di Franco Buffoni

[Questo articolo uscirà, col titolo Chiacchiere sul figlio del Conte Monaldo, sul prossimo numero di «Inverses», dedicato all’Italia e curato da Patrick Dubuis e Luca Baldoni].

Parlare di autori omosessuali o di letteratura omosessuale mi fa una strana impressione. Da un lato sono convinto che in Italia ce ne sia bisogno: in Italia l’omosessualità non è ancora “normale”. L’omosessualità diventa normale quando è normata. In Italia è ben lungi dall’esserlo. Il mondo post-gay è un mondo dove le inclinazioni non implicano per forza il riconoscersi in un gruppo, in una presunta cultura o in uno stile di vita. Da noi invece c’è ancora molto bisogno di una rivendicazione militante della differenza. Prima di poterci concedere – anche noi – il superamento dei ruoli e delle categorie.

Dall’altro lato, tuttavia, parlare di letteratura omosessuale mi riporta – per analogia – al disagio che provai qualche anno fa a Siena, quando in occasione di un convegno sulla traduzione, dopo avere impostato la mia riflessione sulla differenza costituita dalla traduzione letteraria (per analizzare la quale risultano inadeguati gli strumenti della sola linguistica teorica: occorre integrarli con un’altra strumentazione preveniente dalla “dottrina del gusto” di kantiana memoria, alias dalla filosofia estetica) uno Jago precocemente canuto mi contestò affermando che non si sarebbe mai sognato di parlare di traduzione chimica, dopo aver tradotto un manuale, per l’appunto, di chimica.

Che cosa delimita i confini di una presunta letteratura omosessuale, ci possiamo chiedere. La vita erotica, presunta o dichiarata, di chi scrive? I temi trattati?

Certamente continuerò a parlare di traduzione letteraria – almeno fino a quando percepirò che tale formula custodisce un’inalienabile specificità – e continuerò a parlare di letteratura omosessuale, almeno fino a quando da essa mi giungerà una rivendicazione di fondo.

1. In un convegno di letteratura tenutosi a Firenze qualche anno fa, particolarmente dedicato alla poesia delle nuove generazioni, due importanti critici quali Andrea Cortellessa e Roberto Galaverni parlarono rispettivamente di Pier Paolo Pasolini e di Pier Vittorio Tondelli come di intellettuali a tutto campo, attenti in particolare alle istanze sociali (Pasolini) e agli esiti letterari dei più giovani (Tondelli). Subito dopo toccò a me prendere la parola. Invece della relazione scritta che mi ero preparato, parlai a braccio, replicando all’impostazione argomentativa di chi mi aveva preceduto più o meno nei termini seguenti.

Mi hanno molto colpito i richiami a Pasolini e Tondelli, fatti da Cortellessa e Galaverni. Pasolini era soprattutto il potenziale di scandalo che si portava appresso nell’Italia degli sessanta e settanta.

La stessa cosa vale per Tondelli nell’Italia degli anni ottanta. Anche in Tondelli, la valenza letteraria in senso stretto era sostenuta da una forte potenzialità di scandalo.

La parola omosessualità nessuno di voi l’ha pronunciata, ma dovrebbe essere chiaro che si tratta del denominatore comune tra questi due personaggi. Che avete menzionato voi, non io, in questo dibattito sulla poesia. E poiché voi li avete menzionati, io mi sento in obbligo di continuare la vostra riflessione.

Credo che il discorso sulle tematiche sia fondamentale. Cioè, di che cosa parlavano questi due autori? E la mia risposta non può che essere: questi due artisti avevano bisogno anzitutto di parlare di una cosa che urgeva dentro di loro: la loro omosessualità. Che era stato il filtro attraverso il quale da adolescenti erano stati costretti a conoscersi e a conoscere il mondo.

Da artisti quali erano è fuori discussione che riuscirono a trasformare questa loro ricerca in arte. Ma l’omosessualità rimase sempre la loro grande tematica, quella con la T maiuscola. Se non parliamo di omosessualità, non capiamo come mai siano diventati rispettivamente Pasolini e Tondelli. Poi, è evidente, sei un uomo intelligente, sei un artista, canalizzi questa necessità, la mimetizzi in tanti modi e dunque finisci con l’apparire intellettuale e scrittore e poeta a tutto tondo, in grado di occuparti anche di molti altri argomenti. Ma se, a distanza di tempo, noi analizziamo questo “tutto tondo” scordandoci quella T maiuscola, credo che commettiamo un grave errore di impostazione interpretativa.

2. Mi capita abbastanza spesso di dover procedere a interventi di questo tipo, sia in ambito accademico, sia in ambito più strettamente poetico-letterario, sempre scontrandomi con il muro di gomma dell’incredulità o dell’incomprensione degli eterosessuali, che paiono non voler comprendere un dato fondamentale. Per un artista il fatto di essere omosessuale costituisce un modo unico e fondamentale di guardare al mondo, al suo ambiente e naturalmente a se stesso.

Solo in una società post-gay – come possono esserlo oggi alcuni paesi nord-europei e forse il Canada – un giovane artista può sentirsi indotto a non porre più quel dato al centro della sua ricerca. Perché l’ambiente in cui è cresciuto e si è formato considera ormai l’omosessualità come una variante naturale dell’umana sessualità, e gli sbocchi istituzionali e giuridici che per essa prevede sono ormai saldamente entrati nel costume di quella società.

