Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Andrea Inglese, da “La distrazione” (2008)

| 21 commenti

[Dal 25 dicembre 2011 all’8 gennaio 2012 «Le parole e le cose» osserverà una pausa natalizia. La programmazione normale riprenderà il 9 gennaio 2012. Durante la pausa, per non lasciare i nostri lettori privi di letture, pubblicheremo alcune poesie italiane tratte da libri usciti negli anni Zero. In questi quindici giorni non rinnoveremo l’immagine di copertina].

 

Vita

Non posso non raccontare la mia storia.
Chiamo questo: calamità autobiografica.
Doversi fare una storia, andarla ad estrarre
come una scheggia, tra i tessuti fragili
della pelle, a rischio di

sbriciolamento,

farla nascere, imprimere un’esasperante lentezza
a questa cosa mai accaduta, mai appianata,

a questa x

pulviscolare, interrotta,
istantanea,

di cui si hanno dintorni a perdita d’occhio,
coltri che circondano,

di cui si ha un infinito accerchiamento

senza possibilità di approssimarsi,
di dire: bambino, io, mia pelle, caduta sulla ghiaia.

Ci sono in compenso radiografie,
molte, a partire dai quattro anni,
rimangono quaderni di scuola,
copertine di quaderni,
rimangono dintorni, passaggi documentati, scontrini.

Di quale storia si parli non è chiaro,
renderla mia è rallentare,
dare il controdocumento, dall’interno, dal buio della x,
dare qualcosa dal centro,
inventare che ci sia centro,
mettendo in prospettiva e simmetria e successione
e comparando tutte le ferite, i punti di sutura.

Quel ferimento è il lato interno
di quello che fuori è pura traccia,
puro ritardo,

perdita,

documento. Anagrafe.


Desiderio

Le reti erano quelle alte del tennis
dietro a cui colava un’acqua
dubbia, tra argini d’erba.
Tu imparavi a ipnotizzare
le rane, io sganciavo cauto
il tuo reggiseno, e le menti buie
schiarivano, in sogno nessuno
ha fretta, potevo passarti
ogni tanto la lingua sulla schiena,
tra le scapole, mentre la festa
in giardino continuava.
Portavo bicchieri sempre doppi,
pieni di sangue, che rovesciavo
a terra, al riparo da bocche
assetate, indiscrete,
ancora non ti decidevi
a sfilarlo il vestito scollato,
ci spostavamo sui fondali
senza mai doverlo consumare
il desiderio, ed esso si eternava
davanti a noi, nitido nell’aria,
come un fiore crudo, una galassia.

***

Non accade. E intanto passano
le minuscole cose, e ad esse
ti attieni, spiando gradazioni
infime di colore, infami, vuote.

Non giunge. L’equilibrio è buono,
aprendo la bocca l’aria vi entra,
respiri, guardi lontano, fermo
sulle due gambe, e le muovi.

Non avviene. Intanto vanno,
di ora in ora, con un delicato
meccanismo di strazio, i giorni:
siedi e ti alzi, cambi di tasca
le chiavi, perché non scavino
dentro la tela, passi la spugna
sul tavolo, rivolti una maglia,
guardi ad uno ad uno i gradini
o in alto la flessione dei rami
con l’ultima luce e sembra
il raggio fare di ogni fine
una cosa solenne. Non era questo.

Ma quelle storie monche,
rade, filtrate in inverno
attraverso muri e pareti,
hanno a lungo preparato
un sogno: verrà l’unica viva
sorte a devastare di nuovo,
verrà guastando ogni misura
di calma e di conforto,
per ricomporre il piccolo vivere nostro
dentro i ferocissimi mali
del mondo. E sentiremo, quel giorno,
ampio come un pianeta l’attimo
e il passo, e la difficoltà
ad ogni metro di non cadere.

