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Gesti sportivi /9. Dialogo con Marvin Hagler sull’incontro del secolo

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di Michele Martino

Se un giovane cestista gli chiedeva com’era possibile fare 30 punti a partita, Michael Jordan aveva la risposta pronta: basta che in ogni quarto segni un tiro in sospensione, un sottomano, una schiacciata e un paio di liberi. Facile. La ricetta di Sugar Ray Leonard, nato a Wilmington, North Carolina, la città di Jordan, aveva ingredienti simili. Basta portare, tre o quattro volte in ogni round, una combinazione di tre colpi, metterne a segno almeno uno e poi allontanarsi per evitare la risposta dell’avversario. Fai una buona impressione sui giudici, e alla fine torni a casa con una vittoria ai punti.

Forse è sufficiente questo a spiegare le ragioni tecniche di uno degli incontri più incerti, e più contestati, nella storia della boxe: quello tra Sugar Ray Leonard, sfidante redivivo, e Marvelous Marvin Hagler, campione indiscusso dei pesi medi, disputato sul ring del Caesars Palace di Las Vegas il 6 aprile 1987. Anche se Hagler non ci crede. Non ha mai creduto a quel verdetto. E nemmeno io, ma non conta, perché a quell’epoca avevo il poster con la sua faccia sulla parete dietro il letto, accanto al suo durissimo programma di allenamento (mai messo in pratica, ma ritagliato con cura dalle pagine di «Max»). Non ci ha mai creduto, però, neanche il 60% degli analisti americani, che in un sondaggio tenuto dopo il match votarono per la vittoria di Hagler o per un pareggio. Forse, allora, l’elemento decisivo fu davvero il «fattore Schulberg». Ma così sto anticipando troppo.


The War – il più bel primo round nella storia della boxe

Marvelous, prima di tutto: non è un soprannome come gli altri. Come il Bombardiere Nero, o Iron Mike. È il nome legale di Marvin Hagler. Pare che a inventarlo fu un oscuro cronista che lo vide combattere quando era un dilettante, e dava spettacolo sul ring imitando Ali. È vero?, gli chiedo. «Tutti i bambini hanno un sogno» mi risponde, serafico, in un assolato pomeriggio di aprile. Stiamo parlando al telefono, in linea tra Roma e Milano, dove Hagler passa metà dell’anno. E a me non sembra vero di sentire la sua voce profonda uscire dall’apparecchio. «Il mio sogno era diventare come Floyd Patterson o Joe Frazier o Muhammad Ali» continua lui. «Da giovane me ne hanno dette di tutti i colori, mi hanno chiamato in tanti modi diversi, però Marvelous mi è sempre sembrato il nome più adatto. Perché è quello che sono». D’accordo, se lo dicesse un altro tipo di atleta, un calciatore, un tennista, passerebbe per vanagloria, ma se a parlare è l’uomo che ha combattuto il primo round contro Hearns, o il sesto contro Mugabi, c’è poco da eccepire. «All’inizio della mia carriera, quando mi annunciavano sul ring, gli speaker si rifiutavano di chiamarmi così. Dicevano che era troppo lungo. Allora ho pensato di farlo diventare il mio nome legale».

Marvelous Marvin Hagler, nato nel 1954 a Newark, New Jersey, epicentro dei tumulti razziali che hanno infiammato l’America alla fine degli anni Sessanta. Lui non è rimasto lì ad aspettare la pastorale di Zuckerman, anche perché non sarebbe andato a scuola alla Weequahic. Per sfuggire alla guerriglia urbana, ai saccheggi, alla Guardia Nazionale, riparò con la madre e i fratelli a Brockton, Massachusetts. La città di Rocky Marciano. Dove cominciò a studiare boxe nella palestra dei fratelli Petronelli, vecchi amici di Marciano: Pat e Goody, al secolo Pasquale e Guerino. Che lo tirano su come un figlio, gli insegnano a combattere e lo mettono a lavorare nell’impresa edile di famiglia. Lui, ragazzo introverso, solitario, che alleva tartarughe (come Rocky Balboa) e piccioni (come l’ex pugile Terry Malloy, cioè Brando in Fronte del porto), si tempra a forza di trasportare sacchi di cemento, spaccare legna, e correre sei miglia ogni mattina con gli anfibi da soldato. E a poco a poco impara a tirare fuori l’alter ego – «il mostro» – da portare sul ring. Cranio rasato, sguardo truce, bocca chiusa, guardia destra. Tutto il contrario di Ali, insomma. O più Marciano che Ali. Il risultato è lo stesso: undici anni d’imbattibilità, e sei anni, sei mesi e dieci giorni da re incontrastato dei pesi medi. Fino al 6 aprile 1987.


