Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Elementi per una Teoria Generale della Tavolata (TGT)

| 2 commenti

cropped-14.-Last-Supper-Double-Image-1986-1-1.jpgdi Francesco Pecoraro

[LPLC si prende una decina di giorni di riposo pasquale. In questo periodo ripubblicheremo alcuni articoli usciti qualche mese fa. Lo scritto di Francesco Pecoraro è apparso per la prima volta il 5 settembre 2016]

Come ogni anno e per tutta l’estate (non che l’inverno sia da meno) un fenomeno ha costantemente minacciato le nostre vacanze. Ricche o povere, lunghe o corte, divertenti soddisfacenti noiose piacevoli rilassanti odiose che siano state, una piaga le ha quasi sicuramente sfregiate: la tavolata. Sembra che ogni forma di socialità, dunque di conoscenza amicizia amore, pregressa o meno che sia, simpatica sincera duratura che sia, abbia come scopo segreto quello di produrre tavolate. Di solito quella estiva è tavolata di pura aggregazione sociale. È come se sulle persone agisse una forza di attrazione simile a quella che agisce sulla materia e che questa forza produca la tavolata come culmine di un inevitabile processo di accorpamento: gli amici, gli amici degli amici, i sopravvenuti, le fottute nuove conoscenze, eccetera.

Esistono molti tipi di tavolata. Chi scrive ha una certa esperienza di tavolate post-convegno, post-presentazione, post-premio letterario, come forma di sbocco finale delle aggregazioni temporanee cui si dedica la società letteraria. In questi casi spesso ci si conosce di nome, ma non de visu: «Ciao io sono X…» «Ah… Ciao». Quell’«ah», che quando c’è significa «so chi sei», gratifica sommessamente i nostri tristi ego costretti in quel momento a una socialità forzata. Sottili le dinamiche antropologiche di approccio alla tavolata letteraria. Una tortura psichica nella tortura fisica già prevista nel pacchetto della forma conviviale rettangolare. È molto probabile che alcuni dei commensali non li rivedremo più: ma se dovesse accadere non li riconosceremmo, perché la tavolata è comunque un tritacarne che cancella tutto.

Eppure la convivialità, cioè il procedimento di consumazione collettiva del cibo, è antichissima, diffusa in ogni cultura, ed è una delle poche virtù della specie umana. Da cacciatori-raccoglitori ci sedevamo in cerchio attorno al fuoco per condividere, cuocere e mangiare tutti insieme il cibo che il gruppo si era procurato. Ma lo facevamo appunto in cerchio. Il cerchio, se di dimensioni ragionevoli, consente un’interazione collettiva perché tutti possono comunicare con tutti. La tavolata, che ha alla base lo stesso principio ancestrale, funziona in modo molto diverso. La differenza, apparentemente solo geometrica, è in realtà molto profonda. 

Quando attorno a un dispositivo antigravità rettangolare, di solito di legno e con gambe (il particolare delle gambe del rettangolo non è secondario, come vedremo), situato di norma a 78 centimetri da terra, si siedono 8 o più persone, allora è tavolata. Quindi un’innocua e all’apparenza piacevole cena di 8 persone attovagliate a un tavolo rettangolare – come si è detto, se il tavolo è rotondo la situazione è molto diversa – è già una tavolata: 3 commensali per lato e 2 a capotavola, bastano perché se ne comincino a verificare i fenomeni tipici.

In altre parole è tavolata quando la disposizione dei posti e il numero dei commensali produce automaticamente la frattura del discorso conviviale in n numero di pezzi ad andamento completamente autonomo. Più lunga è la tavolata, più alto e fratturato è il numero dei discorsi che vi si fanno, più inutile e fastidioso è prendervi parte. Ma questo dato, assolutamente evidente e noto a tutti, non impedisce la continua pervicace costruzione di tavolate.

