[Dal 25 dicembre 2011 all’8 gennaio 2012 «Le parole e le cose» osserverà una pausa natalizia. La programmazione normale riprenderà il 9 gennaio 2012. Durante la pausa, per non lasciare i nostri lettori privi di letture, pubblicheremo alcune poesie italiane tratte da libri usciti negli anni Zero. In questi quindici giorni non rinnoveremo l’immagine di copertina].

236. Nella certezza di essere dalla parte del torto, ci limitavamo a sollevare questioni di procedura, di buone maniere, nei confronti dello stato delle cose. Ci chiedevamo la ragione di episodi quotidiani, imperscrutabili come la forma delle nuvole. Al telefono, guardavamo di sbieco, seguendo le fughe dei battiscopa verso angoli retti, metafisici.

237. Nemmeno all’altezza dei nostri cellulari, diventavamo adulti e scoprivamo cose che non avremmo mai più avuto il tempo di capire davvero, come le macchine di Turing, Lacan, la teoria dei sistemi. I termini della nostra personalità erano i nostri piedi, le emicranie psicosomatiche, la cellulite.

 

146. Tutto sembrava implicare che ci dovessimo limitare alla sola presa visione. Le miserie per strada, gli orrori tematizzati dal telegiornale, il vuoto che si scavava nella nostra cittadinanza erano solo regioni di particolari più o meno coerenti, in un quadro più vasto, impossibile a vedersi intero, comunque estraneo.

147. Le nostre avventure quotidiane si svolgevano all’ombra di grandi figure di persone famose, modelle, leader internazionali che si deformavano con la propagazione nei media. Ci svegliavamo la mattina per andare al lavoro, ripetendoci, nell’intimo della nostra coscienza, nomi come “Kate Moss”, “Bill Gates”, “Ahmadinejad”.

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134. Le testimonianze sembravano provare il contrario ma, in effetti, eravamo vivi. All’inizio della stagione televisiva, quando la sera ci trovava impreparati, senza abitudini, di colpo ci sentivamo respirare, vedevamo la nostra ombra sul muro del bagno. Alcuni particolari irrilevanti ci tornavano alla mente, alcune gaffe, alcuni gravi sbagli commessi nei confronti degli altri.

135. Frequentavamo distrattamente il nostro corpo, trovandoci spesso nella posizione di chi non crede del tutto a quello che vede. La pubblicità delle cucine sembrava l’esempio di una verità più piena e, a conti fatti, più plausibile.

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286. Nella fondazione dedicata ai suoi ricordi, bgmole raccoglieva particolari incongruenti, scene vergognose, schemi di illusioni e coincidenze. Nel week-end, quando le ore tornavamo a durate naturali, affrontava il pomeriggio principalmente dormendo e, in alcuni casi, leggendo la posta on line.

287. Chiamate a raccolta le evidenze di una nostra stagione passata, di una giovinezza moderata, solitaria e squallida, uscivamo allo scoperto e ammettevamo di aver fallito in tutto: gusti musicali, amori, letture. Rimanevamo sulla soglia di un’ulteriore triste conclusione, toccando una cartolina trovata nel cassetto, un vecchio portachiavi, una t-shirt di Morrisey e pensavamo, involontariamente, ad altro.

 [G. Bortolotti, Tecniche di basso livello, Lavieri Edizioni, Sant’Angelo in Formis (CE) 2009].

3 thoughts on “Gherardo Bortolotti, da “Tecniche di basso livello” (2009)

  1. Tecniche è un libro di grande raffinatezza. Ne dicevamo con l’amico Luigi Socci giorni fa, che, con definizione acuta, parlava per questi testi di “precariato dell’anima”. Bortolotti ‘racconta’ finemente una scena di dispersione, di sgretolamento contemporaneo della soggettività che non ha nulla di tragico o solenne, e pure rifugge la divertita estemporaneità del postmoderno. Non vi è dramma psicologico, né irrisione macchiettistica. È un’altra frequenza su cui dire della vertiginosa matrice di inanità su cui ci muoviamo così ‘bene’, sui cui sembriamo non più attori di una qualche storia, con spessore psicologico o interiorità, bensì terminali (dispositivi di elaborazione dati). Se vi è freddezza è vertiginosa, generata da questo loop dell’essere, abitante della zona che sta tra lo spazio immenso del virtual-globale e l’infinitesimale, ultraregolamentato del campo (di prigionia).

    Tra le altre cose un libro che sta così bene tra le “altre scritture” perché evidentemente prosa (la vecchia storia del non andare a capo) e al contempo poesia (il congegno che la muove non sta nell’azione narrativa, bensì nella durata, questa gestione del tempo eminentemente poetica – “La poesia spersonalizza i ‘giorni’ nella lingua”, diceva Bakhtin: una compiutissima definizione di come funziona la faccenda).
    E poi quest’uso favolistico dell’imperfetto: una voce onnisciente che parla da un tempo dopo la fine del mondo (la fine senza la fine: un lungo stadio larvale, un lungo big crunch). È da tanto che sono in conversazione (intellettuale oltre che estetica) con questo libro di Bortolotti, che ad ogni lettura mi regala fantastiche intuizioni. Non sono riuscita ancora a scriverne compiutamente ma aspetto con grande curiosità il nuovo (dalle anticipazioni ho notato che qui si parlerà a un “tu”, come un io che parla a se stesso – sarà interessante considerare cosa comporta questo passaggio).

    Grazie e un saluto

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