Hagler-Mugabi

Sono passati trent’anni dal Super Fight, che rimane ancora oggi uno degli eventi più pop, più glamour degli anni Ottanta, forse di sempre. Uno scontro di stili, di personalità, con borse e diritti tv mai visti prima. Da un lato Leonard: brillante, rapido, creativo. Medaglia d’oro a Montréal 76. Il ragazzo dal sorriso smagliante che faceva la réclame della 7Up. Il cocco della stampa, che lo riveriva come il nuovo Ali, da cui aveva ereditato il guru Angelo Dundee, o come il nuovo Sugar Ray Robinson, a cui aveva rubato il soprannome. Dall’altro Hagler, il guerriero silenzioso che veniva dalle palestre e dalle arene di periferia. Che schiantava gli avversari a colpi d’accetta, con un lavoro metodico, infaticabile, jab destro, gancio sinistro. Che aveva dovuto aspettare cinquanta incontri prima di battersi per il titolo, perché nessun campione voleva sfidarlo. Avevano paura di lui. «Perché sei mancino, sei nero e sei bravo» gli spiegò una volta Joe Frazier.

Sul ring di Las Vegas Hagler arrivò con un accappatoio scuro, il cappuccio calcato sulla testa pelata, chiuso nella sua concentrazione. Leonard si presentò invece con una giacca bianca in stile Elvis. Vederli insieme sullo stesso ring era quello che tutti aspettavano da anni. L’incontro del secolo, troppe volte rimandato. Altro che Maywhether-Paquiao. Scordatevi Joshua-Klitschko, che pure ha regalato uno spettacolo d’altri tempi. «Il pugilato è lo sport a cui gli altri sport aspirano» ha scritto Joyce Carol Oates, citando George Foreman, nel suo classico Sulla boxe. È l’immagine per antonomasia della lotta umana, una lotta tra due uomini ma anche di un uomo contro se stesso, perché sul ring ogni pugile è «la distorsione onirica» dell’avversario: un Altro (un sogno o un incubo) i cui punti deboli sono i nostri punti di forza, e viceversa. Leonard era la nemesi di Hagler, e Hagler il desiderio proibito di Leonard.

Il ring somiglia a un altare sacrificale, suggerisce sempre la Oates: un luogo sacro dove le leggi delle nazioni non valgono (è consentito uccidere), uno spazio che esiste prima della civiltà. Un incontro di boxe non è una metafora della vita, ma una mimesi della lotta per la vita, quasi una pantomima erotica, una danza di seduzione e accoppiamento in cui un uomo seminudo ne sconfigge un altro «con una dimostrazione di forza e volontà superiori». Sul ring chi vince spesso prevale dominando l’avversario. «La vittoria di un pugile si conquista con il sangue» recitava un’iscrizione greca.

Poi suonò il primo gong del Super Fight e il match si trascinò da una ripresa all’altra, molto tattico, poco violento. Alla fine nessuno dei due pugili aveva un graffio, o quasi. Hagler era intatto, Leonard aveva un occhio un po’ gonfio, ma niente in confronto al volto tumefatto di Hamsho, poi ricucito con 55 punti di sutura, dopo la lezione subìta da Hagler. Niente in confronto ai corpi distrutti di Hearns, sconfitto in soli tre round, o di Mugabi, la belva ugandese, abbattuto in undici.

«La verità è che con Leonard tutti si aspettavano una replica di Hagler-Hearns» mi racconta Marvelous. «Ma tu non puoi sempre mettere ko l’avversario. Ma non puoi nemmeno combattere come ha fatto Leonard, se vuoi il titolo di campione. Se lo vuoi, devi andartelo a prendere».

Invece Leonard pensò soprattutto a non farsi male, a mostrarsi spavaldo, a esibire la propria rapidità. Se avesse raggiunto il limite delle dodici riprese, lui che era un peso welter naturale con un solo incontro ufficiale negli ultimi cinque anni, avrebbe ottenuto la sua vittoria a prescindere dal verdetto.