[A. Inglese, La distrazione, Luca Sossella editore, Roma 2008]

 

21 commenti

  1. La mia distrazione è stata quella di non leggere questo libro. Mi ha profondamente colpito “Vita”. Dire con questa lucidità la distanza, l’unica differenza possibile, fra vita e anagrafe:

    Quel ferimento è il lato interno
    di quello che fuori è pura traccia

  2. Libro notevolissimo, a mio modestissimo parere.

  3. Solo una impressione.
    La poesia di Inglese pare fondarsi sulla finzione intellettuale di un processo di rimozione. *Non posso raccontare la mia storia*. Ma davvero un poeta o uno qualsiasi non può andare oltre l’*anagrafe*? O non può sfuggire i vizi dell’autobiografismo? Credo che Inglese abbia scelto di parlare del vuoto di storia (generale) che oggi impedisce anche di riaccostare le storie individuali. Qualcosa si è spezzato e l’aggancio tra ‘io’ e ‘io-noi’ ( o il ‘noi’ tondo e forte dei *destini generali* fortiniano) gli pare (a lui solo? alla sua “generazione”?) impossibile. Perciò non racconta, ma rimugina, intellettualizza, maschera, accenna (*bambino, io, mia pelle, caduta sulla ghiaia.*), sembra fissare con gli occhi nel vuoto, svogliato, la documentazione oggettiva che pure sta là (*rimangono quaderni di scuola,/ copertine di quaderni*). E volutamente ( un po’ colpevolmente?) lascia indeterminate e oscure *tutte le ferite, i punti di sutura*. Il mutamento è sentito come devastazione (*verrà l’unica viva / sorte a devastare di nuovo*). La ricomposizione eventuale gli appare possibile solo nella persistenza dei * ferocissimi mali/ del mondo*.
    .

  4. Abate, lei non deve leggere, lo sa che gli fa male? è una cosa di cui non ci si accorge, e quando è diagnosticata è troppo tardi. Non me ne voglia, lo dico a fin di bene. Ma di quella, definitiva, nemmeno si accorgerà, purtroppo o/e per sua serenità. Baci.

  5. Il tono del commento sopra è uno dei tanti esempi di quello a cui mi riferivo scambiando impressioni con Simonetti, chissà se a lui càpita di passare e leggere. Saluti.

  6. Gentile Fiorella, lei è si è fermata un bel po’ su questo sito in questi giorni, ho visto. Forse anch’io, che sono capitato per caso e me ne vado altrove in discipline più protette (chi dibatte così penosamente di astrofisica, o di circuiti elettrici, o di televisionee, nei luoghi deputati, per esempio?) e lascio “dialogare” la balbuzie mentale. Ciò che rimane è l’insieme delle poesie. Queste resistono, da sole, seppur sporcate dal bla bla di cui anche io sono un pochetto ir-responsabile… Non altro, mi creda oppure no.

    Ma mi dispiace per i poeti, trattati come mai ho visto fare.

  7. Gentile Alberto, anche a me dispiace per poeti e Poesia insieme. Ma non perché siano rivolte loro delle critiche, bensì perché sotto le loro opere ci si accapiglia non appena qualcuno osa avanzare una lettura più approfondita, che pure si consente di fronte all’arte. Nel caso specifico: che ha mai detto Abate di così scandaloso da tacciarlo di incapacità mentale ( a dir poco), se non avanzare l’ipotesi che Inglese rifletta (consapevolmente) nella sua opera l’andazzo dei tempi storici presenti, e il vuoto che ne deriva?
    Magari l’autore risponderà che è proprio così, magari no: ma, almeno, si è presa la sua poesia con la dovuta attenzione. C’è qualcosa di male, in questo? E sia chiaro che parlo per amore di equità, non per sodalizio alcuno.

    P. S. Sì, passo di qui spesso, perché spero di imparare qualcosa o di leggere qualcosa che mi arricchisca interiormente; qui, come in altri lit-blog. E allora?

  8. @Fiorella D’Errico

    Se mi chiede un parere, ecco: penso che Alberto Camerana sia stato troppo aspro nella sua replica all’intervento di Abate, che per me era opinabile, ma pertinente e a suo modo stimolante. Credo però che Camerana abbia ragione quando lamenta la disinvoltura di troppi commenti (“mi dispiace per i poeti, trattati come mai ho visto fare”). Gli autori che abbiamo scelto sono tutti esperti, autorevoli e affermati nel campo letterario italiano; lavorano in modo serio, conoscono i ferri del mestiere, non hanno bisogno di pubblicità a buon mercato. Possono piacere o meno, come è ovvio, ma sicuramente meritano attenzione e rispetto. Non sono mancati commenti a mio parere irrispettosi (ma ripeto, non è il caso di Abate su Inglese).

