di Sabrina Ragucci

John Szarkowski, indimenticato curatore della fotografia per il MoMa, parlava di mirror e window: fotografi che usano la fotografia come specchio dentro cui riflettersi, oppure come finestra da cui guardare la realtà. Specchio e finestra sono al centro della mostra Planetarium di Flavio de Marco, appena inaugurata presso M77 Gallery, a Milano. Fin dagli esordi, l’artista ha privilegiato l’interrogazione di un paesaggio che potesse contenere tradizione e ricerca. Era accaduto nel precedente Stella, mostra – esposta alla Galleria d’Arte Moderna di Roma – e libro, o meglio anomala guida turistica romanzesca, dedicata a un’immaginaria, ma ben localizzata isola artificiale dell’Egeo. Proprio al termine di Stella, dopo aver esaurito il paesaggio come lo conosciamo, l’artista aveva ipotizzato di “lavorare su un paesaggio senza modello, extraterrestre: Venus, Jupiter, Mars, creandolo ex novo”.

E infatti con Planetarium, de Marco allarga lo sguardo della sua finestra a tal punto che, entrando al piano terra della galleria, siamo accolti dalla superficie di Mercurio, Venere, Marte e Giove. Le tracce di questi pianeti sono allineate una dopo l’altra. Vediamo un campo di Mercurio – recintato dall’idea di schermo – su una tela di 150×200 cm, e al centro, un lento e mistico download, compiersi davanti ai nostri occhi, intrappolato indicatore di un universo sospeso, mentre il nostro sguardo indifeso vaga su acriliche onde grigie.
Il paesaggio di de Marco, finora, aveva una triplice esistenza mediata: la realtà, la citazione, la rappresentazione, filtrata a sua volta dalla messa in scena, la stessa che ci investe quotidianamente attraverso uno schermo, divenuto mezzo privilegiato per conoscere un mondo creato al solo scopo di diventare immagine e parola. Planetarium è un’opera convincente, realtà e rappresentazione si realizzano in quanto paesaggio senza modello. Qui accade ciò che si era presagito: il paesaggio percepibile è solo una derivazione.

Le luci di Saturno, Urano e Nettuno, al secondo piano dell’allestimento, sono testimoni di una figurazione, in alcuni casi, messa tra parentesi dalla sola presenza di un cursore. La pittura di paesaggio cade sulla Terra; e cadendo, abbandona l’inesplorato extraterrestre e in qualche modo torna umana, autoritratto dello sguardo, reificato dalla dissolvenza, laddove Urano la illumina: l’atelier, il computer – questa volta proprio dipinto e non più solo tratteggiato sulla cornice. Si aggiunge, alla sintesi del concetto dello sguardo, sempre da Urano, l’autoritratto del pittore in Kawasaki anni Settanta, in compagnia di Matisse e Braque; oppure da Saturno, la rilettura di celebri autoritratti di artisti del passato, da Courbet a Gauguin. Ecco allora che in questo secondo piano espositivo, de Marco condensa i due precetti di Szarkowski, diventando contemporaneamente specchio e finestra. Il risultato, eccellente, è sempre lo stesso oscillare tra l’ignoto domestico e l’extraterrestre low cost. Il segreto è proprio nel percorso compiuto non invano, per cui, come sempre nell’arte che è davvero tale, non è così importante la cosa mostrata, ma il suo apparire, il come appare.

E se il pittore di paesaggio – che porta sulla tela il guardare – s’imbatte in un’aporia, come dice Rocco Ronchi, e se l’atto del guardare non ha limiti, essendo immersi nell’infinito, e se nessuno può circoscrivere lo sguardo dentro un bordo, tranne l’artista, in questo specifico caso de Marco, sintetizzando l’esperienza del vedere, mostra qualcosa che non si trova nel luogo che lui stesso ha delimitato, e ancor meno nello spazio, e ci consegna così la clessidra del tempo che da chronos diviene kairos.

[Una versione più breve di questo articolo è apparsa sul «Manifesto»]

[Immagine: Flavio De Marco, Planetarium]

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