Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Silvio d’Arzo e la critica tematica

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di Giulio Iacoli

[È uscito il saggio di Giulio Iacoli, Luci sulla Contea. D’Arzo alla prova della critica tematica (Mucchi). Quella che segue è l’introduzione, intitolata Interpretare, sempre].

Tema è l’oggetto e il modo in cui viene appreso e rappresentato, il “cosa” e il “come”. Trasfigurato in Tema, l’oggetto si sottrae alla mera oggettività, non è più cosa, predicato, contenuto, appunto, ma modalità, selezione, combinazione, stile, nel senso che Proust conferiva a questo termine: una qualità della visione.

D. Giglioli, Tema

1.

Che i temi, e la critica dei temi, non indispongano oramai più nessuno, che non appaiano più elementi di dubbia, inservibile o, peggio, inopportuna classificazione, per la critica, è conquista tutto sommato recente: riconducibile, nello specifico, a una svolta avvertita con particolare decisione lungo la seconda metà degli anni Ottanta. L’idea di un effettivo thematic turn appare suffragata dalla concomitante proliferazione di indicatori bibliografici che riferiscono del trattamento letterario di determinati argomenti, rivolto a creare ponti fra la società e le forme di un suo rispecchiamento creativo. Nella definizione muta l’etichetta ma non l’approccio, in buona sostanza, rispetto al consolidato ricorso alla nozione di ‘tema’; resta viva – o per meglio dire riaffiora prepotente – una tensione problematica a centrare un obiettivo di individuazione e analisi, che si lega ora al più ampio e rigoglioso sviluppo di teorie e studi culturali, oltre che a una reazione ai diktat contro le diramazioni in senso extratestuale, impliciti o pronunciati ore rotundo nei decenni precedenti, sia pure da posizioni diverse, da New Critics e strutturalismo. Si dà in tal modo voce alla necessità di rappresentazione, a metodi di ricerca e documentazione di minoranze, o periferie, in primis etniche, sessuali, di classe – rivendicazioni soggettive, in questo, consentite e supportate dal loro situarsi in un contesto culturale preciso e liberatorio, quello della postmodernità[1].

La proliferazione, o potremmo dire liberalizzazione, bibliografica cui mi riferisco – si tratta degli indici bibliografici annuali della Modern Language Association – risalta dall’influente The Return of Thematic Criticism, ed è contenuta, per la precisione, nelle osservazioni introduttive del curatore, Werner Sollors, giungendo forse, per vie traverse, ad annunciare la fine dell’efficacia ingiuntiva di un bando, la nuova e insperata vitalità che il concetto, proprio in virtù della considerazione pluriprospettica ora ricevuta, dimostra[2].

E tuttavia, come ha ricordato di recente Sergio Zatti, a lungo ha prosperato, nella concezione dei critici, una «contraddittoria convivenza fra condanna teorica degli approcci di tipo tematico e loro diffusa pratica concreta: una sorta di “si fa ma non si dice”»[3]. Non sempre esplicitamente dichiarati e discussi, da noi i riflessi di una rigorosa tematologia hanno investito le indagini critiche sugli autori del Novecento (e comunque animato l’organizzazione manualistico-antologica e la ricezione scolastica, negli ultimi decenni, a partire quantomeno dall’epocale Il materiale e l’immaginario di Ceserani e De Federicis), in modo particolare – periodo storico che non è difficile pensare come percorso da un’inesausta ricerca di senso, da domande di tematizzazione effettivamente pronunciate o desumibili dalle tante poetiche autoriali e di gruppo, a partire dal confronto luttuoso con gli scenari di lotta mondiale che scuote il modernismo europeo, alle ridefinizioni concettuali e alle modificazioni percettive che coinvolgono spazio e tempo[4], alle rivoluzioni che investono il territorio del privato, la corporeità degli individui, le relazioni intersoggettive, il concetto di famiglia. E così via.

Si può pensare alla fortuna di letture di idee come il tempo in Montale, l’attesa in Buzzati o l’animalità in Tozzi[5], per limitarci a esempi che in effetti precedono il periodo di relativo declino e disinteresse apparente per le indagini tematiche lamentato da Sollors, coincidente con gli anni Ottanta, e che precedono l’avvento, sempre da noi, di una tematologia spiccatamente comparatista e diacronica, che sarebbe stata espressa, da poco più di un ventennio a parte, dalle indagini esemplari di Boitani, Ceserani, Domenichelli, Fusillo…[6]

2.

