Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Il rovescio della libertà

| 3 commenti

di Massimo De Carolis

[Il rovescio della libertà. Tramonto del neoliberalismo e disagio della civiltà (Quodlibet) di Massimo De Carolis è un saggio sui fondamenti filosofici della formula politica egemone negli ultimi decenni e sulla sua crisi. Il neoliberalismo si fonda sulla convinzione il mercato rappresenti una forma di ordine immanente alle società umane – un ordine che esiste nella realtà, ma non sempre emerge da solo. Nella visione neoliberale, il potere politico ha il compito di organizzare la società in modo che il mercato possa esercitare la propria forza regolatrice. Elaborata in Europa fra le due guerre mondiali da un gruppo eterogeneo di economisti e sociologi, questa formula politica si afferma fra gli anni Settanta e gli anni Ottanta del Novecento e diventa un modello politico planetario. La crisi degli ultimi dieci anni, secondo De Carolis, ne ha rivelato le contraddizioni interne e ne annuncia il tramonto. Le pagine che seguono si intitolano Nota sulla performatività e chiudono il terzo capitolo della seconda parte. Stasera alle 18,30 Il rovescio della libertà verrà presentato da Marco Mazzeo presso la sede di Quodlibet (via Monte Fiore 34, Roma)]

Nell’ordoliberalismo tedesco, il termine cruciale è la parola Leistung: la prestazione, l’opera, il contributo effettivamente fornito all’ordine sociale, sulla cui base va calcolata l’equa retribuzione e, con essa, il valore di ogni cosa: azioni, ruoli professionali e beni di consumo. Il modello, insomma, è quello frequentemente riassunto nel concetto di «meritocrazia»: a ciascuno secondo la sua Leistung. E, dal momento che le Leistungen sono obiettivamente differenti, una società equa non potrà avere una forma astrattamente egualitaria: dovrà invece saper premiare i contributi individuali in proporzione esatta al valore effettivo delle singole prestazioni. È inevitabile perciò che vi si accenda una competizione, una gara. Almeno in teoria però, come avviene nello sport, lo sforzo di ciascun concorrente, impegnato a superare gli avversari, dovrebbe spontaneamente tradursi in un potenziamento delle prestazioni collettive, una crescita dell’organismo sociale nel suo insieme e, dunque, un progresso civile in ogni senso.

L’essenziale, ovviamente, è che «vinca il migliore». Perché sia equiparabile davvero alla lealtà sportiva, occorre che il gioco della catallassi sia regolamentato in modo lungimirante ed efficace; e occorre che un apparato tecnico-amministrativo solido e indipendente garantisca tanto il continuo aggiornamento delle regole quanto la loro imparziale e rigorosa applicazione. Un compito non facile, evidentemente, visto che i concorrenti più forti hanno tutto l’interesse a truccare le carte, pilotando l’equilibrio del mercato nella direzione più congeniale al loro sistematico rafforzamento.

Sotto il profilo soggettivo, è logico che ciascun concorrente abbia di mira esclusivamente il proprio potenziamento, non quello della società nel suo complesso. È prevedibile perciò che usi il proprio potere di mercato per ostruire la concorrenza, per sbarrare la strada agli avversari e trasformare così il proprio vantaggio momentaneo in un privilegio intangibile e definitivo. Nelle analisi di Alexander Rüstow, in particolare, questo genere di concorrenza ostruttiva è presentato come una tendenza intrinseca al capitalismo, diametralmente opposta alla concorrenza performativa cui deve aspirare invece una società libera[1]. Per garantire la lealtà e l’equilibrio della competizione, non basta quindi fissare una volta per tutte le regole del gioco. È necessaria una vigilanza quotidiana contro le spinte alla rifeudalizzazione del mercato e a questo scopo, per gli ordoliberali, il calcolo economico è lo strumento tecnico essenziale.