3. In Italia siamo ben lontani dall’aver compiuto tale passaggio. Ricordo, negli anni novanta, un convegno che si tenne all’Università di Torino. Dopo una dotta relazione su Gadda, in cui la relatrice si era ben guardata dal menzionare quel dato essenziale della biografia dell’ingegnere, alla mia domanda sul perché non avesse posto anche quella caratteristica gaddiana in dialogo con le altre nel suo intervento, la relatrice – visibilmente alterata – replicò che, prima di fare certe affermazioni lesive dell’onorabilità delle persone, occorreva portare le prove e comunque essere prudenti!

Questo era lo stato dell’accademia italiana quando ero un giovane professore associato che ancora doveva superare il concorso a ordinario! E non è che oggi lo stato delle cose sia molto cambiato. Certo lo è su Gadda e Palazzeschi, perché le “prove” – come diceva quella timorata – sono saltate fuori, eccome. Ma su molti altri autori si continua a fingere e a mentire, rendendo irrisolte o addirittura risibili molte biografie, e persino la corretta interpretazione di molti passaggi delle opere.

4. Che cosa significa porre potenzialmente anche quel dato (l’omosessualità) in dialogo con gli altri dati? Significa smetterla di pensare che in poesia gli omosessuali siano stati soltanto Saba Penna Pasolini e Bellezza, perché lo hanno dichiarato. Mentre su tutti gli altri andrebbe solo stesa e difesa strenuamente una grigia patina di neutro eterosessuale. Grigia quanto i crani e l’animo di gran parte dei nostri italianisti. Quanto invece sarebbe importante porre anche quel dato nel novero delle possibilità per Marino Moretti, per esempio, o Diego Valeri, o Clemente Rebora, o Camillo Sbarbaro, giusto per fare qualche nome.

5. Nel 2012, anno del centenario pascoliano, tenni una conferenza all’Università di Tor Vergata, il cui testo poi pubblicai su «Le parole e le cose». Ancora oggi potete verificare direttamente il tenore di numerosi scandalizzati interventi nel relativo thread.

Che cosa mi ero limitato a sostenere? Esemplifico riportando pochi semplici scambi di battute:

“Da profano chiedo: ma è veramente così importante sapere se Pascoli fosse omosessuale? Faremmo davvero un passo avanti nel capirlo?”

La mia risposta fu:

“Lei chiede: faremmo davvero un passo avanti nel capirlo? La mia risposta è: sì.”

Guardate, se ne avete voglia, come – dopo questa risposta – “il gentile interlocutore”, in combutta con altri, scateni tutta la sua omofobia…

Per favore, mi spiega che vuole dire che “l’omosessualità è normale quando è normata”? Che diventa normale quando c’è una legge per il matrimonio omosessuale?

*

In fondo la mia domanda è d’una semplicità pedestre – eppure esiziale nella sostanza: esiste una specificità della scrittura omosessuale? Esiste una forma di riconoscimento (che esuli dal mero dato biografico) intrinseca alla letteratura prodotta da autori omosessuali?

*

Mia risposta: Ringrazio gli autori di questi ultimi interventi, perché – insieme – dimostrano quanto bisogno ci sia in Italia di una seria politica di ricerca (non solo accademica) incentrata sui gender studies. L’impresa è immane, gli anni di ritardo sono numerosi, le resistenze a non metterla in atto fortissime.

*

Non ho capito niente del suo intervento. Cosa vuole dire che dimostriamo “quanto bisogno ci sia in Italia di una seria politica di ricerca (non solo accademica) incentrata sui gender studies”? Perché abbiamo detto delle cretinate da ignoranti? Vabbè, se abbiamo detto delle cretinate ci dica lei qualcosa di intelligente, se non ha tempo o voglia ci rimandi a qualche scritto suo o altrui così ci rieduchiamo                        

*

Buffoni mi pare un “progressista stanco”. Somministra senza troppo entusiasmo a un’ Italia “arretrata” discorsi che nei paesi “avanzati” non c’è più bisogno di fare.

Ma è davvero importante dare una lettura gay di Pascoli per scuotere in qualche modo l’omofobia di lettori o accademici “arretrati”?

E così via. Nel thread si contano ben 65 interventi, alcuni anche molto articolati. Per fortuna tra questi appare questa perla di saggezza di G.P. Leonardi: “Quello che viene fuori da questa lettura dell’opera e della vita di Pascoli è qualcosa di simile a quello che Eve K. Sedgwick chiama l’economia del segreto e della rivelazione, in un testo pubblicato nel 1990 e che ha dovuto attendere fino al 2012 per essere tradotto in italiano. Il silenzio sulla sessualità di un autore, o il sostenere che sia semplicemente una questione di gusti personali invece che una delle questioni centrali della sua opera, è a tutti gli effetti un atto linguistico performativo, attraverso il quale si “aprono scenari diversificati e mutevoli, in cui tra il sapere – o il ritenere di sapere, o credere di sapere che qualcuno sappia, ecc. – e il non sapere – o il non voler sapere o il credere che qualcuno non sappia o non voler sapere che invece qualcuno sa e potrebbe utilizzare quest’informazione per qualsiasi finalità – intercorrono, nei diversi contesti, delle diverse gestioni del segreto attraverso l’elaborazione di strategie finalizzate a preservarlo o, invece, a svelarlo (in modo parziale o totale)” (p. 21 dell’edizione italiana). Michel Foucault ha scritto che non dovrebbe esserci una divisione binaria tra ciò che si dice e ciò che non si dice, ciò che si può dire e ciò che non si può dire: non c’è un solo silenzio ma molti e sono parte integrante delle strategie che sono alla base ed attraversano i discorsi culturali”.