  9. sono convinto, ogni volta di più, che “La distrazione” sia tra i più bei libri di poesia usciti in Italia, negli ultimi anni, tra i miei preferiti comunque. Lo rileggo spesso

  10. Grazie dei commenti e anche degli abbozzi di lettura. Anche se non è facile rispondere. Innanzitutto, perché questi testi sono incardinati in un insieme, in un ordine, che ovviamente li sovradetermina, fornisce senso ulteriore, ad ognuno di loro. Quindi un mio chiarimento sarà più facile da farsi, se rivolto a chi già conosce il libro.
    Vengo comunque al commento di Aabate. E’ singolare che nella discussione nata intorno al suo commento, nessuno abbia notato che Abate basa la sua lettura su un errore di lettura, una lettura distratta. Egli infatti comincia a trarre una serie di conseguenze da un verso che dice l’esatto opposto di quanto il mio verso dice. Io scrivo: “non posso non raccontare la mia storia” e in Abate, esso diventa “non posso raccontare la mia storia”. Da qui, mi sembra inevitabili equivoci.
    “Vita” è il testo di apertura del libro, e della prima sezione intitolata “Bilico”.
    E’ un testo un po’ programmatico, di una tensione lirica inevitabile – la voce che parla nella poesia, è riconducibile non a un personaggio fittizio, ma alla persona del poeta – a partire, però, da un enorme buco epistemologico-metafisico. La persona abita questo buco, lo percepisce in modo più radicale di altri forse a causa di un particolare itinerario biografico accidentato: ma la calamità autobiografica resta. Uno vorrebbe dire “io”, è costretto a dire “io”, ma a partire da una vertigine di senso incolmabile. Ma questo deficit di senso e realtà, non porta a saltare a piè pari in qualche mondo onrico e suggestivo. Anzi, riporta al nudo e misero realismo anagrafico. Che è però l’unico affidabile, burocratico, sociale, condiviso.
    Mi sembra che da questo testo si possa delineare una specie di figura strutturale, che attraversa un po’ tutto il libro. L’evidenza prima, l’ovvio, è la realtà che manca, il senso che latita. L’io non ha consistenza. Da qui un avvicinamento a tentoni alle cose, ai corpi, alle persone. L’io è nudo: non ha tesori inetriori. Ha solo cicatrici, da cui è difficile o vano trarre una biografia soddisfacente. Ma ci sono atomi di realtà, connessioni episodiche, evidenze di rasoterra. Proprio nelle zone di prossimità, che sono anche quelle più enigmatiche. E certo, in questo avanzamento, si pone sì davvero tutta la difficoltà del rapporto io-noi. La tensione è molto presente, ma mai risolta.
    Un esempio viene dall’ultimo testo. E qui Abate, stavolta, vede bene. Scrive: “La ricomposizione eventuale gli appare possibile solo nella persistenza dei * ferocissimi mali/ del mondo*.”
    Il testo appartiene alla sezione conclusiva del libro: “Fondali”, che è introdotto da questi versi di Franco Fortini: “che provino orrore del mondo / e così gioia vera.”
    Fondali è termine ambiguo: rinvia sia alla pura superficie decorativa – dell’ideologia, sia all’ampiezza tra il pelo dell’acqua e il fondo sottomarino. Insomma: intreccio di profondità e superficie.
    La chiusa della poesia, ci parla, mi sembra dell’oggi. I destini appaiono comuni nel momento in cui i guasti sono percepiti come comuni e sono sopratutto visti frontalmente, smascherati, come accade oggi con la crisi di sitema che sta scuotendo l’Occidente ex-opulento.
    L’irrealtà dell'”io”, ovviamente, deriva anche dalla sua scissione nei confronti del “noi”. E questa scissione non è un’opzione ideologica o esistenziale, è innanzitutto una condizione storica.