Adoperando infatti il calcolo con neutralità scientifica, l’amministrazione potrà misurare di volta in volta l’autentico valore di ciascuna Leistung, intesa come contributo all’ordine sociale complessivo. A quel punto, qualsiasi deviazione da questa misura equa andrà trattata come il segnale di un illegittimo esercizio di potere, un’ostruzione alla dinamica spontanea della concorrenza. E sarà compito dell’autorità di governo correggerla con le misure amministrative più adeguate.

Come si può vedere, in questa concezione la centralità dell’azione di governo è interamente fondata nella differenza tra l’ordine di fatto, influenzato dai rapporti di potere, e l’ordine cosmico, che può generarsi solo se tutte le forze sociali sono messe in condizione di concorrere liberamente alla sua costruzione. La differenza concettuale tra questi due livelli dell’ordine sociale ha un valore decisivo nell’ordoliberalismo. E, d’altra parte, proprio qui si annida il punto critico dell’intera costruzione, che i liberali di ascendenza austriaca non mancheranno di denunciare come un pericoloso cedimento al «socialismo».

Per autori come Mises e Hayek, l’ordine cosmico generato dal mercato non può, semplicemente, essere calcolato in anticipo: né dal sovrano, né dai pianificatori dell’economia né, tanto meno, da un ipotetico governo liberale. Può solo essere generato dalla convergenza cieca tra le innumerevoli contingenze di cui è fatta la dinamica sociale. Il valore che il mercato assegna alle diverse Leistungen è perciò sicuramente convenzionale e spesso, quindi, indifferente ai meriti e alle virtù morali dei diversi concorrenti. Ma per gli austro-americani non può esistere, per definizione, altro valore socialmente legittimo che quello generato di fatto dal mercato.

Il contenzioso tra le due scuole non giungerà mai a una sintesi definitiva e, all’inizio degli anni Sessanta, sfocerà anzi in una rottura mai sanata. A rimuovere però nei fatti questo stallo (anche se, come vedremo subito, solo per spostarlo a un livello più profondo) è stata nel frattempo la crescente attitudine del mercato moderno a puntare non tanto sulle Leistungen in se stesse, quanto sulle potenzialità che vi si manifestano.

È chiaro, in effetti, che ogni concreta prestazione, oltre a produrre un certo risultato, denota anche, indirettamente, una qualche capacità o competenza, un’attitudine potenziale o, nel senso più lato, una virtù. Un atto di parola, ad esempio, ha un suo significato e può avere determinate conseguenze; ma è anche, ovviamente, il segnale della competenza linguistica in se stessa: qualunque cosa esso dica, vi si mostra in ogni caso che il parlante conosce la lingua in oggetto ed è in grado di adoperarla con maggiore o minore padronanza. Quello degli atti di parola, comunque, non è che un esempio tra gli altri della possibile divergenza tra il risultato dell’azione e la potenzialità che vi si manifesta. Con tutta probabilità, la sfera che illustra invece nel modo più eclatante una tale divergenza è proprio quella delle competizioni sportive, che i neoliberali adottano così volentieri come paradigma della catallassi del mercato. Un pugile, ad esempio, può uscire sconfitto da un singolo incontro, pur avendo mostrato di possedere maggiori potenzialità del suo avversario. Il risultato, certo, resta quello. Ma per gli scommettitori abituali, spesso è la potenzialità ciò che più conta, in vista degli incontri successivi.

È per questo motivo che, negli ippodromi e nelle arene di tutta Europa, fin dal tardo Ottocento si è andato diffondendo l’uso di un termine inglese (ma di ascendenza francese e di remota origine latina), per indicare esattamente il computo delle recenti «prestazioni» di un atleta o di un cavallo, in vista della previsione dei suoi rendimenti futuri. È il termine performance, che deve proprio a questa matrice sportiva il suo statuto apolide di termine «globale», accolto già all’epoca nei dizionari di tutte le maggiori lingue del vecchio continente.