6. Sempre nel 2012 – annus mirabilis – pubblicai a Roma da Fazi il romanzo Il servo di Byron, in cui immagino che – dopo la morte del padrone – il fedele servo coetaneo (e amante) William Fletcher racconti la vita del poeta senza reticenze. Nella ben documentata nota finale al libro ricordavo anche come l’accademia inglese, fino a tutta la prima metà del Novecento, avesse assolutamente rimosso il dato dell’omosessualità byroniana, e come – da parte di molti – ancora oggi sia difficile accettare quel dato di realtà. Ebbene, solo Nadia Fusini su Repubblica, attraverso un ardito paragone col Servo di Losey, accolse senza riserve la tesi del mio libro. Roberto Bertinetti sul Sole24Ore si domanda: “E’ credibile l’ipotesi di Buffoni? Non molto, a dispetto di una lunga nota bibliografica che chiude il volume”. Ricordo bene il tono con cui la responsabile dell’ufficio stampa di Fazi mi trasmise il pezzo di Bertinetti (da lei in precedenza tanto sollecitato all’anglista che sicuramente se ne sarebbe occupato: “E’ un amico”). E da quel giorno smise di promuovere il mio libro. Sergio Perosa invece si limitò a concedere che forse il poeta si era lasciato andare anche a qualche stravaganza “con qualche ragazzetto arabo”(?). Conclusione: guardiamoci dai critici eterosessuali che non vogliono capire i libri che confliggono con i loro radicati pregiudizi e confezionate opinioni. Leggete invece la recensione di Francesco Gnerre che, da omosessuale, coglie al volo il senso profondo del libro: “Sì, Byron ha avuto anche amori femminili, ha contratto anche un improbabile matrimonio durato solo pochi mesi, ma i suoi interessi reali, i suoi innamoramenti più coinvolgenti sono stati tutti maschili”. Qui, comunque, trovate tutte le recensioni al libro:

http://www.francobuffoni.com/saggistica/servo_byron.html

7. Infine la rimozione più vergognosa e italica, più radicata e dura a morire: quella sull’omosessualità di Leopardi. Per quante generazioni ancora gli studenti italiani dovranno sorbirsi tesi assurde? Forse che il figlio del conte Monaldo, pur se sgraziato e infelice nell’apparenza fisica, se fosse stato eterosessuale, non si sarebbe potuto felicemente accoppiare con un’appropriata e procace contadina? Timidissimo e in gran parte mistificatorio il recente film televisivo sulla vita di Leopardi (forse peggio persino di quello sulla vita di Caravaggio). Continuate così, cari italiani. Mistificate, mistificate anche le evidenze testuali: qualcosa resterà sempre.

In conclusione mi piace citare un’operazione intellettuale di segno felicemente opposto, messa in scena nel 2016 al Nuovo teatro Sanità di Napoli da Claudio Finelli e Antonio Mocciola per la regia di Mario Gelardi: Leopardi amava Ranieri. Non una biografia, ma la storia di un sentimento inespresso, rappresentato con sapienza filologica e imperniato sull’ultimo scampolo di vita di Contino Giacomo. Come scrivono gli autori nel programma di sala: “Due uomini e una storia. Una storia che non ha fatto epoca, perché l’epoca era quella sbagliata. Il poeta marchigiano malaticcio e il bellimbusto partenopeo rampante: l’unione fece la forza di entrambi, finché il cuore di Giacomo Leopardi non resse. Antonio Ranieri non ebbe parole gentili, post mortem. E le sue lettere indirizzate all’artista furono lacerate. Ma le parole di Giacomo pesano come macigni, e la sua bella grafia parla ancora d’Amore. Per chi ai tempi non volle sapere, non volle vedere, non volle comprendere. E per chi ancora adesso assegna a Giacomo Leopardi solo caste fantasie frustrate o, peggio ancora, sesso raccattato con avarissime mance. Non fu solo quello. Che ci piaccia o no, Leopardi amava Ranieri”.

[Immagine: Robert Mapplethorpe, Calla Lily].