Similmente, e soprattutto in anni recenti, per lo studio del nostro autore, il provinciale, a sua volta soverchiato da una madre e da una città ingombranti e provinciali (per sua stessa ammissione) Ezio Comparoni alias Silvio D’Arzo, si sono affacciati spunti occasionali di interpretazione propriamente definibili come tematici, di cui renderò conto, in modo particolare, all’interno del primo capitolo[7]. Ma ai primi tentativi di ridare corpo biografico e testuale al nome dell’autore, alle necessarie localizzazioni critiche all’interno della storia letteraria nazionale, guidate dalla tesi pionieristica di Anna Luce Lenzi (pubblicata nel ’77)[8], hanno fatto seguito, nei decenni a noi più prossimi, puntualizzazioni sui contenuti dell’opera e sulle sue propaggini, o risvolti, intertestuali (cui peraltro non si rinuncia qui, ponendoci anzi, almeno in termini di suggestioni possibili, sulle tracce di Goethe e Maupassant, come avremo modo di vedere), edizioni e accese discussioni su presupposti e risultati di tali intraprese filologico-interpretative, e infine, su base locale, in particolare negli ultimi anni, raccolte di testimonianze, aneddoti: piste tutte, queste, che dirigono verso una restituzione di connotati esistenziali certi all’autore.

Quanto a compiuti e organici lavori di impianto tematico, se ne avverte tuttora la mancanza. Di qui l’ambizione, espressa dal presente lavoro, di proporsi come sorretto da una certa originalità strutturale, di concezione. Sempre all’interno del primo capitolo, dedicato alla messa in rilievo di alcuni assi retorico-generici fondamentali sui quali poggia il sistema della scrittura darziana, suggerisco che a stagliarsi in piena luce, nelle vicende della sua ricezione, sia stato il piano della ricostruzione storico-filologica, e questo a detrimento di una valorizzazione ermeneutica complessiva dell’opera stessa.

A riprova di ciò si può leggere il giudizio della già ricordata, benemerita Lenzi, la quale, in un intervento di cinque anni orsono, nel fare il punto sull’autore, non solo assegna (ed è decisione del tutto legittima, sensata) la palma di architetti dei «contributi oggettivamente più considerevoli»[9] a Paolo Briganti e Stefano Costanzi, distintisi, in modo particolare, per aver studiato il testo di Casa d’altri, fornendo, nel medesimo anno 2002, due edizioni diversificate e, sottolinea Lenzi, «articolate e complesse»[10], privilegiando così, apertamente, gli apporti relativi alla storia interna al testo, ma chiude altresì il proprio ricco, stimolante dossier sulle seguenti note: «C’è da credere che, per quanto si mettano in campo tutti gli strumenti ermeneutici di più raffinata modernità disponibili, non arriveremo mai a dare ragguaglio della complessità delle sfumature e della complessità delle scelte di uno scrittore» – e questo è di per sé non solo condivisibile, ma anche uno sprone necessario a chi voglia occuparsene oggi e in avvenire – «che forse dovremmo leggere e rileggere di più, a costo magari di indagarlo un po’ meno»[11].

L’ammonimento sembra andare un po’ oltre i confini di una doverosa, generale esortazione alla cautela, facendo trapelare una specifica ideologia della lettura, nel momento in cui si raccorda al chiaro deprezzamento dei tentativi di tematizzazione, di interpretazione approfondita del testo darziano, in relazione al modo di vedere del suo autore. Testimoniando un dichiarato scetticismo dinanzi al pur «garbato» saggio di Fabrizio Frasnedi, posto ad apertura delle Opere darziane edite da Monte Università Parma (saggio chiave, cui farò ritorno)[12], l’appello a non abbandonare «la centralità dell’oggetto letterario», evitando di «cedere a un gioco in cui tutta la casistica psicologica pare invitata a manipolare la lettura come più ci aggrada»[13], rischia di far tralignare la debita attenzione alla ricostruzione del senso testuale, schiacciandola su un’implicita difesa del senso comune. Che è quanto la teoria (letteraria e non solo, la theory come dotazione speculativa interdisciplinare), viceversa, ambisce a controbattere, risolvendosi spesso nel «tentativo di dimostrare che quello che noi diamo per scontato come “senso comune” è in effetti una costruzione storica, una teoria particolare che è giunta a sembrare tanto naturale da non ritenerla neppure una teoria»[14]. Nel discorso di Jonathan Culler, che continuiamo a seguire, la teoria certo «intimorisce»[15], è «fonte di intimidazione, spiazza in continuazione»[16]. E ancora:

L’impossibilità di padroneggiare la teoria è uno dei principali motivi di resistenza ad essa. Per quanto preparati ci si possa sentire, non si può mai essere sicuri se “si devono leggere” Jean Baudrillard, Michail Bachtin, Walter Benjamin, Hélène Cixous, C.L.R. James, Melanie Klein o Julia Kristeva, o se li si può dimenticare “senza rischi” (dipenderà naturalmente da chi si è e da chi si voglia diventare). Buona parte dell’ostilità nei confronti della teoria viene indubbiamente dal fatto che ammettere l’importanza della teoria significa sottoporsi a un impegno senza fine, abbandonarsi a una posizione in cui esistono sempre cose importanti che non si conoscono. Ma questa, del resto, è la condizione della vita stessa[17].