In prima istanza, una performance è a sua volta una prestazione, un’impresa, un atto effettivamente realizzato. È perciò che, in tedesco, il termine ha potuto sovrapporsi senza scosse apparenti alla parola Leistung. L’affinità superficiale nasconde però, nel profondo, un vero e proprio rivoluzionamento semantico. Considerata come performance, infatti, l’azione vale solo più come segnale della potenzialità che vi si esprime: diviene, insomma, un test, una prova di ciò che è lecito aspettarsi in futuro. Di conseguenza, i risultati già raggiunti e registrati rivestono interesse solo come indici più o meno affidabili dei rendimenti futuri: in se stessi, al di fuori del computo della virtualità, non hanno praticamente alcun valore. Il punto cruciale, come rimarca Mises, è che tanto l’imprenditore quanto l’investitore, sul mercato, eseguono per l’appunto il genere di calcolo soggettivo di chi valuta le performance di un cavallo: «i prezzi del passato sono per lui meri punti di partenza nei tentativi di anticipare i prezzi del futuro»[2].

È essenziale non lasciarsi sfuggire la portata ontologica di questo mutamento di prospettiva. In effetti, a partire dalla distinzione aristotelica tra potenza e atto, nella cultura europea è stato sempre dato per acquisito che il possibile, il virtuale, il potenziale non abbiano una qualche parvenza d’essere che nelle realizzazioni cui mettono capo. Prese in se stesse, al di fuori delle realtà effettive in cui si esprimono, le potenzialità non sembrano in effetti che astrazioni concettuali, «un che di prossimo al non-ente» più che all’ente vero e proprio. È curioso peraltro che, per rimarcare il significato etico di questa superiorità dell’atto sulla semplice potenza, Aristotele ricorra proprio a una metafora sportiva. Nell’Etica Nicomachea si osserva, infatti, che «anche nei giochi olimpici non vengono premiati i più belli e i più forti, ma quelli che prendono parte alle gare: è fra loro che si trovano, infatti, i vincitori»[3]. Non è insomma la virtù in se stessa ciò che propriamente conta, ma la sua realizzazione.

In un mercato tradizionale, ancora interamente basato sullo scambio delle merci, le contraddizioni raccolte spesso sotto l’etichetta della «mercificazione» dipendono, in larga misura, proprio dalla fedeltà con cui la formazione del valore ricalca la gerarchia ontologica fissata a suo tempo da Aristotele. Per un verso, infatti, l’economia classica riconosce che la prima sorgente di ogni ricchezza sociale è un fattore puramente potenziale: quella che Marx chiama la forza-lavoro, vale a dire l’insieme delle attitudini e delle capacità produttive di cui dispongono, collettivamente, i membri di una determinata società. Allo stesso tempo, non si riconosce valore che ai prodotti della forza-lavoro: le merci tangibili e scambiabili materialmente sul mercato. Solo le merci hanno realtà effettiva mentre la forza-lavoro in se stessa, proprio perché ha un carattere puramente potenziale, resta «un che di prossimo al non ente».

Il calcolo della performatività capovolge, letteralmente, questa gerarchia. Conferisce, di fatto, una realtà effettiva alla virtualità come tale, facendone, volta per volta, un oggetto pubblico, su cui è possibile accordarsi, negoziare e investire. Stiamo parlando della virtù di un cavallo o di un atleta ma, ovviamente, anche di quella di un progetto commerciale, un’idea brevettata, un’impresa. È la performance ora – la pura potenzialità, la promessa rivolta al futuro – ciò su cui si scommette e da cui discende il valore di mercato. Resa liquida dalle convenzioni del mercato, e trasformata in un titolo negoziabile in ogni momento, la pura potenzialità è adesso ciò che veramente resta, mentre le singole realizzazioni passano e generano valore solo nei limiti in cui segnalano un accrescimento della potenzialità.