«Se avessi mandato Leonard ko tu oggi non saresti qui a parlare con me. La gente avrebbe dimenticato in fretta perché era quello che tutti si aspettavano, che lo mettessi ko. Quella decisione controversa è il motivo per cui ancora oggi sui giornali si discute di quell’incontro e si celebra l’anniversario di Hagler-Leonard» continua Marvelous. «Non ho niente, personalmente, contro Leonard. Ci siamo visti di recente a qualche evento e abbiamo chiacchierato. Non è stato lui a proclamarsi campione, sono stati i giudici che gli hanno dato la vittoria». Ma quei primi quattro round?, provo a incalzarlo. Pensi che avresti potuto fare qualcosa di diverso? Aggredirlo prima, boxare con una guardia non ortodossa? «No, anche contando i primi, forse, tre round, che probabilmente ha vinto lui, non sarebbe comunque abbastanza. Il titolo non si vince così. Conta come finisci l’incontro, non come inizi. Io l’ho imparato otto anni prima quando ho sfidato Vito Antuofermo». E ha commesso l’errore di non finirlo. «I giudici hanno dato il pareggio e il titolo è rimasto a lui. Allora ho capito che per diventare campione devi mettere ko il campione in carica, perché il verdetto dei giudici non ti premierà mai. E ho pensato che se un giorno mi fossi trovato io in quella posizione, se fossi diventato campione del mondo, avrei fatto in modo che nessuno potesse mai mettermi ko, né atterrarmi». Nessuno ci è mai riuscito, infatti, né ci è andato vicino. È probabile, anzi, sostengono i fratelli Petronelli, che nessun peso medio della storia sarebbe stato in grado di mettere fuori combattimento Marvin Hagler. Il che rende ozioso il dibattito sul posto da lui occupato nella Hall of Fame della categoria. «Ma quando mi hanno strappato di nuovo il titolo dalle mani, per la seconda volta» aggiunge, «ho detto basta. Volevo farla finita con la boxe, con quei giudici pessimi e soprattutto con la politica che sta dietro alla boxe. E me ne sono andato. Anche perché Leonard si è rifiutato di concedermi la rivincita. Ma, ripeto, non ce l’ho con lui. Sono stati i giudici a dargli il titolo. Prima o poi la verità verrà fuori. Sono tranquillo». E dall’apparecchio sento uscire una risata, quella di un uomo che ha trovato pace con se stesso ormai da tanto tempo.

Ma verrà fuori davvero, la verità? Certo qualcosa di strano è successo, quel 6 aprile di trent’anni fa. I giudici intanto erano quattro, ed entrambi i pugili avevano la possibilità di contestarne uno. Prevalse il clan di Hagler, che fece allontanare il britannico Harry Gibbs, temendo che l’antica vittoria di Hagler sull’inglese Alan Minter potesse influenzarne il giudizio. Ironia della sorte, Gibbs rivelò in seguito che avrebbe assegnato la vittoria, di misura, a Hagler. I tre giudici rimasti, Dave Moretti, Jo Jo Guerra e Lou Filippo, espressero un verdetto non unanime. I cartellini di Filippo e Moretti erano speculari, 115-113 per uno o l’altro contendente. Guerra invece premiò Leonard con un ridicolo 118-110, che significava una superiorità dello sfidante in dieci dei dodici round. Anche Leonard ha ammesso che non era plausibile. Ma perché quel verdetto surreale? Per dimostrare la propria buona fede o per denunciare la combine, l’imbroglio?


The Super Fight – Hagler-Leonard

Ogni incontro di boxe è una storia, scrive ancora la Oates, «un dramma senza parole, irripetibile», anche quando si riduce a un’estenuante battaglia di nervi. Il Super Fight è un dramma in due atti. Nel primo è avanti Leonard, che vince cinque (o quattro?) dei primi sei round. In quel primo atto però non accade nulla, a parte un «bolo punch» per lo spettacolo di Leonard: un colpo a metà tra un gancio e un montante, assestato dopo aver roteato il braccio in aria come Popeye. Il copyright è del cubano Kid Gavilán, ma Leonard lo aveva già usato contro Roberto Durán, umiliandolo, nel leggendario match del «no más». Con Hagler fu più appariscente che efficace, ma lo scopo era soprattutto irritarlo, frustrarlo. «It didn’t hurt him, but it hurt his pride» raccontò Leonard. Quando rivedo quel colpo in tv, ancora oggi, mi sento personalmente oltraggiato.