3.

Agli antipodi del pur ponderato caveat di Lenzi, aderisco all’ottimistico appello di Culler a disfare i nostri assunti di partenza, a mettere in gioco la nostra identità di interpreti, assecondando in tal modo la natura distintiva della teoria: se pure non saremo (mai) in grado di padroneggiarla, «non siamo neppure più dove eravamo prima»[18]. La mia personale esortazione è allora a indagare imperterriti, a dissodare, interpretare appieno e in direzioni e modi ancora inattuati, l’opera di D’Arzo. In questo senso, quindi, ci riagganciamo al punto di partenza, offrendo una risposta plausibile a un interrogativo che risuona in profondità, dietro queste pagine, a rileggerle: una volta verificato il loro attuale vigore, che fare con i temi?

Proprio la configurazione aggiornata ed eminentemente interpretativa che la teoria della letteratura ha negli ultimi anni attribuito all’universo tematico, la derivante abissale distanza dal mero valore classificatorio che la Stoffgeschichte, che le ricerche di stampo positivistico assegnavano a motivi rigidamente determinati; l’insistenza sulla componente soggettiva, variabile nelle epoche e nella composizione sociale della ricezione, e dunque nelle ideologie a esse sottese, delle letture tematiche; e insieme, l’immanenza al testo – la presenza lievemente sotterranea, non già la scomparsa nei meandri dell’imponderabile o dell’incongetturabile – che li caratterizzano rendono i temi connettori essenziali fra il piano della teoria e la concretizzazione stilistica, l’aggallare alla realtà del testo di determinati significati di profondità, di immagini, finanche ossessive, che impressionano l’autore, animandolo a comunicarne i tratti, talora certissimi, talaltra opachi e pulsanti, che richiedono di essere decodificati attentamente[19]. E questo ricorrendo a una pluralità di strumenti analitici, di ordine filosofico, politico, psicanalitico, socio-storico, geo-culturale, e di altra natura, senza temere l’effetto di forzatura dall’esterno, da parte di tali strutture metodologiche[20]: l’ancoraggio alla specificità dello stile, alle condizioni cogenti dell’espressione testuale, alle opzioni retoriche, alle linee dei generi che le rendono possibili[21], è di per sé garanzia di un lavoro di tematizzazione fondato.

Lungi dall’essere reperibili e confinati in una topica prefissata, i temi ci appaiono allora l’incarnazione di una visione autoriale (di una richiesta implicita di comprensione, di attuazione di un piano di lettura) che mette così alla prova i dati delle teorie, sottraendoli a una certa astrattezza costitutiva. Procedendo mediante l’uso di lenti per così dire orientate, sorretti da linee concettuali tendenziose e plurali, ci serviamo dei temi come, ha scritto Massimo Fusillo, dei «quadri di riferimento con cui leggiamo un’opera e che consideriamo esemplificati da quell’opera e da una serie di opere correlate»[22].

Per chiarire ulteriormente il raggio d’azione di una neotematologia dallo spiccato impianto teorico-interdisciplinare, rientrando nel vivo della questione tematica darziana, possiamo concordare sul beneficio patente che proviene dal guardare alla comune tematizzazione dell’isolamento, dell’ostinata attesa e della disperazione di Zelinda – nonché del vecchio prete –, fra racconto e adattamento cinematografico, i quali esibiscono soluzioni fruttuosamente comparabili proprio nella diversità di intuizione che riproducono (il contenuto del capitolo sesto); consolidata e fruttuosa, in tante letture (da Faeti a Spinazzola, alle recenti puntualizzazioni di Milena Bernardi), è la relazione che intercorre fra generi e tematica dell’infanzia e dell’adolescenza, già ben presente alla critica darziana, e cui ho inteso apporre ulteriori sviluppi, in direzioni diverse, all’interno del capitolo secondo; più innovativa ma senz’altro oggetto di un recente, diffuso interesse multidisciplinare, fra storia, storia delle istituzioni educative, sociologia e analisi delle forme e dei personaggi in letteratura, è la tematica magistrale, al centro del capitolo terzo; ancora, piuttosto frequentata, anche dall’italianistica fedele a protocolli più canonici, è la questione del paesaggio, che qui per la prima volta si esplora monograficamente, in una lettura applicativa di Casa d’altri, con i metodi della geografia culturale (fra l’acclamata geocritica e la più riposta e soggettiva geopoetica).

