi ha lasciato né la voglia di rileggerlo, né quella di leggere altri romanzi dello stesso autore. Dell’ultimo ho letto solo alcuni brani, quindi non posso dire niente, tranne che il passaggio dall’autofiction alla narrazione in terza persona, che l’autore nell’articolo sul Corriere del 20 aprile presenta come un progresso, mi pare invece un regresso, nel senso che “l’iniezione di verità” che Siti stesso accredita all’autofiction viene meno, e quello che resta è, almeno per me, un sentore di menzogna. Menzogna strutturale voglio dire, dal momento che mettere in piedi un personaggio (camper un personnage, secondo le indicazioni di Zola) mi pare al momento un’operazione di dubbia onestà letteraria.

  36. @ Roberto Buffagni
    Grazie a lei dello scambio.
    Dunque: non la seguo del tutto sul primo punto. Non sono sicuro si possa affermare che Siti giustifichi la pedofilia. Lei nella sua “accusa” riporta dei fatti, e tutti i romanzi raccontano fatti, no? Poi da questi fatti lei trae delle induzioni, ma se ne potrebbero trarre delle altre… Io per es. ho letto il libro come un’accusa a Dio per la Sua assenza; anche quando il prete afferma che avrebbe dovuto andare a letto col bambino anziché pensare alla salvezza della propria anima, io continuo a leggerci un tentativo – goffo, stonato – di esprimere il profondo disagio dell’intelletto razionale dinanzi all’incomprensibilità della vita. Certo il personaggio del bambino è fragile, dal punto di vista narrativo, e il suo suicidio quasi incredibile; Siti mostra una scarsa empatia, una scarsa capacità di immedesimarsi. Non a caso finora aveva sempre e solo scritto di sé.

    Sulla seconda questione: io credo che si POSSA scrivere di tutto, ma che non si DEBBA farlo. Re Lear, I demoni, Il miglio verde o Meridiano di sangue infliggono una grande sofferenza al lettore; ma non lasciando trasparire alcun residuo di gratuità, essi svolgono una funzione catartica – che non significa affatto consolatoria. Quando si cede al compiacimento, o quando non si hanno gli strumenti per affrontare il Male de visu, sarebbe meglio rinunciare. Il problema è che chi di noi, prima di aver tentato, sa davvero se può farcela oppure no? Non so se lei ha letto American Psycho di Bret Easton Ellis, uno dei più celebri e famigerati romanzi contemporanei; io ancor oggi, dopo più di vent’anni, non so rispondere alla domanda se esso sia almeno in parte gratuito oppure se scaturisca da un bisogno – si etico che estetico – talmente forte e “puro” da giustificare tutto l’orrore che ci infligge. Insomma la faccenda è delicata, complessa, antica.

  37. “ Sabato 6 luglio 2013 – A pensarci bene, quello che più mi colpisce in Walter Siti sono i baffi. Baffi bruttissimi, da lontra, da tricheco, che peraltro gli si adattano perfettamente, visto che è basso, grasso, rotondo e lucido come un mammifero acquatico. Devo anche riconoscere che io i baffi di Siti non li avevo previsti. Io ero arrivato al massimo ai baffi di D’Alema, oppure, con un certo sforzo, a quelli di D’Avanzo, a quelli di « Pigi » Battista. Invece, tomi tomi, cacchi cacchi, baffi baffi, c’erano anche quelli di Walter Siti. Che, dice, a studiato alla Normale, che proviene, dice, da una famiglia « piuttosto povera », che fa sapere che i 5mila euri del premio gli fanno comodo, che tralascia di dire che ha già la pensione da professore universitario, che non mi meraviglierei se, quando muore, gli trovassero un sacco di soldi sotto al letto. Dice che è un omosessuale. Ma io ci credo poco. Secondo me è uno che gli piace parecchio andare in culo al prossimo. Per esempio, tanto per dire, a me. “.

  38. @ Elena Grammann

    Grazie della replica, signora. Siamo coetanei. I romanzi dell’abiezione non piacciono un gran che neanche a me, condivido alla lettera il suo giudizio su “Scuola di nudo” che anch’io ho letto di recente; non ho letto l’ultimo “Bruciare tutto”.

    Aggiungo solo una piccola nota su censura e autocensura, società democratica, etc., perchè su questo la penso un po’ diversamente da lei.

    Censura. Non sono favorevole alla censura. Ricordo però che nell’occidente odierno, la censura giuridica della libertà di espressione c’è eccome, e con pene pesanti, su punti ideologici quali lo sterminio nazista, dove è obbligatorio collimare con la versione del Tribunale di Norimberga. Forze organizzate niente male tendono ad allargare la censura a tutti i cosiddetti “hate speech” (omofobia, xenofobia, etc.) un calderone nel quale si buttano le posizioni, serie o strampalate che siano, sgradite ai powers that be. Lo scopo di questa censura non è pedagogico-moralistico, ma direttamente politico: serve a limitare gli effetti indesiderati del suffragio universale, recintando il terreno del dibattito culturale e politico ammissibile.

    Autocensura. L’abiezione vissuta non è una novità, è un dato permanente della vita umana sulla terra. Anche sforzandosi parecchio, difficile immaginare abiezioni d’ogni genere che non si siano mai manifestate nella vita di qualche essere umano. E’ invece una grossa novità la rappresentazione ufficiale ed esplicita dell’abiezione, lo spostamento dell’osceno dal fuoriscena al centro della scena simbolica. La vita erotica anagrafica di Marcel Proust era decisamente più abietta della vita erotica illustrata nei romanzi di autofiction di Siti, che pur non è stralciata dal diario di una suorina. Però, a Proust mai sarebbe venuto in mente di spiattellarla nella “Recherche”, che non mi pare ne abbia sofferto come opera letteraria.

    Perchè a Proust non è venuto in mente di spiattellare le sue vicende erotiche personali? Perchè si è autocensurato?

    E’ una domanda che fa ridere, ma è interessante, se ci si pensa su. Le ragioni di fondo sono tre: 1) nessuno gliel’avrebbe pubblicata 2) se per assurdo gliel’avessero pubblicata, Proust sarebbe stato oggetto di un ostracismo sociale totale, dire morte civile è dire poco, si sarebbe licenziata in tronco anche Céleste Albaret 3) l’idea non poteva sfiorarlo perchè totalmente incompatibile con il valore elevatissimo che egli dava alle lettere e all’arte in generale.

    Oggi, la ragione 1 (impubblicabilità) non esiste più. Seconda (ostracismo sociale) e terza (incompatibilità fra abiezione e cultura) sono strettamente legate, simul stabunt simul cadent: e infatti sono cadute entrambe.

