Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Una sommessa difesa del liceo classico

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cropped-Terza_C_1966_67-1.jpgdi Claudio Giunta

[LPLC si prende una decina di giorni di riposo pasquale. In questo periodo ripubblicheremo alcuni articoli usciti qualche mese fa. Lo scritto di Claudio Giunta, originariamente pubblicato dal «Sole 24ore», è apparso il 16 settembre 2016].

Finite le scuole medie, una cara amica si sentì fare dal padre questo discorso: «Tu sei libera, puoi fare quello che ti pare, scegliere la scuola che vuoi. Dunque scegli: Tasso o Mamiani?». Il Tasso e il Mamiani sono due celebri licei classici di Roma, una volta andava così. Anche adesso, trent’anni dopo, va così, almeno per la mia amica (che si è laureata in Storia, non in Ingegneria), che non imporrà niente, si capisce, ai suoi figli, ma sarà lieta se vorranno anche loro scegliere, liberamente, tra il Tasso e il Mamiani; e va così anche per me (che mi sono laureato in Lettere, non in Ingegneria), che non imporrei niente ai miei figli, ma sarei lieto se anche loro, come me, decidessero di passare qualche anno della loro vita in compagnia dell’Eneide, degli aoristi, del locativo e di Baruch Spinoza.

Buttarla sul personale, parlando di scelte scolastiche, è la prima cosa da fare, perché si tratta sempre di preferenze, inclinazioni personali, si tratta di scelte di vita, e pretendere di guardare dall’alto, da un punto di vista che si presume oggettivo, queste scelte di vita, e dire cos’è meglio e cos’è peggio non per sé o i propri figli ma in generale è ridicolo prima che sbagliato.

Ciò premesso, è chiaro che i casi personali sono infiniti, e che un assetto all’istruzione bisogna darlo e si dà (che cosa insegnare a scuola? Come organizzare i curriculum? Quali discipline privilegiare e quali no?), quindi è del tutto legittimo domandarsi, per esempio, e lo si sta facendo in queste settimane, che destino può e deve toccare al liceo classico. Nei trent’anni che sono passati dal mio ingresso al liceo classico, infatti, il mondo è cambiato, forse più ancora di quanto fosse cambiato nei sessant’anni che separavano i miei anni Ottanta dalla riforma Gentile. Cambiamenti strutturali, nel modo in cui viviamo, comunichiamo, ci spostiamo; e cambiamenti culturali, in parte conseguenza di quelli strutturali, e che hanno intaccato quel complesso di idee e valori che sono il fondamento della pedagogia del liceo classico. Umanesimo/tecnologia, lingue morte/vive, tradizione/innovazione, conoscenza/competenza, teoria/pratica – tutti i termini sui quali il mondo di ieri metteva un segno più, i primi di ciascuna coppia, adesso hanno un segno meno: non che il mondo di oggi li snobbi del tutto, questo non si può dire, ma preferisce i secondi.

Conseguenza pratica: se nel mondo di appena ieri frequentare il liceo classico era il modo migliore per cominciare a farsi strada nella vita, oggi molti pensano che non sia più così, e le iscrizioni al classico calano, rischiano di prosciugarsi. In un libro aureo e dimenticato, Scuola sotto inchiesta, Guido Calogero osservava: «Abbiamo ancora tutti moltissimo da trarre, dalla frequentazione della saggezza e della bellezza antica. Perché dunque pensare di volerci togliere l’uso di questo formidabile strumento di vita?». Semplice: perché (parlano sempre i molti, s’intende) ogni ora in più dedicata al latino e al greco è un’ora in meno dedicata all’inglese e all’informatica, che come strumenti per la vita odierna sono decisamente più utili.

E che importa – commenta qualcuno – la crisi del liceo classico? È calato anche il numero di quelli che tirano di scherma, e il mondo ha continuato a girare. Osservazione sciocca, perché, dato che viviamo in Italia e non in Congo, liquidare il liceo classico significa anche liquidare, col latino e il greco, un pezzo sostanziale della nostra storia e della nostra cultura: l’una e l’altra anche economicamente molto produttive, dato che i turisti non vengono a trovarci soltanto per il mare e la cucina. Dunque la cosa importa, non solo a livello individuale, ed è bene che se ne discuta, e la parola difesa (‘difesa del liceo classico’), che ai liberali può suonare stridula, si adopera invece con pieno diritto. Tutto sta a intendersi sui modi.