Dinanzi a tali percorsi in equilibrio fra tradizione e orientamenti tematologici più d’avanguardia, irta di difficoltà e maggiormente bisognosa di chiarificazioni appare la linea di indagine gender e queer che sorregge le mie tematizzazioni fra il capitolo secondo e il quarto. E questo in un paese dove di recente, intorno allo spettro di una “teoria del gender” che si vorrebbe inculcata nella più tenera età, a scuola (senza che gli accusatori ne sappiano in realtà granché, in maniera credibile), si è assistito allo sconfortante allinearsi di un redivivo, indignato clericalismo e delle forze politiche più scopertamente – diciamo pure orgogliosamente – reazionarie; e in un contesto critico dove le finissime osservazioni del compianto Frasnedi, sopra richiamate, in merito alla visione della sessualità e del sofferto rapporto fra i sessi, in D’Arzo, hanno ottenuto in replica, negli ultimi tempi, gelose difese dell’eterosessualità dell’autore.

Le sfumature di tale tentativo di “riabilitazione” vanno dal pudore con il quale Lenzi si richiama alle, a suo dire, probanti confessioni della fidanzata pittrice, Ada Gorini, solo alluse per via di un riserbo che fa onore alla studiosa[23], alle più affannose smentite a quanto evidentemente nella Reggio Emilia del Duemila viene ancora avvertito come dubbio infamante, o comunque quale contributo alla smitizzazione di un autore di culto, ricercate tra le testimonianze di candide signore, antiche allieve del giovane e fascinoso professor Comparoni, che ci rassicurano del suo interesse, anche apertamente verbalizzato, per le belle donne[24] (verrebbe da chiedersi, ma chi fra noi non conosce un omosessuale che non si sia almeno una volta/mai comportato, in vita sua, in tal modo, ronzando vistoso e garrulo intorno alle ragazze?).

A fare da contrappeso a tali sognanti ricordi di giovinezza si può convocare allora un’altra serie di immagini, più crude e rivelatrici, significativamente rammemorate da osservatori maschili – e dunque pensabili, questi ultimi, come particolarmente attenti all’emersione di una diversità di sentire lungo il proprio stesso asse di genere –, i quali rivedono l’amico ombroso preso in un’attitudine puramente contemplativa delle ospiti del dancing “Luna amica”, e nondimeno indice di una più o meno latente aggressività («Gli chiesi: “Cosa fai qui?”. Lui mi rispose, sorridendo, “guardo le ragazzine con le facce da puttane”»)[25], o ancora offrono la conferma di una vena misogina, di «un certo suo sadismo – a livello verbale – nei confronti della donna»[26]. È quanto possiamo evincere da un più accurato ritratto da parte di Paolo Magnani, compagno di redazione di Comparoni nell’avventura postbellica di «Reggio democratica», cui è attinta anche la scenetta seguente:

L’esasperata sensualità che riscontrava in certe figure femminili lo sconcertava, tanto da fargli definire “falsi”, artificiosi certi sdilinquimenti amorosi. Mi disse, una volta, dell’indicibile disgusto provato nel ritrovarsi addosso, dopo un “breve incontro” in un giardino autunnale, alcune foglie marce, appiccicate e come impastate con la stoffa del soprabito. Simili “disavventure” potevano anche avere risvolti comici: conversando con una giovane piuttosto prosperosa e generosamente scollata, che portava sul seno un grosso medaglione, Comparoni le chiese, additandolo: “Cos’hai lì?”.

Tragicamente equivocando, la sventurata rispose: “Ciccia”. Bastò che il nostro fuggisse a gambe levate[27].

Non si sminuirà certo la statura di Comparoni/D’Arzo richiamando, anche per mezzo di tali guizzi caricaturali, una simile complessità di sensazioni, la sua renitenza a modelli di maschilità preordinati o egemonici, sbrigativi e inclini a compiacersi di certe situazioni equivoche, rifinendo al contrario i tratti tormentati e ipersensibili che ne compongono il profilo, volti con buona probabilità, come sostengono Lenzi e Pellacani, ad ammorbidirsi proprio nel raggiungimento di un incontro fra anime elette che il dialogo con Ada Gorini gli prometteva[28], ma che certo restano altamente individuanti.

