Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Lontano dal romanzo. Una conversazione con Franco Cordelli

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di Giorgio Biferali 

[Una versione più breve di questa intervista è uscita sul «Messaggero»]

«Comunque l’ho fatto cadere dalla moto, quello che mi ha investito», dice Franco Cordelli, sorridendo, mentre apre la porta di casa, in una piccola via romana dalle parti di Ponte Milvio. È ancora convalescente, dopo un incidente che l’ha costretto in ospedale per tre mesi. I soffitti di ogni stanza sembrano sorretti dalle librerie, ci saranno almeno diecimila libri, tutti in ordine alfabetico. Per non parlare, poi, dei “doppioni” nel frigo. «Servono nella giovinezza – dice – pensi che un giorno li rileggerai, ma non è così. Stanno lì». Rievoca i grandi scrittori che ha incontrato nella sua vita, da Pound, che non parlava, a Borges, che aveva una stretta di mano un po’ molle, da Montale, che lo lasciò abbagliato quando lo vide che fumava a Venezia in mezzo alla folla, a Gadda, che si addormentò alla presentazione della Cognizione del dolore, che portava delle scarpe lunghissime, iperottocentesche.

Si è conclusa Tempo di Libri, la fiera di Milano diretta da Chiara Valerio. Hanno senso, secondo te, due fiere – come quelle di Milano e di Torino – così ravvicinate?
«Detesto le fiere. Credo di essere andato una sola volta nella mia vita alla fiera di Torino, costretto da Laura Betti, solo lei era in grado di convincere qualcuno, o comunque me, ad andare in un posto simile. E poi mi pare assurdo che due scrittori, Nicola Lagioia e Chiara Valerio, siano i direttori di queste fiere. Voglio dire una cosa reazionaria: Non riesco a immaginare Franz Kafka e Max Brod direttori di una fiera di Praga e di Bratislava».

È passato poco più di un anno dall’uscita di Una sostanza sottile, qualcuno aveva pensato anche di candidarlo allo Strega. Michela Murgia, qualche tempo fa in tivù, ha invitato l’Einaudi a non pubblicare più i libri di Cordelli, solo perché uomo di potere. Avete chiarito, poi? La Murgia ha parlato anche di Starnone come uno dei più grandi scrittori italiani, tu come la vedi?
«Non avrei partecipato allo Strega perché non mi sarei mai sottoposto alla tournèe necessaria per lanciare il libro. Per quanto riguarda Michela Murgia, il caso ha voluto che la incontrassi in treno, pochi giorni dopo quella trasmissione. L’ho fermata, ci siamo parlati amabilmente, credo che la nostra conversazione sia stata fruttuosa. Su Starnone, invece, di cui ho letto diversi libri, posso dire che non mi piace, è uno scrittore antiquato, medio. Qualche mese fa, in ambiente Einaudi, si diceva che era ora che Starnone venisse risarcito… io mi chiedo di cosa lo si doveva risarcire. Pensa che c’è pure chi dice che Moresco è uno dei grandi scrittori italiani… dopo Lettere a nessuno, gli manca solo di scrivere Lettere a me stesso».

E quali sono, secondo te, i grandi scrittori di oggi, italiani e non?
«Tra gli italiani, il primo che mi viene in mente è Michele Mari. Poi Albinati e Veronesi, tra i più giovani Tommaso Pincio (Hotel a zero stelle su tutti) e Tiziano Scarpa. Di non italiani ce ne sono tanti: la cinoamericana Yuyun Li, il brasiliano Cristovão Tezza, il francese Mathias Énard, l’argentino Ricardo Piglia, il russo Zachar Prilepin».

Che stai leggendo, in questo momento?
«Durante la riabilitazione, in ospedale, ho riscoperto Ricardo Piglia. Adesso sto leggendo Bersaglio notturno, è uno scrittore notevole. Il prossimo libro che vorrei leggere è Il denaro di Zola».

Leggi solo un libro alla volta o riesci a leggerne di più contemporaneamente?
«Ne leggo solo uno alla volta».

Che consigli daresti ai giovani scrittori, a quelli che hanno appena cominciato a dare del tu alla pagina bianca?
«Mi ricordo che quelli che esordivano negli anni Ottanta se la prendevano con me perché avevo detto che la letteratura era morta. Il tempo ha dato ragione a loro, la letteratura non era morta manco per niente. Oggi è fiorente, molto più di allora, e per un giovane narratore esordire in una moltitudine così folta, così tanta, è difficile tanto quanto per un poeta esordire in un deserto. Il consiglio che gli si può dare è che bisogna avere fede, che non significa la fede cieca nelle proprie capacità di successo, ma piuttosto è quanto tu credi in quello che fai».