Come ho già rimarcato, la questione ha fin dai tempi di Aristotele un peso centrale nella eticità delle scelte di vita. È il caso perciò di ricordare, a questo punto, che negli anni Sessanta e Settanta lo scarto semantico tra l’esecuzione di un’opera e la pura e semplice performance è stato uno dei principali terreni di sperimentazione delle avanguardie artistiche, per di più con l’esplicito intento di combattere la crescente «mercificazione» dell’arte. All’epoca, si era portati a ritenere che il mercato non potesse appropriarsi che dell’opera, scambiabile come una merce e passibile perciò di una valutazione commerciale. Per contrastare quindi alla radice l’ingerenza del mercato, non sembrava potesse esserci arma più efficace che quella di spostare il nocciolo dell’esperienza artistica dall’opera all’operazione come tale: alla prassi creativa in se stessa, a monte dei suoi eventuali risultati. Prese forma così un’arte performativa, che non metteva capo ad alcuna opera al di fuori dell’evento creativo, vissuto e condiviso come tale, e che, per questa via, si riprometteva di sfuggire del tutto alle insidie del mercato.

Come tutti sappiamo, le cose sono andate in modo esattamente inverso. La performatività si è rivelata del tutto congeniale ai meccanismi di mercato, tanto da favorire un’impennata miliardaria dei profitti e dei compensi. L’investimento e l’attenzione del mercato si sono spostate anzi a tal punto dall’opera in se stessa al suo valore comunicativo di «segnale», che oggi persino le opere dall’aspetto più tradizionale vivono essenzialmente della performatività indiretta con cui vengono esposte e celebrate. Col risultato che diventa sempre più aleatorio distinguerne il valore comunicativo dal puro e semplice valore commerciale.

Chiaramente, su una tale parabola ha inciso in modo determinante l’evoluzione dei mezzi tecnici di riproduzione, di cui peraltro Walter Benjamin aveva intuito l’importanza già quasi un secolo fa. Se lasciamo da parte però i singoli dettagli, risulterà chiaro che il mercato dell’arte non ha fatto che percorrere, a suo modo, la parabola della catallassi in generale. La finanziarizzazione del mercato si è mossa, infatti, nella stessa direzione evolutiva tracciata, in parallelo, tanto dall’innovazione tecnica quanto dalla crescente individualizzazione delle attività creative, nell’ambito genericamente produttivo non meno che in quello specificamente «artistico». In un mercato ipermoderno è infatti il calcolo convenzionale dei rendimenti futuri a decretare il valore di un titolo, di un’impresa o anche solo di una specifica prestazione professionale. In altre parole, è la performatività il metro del valore, non l’eventuale risultato tangibile della Leistung[4].

A prima vista, specie se la si addobba con l’ottimismo ottuso della propaganda, può sembrare che una simile evoluzione dissolva alla radice la difficoltà che affliggeva a suo tempo gli ordoliberali. Il mercato non si limita più, infatti, a valutare i risultati delle azioni, ma ne scava le potenzialità e ne prospetta le evoluzioni future. Certo, le sue previsioni restano ipotetiche e fallibili. Ma sono in fondo le uniche di cui la società dispone. Che senso ha, allora, cercare ancora un qualche valore «autentico» delle azioni, distinto dal loro puro e semplice valore di mercato? O, in altre parole, perché ostinarsi a distinguere l’ordine cosmico dall’ordine effettivamente realizzato dal mercato, se quest’ultimo include ormai, tendenzialmente, tutte le eventualità future?

Sono questioni con le quali dovremo confrontarci ancora a lungo. Un ulteriore approfondimento del concetto di performance può aiutarci, però, per cominciare a intuire fin da adesso che il problema non poteva in nessun caso risolversi in modo tanto semplice e lineare; e che, in realtà, il suo potenziale esplosivo non è stato affatto disinnescato, ma solo spostato a un livello ancora più profondo, a rischio di esasperarne la pericolosità.