La legge della frantumazione del discorso conviviale non è solo legata al numero dei commensali, all’eventuale presenza di eminenze (capaci da sole di capovolgere la fenomenologia corrente), ma anche alle condizioni di ambiente. Se c’è rumore, se nella stanza, sulla terrazza, nel patio, se nel dehors del locale c’è molta gente, se sono presenti addirittura due o più tavolate, la frantumazione può diventare totale, nel senso che ciascun commensale, impossibilitato a comprendere anche una sola parola del vicino/a se non urlata all’orecchio, viene ridotto a pura scheggia del mondo vivente e si ritira nel proprio monologo interiore concentrandosi sul cibo. Ammesso che stia riuscendo a mangiare e non è detto. Perché altra caratteristica della tavolata è l’attesa. Non è raro vedere tavolate di quindici persone in attesa da ore, dunque ridotte a uno stadio terminale di fame, dove si raccattano le palline di mollica di pane, confezionate nella noia assoluta dei discorsi, per divorarle senza parere.

Volendo modestamente porre qui alcune basi preliminari a una Teoria Generale della Tavolata (TGT), butto giù qualche primo appunto.

  • Innanzi tutto un consiglio: non partecipare mai a pranzi/cene su base rettangolare con più di 8 commensali.
  • Nel caso sia inevitabile (è sempre evitabile: in estremo si può fingere una colica, un malore, un attacco d’ansia e andarsene), non sedere mai al centro del lato lungo del tavolo, soprattutto per tavolate intorno alle 8-10 persone: in questi casi la tavolata si spezza inevitabilmente in due con voi al centro che non avete scelta che parlare con chi vi sta di fronte, il/la quale cercherà − come del resto farete voi − di partecipare, tendendo spasmodicamente l’orecchio, al fuoco discorsivo alla sua destra o alla sua sinistra. Quello al centro del lato lungo si chiama Posto della Solitudine ed è meglio evitarlo, a meno che non siate un asociale, oppure abbiate problemi di udito. Perché lì non vi filerà nessuno, dico nessuno, nemmeno il/la vicino/a che vi darà parzialmente le spalle perché a sua volta proteso verso uno dei due fuochi.
  • Se la tavolata è abbastanza numerosa, il discorso conviviale si spezzerà in tre o più parti, rimettendo in gioco i posti centrali, altrimenti negletti e consentendo ai commensali di quella zona di costruirsi, nel rumore assordante, una loro inutile faticosa frammentaria conversazione, mentre tutti terranno costantemente d’occhio il display dei loro cellulari (rapide digitazioni, tenui sorrisi allo schermo) e gli spostamenti delle bottiglie di vino, di solito scadente/molto scadente/pessimo, l’acqua gasata/naturale che sta finendo, la piattessa di antipasti che si allontana, il vicino che prende una fetta di pane, la spezza e ne rimette una metà nel cestino (cosa che odiate) e soprattutto quelli dell’altra estremità del tavolo, a sette otto metri di distanza che hanno già cominciato con i quattro assaggi di pasta del menu.
  • Non cercate di sedervi vicino a una/o che vi interessa o addirittura vi piace: non ci riuscirete. Fino a quel momento non ve ne siete accorti, ma la tavolata in formazione sta palesando dei competitor − vale a dire persone che durante metti la presentazione di cui la tavolata è l’inevitabile epilogo, hanno come voi individuato tra gli astanti un possibile oggetto del desiderio e vogliono giocarsi le loro carte – più abili di voi a guadagnarsi il posto vicino all’oggetto di interesse. Sappiate che se vi siederete in quella zona dovrete necessariamente competere, e duramente, nel chiasso e nell’incrociarsi dei discorsi. Se non siete bravi con battute, arguzie, aforismi e esibizioni di acculturazione andante (per di più urlati), cioè se avete sempre contato sulla vostra bravura nell’articolazione del discorso, potete tranquillamente rinunciare in partenza. La creatura cui puntate nemmeno si accorgerà della vostra esistenza.
  • «Non fa niente ci stringiamo» si deve dire quando una tavolata, già formata e compattata al limite, viene raggiunta da due o tre ritardatari i quali − invece di approfittare della circostanza e fuggire nel locale attiguo a farsi una cenetta tra pochi dove eventualmente conoscersi e discorrere in piena tranquillità – per qualche ragione desiderano unirsi al gruppo di disperati all’inizio della loro avventura conviviale. In quel momento la gamba del tavolo che supponevate esistere alla vostra destra o alla vostra sinistra si palesa in tutta la sua sorda indifferente datità. Nella costipazione generale le vostre cosce sono costrette a stare fortemente unite, con gravi conseguenze sul vostro benessere inguinale, che, come si sa, è premessa per ogni possibile attività umana.
  • Dato per assodato il principio di infinità comprimibilità della tavolata (a sua volta collegato all’immoralità di un rifiuto, del tipo «siamo già in troppi attorno a questo tavolo»), l’inserzione a zeppa di altri commensali lederà, anche solo parzialmente, i fuochi di discorso già in precedenza formati, che dovranno tener conto del nuovo arrivo. Se poi il/la sopravvenuto/a è anche sessualmente interessante, distoglierà da voi un’eventuale (duramente guadagnata) debole attenzione dei vostri vicini per accentrarla su di sé. A quel punto potrete tentare un recupero, ma è più probabile che cadiate in uno stato di solitudine conviviale e che finiate per gestire in silenzio il vostro calo di zuccheri mangiando compulsivamente pezzetti di pane.
  • (…)