Il passo successivo da compiere consiste nel testare questi indizi ricomponendoli alla lettura di certi passi narrativi, o di linee tematiche eminenti, che mettono in scena il perturbamento, il senso conflittuale della sessualità, tra pulsioni e repulsione, l’adesione difficile alle leggi del genere, a un’idea di virilità come saldo predominio di sé e della propria esistenza giunta alle prove imposte dalla maturità[29], leggibile in tanti ritratti maschili darziani, dall’incompiuto per eccellenza, il Riccardo di Essi pensano ad altro (immerso nei suoi silenzi e nelle sue esitazioni al pari dei poco più giovani protagonisti del tardo e sensuale romanzo di formazione, alle sue spalle: si pensi al motivo reiterato del mare di nebbia che avvolge la coscienza di un Törless)[30], al sensibile e tutt’altro che intrepido studente di lettere, l’improvvisato ricattatore dei Due vecchi, al tapino e incerto a relazionarsi con gli altri professor Stresa dell’Uomo che camminava per le strade. Ed è quello che nei capitoli in questione, ancorché in modo talora rapido, subordinato all’inseguimento di altre dominanti tematiche, ho tentato di fare.

4.

Rimane un’ultima sfumatura di cui riferire, nell’arco delle reazioni al sasso lanciato nello stagno a suo tempo da Frasnedi. Ed è, in apparenza, la più veemente, quella che forse, proprio perché pronunciata in maniera assai asseverativa, rende meno obsolete e dunque ancora motivate, riproponibili plausibilmente in questa occasione, in forma di replica, le mie oramai quasi quindicenni pagine sull’argomento, originate da un semestre trascorso come visiting scholar a Stanford, nel dipartimento di letteratura comparata. Dall’esperienza ero rientrato carico di entusiasmo per le teorie, e un po’ più consapevole di come porre questioni relative alla sessualità a proposito di certi testi, come Billy Budd, o alcuni romanzi jamesiani, per pensare ad autori cari a D’Arzo, pervasi da una fosca, non sempre espressa e tuttavia percepibile atmosfera omoerotica. Essi pensano ad altro, centrato com’è su tropi di diversità esistenziale (l’imbalsamatore; l’animatore di bestie; il vivere di musica, a un piano alto, lontani da terra…), mi pareva un loro erede novecentesco, e mi pareva arduo a credersi che nessuno ne avesse mai rilevato le tonalità tese e cupamente sensuali, l’idea compositiva basilare di una salda unione regressiva fra maschi, che va in pezzi solo verso la conclusione, una volta urtato il principio di realtà, il richiamo all’apertura intersessuale costituito da Ernestina.

L’idea, suggeritami dalla lettura di Eve Sedgwick[31], di un continuum omosociale, di un costrutto maschile lungo il cui asse si allineano desideri, investimenti per l’avvenire, ricostruzioni di trame affettive (homosocial bonds), consuonava con le misurate e certe rilevazioni di Frasnedi, volte proprio a individuare l’elemento femminile come minaccia alla stabilità e alla confortante chiusura dinanzi alla crescita e al mondo garantiti da tale unione omosolidale. Da prospettive in parte differenziate – di gran lunga più colto ed esperto, più a suo agio con la psicanalisi, con la teorizzazione di ambito francese lui; più militante, “postmodernista” e imbevuto di teorie americane io – venivamo comunemente inquadrando il romanzo, e la posizione del suo autore dinanzi ai contenuti testuali, in modi imprevisti, reagendo a letture asettiche, capaci di obliterarne potenzialità espressive, reticenze e ambiguità: un’intera retorica allusiva, fatta di vuoti e silenzi, su cui si fonda, in maniera riconosciuta, l’imprendibile tono peculiare di Essi pensano ad altro.

Vedere ora sminuite, da parte di un giovane amico (e antico studente all’università di Parma!), Riccardo Paterlini, l’accuratezza e, in fin dei conti, la suggestività della lettura di Frasnedi, in una clausola al suo libretto acuto e sbarazzino che esorta a smetterla con i «pettegolezzi letterari»[32], sgombrando la pace eterna di Comparoni da infelicità ulteriori rispetto a quelle patite in vita, genera, oltre che sensazioni sconfortanti, la necessità di procedere a compiere un’ultima precisazione. E, con essa, un’implicita professione di rinnovata fiducia nella produttività dei temi, nella loro capacità di condurre lontano da sintesi superficiali, dall’ancoraggio del testo a una e una sola verità preordinata, per inchiodare viceversa chi legge alla necessaria complessità delle domande di senso postulate dal testo stesso.