I social network, le chat, i film in streaming… che rapporto hai con queste nuove realtà?
«A dire il vero, non ho il computer. Se devo scrivere dei messaggi veloci, a questo ci sono arrivato, scrivo degli sms. Se uno scrittore che non vedo spesso mi manda un libro, gli scrivo un biglietto, una breve lettera. Sui social network, penso a una discussione che c’è stata tra due miei amici, Andrea Cortellessa e Alfonso Berardinelli. Quest’ultimo diceva che la letteratura è antimoderna e quindi non ha niente a che fare con i social network. Capisco il senso delle sue parole, mi sentirei anche di condividerlo, ma la verità è che non ho né una percezione né un’esperienza reale dei social network. Così, a distanza, mi verrebbe da pensare che sono due cose molto lontane, diverse. Poi, se qualcuno vuole fare un libro raccogliendo i suoi tweet, può essere anche che venga fuori Minima moralia, non è da escludere. Anche dei film in streaming non ho esperienza, non avendo il computer. Però mi affido a Sky, ai dvd, alle vhs, anche. Il primo film, La lunga estate calda, ricordo di averlo registrato nel 1988. Oggi, in casa, ho una quantità di film pari alla quantità di libri. È vero che il dvd perde qualcosa rispetto al cinema, ma ha il vantaggio di avere sempre i sottotitoli, la lingua originale».

Passiamo al calcio. Quando la Lazio vinse lo scudetto, nel 2000, tu avevi scritto un articolo da vero tifoso, appassionato e colto, intitolato Odio la Roma e Heidegger. È cambiato qualcosa nel tuo modo di tifare, oggi, rispetto a quel periodo?
«Be’, direi di sì, nel 2000 andavo ancora allo stadio, e cercavo disperatamente di vedere le partite in tivù, nelle reti private, nei pub. Oggi, invece, stai in casa e la vedi. Il vero problema è che se ne vedono troppe, bisogna scegliere, come quando provi a intuire il libro che vorresti leggere. Il mio tifo, comunque, è cambiato per due motivi: primo, i calciatori non mi piacciono più, sono uomini mascherati; secondo, più importante, la squadra che tifo fin da bambino, la Lazio, non esiste più, oggi esiste la Lotitense, e posso essere tifoso della Lotitense fino a un certo punto».

Pensando al caso recente del romanzo di Siti, perché oggi si parla di letteratura solo se un libro fa scandalo, se di un’autrice non si conosce l’identità, se uno scrittore gira con la scorta? La letteratura ormai è diventata un fatto di costume…
«Sì, è vero. Ti rispondo in modo paradossale. Un brandello di critica esiste ancora e viene tutto dalla Normale di Pisa: i normalisti sono tutti dei contenutisti, e questo dice tutto».

Un’ultima cosa: stai preparando qualcosa di nuovo?
«Guarda, mi sto dimettendo dalla letteratura. Per questo, ho accettato di raccogliere e pubblicare tutti i miei articoli letterari scritti dal 2003 ad oggi, in due volumi, riprendendo i titoli di due miei libri usciti nel 2002, La religione del romanzo e Lontano dal romanzo. Nel primo, metterò articoli che vanno da Dante fino alla fine del secolo scorso, quando il romanzo era ancora una religione. Nell’altro, si troveranno scrittori venuti fuori dopo il 2000, e li dividerò per continenti, più che per lingue, proprio perché l’intero pianeta è dissolto, non c’è più un nucleo centrale, com’era prima quello europeo e nordamericano».

“Lontano dal romanzo”, quindi, è anche un titolo un po’ autobiografico…
«Assolutamente sì».

[Immagine: Franco Cordelli]

3 commenti

  1. “ 11 gennaio 1992 – A Lepanto traversati i saldi vedo Cordelli in piedi appoggiato al palo giallo del semaforo che legge nella malcerta luce – gialla – dell’incrocio. “.

  2. “assolutamente sì”, come un tronista qualsiasi.

  3. Faccio sommessamente notare che, ahinoi, Ricardo Piglia non è più un grande scrittore di oggi.

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