di Gianluigi Simonetti

[La prima parte dell’articolo è uscita, in versione ridotta, sulla «Domenica» del «Sole 24 ore». La seconda parte, o postilla, è stata scritta per Le parole e le cose e discute le prime recensioni che il libro ha ricevuto, quelle di Michela Marzano, Veronica Raimo, Emanuele Trevi e Alessandro Zaccuri].

Quando leggiamo narrativa contemporanea tendiamo spontaneamente a immaginarla come una categoria unitaria, al cui interno c’è il bello, il meno bello e il brutto. Ogni tanto appaiono dei libri che ci ricordano che non è proprio così. Esistono oggi almeno tre tipi diversi di racconto letterario (diversi in partenza per peso e ambizione, indipendentemente dalla riuscita dei singoli esemplari in cui si spicciolano). C’è una narrativa che ha lo scopo esclusivo di distrarre il lettore; un’altra che mentre lo intrattiene gli fornisce informazioni, identità e valori, confermando le opinioni socialmente più autorevoli e più glamour; una terza che mentre diverte sfida le certezze del lettore, cercando di portarlo dove lui non vuole andare (mentre la prima e la seconda lo lasciano dov’è).

In Exit strategy, apparso due anni fa, Walter Siti (il personaggio, non l’autore) raccontava una crisi d’identità. I nudi maschili che lo ossessionano da sempre smettono di «generare parole», si rivelano dèi falsi e bugiardi; simmetricamente, la forma umile e provvisoria del diario rimpiazza l’«autobiografia di fatti inventati», o autofiction, con cui l’autore si era affermato in precedenza. Il romanzo si chiudeva mimando una conversione: nell’ultima pagina il narratore si inginocchia davanti ad una croce e prega, sia pure «senza sapere Chi».

«Di solito chi si converte lo fa in nome di una fede più alta», ammoniva Exit strategy. Il protagonista del nuovo romanzo di Siti, Bruciare tutto, si chiama Leo Bassoli, ha trentatré anni e fa – guarda caso – il prete. A differenza di Walter sperimenta una fede autentica, che non ha bisogno di surrogati: lui in Dio crede veramente, ogni tanto ne sente ronzare la voce. La sua conversione non è quindi metaforica, ma letterale e sincera, anzi estremistica. «Certi preti sembra sempre che succhiano una caramella, scendono dal pulpito facendo le fusa…»: Leo invece provoca conflitti, pensa che non possa esistere una religione moderata («se è moderata non è religione»). Fa con i suoi mezzi quello che dovrebbe fare ogni forma di autentica cultura: mette il prossimo di fronte all’evidenza di un «estremo», uno scandalo che ci circonda, ma che ci sforziamo in mille modi di ignorare. Il che risulta imbarazzante per molti dei suoi parrocchiani, lì dove Leo predica, nel cuore borghese, benestante e progressista di Milano. Più che confessare i fedeli, li psicanalizza; più che assolverli li inchioda e li condanna.

Se Leo fatica tanto a perdonare il prossimo è perché è se stesso che non riesce a perdonare. Sinuosamente il romanzo ci avvicina al cuore del suo segreto, che è il più sacrilego e assoluto dei peccati. A Leo piacciono i bambini, fin da quando era ragazzo; all’epoca del seminario, a Roma, ha avuto un rapporto con un suo allievo di undici anni. Da allora Leo si impedisce di cadere in tentazione, ma nel centro esatto del libro quell’amore lontano e rimosso torna a farsi vivo, arriva a Milano per cercarlo. La visita innesca domande vecchie e nuove, si collega a legami più recenti (non sessuali stavolta, pedagogici). Il bambino che viene dal passato, diventato adulto, proietta la sua ombra su un altro bambino che frequenta la comunità, con risultati devastanti. Nella pedofilia repressa e nel rimorso del protagonista prende forma il desiderio nella sua forma più totalizzante e distruttiva: la crisi di Leo si intreccia alle crisi, diversissime ma equivalenti, di altri parrocchiani. Un tormento privato diventa metafora di quel che può accadere quando il bisogno confuso di una scelta radicale (nel caso di Leo, il coraggio di donarsi a leggi non umane) incontra la paura di quella stessa scelta – il confronto tra ragione, morale e desiderio è il ring su cui salgono a combattere tutti i principali personaggi di Bruciare tutto. Nella seconda parte del libro si attivano e deflagrano le simmetrie che la prima parte ha minuziosamente costruito, e protagonista diventa lo spirito del tempo. Leo si fa emblema di ogni società che rilutta ad affrontare una trasformazione irreversibile, di ogni mondo che stagna e per questo «desidera e teme un temporale». Il tema non detto del libro è quindi la rivoluzione. Il più inattuale dei temi, il più difficile, il più urgente.

