di Gianluigi Simonetti

[Questo intervento è uscito sul «Sole 24 ore»].

Strano libro, il nuovo di Michele Mari, intitolato Leggenda privata e da poco uscito nei «Supercoralli» Einaudi. Probabilmente il suo migliore. In apparenza si regge su una associazione brillante e inconsueta; nel profondo racconta una scissione violenta, dolorosa. Il tema del doppio, che è tipico di Mari, si apre in Leggenda privata a una schiera di antitesi; le simmetrie e le dissociazioni che questo autore ama accumulare rivelano stavolta, e meglio che mai, la disarmonia primaria che le origina.

Ma andiamo con ordine, e cominciamo dall’associazione. In Leggenda privata Mari accosta due strutture narrative diverse e per molti versi opposte, che di rado coabitano armonicamente. La cornice del romanzo infatti è fantastica, di impostazione gotica, con venature horror e ramificazioni in sottocategorie per specialisti, come lo splatter e il gore – una delle immagini più affascinanti del libro consiste in una scarpa da donna abbandonata in fondo a un corridoio silenzioso e deserto, circondata da schegge di vetro e ricolma di sangue («Non macchie di sangue: sangue abbondante, liquido, come in una salsiera»). Il telaio narrativo predispone insomma a digressioni visionarie, che sollecitano reazioni dallo spaventato al comico. Tuttavia la vicenda narrata in Leggenda privata è quella di una famiglia vera: la famiglia Mari, spiata dagli occhi di Michele bambino e adolescente. E’ una storia dolorosa, a volte anche drammatica, snocciolata attraverso la rievocazione frammentaria di aneddoti quasi sempre molto divertenti ma non di rado anche incredibilmente crudeli. E che gli episodi siano autentici lo certificano la precisione dei ricordi e il rimando ai documenti: testimoni, disegni, soprattutto molte fotografie, bellissime e inquietanti.

Niente di strano per chi conosce Mari, autore che nel tempo si è misurato sia con tipi diversi di «autografie» nevrotiche (diari finto-veri, autofiction, racconti del Sé), sia con esperimenti di racconto fantastico-avventuroso. Ma in Leggenda privata la fusione dei due schemi è più ardita e sistematica, e soprattutto più incandescente – a suggerire che ogni storia famigliare è, in fondo, racconto del terrore. E se alla fine del libro l’affresco privato ruba la scena al gotico, all’inizio il lettore deve confrontarsi con un racconto ibrido, sperimentale e sfuggente, che tiene insieme il massimo della convenzionalità di ‘genere’ con il massimo della confessione sincera e circostanziata. La bravura di Mari risulta nel valorizzarle entrambe: mentre le convenzioni fantastiche assorbono e moltiplicano la tensione della storia intima, quest’ultima è resa più vivace dal suo comporsi nel modulo frammentario e irrealistico del soprannaturale. Così ad esempio la prima pagina del romanzo, nella quale l’apparato gotico si incarna in una tenebrosa Accademia di mostri nascosti all’interno della casa sul lago Maggiore nella quale Mari era solito passare, da bambino, le vacanze estive. Si tratta di mostri in piena regola, minacciosi e implacabili, determinati a strappare al narratore, in breve tempo e con tutti i mezzi, un dettagliato romanzo autobiografico, che faccia giustizia delle menzogne e soprattutto delle reticenze che l’autore ha disseminato nei suoi libri precedenti. Il romanzo in questione è il romanzo che stiamo leggendo: nel quale ritornano, inevitabilmente, figure, oggetti e luoghi delle vecchie opere di Mari (tra questi la stessa casa infestata sul lago, già teatro di altri suoi racconti). Ritorna tra l’altro il suo «personaggio», indulgente e narcisista, non sempre gradevole; e ritorna, naturalmente, il suo stile manieristico e ipercolto, autodifensivo, a volte compiaciuto. Ma stavolta, torturato dall’editing degli Accademici – che spietatamente leggono, criticano, correggono il romanzo sotto gli occhi del lettore – l’autore offre ai suoi lettori qualcosa di più, e di meglio, rispetto ai sofisticati e nostalgici esercizi di ricamo, al culto letterario dell’infanzia cui ci aveva abituato.

In cosa consistono le principali novità della Leggenda? Intanto il catalogo dei feticci è in parte aggiornato – gli zoccoli assassini di una giovane barista, ad esempio; «immagini potentissime, immagini del divino» attorno alle quali si struttura una linea narrativa che emerge in vari punti del romanzo e finisce col segnarne l’epilogo. Ma soprattutto si stagliano, al centro del racconto, i genitori di Michele, Enzo Mari e Gabriela Ferrario detta Iela. Evocati solo occasionalmente nei libri precedenti, in Leggenda privata i protagonisti assoluti sono loro – due metà di una coppia saldata da un’antitesi non si potrebbe immaginare più completa. Di origine meridionale e miserabile lui; lei di ottima famiglia borghese, parente di Montale e intima di Buzzati. I genitori di Enzo barbarici e vitali, quelli di Iela gretti e conformisti. Lui autoritario, sadico, votato alla dominazione e all’abbassamento dell’altro («occupava le persone come un inquilino occupa un appartamento ristrutturandolo secondo razionalissime leggi»); lei incline da un lato alla sublimazione, dall’altro alla sottomissione, al masochismo, al dolore («È slava, tua mamma? Quante volte me lo sono sentito chiedere. Slava no schiava sí, l’etimo è lo stesso»). Enzo intelligente carnefice, condannato all’eccezionalità, Iela altrettanto intelligente ma vittima nell’anima, segretamente attratta dall’immagine del proprio degrado. Enzo imbarazzato dalla paternità, che non smette di salire; Iela barricata nella maternità, che non smette di scendere. L’incontro fra questi due genitori – un distruttore e un’autodistruttiva – non può che produrre, prima dell’inevitabile separazione, un «amplesso abominevole», e un figlio «disturbato». Così Michele («Due modi diversi di essere seri, lui e lei: io credo di aver preso il peggio da entrambi»). E così, più profondamente, il libro stesso: resoconto tragicomico di separazioni e di autismi, riscattati dall’estetica e cementati dalla disperazione.