    Gli effetti collaterali di questo crollo sono una cosa seria, e lo sono ancor più proprio perchè viviamo in una società democratica, con il suffragio universale, dove la censura giuridica sulle espressioni letterarie e artistiche non c’è. A dare il tono a una società sono le sue aristocrazie. Se le aristocrazie mettono al centro della scena culturale l’abiezione, danno il semaforo verde all’abiezione per tutti (certo, anzitutto per se stesse, evidentemente ne avevano parecchia voglia). Esempio minimo, la fola della corruzione politica: che nessuna legge potrà mai eradicare o anche solo diminuire, perchè l’unica cosa che può metterle dei limiti è la riprovazione sociale (non ti invito più a casa mia nè metto piede da te, non ti saluto per la strada, mi oppongo al matrimonio di tua figlia con mio figlio, etc.).

    Per concludere. Secondo me, in una società dove l’abiezione diventa normale, meritoria e culturalmente *centrale* non si vive bene, e non scommetterei un soldo bucato sulla sua coesione e durata. Poi il vaccino non ce l’ho neanche io, e mi limito a queste considerazioni da pensionato (anche se non sono in pensione).

  39. @ Enrico Macioci
    Che la cosa sia così antica non mi pare. A me sembra che dati dagli ultimi decenni del Settecento.

  40. @ Enrico Macioci

    Sul primo punto (Siti legittima la pedofilia, etc.) lei ha ragione. Non ho letto il libro, non dovevo scrivere “Siti di fatto legittima”: sono stato frettoloso. Avrei dovuto scrivere “i media e l’ideologia dominante di fatto usano il libro di Siti per legittimare la pedofilia e farla entrare nel campo del discorso corrente”. Lo scrivo adesso, grazie dell’appunto, meglio tardi che mai.

    Sul secondo punto. E’ lecito rappresentare il male? Fino a che punto? In che modo? etc. In breve penso questo: non ci sono manuali di istruzioni. Si può però tentare qualche precisazione, riflettendo un po’. Anzitutto, va detto che senza rappresentazione del male non esiste letteratura, e punto: perchè senza rappresentazione del male non è possibile rappresentare l’esistenza umana, nella quale male e abiezione sono presenze permanenti.

    Bisogna invece interrogarsi su quanto sia opportuna la rappresentazione diretta e mimetica del male. Una caratteristica peculiare del male e dell’abiezione agiti è che sono altamente sgradevoli, ripetitivi, asfittici, noiosi (un dato che Ellis coglie molto bene in “American Psycho”).

    L’elemento emozionante principale del male agito è la violenza, fisica e/o psicologica, perchè la violenza a) induce potenti secrezioni endocrine b) interessa la libido dominandi e suscita fantasie di onnipotenza c) è un’ottima imitazione, illusoria, della trascendenza, cioè il violento si sente sul punto di sfondare una porta che dà su qualche aldilà; poi si accorge che non è passato davvero e dunque deve rincarare la dose. L’altro elemento emozionante e interessante del male agito è l’erotismo, meglio se perverso o abietto, per le stesse ragioni (non è casuale che Venere e Marte siano amanti).

    Terra terra: una rappresentazione diretta e mimetica del male impone la rappresentazione diretta e mimetica della violenza e dell’erotismo, perchè senza questi due elementi emozionanti e interessanti la rappresentazione puntuale e dettagliata del male è molto noiosa, dopo venti pagine il lettore si addormenta, dopo mezz’ora lo spettatore cambia canale.

    E’ opportuno rappresentare direttamente e mimeticamente violenza ed erotismo? La risposta secca di una civiltà armonica è “no”, violenza ed erotismo sono “osceni”; vi si può alludere, si possono nominare, non si devono mostrare direttamente. Le ragioni sono due, una sociale una simbolica. Sociale: la rappresentazione diretta di violenza ed erotismo induce imitazione e contribuisce a scatenare nella vita personale e associata forze temibilissime, che solo uno sciocco può illudersi di dominare a suo piacimento. Simbolica: violenza ed erotismo sono soglie, e alludono al mare incognito che circonda la vita umana; a quell’Oltre dal quale spunta nascendo e al quale morendo ritorna l’uomo. Per elementare simmetria, a questo Oltre che circonda la vita dell’uomo deve corrispondere la zona di non detto e di invisibile che nella geometria teatrale si chiama “fuoriscena”. Senza fuoriscena non c’è scena possibile, come senza Oltre non c’è Qui.

    Le due ragioni, sociale e simbolica, sono indissolubilmente interconnesse. Se vuole il mio parere, lo restano anche oggi e lo resteranno anche domani. Se pensiamo che basti sostituire alla parola “Oltre” la parola “Niente” perchè ci si possa giocare senza temere conseguenze spiacevoli, ci sbagliamo.

  41. @ chris

    D’accordo, allora lo dico io solo. Non replico al suo ultimo intervento perchè non l’ho capito.

  42. “ Venerdì 18 maggio 2012 – Poi vado in libreria e prendo in mano il nuovo libro di Walter Siti, Resistere non serve a niente, e leggo il prologo. Mi faccio l’idea che sia un buon libro e che, comunque, Walter Siti sa scrivere. Però non lo leggerò, credo, perché costa 17 euro e poi perché, in generale, io leggo anche troppo. Aprendolo a caso ho visto che c’è un personaggio che si chiama « Folco » ed è un « senese da ottocento anni ». Altro non so, e non saprò, perché, come ho detto, non ho intenzione di leggerlo. E poi devo ancora finire di ri-leggere I Buddenbrook. (A ripensarci non credo per niente che sia un buon libro. Credo anzi di avere capito che Walter Siti è una specie di Saviano « per le persone colte » etc.) “.

  43. @ Buffagni. Non mi sono fatta capire? Credo che invece dipenda dalla mia convinzione di incompletezza del soggetto, e dell’espressione come ricerca provvisoria, e come autocontraddittoria “messa in scena” di un “confronto corpo-a-corpo”.
    Mi è chiaro d’altra parte che il confine tra ciò che si mostra e ciò che si vive presuppone un soggetto che viva già in un fuoriscena. Il fatto stesso di scrivere però, anche questi commenti, ci rende esistenti sulla scena.
    E’ una vecchia questione, l’idealismo filosofico da un paio di secoli ha indagato questo punto di raccordo in cui si gioca il soggetto, altre strade sono extrastoriche.