L’ultima parte di Bruciare tutto ripercorre alcuni brani e simboli dell’Apocalisse di Giovanni: i motivi del sacrificio e della rivelazione segnano il destino di Leo (e non solo), ma su un altro piano alludono a un cambiamento di poetica che ci riporta al discorso di prima, sulla fine dell’autofiction. Spodestato da don Leo, il personaggio Walter Siti è fisicamente assente in questo libro, per la prima volta in suo libro manca del tutto l’autobiografia. In compenso Leo, «estremizzatore seriale», eredita una parte dell’estremismo culturale di Siti (l’autore, stavolta, non il personaggio). Anche Leo «lavora troppo con la testa», anche lui «cerca una trama in cui nascondersi», anche lui è «malato d’infinito»; la realtà non gli basta, come non basta ad ogni autentico scrittore (e ad ogni autentico perverso). Leo ammette di credere nella Resurrezione perché sente che la nostra vita «è mancante di qualcosa»; ma quando afferma che bisogna essere dentro e fuori dal mondo contemporaneamente, si accorge che sta citando Baudelaire? Forse sì, perché Leo legge molti poeti, con qualche preferenza per i più assetati e insoddisfatti (talvolta gli stessi che Siti ha letto e commentato su «Repubblica», negli ultimi due anni…).. Anche per questo nella lingua di Bruciare tutto entra tantissima lirica del Novecento (per esempio Montale: «tra ombre di somali che scantonano veloci» viene da Ti libero la fronte dai ghiaccioli – «l’altre ombre che scantonano/ nel vicolo non sanno che sei qui»; «chi osa ormai dire un collezionista?» forse da un verso di Satura – «chi osa dire un altro mondo?»; del resto L’Arno a Rovezzano – da Satura, ancora – si fa sentire in una delle ultime pagine; eccetera).

Senza soffermarsi su altre fonti, basta rilevare quanto la presenza massiccia di poesia testimoni superficialmente di un aspetto del romanzo che invece è profondo e strutturale. In Bruciare tutto l’estremismo visionario e simbolico contribuisce alla percezione delle cose più dei paradossi falso-veri cui l’autore ci aveva abituato. Nell’accantonare l’autobiografia contraffatta che era diventata il suo genere – e che resta il genere di un discreto numero di epigoni – Siti si sbarazza di un bel po’ di iperrealismo, di sociologia e di ‘messaggio’. In Bruciare tutto i referti delle vite altrui sono filtrati dalle allucinazioni, dai sogni e dalle fedi; sempre meno naturalistici e dottrinari, sempre più contraddittori e spettrali. Questo non significa il declino delle qualità mimetiche e saggistiche tipiche di Siti: la sua capacità di rendere la lingua parlata in forma letteraria, di nominare inediti paesaggi antropologici, di osservare le cose che vediamo tutti da un’angolatura diversa e inaspettata. Cambia però il baricentro dello stile, e cambia, in parte, il rapporto con la tradizione. I vecchi, consolidati modelli della scrittura del sé – la vita riscritta e rivissuta di Proust, il racconto inaffidabile di Svevo – lasciano spazio, in Bruciare tutto (e soprattutto nel finale), a uno stile fratturato e febbrile che fa pensare all’ultima Morante (la «cammella cieca e folle» del Mondo salvato dei ragazzini appare a un certo punto del racconto). Lo stesso vale per la costruzione del personaggio del sacerdote, che poggia su una tradizione letteraria non realistica. Don Leo ha ben poco a che fare con Il prete bello di Parise (richiamato incongruamente nei primi lanci di stampa): semmai gli sono fraterni – oltre a don Milani, cui il romanzo è dedicato – il sacerdote protagonista di Casa d’altri di Silvio d’Arzo, quello di Sotto il sole di Satana di Bernanos, e quello di Notturno cileno di Bolaño. Siti insiste a scommettere su situazioni sperimentali, su personaggi-cavie, su rimandi alla realtà; ma l’esperimento si svolge adesso intorno a rive estreme, le cavie sono come impazzite, «la realtà si è squarciata in una smagliatura». Forse per reazione ai realismi piatti e conformistici che affligono l’estetica contemporanea, forse perché semplicemente il tempo stringe, Bruciare tutto guarda più al futuro anteriore che al presente, più alla storia e al mito che alla cronaca. Formula domande su questioni che abbiamo dimenticato, che vogliamo dimenticare: «come si nasce e come si muore. E perché». Ci sono, dicevamo, tre tipi di narrativa (e tre modi di usare la cultura): quella di Bruciare tutto è del tipo che non lascia intatti.