  11. La poesia si chiama “Vita”, ma al primo verso essa dice: “Non posso non raccontare la mia storia”; insomma, per dire della mia vita io devo raccontare la mia storia, e chiamo questo “calamità autobiografica”. Nella poesia “Vita” di Andrea Inglese, viene posta una questione che, nel parlato, sta raccolta in espressioni tipo: “Perché non mi racconti la tua storia?” che è ben altra cosa, nello stesso parlato, da: “Perché non mi dici della tua vita?”, dove, in questo secondo caso, ci si aspetta che dominerà, nella risposta, un che di meno oggettivo – una sorta di inevitabile vaghezza soggettiva. Dunque, “il fatto del mio essere vivo” (la vita – la mia vita) “non può non” stare insieme al racconto degli avvenimenti della società cui appartengo (la storia cui appartengo) – la mia autobiografia (il racconto della mia vita) è proprio “il dovermi fare una storia”, “andarla ad estrarre/ come una scheggia, tra i tessuti fragili/ della pelle, a rischio di// sbriciolamento,// farla nascere, imprimere un’esasperante lentezza/ a questa cosa mai accaduta, mai appianata,// a questa x// pulviscolare, interrotta,/ istantanea,”… “senza possibilità di approssimarsi,/ di dire: bambino, io, mia pelle, caduta sulla ghiaia.” Ma a questo punto accade che io trovo documenti: “Ci sono in compenso radiografie,/ molte, a partire dai quattro anni,/ rimangono quaderni di scuola,/ copertine di quaderni,/ rimangono dintorni, passaggi documentati, scontrini.// Di quale storia si parli non è chiaro,”. Non è chiaro perché questa non è “storia”, ma, appunto, “autobiografia”; mi diventa “chiaro” “rallentando” (…) “mettendo in prospettiva e simmetria e successione/ e comparando tutte le ferite, i punti di sutura.” È avvenuto qualcosa di molto importante. “Chi scrive” ora prende a confrontare le cose tra di loro, a comparare “tutte le ferite, i punti di sutura”, e scopre che tutto ciò “è il lato interno/ di quello che fuori è pura traccia,/ puro ritardo,// perdita,// documento. Anagrafe.” Ma dire “anagrafe” è anche pronunciare il proprio nome reso “sin dall’inizio” documento: sono qui, e qui è scritto il mio nome. La poesia si è perfettamente compiuta. Pone un “tema”, il più arduo, si chiama “Vita”, e dà una risposta, con la poesia, che va a coincidere con il proprio nome messo a documento – nella storia, nel registro dov’è scritto il nome di ognuno – fin da che è nato, venuto a “vita”. Resta però una cosa, quella centrale forse: perché Inglese chiama “questo: calamità autobiografica”? Di sicuro “calamità” vuole dire “sciagura collettiva”; e forse egli ci sta ammonendo che questa “narrazione della propria vita”, di ognuno la propria, è una “sciagura”; e molto lascia pensare che sia stata proprio questa “narrazione globale” uno fra i principali strumenti di soggezione all’epoca di riferimento. È attendibile, sì, ma, insieme, è irrinunciabile che ad ognuno spetti la propria biografia, dargli “realtà e senso”, quando la prima “manca” e il secondo “latita”.
    Un saluto

  12. @ Andrea Inglese

    Credo si tratti di un semplice refuso: ho saltato un ‘non’, nel riportare il tuo verso “non posso non raccontare la mia storia”. Ma, refuso o meno, resta intatto e valido il mio ragionamento che metteva a fuoco il tema decisivo: lo “sganciamento” tra autobiografia (o storia personale) e storia collettiva, generale. Anche se c’è volontà o coazione a raccontare la propria storia (“non posso non raccontare la mia storia”) si resta – tu dici – all’”anagrafe”.
    La differenza tra noi sta nel diverso tentativo di spiegare le cause di questa coazione a raccontarla e l’impossibilità di farlo davvero. Tu accenni a un “buco epistemologico-metafisico”. Io a un “vuoto di storia generale”. Tu sembri ritenere il “nudo e misero realismo anagrafico” qualcosa di “affidabile”. Io t’incalzo con: “Ma davvero un poeta o uno qualsiasi non può andare oltre l’*anagrafe*?”. Tu sembri aggrapparti ancora ed esclusivamente all’io, sia pur “nudo” e senza più “tesori interiori”. Io lo sento come un vicolo cieco, che, imboccato, porta a una rassegnata accettazione della convivenza con gli immutati (immutabili?) * ferocissimi mali/ del mondo*. E perciò non vedo come la scissione tra ‘io’ e ‘noi’, che nel finale di questo tuo commento pare avere radici in “una condizione storica” (in contraddizione però con il precedente richiamo al “buco epistemologico-metafisico”), possa condurre a “destini…comuni”.
    Il “nudo” io (che comunque resta nella gabbia dell’individualismo) per me non basta. Per riaprire la partita di un ‘noi’ possibile, bisognerebbe almeno aggrapparsi a un ‘io-noi’ (e alle tracce che ha lasciato nella memoria e nella storia). La figura di Fortini avrebbe allora diversa rilevanza. Questo – mi pare – che sembra sfuggirti; che sembra, come ho ipotizzato, rimosso.