  44. @ roberto buffagni

    Grazie a lei dell’attenzione. Sulla questione della censura sono d’accordo con lei quando dice che il suo scopo è direttamente politico (con effetti talora grotteschi, aggiungo io). Sull’autocensura invece ho qualche perplessità. Io non credo che uno scrittore che vuole essere tale possa autocensurarsi. L’esempio che fa lei, di Proust, io lo vedo diversamente (a parte il fatto che qualcosina trapela anche in Proust, ad esempio quando fa dire a Albertine, cito a memoria, che avrebbe preferito andare da qualche parte “se faire casser le pot”, ma è chiaro che rispetto a Siti sono quisquilie). Io credo che per Proust questa parte della sua esistenza empirica (che è comunque riflessa nel personaggio di Charlus) non fosse centrale (come è invece, apparentemente, per Siti). A torto o a ragione, per Proust l’io delle esperienze “abiette” fa parte della miriade di “io” empirici dispersi nel tempo che si dissolvono senza lasciare traccia. L’io che rimane è una sostanza puramente estetica che è tutt’uno con l’opera, la quale lo individua completamente. Mi sembra impossibile a questo punto parlare di autocensura, perché se l’opera si autocensurasse rispetto a questo io autentico mentirebbe e si autovanificherebbe. I motivi “sociali” che lei presenta non convincono fino in fondo, perché più o meno negli stessi anni i surrealisti danno voce in modi anche molto espliciti a un marcato interesse per il male (minuscolo, prego) e per la trasgressione a tutti i livelli.
    Lei parla di Proust, ma che mi dice di Lautréamont? Poi è chiaro che non è obbligatorio leggerlo.
    Io credo che l’interesse e il fascino per il male e per l’espressione esplicita del male si manifesti in forme inedite a partire da Sade e dal romanticismo nero e progredisca annettendosi sempre nuovi territori in un modo che la società, con le migliori intenzioni, non può ostacolare. Si sarà accorto anche lei che affermare diventa sempre più difficile di negare e suona sempre un pochino falso.
    Una via d’uscita, già parecchio praticata però, è l’ironia. Più in là al momento non vado.

  45. @ Elena Grammann
    Siamo sicuri che i tragici greci, o Shakespeare, non si ponessero il problema intimo della rappresentazione di un Male radicale?

    @ Roberto Buffagni
    Condivido in toto, come spesso mi capita, le sue affermazioni. L’ultima frase poi, “se pensiamo che basti sostituire alla parola “Oltre” la parola “Niente” perché ci si possa giocare senza temere conseguenze spiacevoli, ci sbagliamo”, è talmente icastica che ci si potrebbe intitolare un saggio. Molta della debolezza di parecchia narrativa attuale verte su questo punto. A cosa decidiamo di dare credito? La scelta, più o meno conscia, non è mai priva di conseguenze, nel pubblico, nel privato, in arte. Sarà un caso che l’arte più grande include pressoché tutta la “questione metafisica” dell’esistenza? (non saprei come altro definirla). Ci si riallaccia dunque al suo precedente intervento: la cultura è una sorta di circo barnum, una cosa vale l’altra, se non sei disincantato sei un cretino ecc.
    Sulla rappresentazione necessariamente obliqua del Male, che lei invoca, non so… Mi sovviene l’esempio di Pet Sematary di Stephen King, il libro più angoscioso e terrorizzante che io abbia mai letto. Benché King si spinga oltre i limiti dell’umana sopportazione (far risorgere un figlio morto solo per riaverlo indietro “marcio” e doverlo quindi uccidere di nuovo), il romanzo mi sembra affrontare il tema della morte con grande efficacia e “correttezza”. Il motivo credo risieda nella costante aura sacrale che emerge dalle pagine. C’è un Oltre che non va profanato. King ci ammonisce ad accettare i nostri limiti, a rispettarli e a trarre da essi un’igiene morale; e lo fa con una ruvidezza “cristiana”, se così si può dire. Però, benché lo desideri da tempo, non ho il coraggio di rileggere il libro. Brutto segno? Buon segno? Chi sa (forse lei saprà, si parvissima licet, che il dottor Samuel Johnson non osava mai rileggere il quinto atto del Re Lear perché gli procurava troppa angoscia).
    In ogni caso è il nichilismo, mi pare, la chiave del nostro tempo superficiale e nevrotico; perché dietro di esso, quasi sempre, non agisce una coerenza leopardiana, bensì un comodo acciambellarsi sul cuscino del “perché no?” prima evocato. Un “perché no?” che crea tanta confusione e casca a fagiolo per le aristocrazie che lei cita.

  46. @ Buffagni

    La sua visione della letteratura è politicamente coerente, ma esteticamente nulla, poiché fa astrazione del ruolo che l’osceno, fin dalle letterature classiche, ha giocato nella comprensione del nostro stare al mondo (basta leggere l’Essai sur des vers de Virgile di Montaigne per rendersene conto). Insomma, senza sconce incursioni nel fuori scena, ciò che si è recitato sul palco della commedia umana non sarebbe stato altro che una noiosa recita per educande, o un immutabile rito per guardiani della tradizione. La modernità non è da buttare in blocco. C’è sicuramente più verità, e forse, seppure in modo paradossale, più umanità, negli stupratori pedofili delle Centoventi giornate di Sodoma che nella facile, posticcia emozione collettiva per l’annegamento di un bambino siriano. La letteratura serve proprio a far capire questo. Ben venga l’osceno, se necessario. Se non lo si capisce, glielo dico con sincero rispetto, è meglio limitarsi alla lettura dei giornali.

  47. @ Enrico Macioci

    Posso supporre che si ponessero il problema del male (solo i cretini non se lo pongono), ma intanto per escluderlo dalla comunità. Quanto alla rappresentazione, essa dipende in primo luogo da una serie di convenzioni culturali per cui certe cose sono semplicemente impensabili in un’epoca e pensabilissime e dicibilissime in un’altra (non credo che Sofocle abbia liberamente scelto di non esprimersi come Walter Siti). Naturalmente posso sbagliare, ma mi pare che soltanto a partire da Sade il male acquisti diritto di cittadinanza e di dicibilità esplicita (e dunque una sua paradossale positività) nella comunità. Poi, che a me non piaccia è un altro discorso.

  48. @ Aristide

    Molto interessante quello che scrive, grazie. Solo su una cosa sarei cauta: la Verità, come la Natura, diventa troppo spesso un fantoccio agitato da chi vuole stendere l’avversario privandolo della possibilità di replica. La letteratura, a mio modo di vedere, traffica con l’invenzione e la rappresentazione, non con la Verità. Se si vogliono paragonare i comportamenti dei personaggi di de Sade alla commozione “virale” per il bambino siriano annegato, farei riferimento ad altre categorie. Più umanità, più autenticità forse? Più spontaneità?

    Comunque sia, nelle reazioni scomposte al libro di Siti (reazioni perlopiù preventive, dato che pare che parlare di un libro e giudicarlo senza nemmeno averlo letto sia quasi un punto d’onore), ancora una volta emerge la difficoltà di considerare autore e narratore come due entità separate: una narrazione in prima persona diventa una confessione sincera (posto che una cosa del genere possa esistere), una dichiarazione d’intenti, una predica dal pulpito cartaceo. È così difficile considerare che non solo don Leo non è Walter Siti, ma che i pensieri e i desideri di don Leo non coincidono (necessariamente) con quelli di Walter Siti, e che il dare voce a pensieri e desideri di un personaggio non coincide con la loro legittimazione? È possibile che non si riesca ad andare oltre un’interpretazione grettamente letterale della parola scritta? Mi chiedo se chi ritiene che Siti voglia legittimare la pedofilia creda anche che Dante abbia davvero viaggiato nell’oltretomba.

