di Daniela Brogi

Leonardo Di Costanzo, che ha presentato ieri a Cannes, nella sezione “Quinzaine des réalisateurs”, il film L’intrusa, da sempre vive per la gran parte del tempo fuori da Napoli – a Parigi, per esempio, dove insegna agli Ateliers Varan; ma da sempre ambienta i suoi film a Napoli: per riuscire, così, a non parlare soltanto di Napoli.
Sembra un gioco di parole, e invece è una cifra artistica decisiva per il suo cinema, che è anzitutto da intendersi come messa all’opera di un documentarismo inteso come costruzione artigianale fatta di pazienza e manualità, per ottenere, reinventare una visione capace di conquistare una distanza, una condizione di spaesamento creativo proprio là dove un’ulteriore narrazione sembrava diventata impossibile, quasi una “carta conosciuta”, come si direbbe a Napoli, da quanto quello spazio, che di solito è una periferia, un mondo ai margini, pareva abitato da forme ormai consumate, immagini già viste troppe volte che lo avevano ridotto alla condizione generica di non-luogo.
Nel film presentato a Venezia nel 2012, L’intervallo, per esempio, una scuola dismessa si trasformava nell’universo fittizio e interstiziale dove poteva riflettersi (i riflessi sono uno stilema costante in Di Costanzo) un’esperienza nuova di racconto, tanto per i due ragazzini protagonisti quanto per gli spettatori:

L’intrusa, invece, ci porta nel quartiere napoletano di Ponticelli, dove si trova, in un fazzoletto di terra sopravvissuto quasi magicamente all’affollamento edilizio, un centro “ricreativo” per bambini – e di nuovo le parole riattivano una simbologia evocata anche dal titolo precedente: “l’intervallo”. |
Il centro è gestito da Giovanna, una donna che porta addosso i tratti della “forestiera”: vive lì da anni, ma ha mantenuto una parlata dai toni settentrionali; è l’antimodello della mediterraneità per i suoi modi rudi e gli occhi di ghiaccio. La donna è interamente dedita al volontariato, in collaborazione con le scuole e gli abitanti del quartiere (e per avere chiaro l’effetto straniante di questa figura drammatica, che tiene insieme una funzione di cura assoluta e un modo di gestire il corpo non conforme ai clichés, si tenga presente che, a interpretare Giovanna, Di Costanzo ha chiamato la danzatrice e coreografa Raffaella Giordano, che aveva interpretato Adelaide, la severa madre di Giacomo, ne Il giovane favoloso (Martone, 2014):

L’equilibrio di questo microcosmo è però turbato dall’arrivo di Maria, la moglie di un camorrista, che ottiene da Giovanna di poter vivere in una piccola baracca dentro la Masseria, senza rivelare però che, assieme alla figlioletta e a un altro bimbo appena nato, si nasconderà lì pure il marito, un camorrista ricercato, quasi subito arrestato. È qui che comincia l’intrigo che manda avanti, narrativamente e metaforicamente, la questione morale, il dilemma costruito dall’Intrusa, perché a questo punto Giovanna dovrà capire cosa fare: proteggere Rita, la bimba discriminata dagli altri, proteggere sua madre, che «ha chiesto aiuto come una bestia ferita», o espellerle dal centro, per proteggere e ascoltare, invece, il gruppo, la comunità che lei stessa ha messo su, ma di cui fa parte, per esempio, anche la figlia uomo di un uomo ucciso dal camorrista?
L’immagine su cui si apre il film è, per la prima e unica volta, quella di una scenario di periferia disegnato a fumetti, e favorisce la regressione, quasi fiabesca, in quella sorta di mondo dentro un altro mondo che è il campo di azione del progetto di Giovanna: un microcosmo pieno di bambini difficili e dunque pieno di contraddizioni, fatto agire per via di contrasti bruschi e violenti tra bene e male, emozioni buttate fuori, accompagnando la recitazione di ragazzini non professionisti entrati in contatto con la macchina da presa attraverso operatori sociali e progetti di rieducazione teatrale sul territorio.

Come nei lavori precedenti, questa capacità, di regia, di fotografia, e ancora prima di sceneggiatura, nella composizione di un universo infantile così espressivo è uno dei meriti maggiori del film.
Al tempo stesso, però, il trattamento dell’infanzia costituisce pure un termine significativo di confronto con molti altri lungometraggi presenti alla settantesima edizione del Festival di Cannes. È come se anche L’intrusa svolgesse una domanda che di continuo sembra formarsi, sottotraccia, nei così tanti film interpretati da bambini che si stanno vedendo in questi giorni. Il tema dell’infanzia, infatti, sembra coagularsi, tornare e operare continuamente come una specie di metafora insistita, da quante volte riappare nel cinema contemporaneo di cui ci parlano le opere di Cannes, che ripetutamente, e in particolare, sembrano chiedersi: «qual è, quale può essere lo spazio dove possono stare i piccoli?»
«Questo è un posto per bambini!» protesta Giovanna, sempre nell’Intrusa, con gli adulti che le chiedono di mandar via dal centro Maria – che da parte sua non vuole trasferirsi a casa della suocera.
Ma anche in Happy End, di Haneke, in concorso, la protagonista della scena più intensa, quella del dialogo in biblioteca con il nonno (Jean Louis Trintignant), è una ragazzina spostata da un luogo all’altro:

E bambini fatti sparire, a cui viene negato uno spazio, sono in Loveless, di Andrey Zvyagintsev (Concorso), dove il dodicenne Aleksey scompare da casa senza che i genitori nemmeno se ne accorgano:

O in I Am Not a Witch (presentato alla “Quinzaine des Réalisateurs”) di Rungano Nyoni, dove Shula (Maggie Mulubwa) viene espulsa dal villaggio perché accusata di stregoneria:

Ancora, attorno alla scomparsa di un bambino prende forma la vicenda impersonata dai protagonisti di Sicilian Ghost Story (di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza), che ha inaugurato la “Semaine de la critique”:

Mentre Pio, il rom quattordicenne protagonista di A ciambra – di Jonas Carpignano, passato dalla “Quinzaine” – non trova posto né tra i bambini né tra gli adulti:

Ne riparleremo meglio in un’altra occasione, ma guardate una pagina (in originale e in traduzione) tratta dal libro da cui è stato tratto Wonderstruck il film di Todd Haynes in concorso, dove si raccontavano, combinandole e usando un componimento ibrido fatto di narrazioni di parole e di immagini, le storie di due bambini che hanno vissuto l’infanzia a distanza di cinquant’anni (1927 e 1977): si tratta del libro La stanza delle meraviglie (Wonderstruck, 2011) di Brian Selznick:

Anche The Square, opera di Ruben Östlund, è un film difficile, sconclusionato, ma che tra gli altri motivi attraverso i quali raccontare una condizione di perdita di centro usa dei bambini che appaiono e scompaiono dalla storia – fino a essere evocati in un’esplosione.
I Wish I Belonged Somewhere / Vorrei avere un posto nel mondo. Finora, nella maggior parte dei casi, le narrazioni di carta o di immagini che hanno usato i bambini l’hanno fatto usando queste figure come portatori di un’estraneità, degli alieni. Il cinema di Cannes, invece, sembra aver rovesciato questa relazione: è il mondo che è diventato un alieno per i bambini, piccole persone in cui si incarna un’umanità percepita sempre di più come un bene minacciato dalla mancanza di spazi.

[Immagine: Leonardo Di Costanzo, L’intrusa, 2017]

2 thoughts on “Qual è il posto dei bambini? Sulle opere di Cannes 70 a partire dal film L’intrusa (Leonardo di Costanzo, 2017)

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