[Dal 25 dicembre 2011 all’8 gennaio 2012 «Le parole e le cose» osserverà una pausa natalizia. La programmazione normale riprenderà il 9 gennaio 2012. Durante la pausa, per non lasciare i nostri lettori privi di letture, pubblicheremo alcune poesie italiane tratte da libri usciti negli anni Zero. In questi quindici giorni non rinnoveremo l’immagine di copertina].

Gelsi

Hai fatto questo semplice gesto con la mano:
l’hai sollevata fino al volto,
l’hai tesa verso il mio finestrino,
mentre guidavo: ho guardato,
e contro la luce caliginosa
della mattina li ho contati,
otto, otto gelsi a chioma aperta
come la coda di un pavone imbalsamato,
in processione lungo la linea
del nostro sguardo, così perfetti
che per un attimo ho scordato
orari coincidenze
e ho rallentato per capire
come mai di otto alberi in fila si possa dire
“guarda che belli!”, come hai detto,
se loro non decidono di esserlo e tutto
è un avvicendamento senza senso,
o se basta un movimento della mano
e un sorriso per fare di otto alberi
in riga un’illusione di riscatto.

Tuesday Wonderland

Settembre, si direbbe. O forse una mattina
di metà maggio: il treno, il paesaggio
assopito dell’Oberland, contro il fumo
rallentato delle fabbriche, sullo sfondo –
era il solito percorso
da casa alla stazione, cinque minuti
(poco meno), prima di prendere la rampa
di scale mobili che ascende
al cielo grigioazzurro di Länggasse.
Una musica ripetitiva scardinava
la catena degli eventi: la signora
diretta al suo lavoro, come sempre,
il folle barbuto che aguzzava gli occhietti
sbirciando il contenuto delle tasche:
un giorno come tanti, probabilmente martedì.
Il treno rallentò, le porte si aprirono,
le scale mobili ripresero a salire
al primo tocco di piede.
Le cose restarono tutte quel che erano
l’attimo precedente: la luce fu luce,
gli autobus autobus,
gli aceri gli stessi, con qualche foglia in più.
Eppure sembrava lo sapessero tutti,
mentre tranquilli aspettavano al semaforo
o carichi di spesa, a piedi o in bicicletta,
svoltavano un angolo, e non c’erano mai stati.

 

Reperti

Nella terra si leggono moltissime
vicende, mi accorgo mentre faccio
un sentiero di campagna che non avevo
più percorso: i tronchi segati al pari
del terreno resistono per secoli;
qualche volta riaffiora un oggetto
che pare extraterrestre, tanta è la distanza
che lo separa dal presente. Un giorno, per esempio,
ho trovato nel piccolo giardino
antistante la mia casa una macchina
per cucire in miniatura, ciarpame o giocattolo,
nera e scrostata ma del tutto
conservata, che a pulirla avrebbe dato
un’eleganza démodé ad un mobile
antico. Più di rado si rinvengono
coriandoli di carta, a volte di giornali pornografici,
altre di firme e scritture impronunciabili,
slavati dalle bave o rifilati
da chissà che mandibola paziente.
Io so anche dire
dove sono tumulati i miei due cani, bianchi
e poderosi, seppelliti da mio padre
dopo anni di passeggi serali
e di carezze. Chissà cosa resiste, adesso,
di quei corpi, se i lunghi filamenti del pelo
o le zanne dei canini, oppure se è come
se non fossero affatto transitati
in quella terra, stinti del tutto, divorati da insetti
che magari avrò schiacciato senza troppa
attenzione, non capendo che nel cric
di quegli scheletri echeggiava il guaito
familiare dei miei cani, la saliva che lasciava
minuscoli globi più scuri sul cemento,
brevi costellazioni evaporate
in un secondo, subito sparite in altre forme
anche loro.

 

Mattoni

Se volessi un mattone dovresti prendere
un mattone, per rabberciare una muraglia
o per tappare una buca
in un pavimento a lisca di pesce.

Un mattone: un solido che vive dentro tre
dimensioni, pesa, al tatto sembra
ruvido o poroso, e lasciato ammucchiato
assieme ad altri per lungo tempo fa
da nido a millepiedi, ragni e forbicine.

Un mattone che esiste, che spaccato col martello
fa tac una volta sola, un suono bello,
di mattone, secco, preciso.

Un mattone conta più delle parole
che lo imitano appoggiandosi
una sopra l’altra.

Io con la poesia vorrei fare mattoni.

[M. Gezzi, L’attimo dopo, luca sossella editore, Roma 2009].

9 thoughts on “Massimo Gezzi, da “L’attimo dopo” (2009)

  1. I Gelsi come – e ancora più degli alberi di Hudimesnil di Proust. Queste poesie sono davvero bellissime.

  2. Ecco, qui davvero ci trovo una sostanza – certo, sostanza per me e per come la percepisco – che si trasforma in forza d’espressione e di stile. Pur dovendomi limitare ai testi che leggo qui e ad altro che di Gezzi ho trovato in rete, e quindi non potendo fare l’analisi che mi piacerebbe, leggo già una dichiarazione di poetica così chiara e consapevole, da poter dire che questo è un poeta maturo. Ha trovato la sua lingua.
    “Mattoni” è, da questo punto di vista, paradigmatico.

    “Un mattone che esiste, che spaccato col martello
    fa tac una volta sola, un suono bello,
    di mattone, secco, preciso.

    Un mattone conta più delle parole
    che lo imitano appoggiandosi
    una sopra l’altra.

    Io con la poesia vorrei fare mattoni.”

    La parola poetica (il suono secco, preciso) è costruzione non dissoluzione del linguaggio. Lo spazio interiore si solidifica attraverso la poesia e prende forma. La metafora è bellissima e mi verrebbe da pensare che questa voce ha qualcosa di diverso da molte altre.
    Non è una questione di “io” o “non io”, che mi pare aspetto davvero secondario, se non tautologico (nella poesia è sempre e solo l’io che si manifesta e si rivela), ma una questione dello spazio che attorno all’io si coagula, come qui:

    “in quella terra, stinti del tutto, divorati da insetti
    che magari avrò schiacciato senza troppa
    attenzione, non capendo che nel cric
    di quegli scheletri echeggiava il guaito
    familiare dei miei cani, la saliva che lasciava
    minuscoli globi più scuri sul cemento,
    brevi costellazioni evaporate
    in un secondo, subito sparite in altre forme
    anche loro.”

    e la consistenza che quello spazio assume attorno all’io.

    E così il tempo, che è quello dell’istante, come in “Tuesday Wonderland”. Un istante dell’evento che si ripete all’infinito come eterno presente.

    Grazie Massimo Gezzi.

  3. Ringrazio davvero Gianluca D’Andrea, Pietro Russo, Ilena Antici e Francesca Diano per il loro apprezzamento e le loro parole. Grazie a voi.

  4. tra i più importanti e profondi libri di poesia da almeno un decennio
    c.

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