    @ Buffagni

    Lei scrive: «i media e l’ideologia dominante di fatto usano il libro di Siti per legittimare la pedofilia e farla entrare nel campo del discorso corrente». Mi direbbe di grazia dove vede le schiere di legittimatori della pedofilia? Non mi dica che lei è di quelli che credono all’esistenza di Babbo Natale e di sua zia, la Teoria Gender.

  49. @ Aristide

    Grazie della replica e delle obiezioni. Ho letto il testo di Montaigne da lei suggerito, mi è noto che le letterature e le civiltà classiche e cristiane volentieri compiono “incursioni nel fuoriscena” e fanno posto all’osceno, non penso che “la modernità *sia* da buttare in blocco”, non sono più platonico di Platone, e per concludere non sono una suorina o un sacerdote egizio.

    La differenza di fondo tra il prima e il dopo la cura moderna (il punto X è probabilmente proprio il Sade da lei citato) è che prima della cura moderna la civiltà e il sistema simbolico, letteratura compresa, si strutturano intorno alla persuasione che scena e fuoriscena, rappresentabile e non rappresentabile, infero e supero, bene e male esistono oggettivamente, nella realtà o meglio nella Realtà, perchè rispecchiano l’ordine cosmico o la gerarchia dell’Essere, e che dunque i rapporti tra queste dimensioni non sono alterabili a piacimento; dopo, no: se esistono, esistono per convenzione sociale o per scelta soggettiva, e quindi si possono modificare ed eventualmente azzerare o invertire a piacere.

    Il suo paragone tra il cattivismo di Sade e il buonismo tv sul bambino siriano morto è frettoloso, penso di capire che cosa lei intendesse ma non mi pare illustri il punto da lei sollevato, perchè il secondo termine di paragone non è omogeneo al primo: una operazione mediatica con evidenti e immediati scopi politici non è omogenea a un testo letterario, e neanche a un documento psicologico; il fatto che l’una faccia appello al sentimentalismo e la seconda a un erotismo feroce è irrilevante, mentre è rilevante che l’una sia un prefabbricato e l’altra no, Sade ha anche obiettivi politici ma qui non sta scrivendo un volantino.

    Scrivendo che “c’è più verità, e paradossalmente più umanità” negli stupratori pedofili delle “Centoventi giornate” che etc., lei dice però una cosa molto interessante. Se fraintendo lei mi correggerà, ma la sua frase significa: “La rappresentazione letteraria degli stupratori pedofili delle ‘Centoventi giornate’ è *vera* e paradossalmente *umana* perchè *dice una verità* sulla vita interiore dell’uomo, che è di Sade ma non solo di Sade, perchè in tutti gli uomini c’è, dormiente o desta, questa possibilità del desiderio, questa possibile scelta della notte.”

    Il che è verissimo. Il sadismo non l’ha inventato Sade: c’era prima di lui, e continuerà ad esserci dopo di lui e dopo di noi. Le “Centoventi giornate” sono sicuramente un testo letterario e un documento psicologico (se siano anche un’opera d’arte dipende dal concetto che ci si fa dell’arte), e sicuramente rappresentano una possibilità realmente esistente, ed esistente in permanenza, dell’anima umana: tant’è vero che questa possibilità non cessa di attualizzarsi nell’effettualità sin da quando dell’uomo si ha notizia.

    Lo sanno benissimo anche le civiltà e le letterature non moderne, tutt’altro che ignare degli inferi; ma scelgono, per le ragioni che ho brevemente illustrato in precedenza, replicando a @Enrico Macioci, di non mettere gli inferi al centro della scena simbolica e sociale: nel Pomerio ci sta il fuoco di Vesta, non la porta inferi, che c’è eccome ma in posizione decentrata, diciamo oltre il Grande Raccordo Anulare.

    Le civiltà e le letterature dopo la cura moderna cominciano invece a pensare che l’estensione del campo della rappresentabilità, lo svelamento del fuoriscena, sia sempre positivo perchè produce un aumento della conoscenza e della potenza, una liberazione da vincoli metafisici e sociali che conduce all’uscita dalla minorità dell’individuo, insomma un progresso culturale e sociale. E in effetti è così. Poi però succedono anche tante altre cose, che per farla molto corta etichetterò “dialettica dell’illuminismo”, cosa interessante della quale si sta discutendo qui, nei limiti di scambi come questi (e delle mie capacità).

    Per concludere. Non sto facendo un promo a Marine Le Pen o proponendo un’iniziativa di legge popolare per mettere le mutande ai romanzi di Siti, sto ragionando un po’ sul nostro tempo, sulla modernità, la post, etc., contesto nel quale vivo anche io e non esclusivamente per trinciare giudizi o dare pagelle, attività che mi interessano zero. Secondo me non è inutile o fuorviante, per capire il nostro tempo, la nostra civiltà, il nostro sistema simbolico, confrontarli con epoche, civiltà e sistemi simbolici radicalmente diversi; a patto che si cerchi di interrogarli e di capirli senza ricacciarli subito nell’oscurantismo e nel medioevo.

  50. @ odilia mancinelli

    Tanto tempo fa credevo anche alla Befana, ma in terza elementare un compagno di scuola illuminista mi ha aperto gli occhi. Da allora sono diventato sospettoso, mi sono abituato a osservare come funzionano certe cose, e mi sono accorto che quando gli attuali powers that be vogliono legittimare qualcosa (qualunque cosa, dall’aumento delle tasse all’utero in affitto all’eutanasia) fanno sempre come descritto nel mio post del 25 aprile 2017 a 07:17., che la invito a leggere.

    Con la legittimazione della pedofilia il romanzo di Siti in sè e per sè non c’entra niente, che Walter Siti persona anagrafica sia a favore o sia contrario a legittimarla oppure no (non ne ho idea), per le ragioni che lei correttamente espone nel suo intervento.

    Il romanzo, o meglio il tema pedofilia che nel romanzo effettivamente c’è e inevitabilmente colpisce l’attenzione, vengono usati dai suddetti powers that be, sezione media, per aprire il dibattito, sondare l’opinione, e vedere come butta. Naturalmente ci sono i favorevoli e i contrari, ma qui lo Schwerpunkt dell’operazione è “aprire la discussione”, visto che sino a cinque minuti prima non c’era niente da discutere e tutti apparentemente davano per scontato che la pedofilia non è legittimabile MAI: mentre invece adesso, col pretesto del romanzo di Siti, se ne parla sui giornali e in TV.