26 thoughts on “Qualcosa resterà. Su omosessualità e letteratura

  1. In realtà, o per lo meno secondo me, nel caso di Leopardi e Ranieri si trattava di una semplice – e bella – amicizia. Sarebbe sbagliato voler dedurre altro dal tono delle lettere o di altri scritti, per il semplice fatto che nell’Ottocento quello era il tono normale delle lettere tra amici.
    Forse al giorno d’oggi può sembrar strano, ma è così. Altrimenti, volendo scorgere nel mero tono (certamente un po’ esagitato) dei carteggi dell’epoca una presunta prova dell’omosessualità degli autori, dovremmo per forza di cosa concludere che tutti, in quegli anni, dovevano essere omosessuali. Volendo fare dei nomi a caso: Engels, nelle sue dichiarazioni d’amore per Marx; Nietzsche in quelle per l’amico Peter Gast; Baudelaire scrivendo a Hugo; Puccini e Carducci a innumerevoli amici ecc. ecc. … .
    Chiaramente ciò non è possibile. Si tratta, secondo me, di un semplice errore di prospettiva.

  2. Sarebbe interessante uno studio demografico sul personale accademico delle facolta’ estremamente umanistiche e di quelle estremamente tecniche in Italia. Credo peschino negli stessi bacini, cordate familiari plurigenerazionali a tirare le fila ed un mucchio di povera gente che scappa dai paesini di origine per tentare riscatto sociale. Da questo scontro di prospettive, consapevolezze e manipolazioni deriva il clima mefitico-bigotto che si respira in accademia, compensato peraltro dal clima bigotto all’incontrario di organizzazioni culturali da una parte e tecnico-affaristiche dall’altra. La gente evoluta e quindi indifferente, i consumatori della fu borghesia, studia invece scienze politiche o economia, al massimo architettura. Tutte le facolta’ vocazionali le appaiono sospette, come sospetta appare ogni vocazione.

  3. Scrive Buffoni: «Da artisti quali erano è fuori discussione che riuscirono a trasformare questa loro ricerca in arte. Ma l’omosessualità rimase sempre la loro grande tematica, quella con la T maiuscola. Se non parliamo di omosessualità, non capiamo come mai siano diventati rispettivamente Pasolini e Tondelli».

    A me pare che una cosa sia, a livello dei costumi sociali, riconoscere o negare (o celare) o stigmatizzare l’omosessualità di una qualsiasi persona in base a pregiudizi di vario tipo. Altra cosa che un artista faccia dell’omosessualità(in modi più o meno consapevoli) la *sua* tematica centrale (cosa non diversa da un artista che facesse suo tema privilegiato altri aspetti della vita o della sua esperienza, che siano o no in conflitto con i valori della società in cui opera). Altra ancora che – come pare si possa intendere o suggerisce o sostiene Buffoni portando gli esempi di Pasolini e Tondelli – uno diventi grande artista *perché* omosessuale; per cui , quasi per meccanica conseguenza, non si possa intendere la sua grandezza artistica se non” capendo” che l’ omosessualità sia la radice o il fondamento dell’ arte ( di un Pasolini, di un Tondelli, o altro a scelta) .Non tutti gli omosessuali sono artisti o grandi artisti. E se un po’ di ragione aveva Adorno nel contestare l’opinione romantica che la follia fosse la fonte della genialità di un artista, affermando invece che si è gen i* malgrado la follia*( o frenando e contenendo la follia , si può forse dire la medesima cosa anche dell’omosessualità. E cioè che uno/a riesce ad essere artista * malgrado* le passioni con cui si ritrova a fare i conti (compresa l’omosessualità o l’eterosessualità o l’ascetismo o la dissolutezza).

  4. E quali sarebbero le evidenze testuali dell’omosessualità di Leopardi, liricamente parlando? Speriamo non l’assenza in quanto tale della procace contadina.

  5. Un articolo bellissimo che aspettavo da tempo. È proprio quello che ripeto ai miei colleghi universitari quando mi vedono tanto accanito nel definire l’omosessualità di un artista. Caro professor Buffoni, Lei ha sintetizzato in maniera magistrale -ma non ne avevo dubbi- un’esigenza del tutto italiana che, ahinoi, è ancora poco sentita dagli altri: ma come dice Lei “l’omosessualità diventa normale quando normata”, quindi è grazie a persone di spessore e di grande sensibilità come Lei che questa esigenza in futuro non verrà vista come banale mania di protagonismo di vittime frustrate bensì come una lotta intensa e motivata. Grazie!