***

Tre tipi di critica? Una postilla

1.Il testo che avete appena letto è stato scritto prima dell’arrivo di Bruciare tutto in libreria. Il dibattito critico che ne è seguito mi pare confermi la la presenza di divisioni interne al nostro campo letterario; anzi, la tripartizione cui accennavo prima dell’uscita del romanzo viene forse illuminata da quello che è successo immediatamente dopo. A quanto avevo scritto su come il libro è fatto vorrei quindi aggiungere una breve nota su come il libro è letto – limitandomi alle reazioni più immediate (quelle del primo fine settimana successivo all’uscita di Bruciare tutto), e senza soffermarmi sugli aspetti più scandalistici e moralizzatori della campagna stampa che si è voluto scatenare soprattutto a partire dalla dedica a don Milani (tirando in ballo aspetti che con la letteratura hanno poco a che fare). Mi ha colpito invece la curiosa coincidenza per cui molte delle primissime recensioni a Bruciare tutto apparse sulla stampa quotidiana o periodica siano state scritte da critici che sono anche scrittori in proprio: è il caso degli articoli di Michela Marzano , Emanuele Trevi, Veronica Raimo e Alessandro Zaccuri.

Diciamo subito, allora, che Emanuele Trevi – l’unico scrittore del lotto che a mio parere si possa considerare ‘del terzo tipo’ – è anche l’unico che ha descritto il romanzo come se fosse un romanzo, cioè con strumenti, cura e sensibilità letteraria: ripercorrendo l’intreccio con attenzione, distinguendo il punto di vista dell’autore da quello del personaggio, cogliendo i rapporti impliciti tra voce che racconta e vita raccontata, infine raffrontando sensatamente il libro in questione con i precedenti dello stesso autore. Nelle recensioni degli altri – che considero scrittori ‘del secondo tipo’ – emerge invece un approccio che definirei post (o forse pre?) letterario; un modo di leggere e interpretare le opere che non sembra tener conto di alcuni presupposti teorici, e anche tecnici, che impegnano da sempre quella che una volta si chiamava ‘critica’.

2. Colpisce innanzitutto, nelle recensioni degli scrittori del secondo tipo, la quantità di errori materiali e inesattezze: un’approssimazione nell’assorbimento dei dati che fa pensare a una lettura molto veloce, sbrigativa, lontana dai tempi lenti che associamo alla lettura attenta di un romanzo come Bruciare tutto. Un romanzo che naturalmente può piacere o non piacere, ma che si presenta linguisticamente denso e culturalmente impegnativo. Qualche esempio di questa sciatteria:

a) Nel tentativo di dimostrare che la visione fustigatrice del prete protagonista si traduce «nelle categorie di un dualismo televisivo da talk», Veronica Raimo attribuisce a don Leo una battuta pronunciata dal personaggio di Duilio («Un Cristo antipatico… intollerante… Un po’ Travaglio e un po’ Gabanelli»). La frase in effetti si addice a Duilio, mentre non ha senso immaginarla pronunciata da Leo, che è figura completamente diversa (se non opposta).

b) Secondo Michela Marzano «don Leo non può fare a meno di pensare al sesso ogni volta che vede un bimbo», anche se di fronte all’offrirsi di Andrea «riesce a resistere alla tentazione». In realtà Leo non prova mai, in nessun punto del romanzo, desiderio sessuale per Andrea (né per per i bambini – quasi tutti – che non corrispondano al suo ‘tipo’). Allo stesso modo sostenere che Andrea si uccide perché Leo lo ha rifiutato, come fa Marzano, significa da un lato ignorare il flusso di coscienza finale di Andrea, dall’altro prendere alla lettera il delirio di Leo nella camera ardente; eppure il narratore lo descrive inequivocabilmente come tale («L’allucinazione ha scombussolato la compagine neurologica, o la realtà si è squarciata in una smagliatura?»). In apertura del suo pezzo, Marzano garantisce che nella mente di Leo «non passano certi ricordi come quello dettagliato e lungo svariate pagine di un vecchio sacerdote che gli racconta le delizie della carne dei bambini». Non passano, evidentemente, dalla mente di Michela Marzano; l’episodio è raccontato dal narratore, in nessun punto del romanzo Leo lo rievoca o mostra di ricordarselo.

c) Alessandro Zaccuri, dal canto suo, riassume il nono capitolo della seconda parte dei Demoni di Dostoevskij (censurato a suo tempo dalla censura zarista con un provvedimento che Zaccuri considera «non del tutto immotivato») e conclude che la successione degli eventi è grosso modo la stessa di Bruciare tutto (dimenticando che la bambina suicida di Dostoevskij è stata violentata da Stavrogin, mentre il bambino di Siti non l’ha toccato nessuno). Poi assicura che in tutti i romanzi di Siti «il desiderio erotico si rovescia in colpa, stigma morale, condanna»: chi conosce i romanzi di Siti fatica a capire a cosa si riferisca esattamente Zaccuri. Eccetera.