    Come è avvenuto, per esempio, con l’utero in affitto: un attimo prima solo un pazzo o un mostro avrebbe detto che va bene vendere e comprare i bambini e noleggiare le donne come fattrici, un attimo dopo l’utero in affitto è una conquista di civiltà e chi avanza dubbi un coglione oscurantista.

  51. @ odilia mancinelli
    “La letteratura, a mio modo di vedere, traffica con l’invenzione e la rappresentazione, non con la Verità”, lei afferma. Lo affermava pure Aristotele, ma poi c’è stata la modernità. C’è stato Novalis, che sosteneva che la poesia dice non il verosimile ma il Vero, c’è stato Holderlin, e poi Rimbaud, e Georg Trakl, e Paul Celan e tanti altri di quella risma. C’è stata tutta una linea poetico/filosofica (ma anche narrativa) che ha contestato alla radice il fatto che scrivere sia un mero atto di invenzione e rappresentazione. La letteratura forse, come lei scrive nella sua frase, lo è. Ma al letteratura da un certo punto in avanti – diciamo15 maggio 1871, Lettera del Veggente, non basta più. E’ anzi trattata con deciso disprezzo. Non mi spingerei a tanto, non sempre – ma neppure a tornare indietro ad Aristotele.

  52. @ Elena Grammann

    Molto interessanti i suoi rilievi e le sue obiezioni. Cerco di ragionarci un poco.

    Mi colpisce e mi interessa soprattutto il suo esatto rilievo in merito all’autenticità della voce di uno scrittore, al fatto indubitabile che autocensurarsi con un mero atto di volontà conforme a programma ideologico o dettato etico impedisce a uno scrittore d’esser tale, perché per scrivere un testo letterario al livello della “Recherche” (o dei romanzi di Siti) volontà cosciente, dominio della lingua, erudizione e competenza letteraria non bastano; queste facoltà devono invece porsi al servizio di un moto interiore nel quale confluisce l’intera personalità dell’autore, emersa e sommersa.

    Premetto, prima di continuare a parlare di Proust, che ne sono soltanto un lettore, non conosco la letteratura critica, etc.; se dirò qualche sciocchezza saranno benvenute critiche e correzioni.

    Il tema dell’erotismo è centrale, in Proust. Non solo perché nella parabola tragica e grottesca del barone di Charlus Proust ritrae un aspetto della sua propria vicenda erotica, come nell’ingegner Legrandin ritrae il suo proprio snobismo culturale; ma perché la sua riflessione sull’erotismo e sul desiderio parte fin da subito dalla sua equazione personale di omosessuale che desidera uomini che *non possono* contraccambiare il suo desiderio. Non possono perché, molto semplicemente, sono uomini che desiderano le donne, e che quindi possono apprezzare la sua sensibilità e la sua intelligenza, essere attratti dalle sue conoscenze culturali e mondane, approfittare dei suoi soldi, ma *non* fare quella cosa apparentemente tanto semplice e tanto normale che è ricambiare desiderio con desiderio. E’ per questo che tanto il barone di Charlus/alterego di Proust quanto il Walter Siti/alterego di Walter Siti dei suoi romanzi di autofiction indirizzano il proprio desiderio erotico verso tipi che caricaturano la virilità come gli “apaches” e i culturisti; è per questo, insomma, che entrambi *teatralizzano* il proprio desiderio erotico.

    La domanda è: perché il Proust scrittore, per trovare la sua voce autentica, deve porsi *fuori* dalla scena in cui il narratore Marcel e gli altri avatar del Proust anagrafico agiscono, e invece il Walter Siti scrittore, per trovare la sua voce autentica, deve entrarci, su quella scena, ed entrarci così, con i calzoni slacciati?

    Io francamente non so rispondere. Posso tirare a indovinare: in Proust, lo scacco del desiderio innesca una dinamica interiore – molto grossolanamente: “sublimante” – che conduce dalla “menzogna romantica” alla “verità romanzesca”, per usare la bella formula del saggio di René Girard. In Siti, lo scacco del desiderio conduce (mi pare conduca, conosco molto meglio Proust di Siti) alla ripetizione del circolo vizioso, all’esaurimento psicologico, e alla finale rinuncia a ricavare un senso ulteriore dallo scacco del desiderio: a un “sono così/è così e basta”; “resistere” a come sono io e a come è il mondo “non serve a niente”.

    Ammesso che quanto ho appena scritto non sia del tutto fuori bersaglio ( e non lo so): c’entra qualcosa, nel divaricarsi di queste due strategie letterarie che pur si dispiegano da esperienze interiori non incompatibili e anzi simili, la quota di voce interiore che rimodula la voce della propria cultura, del proprio sistema simbolico, della propria civiltà? Secondo me, sì.

    E qui viene a proposito l’altro suo interessante rilievo/obiezione sui “Chants de Maldoror”, i surrealisti, etc. Lautréamont scrive se ben rammento verso il 1870, ma la sua opera viene celebrata e prende rilevanza letteraria ad opera del movimento surrealista, nel primo dopoguerra. Tra Proust e i surrealisti la cesura storica è la IGM. Nella Prima Guerra Mondiale, Proust non sente il naufragio/suicidio della civiltà europea e di tutti i suoi simboli e valori che vi sentiranno i surrealisti; anzi, vi ritrova il patriottismo “carnale” del popolo e dell’aristocrazia di Francia, come Françoise, come Saint-Loup (e come Péguy).
    Per i surrealisti, la Prima Guerra Mondiale non solo segna il naufragio della civiltà europea, ma *insegna* che vanno distrutte tutte le autorità tradizionali, le sociali (civiltà borghese, religione, capi, padri) e le interiori (primato delle facoltà superiori dell’anima sulle inferiori, della ragione sulle passioni). Telegraficamente e grossolanamente, che va completata e approfondita l’opera della rivoluzione francese. Il regicidio *non basta*. Vanno scorciati di una testa, resi “acéphale”, la società, il pensiero e l’uomo. Di qui anche la trasformazione di Sade in bandiera non solo letteraria, l’interesse non solo letterario per le divinità infere, il sacrificio umano, le perversioni erotiche, etc.; sempre telegraficamente e grossolanamente, la trascrizione *in nero* delle parole d’ordine della rivoluzione francese, libertà (da ogni vincolo), eguaglianza (abolizione di tutte le gerarchie), fraternità (senza padri). Dissolvere i legami, dissolvere la società, dissolvere l’io. Non mi paiono idee o programmi inattuali.

  53. @ Roberto Buffagni
    “La domanda è: perché il Proust scrittore, per trovare la sua voce autentica, deve porsi *fuori* dalla scena in cui il narratore Marcel e gli altri avatar del Proust anagrafico agiscono, e invece il Walter Siti scrittore, per trovare la sua voce autentica, deve entrarci, su quella scena, ed entrarci così, con i calzoni slacciati?”