  6. A proposito delle autrici lesbiche (e della storia delle donne in generale) Bonnie Zimmermann affermava che “Non si possono capire appieno né apprezzare le vite delle scrittrici (e di innumerevoli altre donne) se il loro essere lesbiche viene ignorato o negato”. Ecco, quello che dice la Zimmermann – che è valido per autrici come la Woolf il cui evidente amore per le donne resta un tabù nelle italiche accademiche – vale anche per la storia di tanti omosessuali e dunque per la storia di una cospicua parte della nostra letteratura. Non si tratta di affermare la genialità di autore in virtù del suo orientamento sessuale quanto di comprenderne appieno la vicenda umana e artistica alla luce di una restituzione necessaria. Il fatto che un artista non abbia voluto o potuto manifestare esplicitamente la propria omosessualità non può e non deve inibire lo storico che cerca di recuperare il senso più autentico dell’opera e della poetica dell’artista stesso. Non tutti gli omosessuali sono grandi artisti, certamente, ma un grande artista deve la sua grandezza artistica alle sue esperienze e al suo vissuto, ai suoi incontri e alla sua sensibilità, ergo anche alla sua affettività, al suo desiderio, alla dialettica/conflitto che è stato costretto ad instaurare con la storia (spesso repressiva per gli individui lgbt). Affermare he qualcuno possa essere quel che è, per esempio un artista, a prescindere dalle sue passioni è cosa assolutamente astratta e, in pratica, diventa strumento speculativo per “sottovalutare” la dimensione affettiva e sessuale di chi vive e ama a sessi no alternati. Insomma, se Adorno serve a fornire un alibi esegetico per silenziare l’omofobia subdola e strisciante che permea la nostra storia letteraria, ci faremo una ragione che Adorno sbaglia (probabilmente anche lui figlio di una società sessuofobica e omofoba). Circa l’annosa questione relativa al tono delle lettere tra Leopardi e Ranieri, premesso che la temperatura non è assolutamente paragonabile a quella di un carteggio tra amici, altri indizi ci conducono a immaginare più che una relazione d’amore corrisposta tra i due, un innamoramento a senso unico, cioè di Leopardi per Ranieri, che quest’ultimo sfruttò consapevolmente per farsi strada nell’ambiente intellettuale e politico del tempo. Come giustificare, altrimenti, il fatto che le lettere di risposta di Ranieri si siano del tutto “perse”? Come giustificare l’ansia che ebbe Ranieri di cancellare ogni diceria sulla sua “convivenza” con Leopardi? Come giustificare le “frequentazioni” con gli “scugnizzi” che Leopardi intrattenne a Napoli e su cui non c’è ombra di dubbio? Come giustificare i continui traslochi, tra vari quartieri della città, che i due furono costretti a fare per “le dicerie” sul loro conto? Insomma, voler ridurre la relazione tra Leopardi e Ranieri a mera amicizia risponde a quel sentimento, molto italico, di immaginare come “squalificante” un sentimento più “reale” e “carnale” del recanatese in fuga. D’altronde anche la fuga dal natìo borgo selvaggio potrebbe, e dovrebbe, essere letta in chiave “liberatoria”.

  7. Noi ci esprimiamo ed agiamo in funzione di quel che pensiamo, di quel che siamo e/o di quanto crediamo di aver compreso.
    Qualunque tipo di differenza favorisce il confronto che difficilmente trova composizione quindi, molto frequentemente, si resta nelle posizioni più congrue al nostro equilibrio.
    Quel che vale è il merito e la forma con la quale gestire quel merito e gestire sé stessi.
    Eterosessuale impenitente mai banale ma poco oggettivo ho “scontrato” con un periodo omosessuale di uno dei miei figli.
    Un’esperienza potente, densa ed assolutamente affettuosa.
    La presa di contatto bruciante ha preteso che prendessi consapevolezza e non rimanessi “innamorato” delle mie idee.
    Resto un eterosessuale impenitente parimenti un altro può essere un omosessuale impenitente.
    Lei è padrone di quel che dice con ottimo sviluppo del Suo pensiero ed è attraverso questo che chi La conosce per questo tramite, trarrà elementi per valutare, confrontare e finalmente pensare poi se non ci riuscirà, amen!
    Tempo fa ho divorato “Anatomia di un’ossessione”, libro che acquistai perché stimolato dal titolo e nulla sapevo dell’Autore. Bevuto il testo in due serate, compreso quanto era da comprendere non ho avvertito alcuna differenza in confronto alle mie esperienze scilicet quel sentimento aveva la sua esigenza che catapultata sulla persona non richiedeva la specifica sessuale per esprimersi.
    Cordialmente.
    lorenzo bertoni

  8. Argomento davvero interessante che però occorrerebbe trattare tenendo conto molto del fatto, che mi risulta ormai condiviso dagli studiosi, che il concetto di “omosessualità” intesa come “condizione permanente dell’individuo che consiste nell’attrazione sentimentale e sessuale verso individui dello stesso sesso” è sorta solo nella fine dell’ ‘800, questo chiaramente non vuol dire che prima non esistevano omosessuali ma che prima difficilmente potevano identificarsi come appartenenti a questa categoria (ed è scorretto ad esempio considerare “omosessuali” tutti i sodomiti dell’Inferno di Dante, in quanto con quel termine si indicavano individui che praticavano rapporti sessuali non finalizzati alla riproduzione e quindi ritenuti “contro natura”, dunque anche alcuni tipi di rapporti eterosessuali). Discorso analogo si deve fare con l’eterosessualità dato che per secoli il matrimonio tra uomo e donna era un semplice mezzo per assicurare vantaggi economici, sociali e politici tra le famiglie, a prescindere dai sentimenti e dal parere che avevano gli sposi.

    Per lo stesso motivo nelle epoche passate non si possono portare come prove immediate di omosessualità singoli fatti come individui dello stesso sesso che si dichiarano reciprocamente sentimenti forti chiamati anche “amore” oppure che dormono nello stesso letto o perfino che hanno rapporti sessuali tra loro dato che questi ultimi possono non essere legati ad attrazione sessuale ma ad altre motivazioni, ad esempio come era nell’antichità classica, a fini pedagogici, oppure come pratiche religiose, come segno di supremazia, come surrogati in assenza di partner dell’altro sesso e così via.