Cominciamo col ricordare che, nell’ultimo mezzo secolo, il termine performativo ha dovuto in gran parte la sua popolarità alla rapida diffusione, in tutte le scienze umane, della concezione filosofica del linguaggio introdotta da John Austin: quella basata, appunto, sulla distinzione tra enunciati performativi e constativi. A differenza di un’asserzione che si limiti a constatare un dato di fatto («oggi è una bella giornata», «Maria è malata»), un enunciato performativo ha un’efficacia pratica: realizza uno stato di cose, compie un’azione, fa qualcosa con le parole, che «non avrebbe potuto essere compiuto altrimenti, o almeno non altrettanto bene». Gli esempi tipici sono «mi scuso di averti disturbato», «ti prometto che verrò», «vi dichiaro marito e moglie».

In prima istanza, come si può vedere, l’accento cade sul risultato pratico, sull’azione eseguita e, quindi, sulla Leistung nel senso più ordinario. Émile Benveniste, ad esempio, che aveva notato a sua volta il fenomeno linguistico in questione già prima di imbattersi nel lavoro di Austin, lo aveva dapprincipio definito come un accomplissement[5], appunto per rimarcarne l’efficacia pratica. Se qualche anno dopo, confrontandosi direttamente con Austin, il grande linguista non esita ad adottare il termine «performativo», non è tanto per un tributo alla solidità della teoria avanzata dal collega inglese. Il punto è che, nel confronto critico con Austin, Benveniste si è convinto che il risultato pratico, in se stesso, non dà affatto la misura del fenomeno ma, anzi, rischia di velarne la specifica complessità. Non conta infatti ciò che l’enunciato realizza, ma il modo del tutto speciale in cui lo fa.

Di per sé, che le parole abbiano effetti pratici non ha nulla di stupefacente. Posso ottenere un effetto pratico anche con un urlo, un improperio o un colpo di clacson. La particolarità del performativo è invece il suo carattere autoreferenziale: il fatto che vi si compia esattamente l’azione che in esso è enunciata, proprio e solo perché è stata enunciata[6]. Come quando il presidente di un’assemblea dichiara che «la seduta è aperta» e, appunto, la seduta è aperta. O il dio biblico enuncia «fiat lux» e, miracolosamente, la luce fu. Dove si origina una simile magia, capace di trasformare in un istante le parole in fatti? E perché è relativamente facile trasformare con poche parole due amanti in coniugi o uno stalliere in cavaliere, mentre restano decisamente fuori della nostra portata altri prodigi, come ad esempio trasformare l’acqua in vino?

L’indicazione di Austin, laconica ma estremamente preziosa, è che a poter essere compiute per via performativa sono in realtà solo le azioni a carattere convenzionale, che rimandano a una regola sociale condivisa. Come la regola secondo cui, per essere legittimo, un matrimonio va celebrato con particolari crismi procedurali; o quella per cui una promessa, per essere davvero vincolante, deve implicare determinate condizioni. Può sembrare una constatazione banale. La verità è che, invece, l’intrinseca convenzionalità delle operazioni performative ha una catena di conseguenze problematiche, che rendono questo genere di operazioni particolarmente delicate e cariche di incertezze o, come scrive Austin, di possibili infelicità.

La più evidente di tali infelicità virtuali è la differenza che immancabilmente si instaura tra l’atto in se stesso e la sua eventuale verifica nella realtà dei fatti. Un imputato, ad esempio, può essere dichiarato colpevole nel rispetto di tutte le convenzioni giuridiche, salvo scoprire a distanza di tempo che era invece del tutto innocente. E si può celebrare in gran pompa il varo di una nave, battezzandola col nome «Libertà», per poi scoprire che i marinai continuano a chiamarla «Generalissimo Stalin»[7]. Il punto è che la convenzione non è mai completamente nelle mani del parlante: dipende dalla ricezione degli interlocutori e dalla loro disponibilità a condividerla[8]. Una conseguenza logica è che l’atto performativo, per non risultare «infelice», richiede autorità: un caporale rischia a volte che i suoi ordini cadano nel vuoto; un generale, di norma, molto meno. In ogni caso, non c’è comunque autorità che valga in assoluto. La convenzione sociale, in altre parole, non è mai un presupposto certo e assodato: in qualche misura, va messa comunque alla prova, esposta al rischio dell’insuccesso e di fatto, perciò, istituita ogni volta daccapo.