    La mia risposta è: perché Proust possiede un’immaginazione più forte, e una più forte propensione all’arte del narrare – ancorché non sia neppure egli un narratore puro. E’ qui il punto/chiave per cui direi @ Odilia Mancinelli che è più difficile con Siti, rispetto ad altri scrittori, staccare l’autore dal personaggio; ciò non significa, sia chiaro, che non vada fatto. Un deficit immaginativo abbisogna di un’iniezione di realtà, e Siti ha sempre iniettato realtà nelle proprie opere, non tanto intesa come fatti più o meno accaduti, quanto piuttosto come ego. E’ là l’inghippo, è là che la catena smette di girare.

    Ho infine l’impressione che continuare a cercare una ragione “morale” o “sociale” della opacità di Siti tolga forza al dibattito, che dovrebbe vertere essenzialmente sul piano narrativo, trattandosi di un romanzo.

  54. @ Robero Buffagni

    Intanto la ringrazio ancora dell’attenzione che mi dedica e che cercherò di meritare, anche se ammetto che mi si stanno confondendo un po’ le idee.
    Capitolo Proust: concordo con lei quando dice che l’erotismo è centrale in Proust. Anzi, rincaro: la perversione vi occupa un posto sicuramente non secondario – es. la figlia di Vinteuil, che alla prima lettura, quando ero giovane, era stato un boccone difficile da mandar giù. Ora mi pare che la sua domanda sia: perché Proust questo fenomeno della (propria) perversione, che evidentemente considera un’esperienza importante, la spalma su personaggi diversi da Marcel invece di farsene direttamente carico, alla prima persona, come fa Siti? Confesso che il suo suggerimento – che ciò sia riconducibile alla “quota di voce interiore che rimodula la voce della propria cultura, del proprio sistema simbolico, della propria civiltà” – non l’ho ben capito. Vuol dire che ogni scrittore è libero di formulare pulsioni/perversioni/esperienze tutto sommato simili in modo più o meno esplicito, più o meno crudo, e soprattutto esponendo più o meno se stesso “senza mutande”? Se è questo che vuol dire sono d’accordo, ma non si capisce perché il modo di Proust sia necessariamente preferibile a quello di Siti. La censura sociale alla quale lei accennava nel post precedente non mi convince. A parte i surrealisti, dei quali dirò dopo, mi viene in mente che Les Nourritures terrestres è del 1897 e L’immoraliste del 1902. È vero che Gide non mette in scena se stesso, ma è anche vero che non mira assolutamente a nascondersi dietro un dito. Insomma alla domanda perché nella Recherche non sia Marcel il “perverso” bensì altri personaggi non ho risposta, se non che il primo romanzo di Siti esce ottantun anni dopo Dalla parte di Swann (mi scusi, non vorrei apparire polemica, soprattutto non con lei che è così gentile, ma mi sembra che in campo cattolico non si tenga gran conto della storia – comprensibilmente d’altronde). La risposta del signor Macioci, che ciò avviene “perché Proust possiede un’immaginazione più forte, e una più forte propensione all’arte del narrare” mi fa pensare a quei critici di cui si fa beffe Sartre nel saggio su Baudelaire, secondo i quali l’importanza che rivestono nei Fiori del Male i profumi e le sensazioni olfattive in genere è da ricondurre al fatto che Baudelaire aveva un naso particolarmente fino. (Oltretutto Proust stesso lamenta precisamente la propria totale mancanza di immaginazione).
    Quindi, alla sua domanda io non ho risposta. Trovo interessante (e congeniale) l’ipotesi della sublimazione dello scacco del desiderio, ma non ho elementi per valutarla correttamente.
    Capitolo surrealisti: lei indica nella prima guerra mondiale la causa (scatenante) delle avanguardie, e ha perfettamente ragione. Però la prima guerra mondiale c’è stata, e le avanguardie ci sono state, e se non sono durate a lungo, perlomeno nella forma “acuta”, hanno cambiato parecchio le cose, e i cambiamenti sono durati. Come dice lei, i loro programmi hanno senz’altro lati attuali. Quando Breton dice che lui vorrebbe vivere “in un casa di vetro” (altro boccone per me difficile da mandar giù), non c’è già lì tutto Siti? Il rifiuto di nascondere di sé anche la cosa più piccola o abietta?

  55. @ Enrico Macioci

    Ci sono stati Aristotele e la modernità. E poi anche la post-modernità. Quindi no, non sto tornando ad Aristotele, anche se un viaggetto nella Grecia antica lo farei volentieri.
    Mi interrogo poi su cosa ci sia di sbagliato nel considerare la letteratura un “mero atto di invenzione e rappresentazione”. Perché “mero”, poi? Oppure stiamo dicendo che il fatto che la letteratura sia costituita di parole, e non di suoni come la musica o di pennellate come un quadro, implichi automaticamente che la si possa e la si debba misurare col metro della Verità?

    @ Roberto Buffagni

    La mia domanda era molto più semplice, ma, me ne rendo conto, è molto più difficile rispondervi, causa l’assenza conclamata di prove: mi indicherebbe una sola voce (una!) “mainstream” che spinga per la legittimazione della pedofilia, in Italia o altrove? Non dubito esistano gruppuscoli di spostati, ma parlare addirittura di ideologia dominante, e accostare poi la pedofilia alla gestazione surrogata, mi sembra indegno della sua evidente intelligenza.

  56. @Elena Grammann
    E’ vero, Proust ha una quasi totale mancanza di immaginazione, ma Siti lo batte… Avevo pur specificato che Proust non brilla certo per qualità squisitamente narrative: tocca ribadire.
    In un altro passo lei afferma: “mi sembra che in campo cattolico non si tenga gran conto della storia – comprensibilmente d’altronde.” In realtà è proprio il contrario, e lo dico da scettico. Il concetto di modernità nasce pressoché ovunque come afflato messianico (pensi a Marx), e in generale è il cristianesimo a lasciar passare il concetto che nuovo è meglio che antico, che occorre guardare avanti e non indietro, che domani è meglio di oggi. In più, è per l’appunto il cristianesimo a introdurre il metodo di un’incarnazione (potremmo usare un termine più neutro: incardinazione) delle opere e degli autori nel tempo che vivono e da cui scaturiscono. E’ il motivo per cui oggi uno scrittore che scrivesse romanzi come Tolstoj, ad es., ci apparirebbe antiquato se non ridicolo: perché la storia è un processo che avanza. E’ il motivo per cui la bellezza possiede forse un valore eterno, ma il senso muta. La storia è una dinamo, quantomeno per noi occidentali. Se poi lei viene dal tao o da Buddha, allora il discorso cambia.
    Su Baudelaire, anziché Sartre le consiglio Hugo Friedrich: tratta assai bene quella faccenda dei profumi, sa.
    Cordiali saluti

  57. Signori, signore, siete partiti da Siti e siete arrivati ai fondamenti della civiltà. Ho le vertigini.
    Direi che già solo questo dimostra che Siti è letteratura di quella grande, se per inquadrarlo abbiamo bisogno di scomodare i fondamenti (a me piace moltissimo).
    Ho letto questo scambio con vero piacere.