    Tutto ciò naturalmente non nega che dietro certi fatti ed azioni di certe personalità del passato possano rivelarsi indizi di omosessualità ma comunque ritengo che un Leopardi dimostrato omosessuale non cambierebbe moltissimo la comprensione della sua opera, al massimo sapremo di più di certi stati d’animo ed azioni legate alla vita dell’autore, stati ed azioni che noi oggi colleghiamo all’omosessualità ma che all’epoca dell’autore non era possibile farlo. Non dobbiamo cadere nell’errore di cercare in un modo “immediato” (e dunque non reinterpretato e attualizzato) nelle parole di un autore di ieri risposte a domande fatte oggi su fenomeni presenti solo oggi.

  9. Alcuni appunti:
    – “l’omosessualità diventa normale quando è normata” è un’asserzione talmente reazionaria che uno studioso di gender studies dovrebbe ben guardarsi dall’esternarla, soprattutto se poche righe dopo cita Foucault. Lo stesso dicasi per “l’omosessualità come una variante naturale dell’umana sessualità”;
    – Che per Tondelli l’omosessualità fosse la tematica principale può anche essere, sebbene riduttivo, vero. Non credo che possa dirsi, tuttavia, lo stesso di Pasolini. Senz’altro entrambi avevano uno sguardo sul mondo, una Weltaschauung, che non avrebbero mai avuto se fossero stati eterosessuali;
    – Leopardi, invece, se fosse stato eterosessuale, avrebbe scritto probabilmente né più né meno di quello che ha scritto. Non basta, insomma, non essere eterosessuali per fare letteratura omosessuale. (E lo stesso vale per la critica omosessuale).

  10. Io al contrario non vedo proprio il senso di questo articolo. Una sopra-valutazione dell’omosessualità non favorisce l’analisi critica non la migliora.

    Poi quell’appello agli italiani. E io rispondo Mistificate mistificate voi intellettuali omosessuali. E che differenza ci sarebbe essere non essere omosessuale per Leopardi. E cosa poi gli eterosessuali non capirebbero? il mondo segreto degli omosessuali? Ma perché le minoranze (quantitativamente, sia chiaro) debbano sempre escludersi e non tentare di congiungersi.

    Gentilissimo Buffoni, non credo che questo articolo faccia bene a nessuno e non credo sia così illuminante come altri dicono

  11. Di questo interessante intervento mi colpiscono un paio di immagini memorabili (“uno Jago precocemente canuto” e “un’appropriata e procace contadina”) oltre che una nota di colore ( “una grigia patina di neutro eterosessuale”) che prelude, mi pare, alla questione principale avanzata e forse implicitamente già risolta dall’ autore: solo un omosessuale può comprendere l’opera di un omosessuale?

  12. “ Giovedì 25 maggio 2000 – Dice oggi Curzio Maltese a proposito del « gay pride », che gli omosessuali hanno il diritto di fare gli omosessuali, anche se lui, personalmente, non capisce che ci sia da essere « orgogliosi ». Io invece voglio capirlo. Ecco la differenza fra un giornalista e me. “.