Intanto: è chiaro che il classico non è e non sarà più la scuola dell’élite, il vertice del triangolo alla cui base stanno le scuole professionali, i tecnici eccetera, o, come purtroppo ancora leggo in giro, il liceo d’eccellenza (uno non fa il classico proprio per imparare ad astenersi da parole del genere?). È e sarà un liceo come gli altri, ma calibrato su quei giovani che, per un pezzo della loro vita o per tutta, vogliono imparare molte cose sul passato e leggere molti libri che non hanno alcuna evidente utilità pratica. Può sembrare una cattiva notizia a quelli che vaneggiano della speciale apertura mentale conferita dallo studio del latino, o della Grande Bellezza che si dischiude solo ai classicisti, o di Zuckerberg che ha inventato Facebook perché ha letto l’Eneide. Ma non è necessariamente un brutta notizia. Un tempo si faceva il classico perché quella era la scuola di chi andava a comandare, o di chi ci provava: il latino e il greco erano una metonimia: averli studiati voleva dire appartenere a un piccolo club di privilegiati (quelli che l’irriflessività di alcuni tra i fautori del liceo classico scambia per ‘migliori’: ma se il fulcro della riforma Gentile fossero stati gli istituti tecnici è chiaro che i ‘migliori’, in quanto privilegiati, sarebbero stati i ragionieri). Adesso è e sarà la scuola di quelli che hanno un reale, non metonimico interesse per quelle discipline. Che il numero degli iscritti cali mi pare a questo punto inevitabile, e forse persino auspicabile. Le strade d’accesso all’élite si sono moltiplicate e diversificate, ed è bene che chi ha altri interessi li soddisfi attraverso altri indirizzi di studio. Questo dovrà forse avere qualche riflesso anche sulla prassi scolastica. Quando andavo a scuola io le bocciature fioccavano sin dalla quarta ginnasio perché, più che insegnare il latino e il greco, bisognava scremare chi era ‘da liceo classico’ e chi non lo era. Adesso servirà, se non davvero più gentilezza, più pazienza, e applicazione anche con i non predestinati.

Questa scuola di non-élite conserverà il suo solido impianto umanistico, ma non potrà non adeguarsi ai tempi. Di fatto, mi pare che lo abbia già fatto e lo stia facendo: integrando al curriculum ore di scienze, portando la lingua straniera fino alla quinta, dando la possibilità a chi vuole di studiarne una seconda. Una buona preparazione umanistica e scientifica insieme non è una chimera, tant’è vero che molti ottimi scienziati hanno fatto il classico, specializzandosi poi all’università. Ricordo questo fatto ovvio solo perché mi pare invece che nel dibattito affiori ogni tanto una retorica scientista piuttosto rozza, e simmetrica a quella umanista: come se la scuola dovesse formare dei piccoli ingegneri o dei piccoli informatici, e tutto il tempo passato a far altro fosse tempo speso invano. Ma il liceo cura la formazione, non la professionalizzazione, e la formazione deve fondarsi su un novero di discipline ragionevolmente ampio, salvo produrre dei monomaniaci.

            Come fare spazio, al classico, alle nuove discipline (e alle nuove esigenze di vita: è ovvio che oggi lo sport ha un’importanza molto più grande di quella che aveva ai miei tempi, e chi lo pratica dev’essere incoraggiato a farlo)? Aumentare il monte ore? Non sarebbe uno scandalo, salvo però diminuire la quantità dei compiti a casa, lavorando di più in classe insieme all’insegnante (mentre mi pare prevalga ancora un approccio ‘universitario’, di fiduciosa delega allo studente, che non funziona più nemmeno all’università, e che insomma fa la fortuna del CEPU). Sacrificare qualche ora di greco, latino o italiano alle nuove discipline? La sola ipotesi sembra blasfema, dato che già con le ore a disposizione (gite e scioperi ed elezioni e feste nazionali aiutando) non si riesce mai a finire il programma. Ma qui allora, perché l’ipotesi non sia blasfema, il discorso deve prendere una piega diversa e riguardare non l’impianto disciplinare del liceo classico bensì i suoi contenuti.