3.Che la letteratura possa occuparsi di qualsiasi argomento, e su qualsiasi argomento offrire un punto di vista che per fortuna non coincide con quello di altre forme di conoscenza (filosofia, storia, diritto, scienze umane, scienze naturali, eccetera) sembrava concetto assodato per la critica letteraria della fine del secolo scorso; talmente assodato da configurarsi più o meno come un luogo comune. Lo scrive anche Michela Marzano, che «uno scrittore deve poter parlare di tutto». Lei però subito dopo aggiunge, senza accorgersi della contraddizione, che «la letteratura (…) può sopportare qualsiasi peso. Quasi». Quasi, perché di pedofilia, precisa Marzano, si può parlare solo a patto «di restare veri e autentici fino alla fine». Ma a quale categoria letteraria corrisponde, in questo contesto, l’autenticità? Dal momento che la pedofilia è male, sarebbe «autentica» soltanto una rappresentazione integralmente negativa del pedofilo? E’ letteratura «autentica» quella che pronuncia verdetti secchi, assoluti, accettabili socialmente? Mentre quella che si misura con situazioni psicologiche complesse, sfumate o ambivalenti sarebbe «inaccettabile»? (così il catenaccio – redazionale… – del pezzo apparso su «Repubblica»).

Quanto a Zaccuri, «la discesa agli inferi di don Leo avrebbe potuto raccontarla solo uno scrittore che, almeno durante la stesura del romanzo, si fosse fatto carico del paradosso della fede». Dobbiamo dedurne che di un prete può parlare solo uno scrittore cristiano? O addirittura che per scrivere di un personaggio «dall’interno» bisogna essere quel personaggio? Che non si possono raccontare vite diverse dalla propria, cioè che non si può raccontare «dall’esterno»? I romanzieri sono abituati a studiare e a documentarsi, per descrivere personaggi e ambienti di cui vogliono scrivere; lo ha fatto anche Siti, per ricostruire la vita materiale e spirituale di un sacerdote. La prima parte di Bruciare tutto, che prepara i personaggi e l’ambiente, secondo Veronica Raimo risulterebbe «interlocutoria», (forse perché la pedofilia vi è completamente assente): non si accorge che strutturalmente è più importante della seconda? Che ne anticipa e prepara i motivi, le simmetrie, i conflitti?

L’impressione è che alcuni di questi scrittori-critici del secondo tipo non padroneggino, e a volte nemmeno riconoscano, alcune forme-base (regole di ingaggio, soluzioni stilistiche, licenze poetiche) della tradizione letteraria moderna.

c) L’aspetto più inquietante, e più dannoso sul piano culturale, riguarda però la tendenza, in alcuni di questi interventi, a rimpiazzare il giudizio estetico con quello morale. Un equivoco che affligge anche, sempre più spesso, la critica-critica; ma in termini solitamente meno ingenui e brutali.

Il problema nasce dal fatto che le osservazioni di struttura e di stile, in queste recensioni, sono o assenti (Zaccuri), o estremamente superficiali (Raimo censura l’espressione shabby chic, considerandola dépassée), o proprio sbagliate («la casistica psicologica è decisamente irrealistica», scrive la Marzano del suicidio di Andrea: osservazione che farebbe piazza pulita di tanti libri «irrealistici», per esempio Jude l’oscuro). Ci si sofferma volentieri su quanto un romanzo è «realistico» (dove la realtà coincide con le «casistiche»), su quanto è «autentico» (questo concetto da reality show); di come un libro è costruito, immaginato e scritto non sembra importare più niente a nessuno. Conta molto, in compenso, «il tema», che in questo caso è, o meglio deve essere, «la pedofilia». Ma proprio l’attenzione esclusiva al tema, e in generale ai contenuti espliciti, finisce con l’innescare valutazioni puramente morali, e a volte decisamente moralistiche, che cambiano di segno a seconda degli interpreti. Per Veronica Raimo in Bruciare tutto di Male ce n’è troppo, e pedofili e preti sono troppo di moda (pensa a Black Mirror, pensa a The Young Pope, non pensa a nulla che non sia televisivo). Per la Marzano c’è troppo poco Bene («la letteratura può sopportare questo?»). Per Zaccuri non c’è abbastanza Fede (e la ricostruzione dell’ambiente curiale è «ingenerosa»).