    Io ho due tre questioni che mi frullano in testa e che sono attinenti. Ve ne comincio a proporre due; se avete tempo, un vostro giro di opinioni non mi spiacerebbe.

    1) La letteratura può dire tutto e ormai nessun vincolo “esterno” (sociale, culturale, superegotico) può impedirle di dire quel che le pare. La censura non può esistere. Qualcuno trova che si può dire tutto, ma non si dovrebbe dire tutto. Ma, capirete, in ogni caso la libertà di espressione è garantita: si può ma magari non si dovrebbe, ma se uno decide che lui può, non possiamo dirgli niente, i vincoli etici mica puoi imporli per legge.
    Ma Buffagni osserva che ci sono un sacco di cose che in realtà non si possono dire nella nostra società, perché si sono stabilite delle categorie discriminanti politiche e morali che vietano ad es. di rimettere in discussione quanto assodato dal processo di Norimberga (però Buffagni detta così mi inquieta. Non voglio fare offesa alla sua intelligenza dicendo che mi suona negazionista. Vuol solo dire che la verità storica è un po’ più complicata di quella processuale? Penso di sì, o spero di sì). Insomma, la nostra società predica la libertà di espressione ma in realtà ciò non è vero. A me è subito venuta in mente un’obiezione a Buffagni: sì ma Norimberga cercava di stabilire una responsabilità storica, dunque lì non è tutto permesso, io non posso dire che i nazisti erano dei francescani. In letteratura invece si può. Mi sono poi reso conto che l’obiezione regge solo fino a un certo punto e ce ne accorgiamo meglio se invece di pensare a Norimberga pensiamo a Siti. E se Siti avesse scritto un romanzo nel quale insinua che le camere a gas non siano mai esistite? In cui, tornando all’autofiction, mescolasse in questo modo realtà e invenzione (o paranoia: che potrebbe essere un gustoso sostituto della perversione)? Sarebbe accettabile perché è letteratura e l’autore non è il narratore? E voi continuereste a far valere il vostro principio liberale di non censurarlo? Ho provato a portare alle estreme conseguenze la faccenda. Vediamo che succede.

    2) Pasolini a letto coi ragazzini ci andava (era pederastia e non pedofilia, ma approssimiamo: sarebbe reato anche quella oggi), non era solo letteratura la sua. Siti oggi può scrivere di pedofilia perché, come ricorda Simonetti nel post di stamattina, il narratore non è l’autore: Siti non è pedofilo.
    Se fosse pedofilo sarebbe in carcere e dubito che accetteremmo di comprare i suoi libri, a meno che non fossero libri di espiazione e pentimento. Se fosse in carcere e volesse raccontarci la pedofilia come fa Siti uomo libero, ovvero dicendo a chiare lettere che il desiderio pedofilo non è reato, non proveremmo ripugnanza a foraggiarlo economicamente con l’acquisto dell’obbrobrio, perché lui quel desideriaccio l’ha pure fatto diventare azione? leggeremmo il libro di un pedofilo vero che dicesse quello che dice Siti? Riusciremmo ancora a distinguere realtà, in cui non tutto è permesso, e letteratura, in cui tutto è permesso? A rigore l’essere più abietto, un torturatore seriale potrebbe scrivere un capolavoro, un dostojevski che ha fatto mille passi in più dentro l’esperienza della perversione. Dovremmo dire: l’autore stia in carcere, ma il libro è un capolavoro. A me pare che se rinunciamo all’idea della letteratura autosufficiente, quell’autore che è stato precocemente dichiarato morto dimostrerebbe di essere presente più che mai, e di disturbare pure parecchio.
    Tornando a Pasolini. Se fosse vivo oggi e scrivesse, noi non lo compreremmo e non lo ascolteremmo, come con il Siti pedofilo della mia ipotesi virtuale. Di certo non ne faremmo un profeta (se fosse vivo e dovesse ancora diventarlo: profeta ormai lo è, quel che fatto è fatto, ai morti si perdona tutto).
    Perché nell’Italia bigotta e omofoba che pure l’ha massacrato scandalisticamente, nell’Italia castigata in letteratura, Pasolini era un punto di riferimento intellettuale e vendeva? Quanti intellettuali oggi difenderebbero un Pasolini vivo e pederasta? Quale mercato avrebbe? Oggi che ci scandalizziamo per un titolo di giornale malriuscito del tipo “Il trio delle cicciottelle” e otteniamo la testa del direttore?
    Siamo diventati bigottissimi nella realtà e perversi in letteratura? Questo ribaltamento dialettico è pure un bel pasticcio.

  58. @odilia mancinelli
    Non è che sia per forza sbagliato. Ma non possiamo ignorare che molte grandi voci della modernità hanno concepito la letteratura come Verità. Credo sia giusto quantomeno tenerne conto.

  59. Lo scambio è davvero interessante, e ringrazio tutti gli intervenuti. Siccome ogni tanto faccio anche altro, non posso rispondere subito a tutti. Lo farò appena possibile.
    Per ora mi metto avanti col lavoro e tranquillizzo Lo Vetere, non sono negazionista, seguono dettagli.
    Alla signora Mancinelli, che ringrazio per i complimenti, dico che se vuole sapere come la penso sull’utero in affitto può leggere qui: http://www.leparoleelecose.it/?p=21884
    dove c’è un lungo scambio sul tema. Anche qui seguono dettagli.
    Cordiali saluti a tutti.

  60. “ Lunedì 14 maggio 2007 – Stamattina c’è Walter Siti. Si è messo a leggere il giornale stando con le ginocchia appoggiate sulla sedia e il deretano sollevato. Poiché è rotondetto, risulta, in quella posizione, vagamente comico, e anche un tantino osceno. Comunque la considero un’occasione per riflettere, ancora una volta, sul concetto di cul-tura. “.

  61. @ Roberto Buffagni

    Mi perdoni se non ho letto per intero lo scambio che mi ha segnalato. Se lei è convinto che la maternità surrogata sia “compravendita di bambini”, e che pedofilia e maternità surrogata siano in qualche modo equiparabili, temo non rimanga molto spazio per il dialogo.

  62. @ Enrico Macioci

    La ringrazio per avermi elucidato la storicità delle opere letterarie. Senza di lei non ci sarei mai arrivata, sa.