Nella discussione (semplifico) pro o contro la traduzione dalle lingue classiche io sto molto decisamente coi pro. Si cominci a tradurre, imparando il rigore, la precisione, la logica, la buona lingua e il resto (le idee sul mondo antico, i miti, l’antropologia eccetera) verrà di riflesso. Salvo errore, però, negli ultimi tre anni di liceo il tempo dedicato a leggere e tradurre i testi si riduce molto per lasciare spazio alla storia della letteratura. Vale per il greco e il latino e vale, con le differenze del caso, per l’italiano. Ebbene, è qui – su questa enciclopedia che va da Livio Andronico a Claudiano, da Esiodo a Nonno di Panopoli, dai trovatori a Zanzotto – che a mio avviso bisogna sfrondare, potare. L’obiettivo non è insegnare la genealogia, che impareranno, in pochi, all’università, ma il gusto e la capacità della lettura, capacità che la gran parte dei diplomati al classico, dopo tre anni di ‘autori’, non ha: provate a fargli leggere non dico Cicerone ma la lapide di un cimitero. Non c’è da abolire la storia, ma neppure da farne un feticcio; e c’è da abolire il mito della completezza, e i programmi sesquipedali pieni di nomi e di chiacchiere attorno ai nomi.

Infine, adeguarsi ai tempi significa anche non ignorare il tempo presente. Gli studi classici nacquero e prosperarono in un mondo in cui l’offerta di novità culturali era scarsa e omogenea, un mondo nel quale esisteva un nesso di quasi naturale continuità con il mondo antico: i miti e gli eroi dell’epica tenevano nelle menti il posto che oggi è occupato dai personaggi dei film. Questo nesso non esiste più, questa famigliarità si è dissolta. Allo stesso tempo, l’offerta di novità culturali (libri, film, canzoni, giochi) si è dilatata all’infinito: sono ovunque e sono, spesso, meravigliose, e capaci di parlare a un adolescente con un’immediatezza che nessun classico può avere. Spalancare loro le porte significherebbe aumentare la confusione in un’età in cui serve invece soprattutto ordine; ma escluderle da un’istruzione che si definisce ‘umanistica’ è sbagliato, perché rischia di produrre dei mostriciattoli antipatici e reazionari, e patetiche torri d’avorio. Non si tratta di attualizzare i classici, sollecitando a collegamenti spericolati; si tratta di insegnare agli studenti a conoscere e a interessarsi anche a questo mondo, dato che è quello in cui devono vivere. Che una scuola in cui si insegnano cose vecchie di duemila anni trasmetta un’idea museale della cultura è perfettamente normale, e va benissimo; ma qualche correttivo sembra opportuno.

[Immagine: Terza liceo, 1966-67]

2 commenti

  1. “è chiaro che il classico non è e non sarà più la scuola dell’élite, il vertice del triangolo alla cui base stanno le scuole professionali, i tecnici eccetera, o, come purtroppo ancora leggo in giro, il liceo d’eccellenza (uno non fa il classico proprio per imparare ad astenersi da parole del genere?). È e sarà un liceo come gli altri, ma calibrato su quei giovani che, per un pezzo della loro vita o per tutta, vogliono imparare molte cose sul passato e leggere molti libri che non hanno alcuna evidente utilità pratica.”