Per concludere. Se è vero che oggi esistono tre tipi di racconto narrativo, forse esistono anche tre tipi di scrittori – e di conseguenza tre tipi di critica, quando a farla sono gli scrittori. Ambiti sempre più nettamente separati, sempre più incomunicanti dal punto di vista culturale, sempre più privi di presupposti comuni. Tranne eccezioni, gli scrittori dei diversi tipi non si riconoscono tra loro. Per gli autori cosiddetti di genere (quelli cioè del primo tipo) tutta la letteratura deve essere intrattenimento, il romanzo che non sa distrarre è destinato a restare lettera morta. Per molti autori del secondo tipo è «inaccettabile», sempre più spesso, la letteratura che trasgredisce le categorie morali di riferimento – siano forme di correttezza politica o religiosa (Marzano, Zaccuri), sia semplicemente il glamour più aggiornato (Raimo). Gli autori del terzo tipo sono sempre di meno e sempre più di nicchia; perché mentre la narrativa di primo e secondo tipo parla almeno potenzialmente a molti, e occasionalmente può anche fatturare parecchio, quella del terzo richiede un lettore disposto a mettersi in gioco, a riflettere, e prima ancora a leggere con attenzione (o talvolta persino a rileggere): una razza in via di estinzione. Troppa fatica, troppo sbattimento. Forse il rischio che corre la letteratura più ambiziosa, almeno a breve termine, non è (come si dice in giro) quello di non potere più essere scritta; ma quello di non poter più essere compresa.

[Bernard Aubertin, Cinq tableaux-feu, Palais de Tokyo (2012)]

22 thoughts on “Tre tipi di racconto. Su Bruciare tutto di Walter Siti. Seguito da Tre tipi di critica? Una postilla

  1. Solo un piccolo appunto, che non ho letto il libro. E’ vero, parlare di autenticità in quel modo ricorda molto il linguaggio da reality show, ma espressioni come “disposto a mettersi in gioco” pescano in quei paraggi, è idioleetto da tronisti della de Filippi.

  2. Gianluigi: sono d’accordo con te su come ci si debba accostare alla letteratura, permettendole di schiuderci nuovi universi morali e di dilatare la nostra esperienza del sensibile e dello psichico. Eppure mi sembra che la tua difesa di Siti sia offuscata da un difetto di empatia nei confronti di un lettore che a priori rifiuta il mondo trasgressivo rappresentato in un’opera. Che cosa c’è di così radicato e inossidabile da non voler essere intaccato quando si incontra un testo di finzione? Mi piacerebbe provare a capire perché un lettore preferisca non avere a disposizione il repertorio di schemi mentali che gli vengono offerti da un testo. Mi piacerebbe che provassimo non dico a sondare, ma perlomeno a tener conto dei meccanismi complessi della resistenza immaginativa.

  3. Molto d’accordo. Ma che finale pasoliniano, però: «La morte non è / nel non poter comunicare / ma nel non poter più essere compresi».

  4. Anch’io ho una postilla da fare. Non ho attribuito quella frase a Don Leo (tanto che poco prima dicevo appunto che lui si rifiuta di parlare col linguaggio televisivo) ho solo detto che la visione di Don Leo viene tradotta a sua volta in categorie televisive, ossia che il Cristo di Don Leo viene descritto come a metà tra Gabanelli e Travaglio (tra l’altro una delle battute che mi è piaciuta di più del libro – ma questo non c’entra); era un po’ improbabile che fosse Don Leo a pronunciare quella frase e a prendersi per il culo da solo. Ciao.

  5. @Veronica Raimo
    Riporto per intero la tua frase, così chi ci legge potrà farsi un’idea sua:

    “Eppure la stessa visione fustigatrice di Leo – un po’ meno psicotica di quella di The Young Pope di Paolo Sorrentino – finisce per tradursi nelle categorie di un dualismo televisivo da talk: “Un Cristo antipatico… intollerante… un po’ Travaglio e un po’ Gabanelli”.”

    A me pare evidente che chi legge una frase virgolettata introdotta da una formula come: “La visione fustigatrice di Leo (…) finisce per tradursi nella categorie di un dualismo televisivo da talk:” non può che attribuire ciò che segue a Leo. Sintatticamente e logicamente. E a chi altri sennò?
    L’ambiguità della forma deriva da un’ambiguità di sostanza: semplicemente non è vero, come tu scrivi nella recensione, che la visione di Leo finisce per tradursi (da sé?) in categorie televisive. Semmai è vero che viene tradotta (da Duilio; innominato): come dici nella postilla. Ma appunto, non è la stessa cosa.
    Ciao.

    @Sergio Garufi
    La locuzione “mettersi in gioco”, nell’accezione in cui l’ho adoperata (“mettere in pericolo, rischiare”), è attestata nelle opere di noti tronisti come Ariosto e Manzoni (lo testimonia il Battaglia). “Autenticità”- nell’accezione che ho detto – mi sembra molto più categoriale; e molto più televisivo.

    @Maria Anna
    Poni una questione molto interessante. Bisognerebbe pensarci.

  6. Se cerchi bene, sul Battaglia trovi ascendenti illustri pure per attimino e apericena, ma è dell’oggi che parlavamo, del suo abuso, e oggi la usano ad Amici il sabato sera, oltre a figurare nell’elenco delle parole orrende stilate da Ostuni.