  13. Che una cosa, per essere normale, debba essere normata, non mi pare troppo condivisibile… Erano normali le leggi razziali? E il caso di Antigone di Sofocle? Dunque il problema non è la Legge ma la Giustizia. (Ad ogni modo, non mi è mai piaciuto il termine normale perché quasi tutti abbiamo qualche tipo di scarto dalla norma, un po’ come diceva lo Spitzer nell’ambito del linguaggio)… Certamente collegate, legge e giustizia, ma non necessariamente ciò che è legge è giusto e ciò che è giusto diventa poi legge… (Quanto si è scritto sul bellum iustum? E come va tradotto? Guerra giusta? Guerra legittima? O guerra legale?)…
    Circa la questione della “dottrina del gusto” o filosofia estetica, sono totalmente d’accordo con Franco Buffoni e non con lo Jago canuto. (C’era anche Desdemona?)
    Sull’importanza dell’omosessualità (e sul non passarla sotto silenzio, nel caso di alcuni autori che non l’avessero apertamente dichiarata) penso che si debba valutare caso per caso.
    Intendiamoci: per me è importantissima anche la sessualità, nell’interpretare un autore.
    Ho scoperto che il senso profondo della quartina che apre il mio secondo libro inedito, giunta come una illuminazione e che mi ostino a voler mantenere, nonostante il contenuto un po’ forte, è stato argomento di discussione tra Sabina Nikolaevna Špil’rejn e Sigmund Freud…
    Ecco, se ci fosse un editor con un venticinquesimo delle profondità critiche di un Debenedetti o di un Orlando, forse la lettura partirebbe con il passo giusto. Siccome forse non c’è (e c’è invece tanta strafottenza al volto dell’Altro, per dirla con Lévinas), il testo probabilmente sembrerà solo un po’ retrò, sopra le righe e poco Zen e già predispone al peggio (stessa cosa per altri testi psicoanaliticamente interessanti): quasi sempre apprezzati, invece, certi testi miei vicini alla poesia anglosassone o nordamericana.
    Ma se si dicesse: Mr. Margiotta, in quel poco che ha scritto in poesia, dimostra un’eterosessualità estrema che a tratti confina con la mania per la donna o per la femmina, con tendenze anche sadiche; e un altro potrebbe invece dire: «Proprio questa sua fissazione esibita è forse il segno di una omosessualità latente, (e magari tirerebbe fuori carte e testimonianze delle mie amicizie o delle mie frequentazioni di ambienti gay)»… E un altro: « Ma no! Lui frequentava i gay per conoscere belle donne, senza avere fastidiosi concorrenti etero tra le palle»… E un altro ancora: «La donna è per lui angelo di salvazione e redenzione, in un desiderio di totalità quasi romantico»…
    Tutte cose interessanti nell’ambito dei Cultural studies o degli studi di genere, tutto fa brodo, come si dice, nelle interpretazioni critiche degli studiosi.
    Ma la poesia nasce dall’incontro tra un testo e un lettore… Ed è nel lettore che accade il testo, è il lettore che fa il testo. Io so che dietro la dark lady si nasconde un uomo amato; ma posso benissimo sentire l’amore che brucia e proiettarlo nella mia esperienza eterosessuale.
    Permettetemi un breve aneddoto. Mi ricordo che una volta, all’università di Bologna, stavo leggendo, in una biblioteca di dipartimento, delle poesie d’amore di Testori: ero talmente trasportato dalla lingua e dalla passione dell’autore, che mi ero perfino scordato della sua omosessualità; a un certo punto, andai a fare una delle mie solite pause per fumare un mezzo toscano o parlare con qualche bella ragazza (con le brutte nemmeno ci parlavo!) e vedo, dalla finestra esterna, un certo Jader, bolognesino fighetto e belloccio, che si alzava per sbirciare cosa diavolo io stessi leggendo… Poi, successivamente, mi ferma e mi dice: «Senti, scusa, mi è capitato di dare un’occhiata alle cose che leggevi» – mi pareva incuriosito e un po’ scandalizzato – «ma sono spinte! Chi è l’autore?»… Gli dicevo il nome e mi sembrava così strano che lui vedesse sesso spinto dove io vedevo dolcissima e violenta passione amorosa (mi pareva strano pure che si alzasse dal suo tavolo per curiosare nel mio)…
    Insomma: personalmente non mi pongo grandi problemi su queste cose, come lettore… Se dovessi scrivere dei saggi interpretativi, valuterei caso per caso; e rimarcherei eventuali tentativi di insabbiamento o di mistificazione ma questo non solo circa la sessualità…
    Visto che è stato citato uno dei due, ricordo il libro: “Della natura umana” che documenta un incontro del ’71 tra Michel Foucault e Noam Chomsky: in verità, fu più un dialogo tra sordi; dove il primo metteva l’accento sulla Cultura e in pratica negava una natura umana (quella di Aristotele) e il secondo la pensava in modo opposto. Loro non riuscivano a intendersi ma a un osservatore esterno non sarebbe sfuggito il fatto che la posizione dell’uno non escludeva necessariamente quella dell’altro…

  14. “ Giovedì 4 maggio 2017 – Io, a pensarci meglio, sono d’accordo con il professor Buffoni: « Omosessualità e letteratura » è un bell’argomento, se può, forse se ne deve, discutere, naturalmente a patto di farlo bene, e farlo bene non è per niente facile. Si può farlo scrivendo, per esempio scrivendo un romanzo. È quello che, tanti anni fa, ho tentato di scrivere io, anche se poi, va detto, non ci sono riuscito. Non sono mai andato oltre gli « studi preliminari », per dire così. Per esempio, questo: « Venerdì 16 giugno 2000 – “ È un Duccio “, diceva il mio professore di storia dell’arte della mia fidanzata. Ma io, che non avevo voglia di studiare la storia dell’arte, mi limitavo a constatare che alludeva al pittore senese, l’ovvio per noi senesi Duccio di Buoninsegna. Che poi il mio amico d’infanzia si chiamasse Duccio anche lui, non mi sembrava neanche una coincidenza. A quei tempi non avevo neanche voglia di fermarmi a notare le coincidenze. (Comunque, se una è un Duccio, forse è un pittore, forse è un quadro, forse è un amico d’infanzia, ma una donna è l’ultima cosa che è) (C’è poi da dire che il mio amico Duccio era un po’ scemo, almeno nelle cose, dico, in cui non ero scemo io) ». Così, tanto per discutere… “.

  15. In questo pezzo Franco Buffoni propone una tesi discutibile ma chiara: fino a quando non diverrà una condizione normale in quanto normata, l’omosessualità per uno scrittore omosessuale sarà sempre il tema, o comunque la prospettiva da cui scrivere, e la tradizione scolastica dovrebbe sforzarsi di considerarlo non solo nei casi conclamati ma anche in quelli fortemente sospetti, come Leopardi o Pascoli. Ora, quello che realmente sconcerta è il dibattito a seguire, in cui si attaccano dei paralogismi desunti dal pezzo (essere artista omosessuale equivale a essere artista di valore, non possiamo leggere Leopardi senza pensarlo a letto con Ranieri etc.). Le reazioni scomposte a tesi mai sostenute nel post d’origine restano la costante di qualunque polemica in rete, e non so se il fenomeno vada consegnato, come oggetto di studio, ai linguisti, ai filosofi, ai filosofi della lingua o agli psicologi cognitivi. (Vedo che comunque, rispetto al vecchio pezzo pascoliano, abbiamo fatto dei progressi, e me ne rallegro con l’autore).