Non mi interessava, né mi interessa particolarmente oggi, omosessualizzare forzosamente lo scrittore, scandagliarne la vita breve, trascorsa in un riserbo esemplare, alla ricerca di prove, comportamenti, espressioni certe di un’eventuale preferenza sessuale, classificandolo con il rigore e l’ansia di controllo biopolitico propri della scienza a cavallo fra Otto e Novecento[33]. Aggiungerò che proprio il passaggio alla pur precaria bandiera costituita dal significante ‘queer’, e in modo particolare una certa vena antiessenzialista della teorizzazione di Judith Butler, ha condotto alla dismissione di atteggiamenti rivendicativi, e dunque anche di procedimenti di lettura strettamente identitari, rivolti a confermare la tenuta di salde affiliazioni o demarcazioni sessuali[34]. Non è più tempo di outing, di sorprendenti e orgogliose identificazioni di ascendenze nobili, delle quali fregiarsi – una certa tonalità anni Novanta, forse ancora recepibile fra le mie combattive paginette. Lo si sa, la svolta queer è in direzione di una fluidità perpetua, di una certa mutevolezza, o evanescenza, delle singole, rigide appartenenze.

Quali che siano le valutazioni che si possono trarre da ciò, dinanzi al fraintendimento e alla sostanziale disapprovazione, o volontà di disinnesco, delle metodologie di genere e queer, tramutate sarcasticamente in inani «pettegolezzi», dinanzi al ritratto idealizzante di un Comparoni a tutti gli effetti “normale”, permane a maggior ragione invariato, nel capitolo che riprende e aggiorna queste mie prime indagini in materia, l’aperto e in certa misura provocatorio, defamiliarizzante interrogativo finale in stile-Sedgwick su quali contorni effettivi, quali spazi desideranti possano configurarsi per D’Arzo, attraverso la lettura di un corpus testuale dove, a imporsi, sono le marche di un rapporto conflittuale e irresoluto con la propria sessualità, l’impressione di un io scrivente, intento a vagliare e descrivere il mondo attorno a sé, imbozzolato nella visuale incerta, tesa e curiosa – e con la pansessualità potenziale – propria di una sconfinata, mai forse consapevolmente oltrepassata, prima giovinezza.

Note

[1] Tra i diversi resoconti dell’interesse, nel postmoderno, per le politiche dell’identità e della differenza (e per le sue tangenze con le metodologie di studio culturale, nonché con l’agenda poststrutturalista) si vedano R. Ceserani, Raccontare il postmoderno, Torino, Bollati Boringhieri, 1997, pp. 114 sgg., e i saggi contenuti in Teoria della letteratura. Prospettive dagli Stati Uniti, a cura di D. Izzo, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1996.

[2] W. Sollors, Introduction, in Id. (a cura di), The Return of Thematic Criticism, Cambridge, Harvard University Press, 1993, in part. alle pp. xii sgg. Ma lo stesso Sollors lamenta gli effetti di una duratura e paralizzante assenza di una riflessione teorico-metodologica sulla tematica, relativi al momento in cui scrive: «Thematics is regarded so passé that it does not even deserve a rationale for its undesirability. At this moment, then, thematics may be an approach to literature that dares not speak its name» (ivi, pp. xiii-xiv). Va aggiunto che gli anni immediatamente seguenti alla pubblicazione del lavoro di Sollors avrebbero ribaltato questa impressione, rendendo pressoché ineludibile un confronto, da parte di ogni sistematica della teoria letteraria, con la questione dei temi.

[3] S. Zatti, La critica tematica, in S. Brugnolo, D. Colussi, S. Zatti, E. Zinato, La scrittura e il mondo. Teorie letterarie del Novecento, Roma, Carocci, 2016, p. 263.

[4] Il rimando d’obbligo è a S. Kern, Il tempo e lo spazio. La percezione del mondo tra Otto e Novecento (1983), Bologna, Il Mulino, 1988.

[5] E. Graziosi, Il tempo in Montale. Storia di un tema, Firenze, La Nuova Italia, 1978; M. Mignone, Anormalità e angoscia nella narrativa di Dino Buzzati, Ravenna, Longo, 1981; S. Maxia, Uomini e bestie nella narrativa di Federigo Tozzi, Padova, Liviana, 1971.