  7. — Scusate l’inglisc, riporto da altro luogo per altra audience — In my modest opinion, nothing is more challenging and impacting today than science, that’s why humanities are losing traction while getting confined in a museum: all we needed to know from humans about humans, we know now, the unknown being elsewhere for us as a species and humanity as a whole. What we know about us, ultimately how to behave ourselves avoiding extinction, is being carried with us and may help or not for approaching alien environments like outer space. It will be survivors’ texts again.

  8. @ Simonetti.

    Guardi che ha ragione Garufi.

    “Fermati, attimino!” (Goethe, Faust)

    “Apericena” sta in una di quelle pagine dello Zibaldone dove Giacomino riflette su prefissi, suffissi, derivazioni ecc… Spiega la parola come doppiamente prefissata dal greco: “a-” e “-perì-“. Su “-cena” però era già sbronzo e in compagnia del genio di Tasso.

    Saluti (Daniele Lo Vetere)

  9. @Garufi
    Cercando bene sul Battaglia non ho trovato né “attimino”, né “apericena”. “Mettere in gioco” invece c’è.

    Ma, a parte questo, è proprio il concetto di “parole orrende” che non mi persuade. E’ da snob, o da insicuri, pensare che esistano parole orrende. Prova ne sia che spesso la buona letteratura dell’oggi (se non le piace Siti può pensare ad Arbasino) si scrive anche con le cosiddette parole orrende: “attimino”, “apericena”, “shabby chic”. Le parole, in realtà, sono innocenti; anche le più logore, abusate o deformate possono tornare utili, se si sa scrivere e si dominano i registri.
    Il problema vero non sta nelle parole, ma nelle idee orrende. “Autenticità” è una parola normale, ma anche (nell’accezione che abbiamo stabilito) un’idea orrenda. E forse è un’idea orrenda anche pensare che esistano parole orrende.

    Ad ogni modo non pretendo di convincerla. Lei si tenga l’Ostuni, io mi tengo il Battaglia.

  10. “ Mercoledì 16 aprile 1997 – « Quando le chiesi / il culo mi chiese / un attimino col suo / visino muto. » (Brunetto Latini, Il dietrologo / Poesie di fine Millennio, 1997) “.

  11. A proposito di insicurezza: andare a cercarsi davvero sul Battaglia apericena e attimino prendendo sul serio una battuta. Attribuire all’interlocutore cose che non ha mai detto (tipo che non mi piace Siti, o che metto sullo stesso piano l’elenco di Ostuni col dizionario del Battaglia) per poi contestarle o ridicolizzarle. Cosa non si fa pur di non ammettere di aver scritto una banalità.

  12. @Garufi

    Quindi lei pensa che io sia andato davvero a cercare “apericena” sul Battaglia?

    E dove ho scritto che non le piace Siti (ho scritto “se non le piace Siti”)? Dove ho scritto che mette sullo stesso piano Ostuni e Battaglia?

    Prima di scrivere, bisogna leggere con attenzione: questo era il senso della mia postilla. La ringrazio per il suo (involontario) contributo.

  13. Dava tutto per scontato – che non mi piace Siti, che io mi tengo Ostuni e lei il Battaglia – senza accorgersi che l’unica cosa scontata è la sua scrittura, ma per ammetterlo bisogna essere “disposti a mettersi in gioco”. Buonanotte

  14. Posto che ho apprezzato l’articolo di Gianluigi Simonetti e le sue osservazioni di metodo critico, come Maria Anna ho una perplessità riguardo al valore assoluto e positivo attribuito alla trasgressione, al superamento o sconfinamento rispetto a schemi mentali, doxa ed etica condivisa. Intanto è da vedere quanto questa rottura trasgressiva non sia già nota ed esperibile, e fonte di conoscenza, per altre vie che non quelle del romanzo, poi penso che per L’Eneide o i poemi Omerici, ma anche quelli cavallereschi e pure per tanti romanzi otto-novecenteschi, la questione sarebbe stata piuttosto fuori luogo, e va bene che ci separano molte soglie da quel tipo di fruizione letteraria, in cui una certa sostanziale conferma di valori era attesa dalla letteratura, ma mi domando se la nostra sete di ‘nuovo’ e di ‘oltre’ non sia storicizzabile a sua volta: il lascito estremo del modernismo, della rottura delle avanguardie tanto da farne un valore estetico assoluto. Me lo domando perché la scissione o il connubio fra etica ed estetica non è una questione accantonabile con un’alzata di spalle in nessuna forma di arte. E non è affatto detto, o non è sempre detto, che la conferma di valori che si può cercare, e trovare, nelle opere sia di per sé un fatto negativo o tout court le assegni alla categoria b.