    Il punto è questo però, che nella società attuale tutta la sistemazione gentiliana dei saperi come sono pensati nella scuola italiana è da rigettare e sostituire. La sistemazione gentiliana, come è noto è pensata “a piramide”, quindi nell’ordine 1) letteratura, latino, filosofia, arte = cultura più nobile che forma l’uomo, intesa sempre come “storia di…” e in senso teorico, passatista, identitario e locale e destinata ai “più bravi in tutto”; 2) scienze = cultura meno nobile in quanto ritenuta “più utilitaristica” e quindi da studiare solo assieme a tanto sapere umanistico; infine 3) tecnica = non-cultura e non-sapere che “non forma l’uomo” e lo riduce a merce e quindi da dare agli studenti “meno bravi in tutto”. invece occorre disporle “a cerchio”: italiano, storia, matematica, scienze = cultura di base che forma ogni uomo, nessuno escluso e pensata non come “storia di…” ma in senso sperimentale, attuale e globale; le altre materie e gli approfondimenti delle materie viste prima cioè letteratura, filosofia, arte, scienze specifiche, tecniche specifiche = saperi facoltativi scelti da chi è più interessato, senza distinzione tra i “più bravi in tutto” e “meno bravi in tutto”. Tutto ciò porta inevitabilmente a conseguenze che molti “veteroclassicisti” vedranno come “livellamenti verso il basso” come ad esempio non solo la riduzione del liceo classico a un sottoinsieme del linguistico con numeri di iscritti pari a quelli che studiano russo o cinese, ma anche abolizione dei Promessi Sposi obbligatori oppure riduzione della lettura della Commedia a solo una decina di canti, ignorando ovviamente, oltre al fatto che all’estero si fa cultura anche senza latino e Manzoni, che oggi si impara per tutta la vita e che per capire il mondo alla è bene anche conoscere Guerra e Pace, Confucio, l’economia e la statistica (soprattutto l’economia e la statistica).

    Un’appunto sulla questione del rapporto tra scuola e mondo del lavoro: il problema della demonizzazione del mondo dell’economia e del lavoro da parte dei “veteroclassicisti” è che ignora che se lo scopo della scuola è “formare cittadini consapevoli” occorre comunque notare che comunque 1) L’aspetto del “mercato” e dell’ “economia”, a prescindere se considerato buono o cattivo, è comunque uno dei principali della nostra società e dunque da mettere al centro negli studi se si vuole capirla e possibilmente migliorarla 2) La nostra repubblica è “fondata sul lavoro” inteso non solo come mezzo per procurarsi da mangiare e arricchirsi ma anche come modalità per essere una persona attiva per accrescere lo sviluppo sia materiale (dato che senza energia e tecnologia gran parte di noi zapperebbe e sarebbe analfabeta, dunque non è vero che valorizzare questi aspetti “economici” minaccia i saperi umanistici) che morale sia di se stessi che degli altri 3) Una scuola che fa imparare cos’è il mercato e il lavoro non vuol dire che deve insegnare prima di tutto a preparare i ragazzi a saper fare la pizza napoletana, ma a far imparare abilità sono necessarie per ogni lavoro (leggere, scrivere, far di conto, usare il computer, conoscere le lingue, l’economia e la società…) e solo dopo a far imparare abilità legate a lavori specifici. Oggi peraltro le innovazioni tecnologiche stanno sempre più “intellettualizzando” lavori un tempo soprattutto manuali (proprio di recente ho letto delle “auto autonome” che guidano da sole comunicando con le altre auto e facendo meno incidenti degli umani, nel giro di pochi anni camionisti e fattorini spariranno e saranno sostituiti da nuovi tipi di informatici e peraltro la stessa cosa sta accadendo con le traduzioni, nel giro di una decina di anni i traduttori umani diverranno sempre più revisori delle traduzioni automatiche compiute dai software) 4) Infine come già detto, il problema dei “veteroclassicisti” è che confondono una “cultura del liceo classico” che in realtà è passatista, localista, identitaria e teorica con la “cultura umanistica” vera che si basa sull’attuale (che non coincide col presente), con il globale (che non coincide con l’esterofilo e l’anglofilo) e sperimentale (che non coincide col “pratico” e l’ “utilitaristico” ma che vuol dire che la cultura umanistica intesa come capire l’uomo e la società la si insegna interagendo con le persone e non stando soltanto sui libri, per questo, anche lavorare in un McDonald, azienda criticabilissima ma indiscutibilmente protagonista della nostra società, fa imparare molte cose su com’è il saper comunicare, relazionarsi con altri esseri umani e il saper capire come è composta e cambia la società, cose che magari ci sono anche su Dante e Tacito ma non si fa esperienza di esse in prima persona).

  2. Verba tene, res sequentur…

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