Tutti i diversi aspetti problematici della performatività si ripropongono puntualmente nei meccanismi del mercato ipermoderno, e per ragioni squisitamente logiche. Come si è appena visto, infatti, l’efficacia straordinaria del calcolo economico è dovuta essenzialmente alla sua capacità di trasformare le pure potenzialità in oggetti pubblici, passibili di misurazione e di scambio. È chiaro però che, a differenza delle merci, gli «oggetti» della catallassi ipermoderna non hanno alcuna tangibilità. Sono titoli, impegni, opzioni, garanzie: in altre parole, oggetti del tutto convenzionali, che non hanno altra sostanza che il credito, dunque in ultima analisi la credenza condivisa nell’affidabilità della convenzione di mercato.

Un simile requisito convenzionale non è mai assodato e certo. E di sicuro non è tributato in uguale misura a tutti gli operatori. Anche le convenzioni di mercato, insomma, esigono autorità e distinguono, perciò, tra caporali e generali. C’è chi può azzardare sul mercato operazioni ad alto rischio, sapendo di poter contare su una diffusa disponibilità alla condivisione. E chi invece non trova sostegno neanche per un progetto imprenditoriale obiettivamente promettente, perché nessuno è disposto anche solo a leggerne il prospetto. In un mercato ipermoderno le convenzioni sono fluttuanti, disuguali e, soprattutto, manipolabili. A rigore, il potere di mercato non è altro che questa capacità di manipolazione: la garanzia dell’ubbidienza o, in altri termini, il controllo sulle scelte altrui. E un controllo del genere può essere acquisito e incrementato proprio attraverso operazioni a carattere squisitamente performativo: minacce, pressioni, avvertimenti, ordini, e così via.

Il calcolo della performatività finisce così col risultare inesorabilmente opaco, perché misura con lo stesso valore due grandezze profondamente eterogenee: da un lato la potenzialità emergente nell’ordine cosmico, spontaneo e imprevedibile della cooperazione sociale; dall’altro le relazioni di potere cristallizzate nell’ordine costituito. La distinzione messa in campo dagli ordoliberali, quindi, è destinata a riemergere inesorabilmente, per il semplice motivo che la potenzialità e il potere restano comunque due grandezze indipendenti. La difficoltà è che il congegno di governo effettivamente messo a punto dal neoliberalismo, in tutte le sue varianti, non può che rimuovere questa differenza, perché affida le due misurazioni allo stesso algoritmo del valore. Il valore della performatività, con tutta la sua ambivalenza, diventa così il vero snodo critico dell’intero meccanismo. In pratica, la promessa di felicità, logicamente intrinseca a ogni scelta di vita, viene effettivamente riconosciuta e valorizzata dal sistema, ma solo nella misura in cui promette, nel profondo, un consolidamento dei rapporti di potere.

È perciò che il congegno di governo allestito dal neoliberalismo finisce regolarmente per incentivare la rifeudalizzazione della società, condannandosi così al discredito e al tramonto.

 Note

[1] Traduco alla lettera le due espressioni Behinderungswettberb e Leistungswettbewerb, la cui opposizione è al centro di tutta l’opera di Rüstow.

[2] L. von Mises, Human Action, cit., p. 212.

[3] Cfr. Eth. Nic. A, 1099a.

[4] Con l’invenzione di Internet, il mutamento di prospettiva è diventato talmente macroscopico da non poter più passare inosservato. A partire dagli anni Ottanta, è diventato del tutto normale che alcune imprese on-line raggiungessero valutazioni vertiginose prima ancora di aver realizzato alcun profitto effettivo. In molti casi, come si sa, la crisi ha imposto una brusca correzione all’algoritmo. Il principio del calcolo però è rimasto intatto e, nei casi di maggior successo, ha rafforzato notevolmente il suo credito convenzionale.