  15. Su alcune cose Simonetti ha ragione.

    Anni fa Neri Marcoré – che stava sostituendo Crozza a Ballarò – interpretò Maurizio Gasparri e fece una battuta *maschilista* che alludeva a Mara Carfagna, presente in studio. Mara Carfagna alla fine dell’intervento si rivolse al conduttore con il piglio di chi smaschera qualcuno dicendo una cosa del tipo “non vorrei aver sentito una battuta maschilista…”, tutta contenta di essere quella di “destra” capace di combattere la “sinistra” sul suo terreno. Nessuno che le fece notare che la battuta aveva un altro significato, perché Marcoré l’aveva messa sulla bocca di Gasparri (che se non ricordo male era dello stesso partito di Mara Carfagna). Anzi, scuse formali di Floris e inizio della trasmissione.

    Quindi sì, tempi grami per la letteratura, o almeno per chi sia convinto che vada anche un po’ studiata. E tempi grami da molto tempo.

    A dirla tutta, però. L’articolo di Simonetti non è così convincente. L’apertura è una versione pop di Jauss, per esempio. A me fa sempre una certa tristezza vedere che negli stessi anni, e a volte nelle stesse sedi, si danno per superate certe mode critiche – magari chiamandole proprio mode – e poi si ritorna a quelle implicitamente, con la sola differenza che quel po’ di rigore che le rendeva credibili e interessanti è sparito. Perché aprire il pezzo così?

    “Quando leggiamo narrativa contemporanea tendiamo spontaneamente a immaginarla come una categoria unitaria, al cui interno c’è il bello, il meno bello e il brutto. Ogni tanto appaiono dei libri che ci ricordano che non è proprio così. Esistono oggi almeno tre tipi diversi di racconto letterario (diversi in partenza per peso e ambizione, indipendentemente dalla riuscita dei singoli esemplari in cui si spicciolano). C’è una narrativa che ha lo scopo esclusivo di distrarre il lettore; un’altra che mentre lo intrattiene gli fornisce informazioni, identità e valori, confermando le opinioni socialmente più autorevoli e più glamour; una terza che mentre diverte sfida le certezze del lettore, cercando di portarlo dove lui non vuole andare (mentre la prima e la seconda lo lasciano dov’è).”

    Questa roba vale solo per la narrativa contemporanea (cioè, solo per la narrativa e solo per quella contemporanea)? E il modello teorico (si fa per dire) dei tre racconti?

    A me sembra che il pezzo sia scontato nell’impostazione. E per venire alle parole: alcune più che scontate fanno un po’ ridere. Ma cosa volete che “inchiodi e condanni” il personaggio di questo romanzo. “Inchiodare” è il termine più interessante: Simonetti l’aveva usato anche per commentare un pezzo perfettamente trascurabile di Pecoraro sull’attentato al Bataclan. Sarà, ma io finché si può chiudere un libro o cliccare in alto a destra e chiudere un sito non mi sento molto inchiodato o rappresentato da un linguaggio (e da idee) del genere. A meno che non abbia trasferito la mia inchiodabilità nella parte di vita che dedico alla lettura e al far niente scambiato per lavoro di un blog. Che è una cosa che si fa ed è comprensibile, ma rivendicarla implicitamente con le metafore mi sembra patetico.

  16. Garufi non l’ha letto/ ma commenta per dispetto/ per contrasto il Simonetti/ passa ai detti e contraddetti.

  17. “Il fatto che intorno a Bruciare tutto stia crescendo uno steccato ogni giorno più fitto di discorsi giudicanti, un bla bla di ipotesi e deduzioni che prescindono dalla lettura attenta del libro, è la dimostrazione che il romanzo non dà fastidio perché parla di una sessualità distorta o di un tabù. Il fastidio nasce dal fatto che quel tabù non viene liquidato con le modalità scandalistiche di un dibattito televisivo. Dal momento che leggere Siti è difficile e richiede attenzione, se si affronta la fatica e si legge con attenzione la storia di Leo si capisce che quella storia riguarda tutti. E questo dimostra che qualche volta la letteratura ha qualcosa da dire.”

    Sperando di non rovinare troppo il tono medio complessivo dei commenti, segnalo un altro dei (pochi) contributi nel merito, di Bazzocchi. In particolare, le osservazioni di confronto con “La scuola cattolica” e le simmetrie del rapporto fra Andrea e Leo, e fra Leo e il suo Dio.

    http://www.doppiozero.com/materiali/bisogna-bruciare-siti

  18. @Alessandra Sarchi (e Maria Anna)