Esempio: paradigma di tavolata è quella tenuta da Gesù di Nazareth prima del triste notissimo epilogo della sua traiettoria di profeta. Di questo evento è a sua volta paradigma iconico L’ultima cena di Leonardo, con i commensali seduti lungo tre lati del rettangolo d’ordinanza, dato che nessuno, nemmeno Leonardo, ha osato rappresentare di spalle i cinque o sei apostoli che ragionevolmente occuparono il quarto lato. Immaginandola come una tavolata normale, con le sue disfunzioni di default, metterei a capotavola da una parte Gesù e dall’altra la seconda figura eminente del gruppo, l’apostolo Pietro. Così disposta, la compagnia vede cinque apostoli seduti su un lato e sei dall’altro. Facile dunque immaginare che anche durante l’Ultima Cena la conversazione si frantumò in due o più tronconi. Mentre da un lato Gesù spezzava il pane, pronunciando le famose frasi, all’altro capo è lecito pensare che si parlasse d’altro, metti di attrezzerie da pesca, vista la professione di Pietro. Gli apostoli seduti al centro cercavano di seguire chi l’una chi l’altra conversazione. Tenendo d’occhio la posizione del vino, del pane, degli antipasti.

[Immagine: Andy Warhol, The Last Supper (gm)].

2 commenti

  1. Concordo su tutto. Dove posso trovare l’articolo completo?

  2. Geniale, caro Francesco!
    Come “teoria generale” la trovo però troppo schiacciata sull’empirismo e sulla mera descrizione della realtà osservabile. Bisogna speculare oltre: come, quando e perché nascono le Tavolate?

    La loro ubiquità suggerisce -almeno a me- che la disgregazione pulviscolare del discorso che esse comportano non sia affatto accidentale ma rappresenti la causa prima della loro emergenza e diffusione. Poter parlare senza dover dire, sentire senza ascoltare, partecipare senza parte; in definitiva Esserci senza dover Essere: questo il principio ispiratore della Tavolata — confortante, lenitivo, deresponsabilizzante e quindi sicuramente di crescente successo nel XXI secolo.

    PS Giuda era certamente in posizione mediana, forse anche alle prese con una gamba del tavolo.

Lascia un commento

I campi obbligatori sono contrassegnati con *.