  16. Anch’io mi rallegro per l’indubbio progresso riscontrabile in questo thread “leopardiano” rispetto a quello “pascolano” di cinque anni fa. E ringrazio lettori e commentatori per l’attenzione prestata al mio scritto.

  17. Se posso permettermi di rispondere a Gilda Policastro e nello stesso tempo rivolgerle un invito, la inviterei per l’appunto ad avere pazienza con chi come il sottoscritto si diletta con le parole ( un po’ meno con le cose) e non le esercita per mestiere: un critico letterario di professione comprende necessariamente un testo molto meglio di un semplice lettore, almeno spero. D’altra parte le bacheche dei blog sono fatte un po’ apposta per mescolare le acque tra docenti e discenti, intellettuali e non intellettuali, autori e lettori. Se non qui, dove qualcuno può farla fuori dal vaso parlando (o illudendosi di farlo) di questioni letterarie? Il gioco, con le sue regole, mi pare proprio questo, se si decide di partecipare al gioco. Quanto alla tesi di Franco Buffoni, oltre a quelle citate un po’ scherzosamente nel mio breve post precedente, un’ altra cosa mi colpisce, e cioè le “evidenze testuali” che a suo parere certificano l’ omosessualità di Leopardi. Mi chiedevo da semplice lettore e con un minimo di provocazione se solo un omosessuale può capire l’opera di un omosessuale ( senza dare per scontata l’omosessualità di nessuno) perché trovo altrimenti singolare che nessuno abbia sinora colto l’ evidenza di questi testi. Citare uno spettacolo teatrale dei nostri tempi mi pare un po’ poco, come “evidenza testuale”, ammesso (e non concesso, almeno da parte mia) che l’omosessualità non normata svolga il ruolo che Buffoni le attribuisce (ragionando un po’ per categorie e non per persone e personalità, se posso dire, come forse si dovrebbe fare sempre quando si parla di uomini e non soltanto di poeti). Mi pare sia stato Timpanaro a definire la gobba di Leopardi un formidabile strumento conoscitivo: non si può pensare alla sua sessualità frustrata ( omo o etero che fosse) nello stesso modo, cioè come premessa biografica di un’ opera che è ben più di una autobiografia, e quindi come dato in definitiva secondario per la comprensione di tale opera? Grazie, saluti, Mauro Parrini

  18. Mi pare che Claudio (2 maggio 2017 a 17:57) si riferisca al mio commento quando ha scritto: « Non tutti gli omosessuali sono grandi artisti, certamente, ma un grande artista deve la sua grandezza artistica alle sue esperienze e al suo vissuto, ai suoi incontri e alla sua sensibilità, ergo anche alla sua affettività, al suo desiderio, alla dialettica/conflitto che è stato costretto ad instaurare con la storia (spesso repressiva per gli individui lgbt). Affermare che qualcuno possa essere quel che è, per esempio un artista, a prescindere dalle sue passioni è cosa assolutamente astratta e, in pratica, diventa strumento speculativo per “sottovalutare” la dimensione affettiva e sessuale di chi vive e ama a sessi no alternati. Insomma, se Adorno serve a fornire un alibi esegetico per silenziare l’omofobia subdola e strisciante che permea la nostra storia letteraria, ci faremo una ragione che Adorno sbaglia (probabilmente anche lui figlio di una società sessuofobica e omofoba)».

    Se sì, faccio notare che distinguere, come ho fatto, tra varie situazioni non significa “prescindere” dal rapporto tra arte e passioni (o vita) o ignorarlo o cancellarlo. Ho soltanto voluto sottolineare che *anche* «la dimensione affettiva e sessuale di chi vive e ama», al pari di qualsiasi altro “contenuto” sottoposto ad elaborazione artistica (che so: la lotta politica per una causa giusta; la condizione sociale di chi nasce in famiglie povere o ricche, al Sud o al Nord), non produca *di per sé* arte o *più arte* o *grande arte*.

    Scrivere, perciò, « un grande artista deve la sua grandezza artistica alle sue esperienze e al suo vissuto, ai suoi incontri e alla sua sensibilità, ergo anche alla sua affettività, al suo desiderio, alla dialettica/conflitto che è stato costretto ad instaurare con la storia» introduce nella riflessione su questi problemi ardui da indagare e chiarire un elemento *deterministico*. (Lo colgo in particolare in quel: «deve la sua grandezza»). Così si alimentano (o potrebbero alimentarsi) equivoci. Nel caso di questo post di Buffoni, quelli del tipo omosessuale= artista o più artista dell’eterosessuale. In altri casi, quelli del tipo donna = poesia o “poesia femminile”. Eccetera.

    Non so quanto Adorno sia stato «anche lui figlio di una società sessuofobica e omofoba», ma di sicuro quella sua osservazione “antivitalistica”, che ho fatto mia, evita questo determinismo e questi equivoci.

  19. “ Giovedì 9 novembre 2006 – « Andrea, nome di fantasia » dice il giornale radio. Un po’ scarsina, dico io. Che mi chiamo Andrea, e un tempo ero un tipo fantastico. “.

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