    Sì, sono d’accordo sul fatto che quello che chiediamo alla letteratura vada chiarito di volta in volta e sempre storicizzato. Sicuramente il superamento e l’esigenza di “nuovo e di oltre”, come tu dici molto bene, hanno radici nella modernità, e nel modernismo in particolare. La stessa tentazione di gerarchizzare le forme estetiche (i “tre tipi” di racconto), e di puntare su opere dense e complesse, è forse inconsciamente postromantica. E quindi desueta. Però due cose:

    a) Non enfatizzerei il concetto di ‘trasgressione’, che fa pensare a un’arte sempre e comunque dalla parte del male, a un’estetica della nefandezza; mentre questa è solo una delle opzioni alla portata di un’arte che provi ad esprimere (magari senza volerlo) il contrario, o il diverso, di quello che la società in cui si sviluppa già afferma – con lo spettacolo, con la comunicazione di massa, con le scienze sociali, eccetera. Poi certo: in una civiltà ossessionata dal bene e dalla correttezza morale e politica è possibile (ma non obbligatorio) che l’arte, per scoprire qualcosa di nuovo e illuminante, preferisca rivolgersi al male; ma in una società che accetta e istituzionalizza quello che consideriamo il male, a rappresentare un serbatoio di immagini e forme potrà essere (ed è stato) il bene.

    b) Nella nostra società, così sicura di essere dalla parte giusta e così attaccata alla propria identità, le vecchie ragioni di un’arte che punti allo sconcertante o all’ignoto non mi sembrano affatto superate. Anzi. Continuo a pensare che nel momento estetico che attraversiamo, e in un campo letterario sempre più simile a un gigantesco parcheggio per lettori, la letteratura che vale la pena di scrivere e di leggere resta quella che prova a portarci lontano dalle nostre aspettative, che contrasta o arricchisce i presupposti filosofici, politici e morali su cui facciamo affidamento. Se anche la letteratura deve servire a confermare e arredare ciò che già crediamo di sapere, allora davvero rischia di ridursi a un linguaggio artistico tra i tanti, a una forma di conoscenza come altre. Per molti è già così; per altri no.

    @mah
    Può darsi che il mio pezzo sia scontato. Le ricordo però che è stato pensato e scritto per “il Sole 24 ore”: non mi sembrava la sede più adatta per discettare di modelli teorici e Scuola di Costanza. Tra l’altro in seimila battute.

    Quanto all’equazione tra i due “inchiodamenti”, la trovo senza senso, come tutta l’ultima parte del commento. Nel caso di Pecoraro si trattava di una mia valutazione personale (opinabilissima); nel caso di Siti, descrivo un rapporto tra personaggi (l’aggressività di Leo verso i suoi parrocchiani), che è nella trama del romanzo, e non si presta a discussioni: è così e basta, che le piaccia o no, che clicchi o no in alto a destra. Certo, per saperlo bisogna leggere il suddetto romanzo. Ma perché perdere tempo a leggere e riflettere quando invece è così bello e facile scrivere la prima cosa che ci passa per la testa?
    Il che ci riporta, ancora una volta, al tema della postilla.

  19. “ Venerdì 27 aprile 2017 – Ci ho ripensato: quel libro, che continuo a non avere letto, credo tuttavia di avere capito senza possibilità di errore che, piuttosto che di un prete pedofilo, parla di un bimbo pretofilo. Io mi stupisco, ma, a pensarci bene, mi stupisco fino a un certo punto. Perché, se è vero che dei preti io non so quasi niente, non li ho mai frequentati, non posso dire di averne conosciuto nemmeno uno, dei bimbi qualcosina, forse, so. Diciamo così che ci sono, nella mia vita, non diversamente che nella vita di tutti, un certo numero di piccole cose inspiegabili, nel senso che non sono ancora riuscito a spiegarle, che dovrei riuscirci, meglio prima che dopo. Per esempio, dopo così tanti anni, più di mezzo secolo, per dirla tutta, io non ho ancora capito perché quel mio amico mi dipinse in attitudine benedicente. Si dirà perché era un pittore, perché lo stimolava la prospettiva di disegnare una mano con le dita atteggiate nel gesto del benedire, un gesto dopotutto elegante, molto « pittorico », un gesto che insomma, a dipingerlo bene, fa sempre la sua porca figura. D’accordo, io non dipingo, ma dei pittori so abbastanza per sapere come ragionano, come funziona la « ragione estetica », d’accordo. Ma rimane il fatto che quello che si vede in quel ritratto – dipinto sul retro di un cartello metallico della pubblicità non ricordo se di una birra o del chinotto Neri, l’ho conservato, eccome se l’ho conservato – è un giovane uomo che fa qualcosa che i giovani uomini non facevano nemmeno cinquant’anni fa. A meno che non fossero preti. Ma io non ero un prete, non ci pensavo nemmeno, non ci avevo mai assolutamente pensato. A meno che… Il fatto è che chi vuole vedere preti – pretoscopia – li vede dappertutto. A maggior ragione se vuole amarli – pretofilia -, oppure odiarli – pretofobia -. Perché, almeno questo ormai l’ho capito, c’è un sacco di gente che senza i preti non sa stare, che se li sogna la notte, etc. etc. Dopodiché, temo, il libro di Walter Siti continuerò a non leggerlo. Per quanto mi riguarda, possono anche bruciare tutto… “.

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