  13. Una piccola riflessione su quanto scrive l’autore e quanto scrivono i commentatori.
    Non mi sembra un caso che Abate, che a quanto pare non ha letto l’intera raccolta, abbia focalizzato l’attenzione sul sintagma “calamità autobiografica”. Ne è stato attratto, anche inconsciamente, perché questo sintagma, posto a chiusura del primo emistichio è 1) posto in posizione di rilievo 2) attrae su di sé strutture e temi anche delle altre poesie (ma io aggiungerei, del resto della produzione di Inglese).
    suggerirei, dato che non lo ha fatto l’autore stesso, di leggere il suo articolo, nonché una sorta di analisi antropologica della poesia moderna – che in alcuni casi si rivela come una dichiarazione di poetica – presente in

    http://www.nazioneindiana.com/2008/05/05/per-una-critica-telescopica-genere-lirico-e-sfondi-antropologici-1/

    Tre temi principali guidano questo articolo. Io (autobiografia), mondo (estraneo, quindi “calamitoso” noi), attenzione per i dettagli.
    La lirica, se non ho capito male, nascerebbe per Inglese dalla dialettica – lo sforzo “cognitivo” e represso (qui lo chiama “buco epistemologico”) – tra ripiegamento nell’io e estraneità dal mondo. Questo ripiegamento dell’io però non porta il soggetto al solipsismo quanto a sviluppare uno sguardo “attento” nei confronti del mondo. Qui entra in gioco il concetto di attenzione – guarda caso l’opposto del titolo della sua raccolta – che è non “attenzione” per il “macro”, non attenzione per un oggetto determinato, ma “fuga nei dettagli”.

    Tutto questo si riassume nel commento stesso dell’autore

    Io + attenzione = La persona abita questo buco, lo percepisce in modo più radicale di altri forse a causa di un particolare itinerario biografico accidentato

    Fuga nei dettagli = L’io non ha consistenza. Da qui un avvicinamento a tentoni alle cose, ai corpi, alle persone.

    Estraneità dal mondo = Proprio nelle zone di prossimità, che sono anche quelle più enigmatiche. E certo, in questo avanzamento, si pone sì davvero tutta la difficoltà del rapporto io-noi.

    Tutto questo per dire che anche a “mislettura” o a diversa interpretazione da quello che dice l’autore – procedimento stesso incluso nella pubblicazione di un testo – il sintagma “calamità autobiografica” esprime tutta la sua forza “catalizzatrice” di attenzione.

  14. Grazie Luciano, della tua lettura e del rimando a quella riflessione per me importante sulla natura della lirica novecentesca.
    A Abate: proprio il labile legame che abbiamo nelle società sempre più individualistiche, tra io e noi, tra individuo e compagine collettiva, è alla base dell’irrealtà dell’io. L’io scisso dal noi rivela appunto la sua inconsistenza. Per non usare paroloni: com’è possibile conoscere l’io nel suo isolamente? Com’è possibile determinare la sua natura? Questo è il buco epistemologico e metafisico. Quindi la realtà è da cercare fuori dall’io. Questo è la mia specifica declinazione, pongiana, del paradigma lirico.

  15. @ Giorgio M.

    non so se lo sa, Le faccio notare che, ai sensi della legge italiana, se qualcuno mette in bocca ad un’altra persona frasi e insinuazioni diffamatorie che quello non ha mai detto o scritto, è passibile di denuncia per diffamazione.

    1) Innanzitutto, quando parlo con qualcuno, vorrei che questo qualcuno fosse visibile non con un nomignolo di comodo ma con il proprio nome e cognome, per cui invito il Sig. Giorgio M. a declinare per prima cosa le sue generalità.