[6] Cfr. P. Pellini, Critica tematica e tematologia: paradossi e aporie, in «Allegoria» xx, 58, 2008, pp. 61-83; nel medesimo dossier che ospita il contributo di Pellini, intitolato “La critica tematica oggi”, e al quale farò nuovamente riferimento nei prossimi capitoli, si veda inoltre R. Ceserani, Il punto sulla critica tematica, alle pp. 25-33.

[7] Vedi infra, p., n. 78.

[8] A. L. Lenzi, Silvio D’Arzo («Una vita letteraria»), con una premessa di F. Forti, un inedito di S. D’Arzo e documenti e iconografia darziana, Reggio Emilia, Tipolitografia Emiliana, 1977.

[9] Ead., Silvio D’Arzo, buon compagno dalle imprevedibili sorti, in Per Vittorio Roda: studi e problemi di critica testuale, «Studi e problemi di critica testuale» 82, 2011, 2, p. 339.

[10] Ibidem.

[11] Ivi, p. 354.

[12] F. Frasnedi, Pensare ad altro. Saggio su Silvio D’Arzo, in S. D’Arzo, Opere, a cura di S. Costanzi, E. Orlandini e A. Sebastiani, introduzioni di A. Bertoni e F. Frasnedi, Parma, Monte Università Parma, 2003, pp. xxv-lxxiv.

[13] A. L. Lenzi, Silvio D’Arzo, buon compagno dalle imprevedibili sorti, cit., p. 343.

[14] J. Culler, Teoria della letteratura. Una breve introduzione (1997), prefazione di F. Muzzioli, Roma, Armando, 1999, p. 24. Stimolanti e approfondite riflessioni sull’argomento sono reperibili nell’introduzione (“Che cosa rimane dei nostri amori?”, con un chiaro omaggio a Charles Trénet) di A. Compagnon, Il demone della teoria. Letteratura e senso comune (1998), Torino, Einaudi, 2000, pp. 3-43.

[15] Ivi, p. 34.

[16] Ivi, p. 35.

[17] Ibidem.

[18] Ibidem.

[19] Si veda al proposito la citazione riportata in esergo, e l’intero capitolo che la contiene, riferito alla posizione dell’autore di fronte alla propria tematica, il secondo, nell’insuperata, lucidissima trattazione di D. Giglioli, Tema, Scandicci, La Nuova Italia, 2001, pp. 31-56.

[20] Del resto, «[p]er capire cosa sia la finzione, dobbiamo adottare un approccio multidisciplinare. Potremmo moltiplicare i casi: quasi tutti gli oggetti letterari realmente importanti esigono un approccio che moltiplichi i punti di vista. Va da sé che non bisogna però confondere questa interdisciplinarietà reale, che rientra soprattutto e prima di tutto in una logica multidisciplinare (nella quale si devono far convergere pazientemente competenze differenti, ognuna con le proprie esigenze), con il calco selvaggio di concetti o modelli prestati ad altre discipline, come gli studi letterari a volte hanno fatto», J.-M. Schaeffer, Piccola ecologia degli studi letterari. Come e perché studiare la letteratura? (2011), Torino, Loescher, 2014, p. 27.

[21] Per la «mutevole» interazione fra temi e generi, che vede i primi non di rado capaci di esercitare un effetto rinvigorente sui secondi, si rinvia a C. Bertoni, Rischi e risorse dello studio dei temi: percorsi possibili, «Allegoria» xx, 58, 2008, in part. alle pp. 11-15.

[22] M. Fusillo, L’altro e lo stesso. Teoria e storia del doppio (1998), nuova edizione, Modena, Mucchi, 2012, p. 23.

[23] A. L. Lenzi, Silvio D’Arzo, buon compagno dalle imprevedibili sorti, cit., p. 344: «E l’Ezio trentenne che incontrava Ada Gorini in segreto a Bologna, lo dobbiamo nascondere? Le lettere alla ragazza ribadiscono pudore e riservatezza, ma affermano anche una incontestabile maturità e mostrano la coesione che stava saldando proprio attraverso la presenza di una donna, e di una donna di carattere, l’uomo e lo scrittore: questo e niente di meno era Ezio con lei. Chi avesse conosciuto la volitiva e tormentata Ada Gorini quando decise di rendere note le lettere di D’Arzo per preciso scrupolo memoriale, capirebbe perché non intendo trascurarne la testimonianza». Parole sentite e per ciò stesso rispettabili, senz’altro, ma che non contribuiscono purtroppo, per la fatale reticenza che le ammanta, a far avanzare la conoscenza critica di tale nodo biografico-interpretativo, e che, in modo particolare, non sono estrapolabili per rendere conto di – almeno – due questioni effettive, situate su un versante altro, entrambe presenti nel saggio di Frasnedi, che riprenderò, come annunciato, a cavallo fra due capitoli del libro: la generale misoginia, e l’atmosfera omoerotica che permea Essi pensano ad altro.