  63. Grazie a lei per la risposta, argomentata e cortese. Il riferimento al bambino siriano l’ho fatto perché è presente, in chiave oscena, nel romanzo di Siti, cosa che gli è stata rimproverata da Michela Marzano. Per quanto riguarda Sade, sì, ha capito benissimo, è esattamente quello che volevo dire. Se no: comprendo le sue posizioni, ma mi sembrano ispirate a una visione storica troppo riduttiva e schematica. Ancora Montaigne. Al quale non si possono certo attribuire la radicalità e l’oltranzismo “moderni” di Sade. Ebbene, nei Saggi impiega spesso e volentieri il registro dell’osceno, per esempio quando, sempre in Sur des vers de Virgile, si lamenta delle piccole dimensioni del proprio cazzo, o ancora in De la coutume et de ne changer aisément une loi reçue, dove passa in rassegna ogni sorta di perversione sessuale, un catalogo rispetto al quale le nostre pratiche più audaci sono roba per chierichetti. Qui non siamo alla periferia di un mondo culturale, siamo nel cuore dei Saggi, che a loro volta sono il cuore di una cultura. Di lì a poco, sulle scene teatrali francesi, la rappresentazione dello stupro (sottolineo “rappresentazione”, non “narrazione” o “descrizione”) si sarebbe imposta, grazie ad autori come Alexandre Hardy, il più importante d’inizio Seicento, come un motivo ricorrente. Sono solo alcuni esempi per mostrarle che la dialettica tra la scena e l’osceno è costitutiva delle letteratura occidentale. Un fenomeno di cui si potrebbe, forse, dare una lettura in chiave di storia della cultura religiosa. Dopotutto, in modo significativo, i primi detrattori del cristianesimo insistono sull’oscenità di una religione il cui dio sarebbe nato da una mezza puttana e morto di una morte infamante dopo aver passato il tempo con delle puttane integrali (“I pubblicani e le prostitute vi passeranno avanti nel Regno di Dio?” recita del resto Mt, 21, 28-32) Ai miei occhi, la modernità comporta più che altro un cambio di accento, d’inflessione. Ma l’osceno fa parte della nostra cultura più radicata e profonda.

  64. p. s.

    il mio messaggio era indirizzato a Buffagni

  65. @ Elena Grammann
    L’avevo notato! Perciò ho pensato di aiutarla ;-)

  66. @ Daniele Lo Vetere

    “Siamo diventati bigottissimi nella realtà e perversi in letteratura? Questo ribaltamento dialettico è pure un bel pasticcio.”
    Un tentativo di spiegazione potrebbe essere il seguente: la cultura ufficiale e di stato porta avanti (a fatica) un umanesimo tanto più barcollante quanto più parossisticamente sostenuto. In Italia questo sforzo è appoggiato da un’istituzione religiosa il cui compito si esaurisce nel mantenimento di strutture rigide all’interno (matrimonio, famiglia) e lavoro sociale all’esterno. Una situazione del genere deve risultare stretta a qualsiasi intelletto, che sarà portato a chiedersi affannosamente cosa c’è oltre. Per forza. L’umanesimo statalmente imposto deve per forza spingere alla corsa verso i confini. L’oltranza antiumanista tuttavia è puramente letteraria, e tanto è più oltranzista quanto più sa che non uscirà dalla pagina scritta. Lì può permettersi di tutto, lì si permette di tutto, lì si inebria di una libertà che nessuno si sogna di chiedere, anche in misura infinitamente minore, alla realtà in cui si continua a essere stancamente umanisti.
    È un fenomeno paragonabile, mutatis mutandis, a quello di una gioventù convintamente (?) pacifista che si guarda con diletto film demenziali di violenza pura e non ci vede nessuna contraddizione.

  67. @ Aristide, ma in generale anche a tutti i cortesi interlocutori.

    Cominciamo a intenderci meglio, grazie della replica approfondita. In effetti si tratta, come lei dice, di “un mutamento d’accento”. Si tratta di capire che cosa significa e a che cos’altro allude; se sia solo un allargamento per dir così quantitativo del campo del discorso, o se indichi un mutamento qualitativo d’orizzonte e d’orientamento in corso; se il nostro punto d’osservazione è lo stesso di sempre, e stiamo guardando più metri quadrati della stessa cosa, o se il nostro punto d’osservazione è mutato e iniziamo a vedere il profilo di una cosa nuova. Io francamente non lo so; diciamo che a naso, mi sembra più probabile la seconda che ho detto.

    Non ho una tesi già confezionata. Tra l’altro non mi scandalizzo facilmente, non vivendo sul Monte Athos so che c’è un mare di porno per tutti i gusti a cui possono accedere gratis anche i lattanti, ho letto le descrizioni di sesso al microscopio elettronico di altri romanzi di Siti senza esserne orripilato (le mie reazioni sono passate da un lieve fastidio, perché non essendo omosessuale non posso immedesimarmi e tantomeno eccitarmi, alla noia perché ce ne sono veramente tante, al riso per effetto della reiterazione tipo slapstick).

    Sono intervenuto perché mi ha fatto saltare la mosca al naso la pressoché unanime deprecazione, un po’ supponente, piovuta sulla critiche della Marzano a “Bruciare tutto” e al suo tema. Secondo me le critiche della Marzano sono tutte sbagliate o quasi, e delle altre idee della Marzano a me note non ne condivido mezza. Però non mi va bene neanche dare per scontato che essendo Siti uno scrittore vero, il tema pedofilia etc. ponga problemi zero. Così provo a riflettere, non sulla pedofilia o su “Bruciare tutto” (che non ho letto) ma su che cosa significhi, per noi, il “mutamento d’accento” del quale lei parla, cioè il progressivo spostamento al centro del nostro sistema simbolico delle figure dell’ osceno e del male, direttamente e mimeticamente rappresentate; perché magari non riuscirò a dare la risposta esatta, ma secondo me è un quiz del massimo interesse e di primaria importanza.

    Grazie al dialogo, davvero interessante, con tutti gli interlocutori, comincio a chiarirmi le idee. Oggi sarò in viaggio e non riuscirò, ma appena possibile riassumerò con la massima sintesi quel che penso.

    Concludo con una piccola precisazione all’indirizzo della signora Mancinelli. Non penso che “pedofilia e maternità surrogata siano in qualche modo equiparabili”, se non nel senso grossolano che ne do una valutazione assiologica molto negativa, terra terra le trovo entrambe cose veramente orrende, che spero vivamente continuino a configurare un grave reato nel nostro ordinamento penale. Non le trovo uguali, perché non lo sono. Sono cose malvage e orribili, ma diverse sotto molti rispetti; anche se c’entrano i bambini nell’una e nell’altra. Se vuole ne discutiamo, se non vuole lasciamo perdere, come crede.

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