    2) In secondo luogo, invito il Sig. Giorgio M., quando mi risponde, a virgolettare le mie frasi, in modo che sia chiaro di attribuirmi le mie parole e non quelle che lui inventa come quando dice:

    “So che lei invita spesso a stare lontani dai libri di poesia (a meno che, beninteso, tali libri non abbiano per titolo ‘La belligeranza del tramonto’), e probabilmente lei vorrebbe che il suo ruolo fosse sostanzialmente quello di dire: «Non preoccupatevi, ragazzi, l’ho già letto io per tutti, questo libro, e, grazie alla mia LETTURA CRITICA, non avete bisogno di leggerlo anche voi, perché il mio inappellabile verdetto è che questo libro fa schifo»”

    3) Signor Giorgio M. quello sopra citato è il Suo linguaggio, non il Mio, e il fatto che Lei mi attribuisca frasi folli, diffamatorie e offensive verso la poesia di Benedetti, come di qualsiasi altro autore, la qualifica per quello che è, che è privo di argomenti e deve perciò ricorrere a frasi inventate per poi attribuirmele.

    In terzo e ultimo luogo, in assenza di conoscere (e far conoscere a tutti i lettori del blog) le Sue generalità non riterrò più di interloquire con Lei.

    Giorgio Linguaglossa

  16. (@Gianluigi Simonetti – Sì, Gentilissimo: intendevo anch’io quel che dice anche Lei sull’asperità del commento in questione e su tanti altri. Condivido pienamente il rispetto per gli Autori, auspico quello per i Commentatori. Ave atque vale!)

  17. Da molto tempo volevo leggere questo libro: dapprima per la stima per Andrea Inglese critico (seguo di tanto in tanto nazioneindiana, e trovo i suoi interventi critici (su Mesa, Di Ruscio, Raos…) estremamente acuti e competenti) e anche per la casa editrice Sossella (tanto illuminata da aver proposto in Italia due grandi poeti come Ashbery e Hill, che sto approfondendo per la mia tesi di dottorato), che segue una poetica, mi sembra, densa, speculativa ma anche “politica”, nel senso meno esteriorizzante (meno engagé) possibile. Poi perché ricordo un suo verso che mi colpì molto: “E il rosmarino esiste. E la tortura esiste”, su Poesia 2.0. E poi perché Fortini, che so tra i suoi interlocutori e punti di riferimento, è un poeta e intellettuale che mi sta dando molto. Mi piace, leggendo Inglese, trovare non solo un certo lirismo (malgrado tutto), ma anche una forza di pensiero che non perde il filo, e che accetta l’astratto, non si piega alla pura fenomenologia (che pure per me, che parto da Sereni, è importante) e quindi evita il rischio di minimalismo che spesso sento affiorare in altri, e che sembra quasi una paura di osare, un troppo ritegno portato forse agli estremi.

    Comunque, ora ho finalmente ordinato il libro, e aspetto che mi arrivi qui in Inghilterra. Per intanto, ringrazio Le arole e le cose che mi ha offerto questa campionatura, questa anteprima che avrei desiderato più lunga.

  18. ps: il verso l’ho citato a memoria (forse era “E il rosmarino esiste. E anche la tortura esiste”), mi scuserà l’autore per il refuso.

  19. Grazie Davide. Anch’io ho amato Ashbery e Hill. Adesso sono alle prese con Graham, sempre nella stessa collana.
    Conosci Rodefer, poeta USA, tradotto proprio da Raos, per la collana Murene, di NI? Credo che una brano di traduzione dovrebbe essere disponibile sul sito. Se hai amato Ashbery, potresti anche amare Rodefer.
    Il verso a cui alludi, che è tratto da “Bindungsroman di un punk”, è:

    “E la tortura esiste. E i fiori di rosmarino esistono.”

    Spero in una soddisfacente lettura!

  20. caro Davide, qui una (parziale ma corposa) antologia on-line dell’opera di Inglese, che ho curato nel 2010 per Poesia2.0. Magari ti farà piacere sfogliarla.

    http://www.poesia2punto0.com/2010/12/05/andrea-inglese-quaderni/#.Twqo2W8aqOs

    un saluto a tutti,

    f.t.

  21. @ Andrea: avevo sentito parlare di Jorie Graham. Avevo sentito dire che è una poetessa difficile, come (magari in modo diverso) l’ho sentito dire di Hill e Ashbery. Tu condividi?
    Non conosco Rodefer, perciò grazie della segnalazione. Ho letto i due brani che ho trovato su NI, e mi sono piaciuti, anche se li aspettavo in versi (so che per l’avanguardia la divisione non è così netta, ma su questo mi sento tradizionale).

    @ Fabio: grazie mille della segnalazione! cercherò di leggerla con i tempi, magari lenti ma giusti, che la poesia richiede.

Lascia un commento

I campi obbligatori sono contrassegnati con *.