Cosa si deduce, alla fine di questa memorabile «autobiografia per mostri» che è anche il ritratto attendibile di una parte ristretta ma importante della borghesia italiana, probabilmente la migliore (dettaglio che stringe il cuore)? Innanzitutto che in fatto di orrore i mostri veri che popolano il libro – le orripilanti creature che infestano i sotterranei della casa – non reggono il confronto con Enzo e Iela Mari: mostri solo metaforici, ricchi di intelligenza e di talento, ma sterminatori inflessibili e privi di pietà, innanzitutto per se stessi. Nella galleria di genitori simbolici che la narrativa italiana degli ultimi mesi si sta divertendo a edificare, questi di Mari sono certo i più incisivi e singolari – e per questo i più esemplari, i più rivelatori di tutti. Incastonato in una pagina indimenticabile, l’episodio dei «nastri gialli» – ambientato nell’agosto del 1968, protagonista Enzo Mari – non è che un esempio dei tanti possibili collegamenti tra leggenda privata e storia di tutti (o di molti).

In secondo luogo, e più in generale, Leggenda privata consente di affermare, contro molti pregiudizi, che continuano a prodursi romanzi costruiti per restare. Libri che chiedono di essere studiati, e soprattutto di essere riletti (così Mazza Galanti, in una sua recensione sul «Tascabile»). Visto che negli ultimi nove mesi di libri di analogo livello ne sono usciti almeno un paio – penso ai nuovi di Starnone e di Siti – si potrebbe concludere che il problema principale della letteratura che si scrive oggi consiste nel rumore insopportabile che la circonda: il brusio dell’informazione, delle opinioni e delle chiacchiere, che confonde i livelli, adultera i valori e mette tutto sullo stesso piano. Troppi libri crescono e prosperano nel rumore. Leggenda privata invece nasce dal silenzio – un corridoio deserto, pezzi di vetro, una scarpa piena di sangue – e al silenzio (ammirato) ci consegna.

[Immagine: Michele Mari con i genitori Gabriela Ferrario e Enzo Mari].

3 thoughts on “La leggenda privata di Michele Mari

  1. @Gianluigi: diresti che questo libro si può paragonare a Lunar Park di Ellis? Non trovi che anche l’americano abbia costruito (con la medesima procedura usata da Mari e sullo stesso schema tematico) un testo di altissimo livello?

  2. @ luca cristiano
    Luca, intanto mi permetto di risponderti io, avendo letto con molto interesse sia Lunar Park che Leggenda privata.
    Mi sembrano due libri molto diversi, benché all’apparenza possano somigliarsi. In realtà, Mari racconta quasi solo la propria infanzia ed Ellis quasi solo la propria attività di scrittore. Benché entrambi conoscano a fondo e ammirino Stephen King, solo Ellis lo “scimmiotta” (ne parlai a lungo su questo blog qualche anno fa con Lorenzo Marchese); Mari, pur indulgendo in elementi fantastico/orrorifici, costruisce un discorso più “piatto”, più strettamente autobiografico e dunque meno narrativo. Il fantastico gli serve da sponda per non diventare macchinoso – rischio che lui corre di continuo per via dell’elemento retorico assai spinto, nonostante la grande abilità (ne parla con acume Marchesini in un suo pezzo recente). Mari inscena, a mio avviso, un finto dramma; persino la figura giganteggiante del padre Enzo è tutto sommato mangiafuochesca (se mi si passa il termine), più bizzarra che davvero paurosa. E la madre pare la fata turchina… Il mondo di Mari somiglia a quello di Pinocchio, ma con la “rassicurazione” che si tratta di fiction – e proprio perché lui sta parlando della propria vita! Pinocchio è un libro terribile, Leggenda privata no.
    Ellis invece inscena il dramma di aver creato Patrick Bateman e di aver scritto il proprio capolavoro – e il capolavoro di un’intera generazione – ad appena 27 anni; col rischio, per me avveratosi, di non potersi mai più ripetere né tantomeno superare. Concludendo, il testo di Mari inclina alla commedia – magari farsesca; mentre quello di Ellis è tragedia, seppur con momenti di humour nero. Fra i due, Mari (sempre secondo me) centra meglio l’intento, ma la posta che si gioca Ellis è più alta.

  3. Non c’è dubbio che ci siano più differenze che somiglianze, ma è lo schema che mi interessa. Mito, paternità, horror, autocommento e, infine e su tutto, vero a nell’automitografia (se non è un termine errato, non saprei).

    Grazie per la risposta, Enrico.

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