[24] «Era una donna un po’ più anziana di me che catturava l’attenzione degli uomini per la sua femminilità esuberante. Mi accorsi ben presto che Comparoni era particolarmente attratto da lei e non lesinava occasioni per manifestare tale sua infatuazione, pur con le cautele e i limiti della morale dell’epoca. Non ho mai saputo se tale relazione si sia trasformata in un rapporto amoroso oppure se tutto si è risolto a puro livello idilliaco», A. M. Ternelli Gerra, Faceva la corte a una mia amica, in Ricordo Silvio D’Arzo. Testimonianze inedite e documenti, a cura di E. Pellacani, Reggio Emilia, Consulta, 2013, p. 68.

[25] S. Masini, Frequentavamo i locali da ballo, anche i più infimi, ivi, p. 53.

[26] P. Magnani, Silvio D’Arzo cronista privilegiato (1982), ora ivi, p. 42.

[27] Ivi, p. 43.

[28] Cfr. E. Pellacani, D’Arzo uno, due e tre, in Ead. (a cura di), Ho conosciuto Silvio D’Arzo. Testimonianze inedite e documenti, Reggio Emilia, Consulta, 2015, cit., p. 17.

[29] Trovo ora una confortevole consonanza con il taglio di lettura consistente nella «interpretazione delle scritture letterarie come resistenza, o possibile dicibilità, di logiche emotive e modelli corporei e affettivi esclusi dal modello dominante», espresso, riferendosi a scritture che ambientano tutte processi di formazione negli anni del fascismo, nel bel saggio di E. Zinato, Agostino, Damìn, Emanuele: una controstoria corporale, in La questione maschile. Archetipi, transizioni, metamorfosi, a cura di S. Chemotti, Padova, Il Poligrafo, 2015, pp. 353-362 (p. 353).

[30] Cfr., sui caratteri smarriti di Musil, Kafka e Hofmannstahl attorno al 1910, R. Ascarelli, Il personaggio perduto, in Il personaggio romanzesco. Teoria e storia di una categoria letteraria, a cura di F. Fiorentino e L. Carcereri, Roma, Bulzoni, 1998, pp. 153-170.

[31] E. Kosofsky Sedgwick, Stanze private. Epistemologia e politica della sessualità (1990), a cura di F. Zappino, prefazione di S. Antosa, Roma, Carocci, 2011. A tale linea teorica va ora congiunta l’idea di una futurologia contestata, espressa dalla contrapposizione dell’omosessuale alle logiche familistiche e riproduttive imperanti, contenuta in No Future di Lee Edelman: vedi infra, p. Su tale linea radicale (opposta, per intenderci, alle rivendicazioni, spesso viste come aspirazioni all’assimilazione, dei soggetti e dei militanti queer a proposito di unioni civili, matrimoni e adozioni) della teoria, si veda l’utile trattazione di L. Bernini, Apocalissi queer. Elementi di teoria antisociale, Pisa, Ets, 2013.

[32] R. Paterlini, Silvio D’Arzo e Giorgio Morandi. Affinità metafisiche, prefazione di P. Briganti, Reggio Emilia, Consulta, 2012, p. 88.

[33] Mi richiamo qui ovviamente al primo volume della Storia della sessualità di M. Foucault, La volontà di sapere (1976), Milano, Feltrinelli, 1978; cfr. poi il quadro storico-culturale descritto in P. Zanotti, Il gay. Dove si racconta come è stata inventata l’identità sessuale, Roma, Fazi, 2005, a sua volta dichiaratamente debitore, in più punti, di G. Robb, Sconosciuti. L’amore e la cultura omosessuale nell’Ottocento (2003), Roma, Carocci, 2005. Si veda inoltre, per una riflessione sul nesso fra idee scientifico-psicologico-cliniche e narrazioni dell’epoca, la casistica presentata nell’ottimo Maschilità decadenti. La lunga fin-de-siècle, a cura di M. Pustianaz e L. Villa, Bergamo, Sestante, 2004.

[34] Sul problema dell’identificazione in Butler, utili le note di M. Pustianaz, L’ombra dell’oggetto. Identità, identificazioni, disidentificazioni…, in Incroci di genere. De(i)stituzioni, transitività e passaggi testuali, a cura di M. Corona, Bergamo, Sestante, 1999, in part. alle pp. 20-27.

[Immagine: Foto di Luigi Ghirri].

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