[5] Cfr. É. Benveniste, Problèmes de linguistique générale, cit., vol. 1, p. 265.

[6] Ivi, pp. 267-276.

[7] Riprendo alla lettera gli esempi di Austin, che risentono evidentemente del clima politico dell’epoca, oltre che del proverbiale umorismo britannico.

[8] A dispetto delle apparenze, questo è vero anche dei performativi più elementari, che non hanno un esplicito carattere istituzionale, come «vi prego di scusarmi» o «ti avverto che la strada è scivolosa». Può accadere, infatti, di trovarsi in situazioni sociali in cui il significato convenzionale delle formule differisce da quello consueto e nel quale, ad esempio, il nostro presunto avvertimento è recepito come una minaccia. In casi simili, non sarà la grammatica, ma la convenzione dominante ad assegnare all’enunciato la sua effettiva «forza illocutoria».

[Immagine: Andreas Gursky, New York Stock Exchange].

3 commenti

  1. Finito pochi giorni fa. Un libro straordinario. Senza esagerazioni eccitate. Davvero.

  2. Ma sull’euro, il più grande successo dell’ordoliberalismo tedesco, niente?

  3. Non so se ho capito bene, perché senza leggere il libro (che a quanto pare merita) queste pagine sono piuttosto difficili da collocare. Però mi sembra di capire che, giustamente, il valore di mercato delle azioni umane non può essere razionalizzato con il concetto di “performance/potenzialità”, perché il calcolo di questa è molto aleatorio, legato a troppe variabili contingenti di contesto, per cui alla fine un ordine puramente neoliberale in realtà produce posizioni di dominio nel mercato (“rifeudalizzazione”). Nel complesso mi sembra convincente, ma mi sembra che si dia troppo significato a questo passaggio dalla prestazione alla potenzialità: in generale nel mercato il valore dipende dal fatto di essere al punto giusto nel momento giusto (dal punto di vista del rapporto tra fattori di produzione e domanda), quindi si valuta quello che si dà, e non tanto quello che si può fare. Gli squilibri nascono da qui.
    Mi sembra invece un po’ unilaterale e forse fuori luogo il richiamo alla teoria degli atti linguistici. La teoria è andata molto avanti rispetto a Austin, dopo Searle: tutti gli atti linguistici, anche i constativi, hanno un aspetto performativo, cioè il contenuto illocutorio, che è inscritto nelle strutture pragmatiche del linguaggio. E’ ovvio quindi che l’efficacia di un atto linguistico dipende dalla ricezione. Tuttavia, l’aleatorietà di cui parla De Carolis riguarda il livello perlocutorio, cioè l’efficacia effettiva nel contesto, non il significato pragmatico al livello illocutorio, che resta sempre uguale (l’ordine “Pierre chiudi la porta!” è soddisfatto se la porta viene chiusa da Pierre, e non è soddisfatto altrimenti; tuttavia, se io do quest’ordine per mettere Pierre in cattiva luce davanti ai compagni, anche se l’ordine viene soddisfatto, potrei non ottenere questo effetto perlocutorio, se Pierre trova il modo di mettere me in cattiva luce, reagendo opportunamente). Quindi l’aleatorietà della valutazione della performance nel mercato finanziario, oggetto dell’analisi, secondo me ha poco a che fare con la convenzionalità delle forze illocutorie, che invece sono ben poco aleatorie; potrebbe avere a che fare con l’uso perlocutorio del linguaggio, che dipende interamente dalla situazione di fatto, ma mi sembra superfluo ricorrere alla teoria degli atti linguistici: basterebbe dire che in realtà la predizione delle performance degli agenti economici non può che essere aleatoria, perché la situazione di azione in cui si troveranno non è anticipabile, e quindi sostenere che è possibile dare un valore di mercato a quelle potenzialità significa in realtà dare un valore alla loro posizione di (dominio nel) mercato, secondo lo schema tradizionale.

Lascia un commento

I campi obbligatori sono contrassegnati con *.