Poi, nel quinto round, un gancio sinistro di Hagler centra Leonard e per poco non lo manda al tappeto. Sembra la svolta del match. Leonard sta per cadere. In realtà regge, a parte un altro cedimento nel nono round, ma non balla più. Mentre Hagler nel secondo atto si aggiudica quattro round su sei: cinque degli ultimi otto. Almeno cinque, forse sei. La differenza è tutta lì. Lou Filippo assegna a Hagler anche la quarta e la decima ripresa. Gli altri due giudici no. Guerra non conta, troppo di parte. Ma se Moretti avesse dato a Hagler uno di quei due round incerti, o entrambi, sarebbe stato un pareggio o una vittoria di Hagler. Prima di allora nessun campione aveva mai perso con un margine così ridotto. Forse mai un campione aveva perso per una decisione non unanime della giuria. Interrogato, Lou Filippo ha detto la sua tanti anni fa: Leonard è un pugile spettacolare, sempre in movimento, è facile rimanere concentrati su di lui e perdere di vista l’avversario. Invece bisogna tenerli d’occhio entrambi, vedere quanti colpi vanno davvero a segno, non sui guantoni o sulle braccia dell’avversario. Considerare la potenza dei colpi, anche quelli alla figura, stabilire chi aggredisce e chi difende.

Ed eccoci al «fattore Schulberg». Da Budd Schulberg, scrittore e sceneggiatore, finito nei guai ai tempi del maccartismo, collaboratore di Fitzgerald sul viale del tramonto, e grande esperto di boxe: ha vinto l’Oscar per Fronte del porto e ha scritto Il colosso d’argilla, ispirato alla carriera di Primo Carnera. Nel 1987 aveva settantatré anni. Secondo lui la gente era così sorpresa nel vedere Sugar Ray ancora in piedi da convincersi che stesse facendo molto più di quello che in realtà aveva combinato sul ring. Al contrario, tutti si aspettavano un Hagler inarrestabile, e hanno mancato di riconoscere che, senza strafare né dominare, stava comunque battendo il rivale. La vittoria strappata da Leonard ai giudici, salutata con un boato dal pubblico del Caesars Palace, potrebbe essere stata «un’illusione ottica» di proporzioni epiche.

«Il passato è il passato, lo lascio dov’è, non ho rimpianti» mi assicura Marvelous. «Sono sempre concentrato sul futuro, sui progetti. Forse farò un altro film. Ho tanti appuntamenti in tv, tanti impegni per Laureus», la fondazione che si occupa di persone, soprattutto minori, con disabilità sociali, di cui Hagler è membro. «Ho appena finito un libro per ragazzi, Lost Wings», la storia di un piccione che ascolta i consigli di un vecchio maestro. «E la gente continua a dirmi che quell’incontro l’ho vinto io. La cosa che mi lascia di stucco è che ne parlano come se fosse accaduto ieri. Invece sono passati trent’anni, e mi sembra che siano volati».

 

4 commenti

  1. Ricordo bene quel match e la ricostruzione offerta dal pezzo mi sembra corretta ed esauriente. Al di là delle polemiche sul verdetto quella ( di Hagler, Leonard, Hearns, Duran) é stata l’ultima grande generazione di pugili nella storia della boxe. Dopo, a parte la meteora mediatica e iconica ( più che tecnica) di Tyson, il nulla o quasi. Tra tutti i grandi sport novecenteschi la boxe è forse il solo del quale già oggi si può scrivere la storia definitiva: nella quale a Marvelous Hagler spetta uno dei primissimi posti ( con Harry Greb, Ray Robinson, Carlos Monzon) nella storia gloriosissima dei pesi medi.

  2. Interessante. Il pezzo mi ha persino convinto a guardare quei tre filmati. Anche se la boxe mi è tutto sommato ripugnante e continua rimanermi ripugnante.

  3. Great fight. Great article.

  4. Long form molto interressante, pieno di chicche. Potrebbe avere il respiro di un libro più lungo, tutto incentrato su quello che l’autore, giustamente, definisce l’incontro del secolo.

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