Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Sandro Penna, Poesie, prose e diari

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di Sandro Penna

[Domani esce il Meridiano Mondadori che raccoglie le poesie, le prose e una scelta delle pagine di diario. Lo cura Roberto Deidier; la cronologia della vita di Penna è a cura di Elio Pecora. Presentiamo alcune poesie, due frammenti di diario e un brano dalla nota introduttiva di Deidier alle Pagine di diario. Ringraziamo l’editore per averci concesso questa anticipazione].

Finestra

È caduta ogni pena. Adesso piove
tranquillamente sull’eterna vita.
Là sotto la rimessa, al suo motore,
è – di lontano – un piccolo operaio.

Dal chiuso libro adesso approdo a quella
vita lontana. Ma qual è la vera
non so.
…………..E non lo dice il nuovo sole.

***

Come è forte il rumore dell’alba!
Fatto di cose più che di persone.
Lo precede talvolta un fischio breve,
una voce che lieta sfida il giorno.
Ma poi nella città tutto è sommerso.
E la mia stella è quella stella scialba
mia lenta morte senza disperazione.

***

Era l’alba sui colli, e gli animali
ridavano alla terra i calmi occhi.
Io tornavo alla casa di mia madre.
Il treno dondolava i miei sbadigli
acerbi. E il primo vento era sull’erbe.

Altissimo e confuso, il paradiso
della mia vita non aveva ancora
volto. Ma l’ospite alla terra, nuovo,
già chiedeva l’amore, inginocchiato.

Cadeva la preghiera nella chiusa
casa entro odore di libri di scuola.
Navigavano al vespero felici
gridi di uccelli nel mio cielo d’ansia.

***

Amore, gioventù, liete parole,
cosa splende su voi e vi dissecca?
Resta un odore come merda secca
lungo le siepi cariche di sole.

***

Guardando un ragazzo dormire 

Tu morirai fanciullo ed io ugualmente.
Ma più belli di te ragazzi ancora
dormiranno nel sole in riva al mare.
Ma non saremo che noi stessi ancora.

***

Dalle Pagine di diario, due frammenti del 1927

Cos’è ch’io sento tumultuare nel cuore e nella mente di me: o vaghi, confusi, strani sentimenti? La carta bianca m’è dinnanzi a poterli decifrare, sentirli più individualizzati. Ancora, ancora e poi? Potrei farli sentire agli altri?! Hanno essi la mia sensibilità non solo acuta ma assolutamente diversa?!
E cos’è, cos’è questo orgoglio ch’io provo d’essere infelice, ma solo per questo mio sentire?
Mio sentire?! Sì! Mio solo.
Ho compreso che, nella vita, è veramente bella la lotta, la lotta impari e contro tutti, solo per il trionfo dell’io (buono o cattivo).
E qual è questo mio io? o dover forse arrossire se tentassi di confessarlo! Confessare, anche essendone capace, ciò che sento? O no! No, a voi esseri incapaci di capirmi. Forse nessuno potrebbe capirmi. Ah! se realmente avessi l’arte di spiegare me stesso agli altri, allora lo farei. Ma per questo spiegare intendo: far sentire ciò che sento io, precisamente.
Oh! nessuno mi conosce, giacché io stesso rimango meravigliato quando mi accingo ad ascoltare solo confusamente ciò che brama il mio cuore, ciò che la mia mente pensa.
Amore: strano e grande amore in me.
Religione: strana e grande religione.
Affetto: mancanza assoluta eppure enorme affetto, solo forse per le mie idee e sentimenti.
Io, così come sono, posso essere odiato, disprezzato, compatito? Lo so!
Dei miei sentimenti posso fare una sintesi: godere! godere eppure soffro tanto per sentire in me questo desiderio struggente di godere!
Nessuno conosce me: si può conoscere di me quello che dimostro di essere: l’inverso e la minima parte di ciò che sono. Di qui la mia sofferenza. Ah! quante volte ho invocato dal mio stesso temperamento una mia dottrina da esteta: agire, dire, fare tutto ciò che si sente. Ma non lo posso! Sono in me forse due anime? Infatti perché non lo posso? Perché la mia prima e più bella anima sente e pensa così bellamente e la mia seconda distrugge involontariamente i così belli sogni?

Dilemma: o sono un genio o sono molto malato di gran sensibilità. Potrei anche essere e l’uno e l’altro! Ma se sono un genio, perché non so rivelarmi? Oh sì, sento che mi si tiene legato qualcosa. Perché, o mia natura, non vuoi ch’io sorga splendidamente fra i geni che si sono fatti conoscere? Perché vuoi che soffra l’indicibile angoscia di sentire io solo la mia bellezza? Oh! come sei bella e cattiva, Natura, sento ora che molti altri al mondo furono come me. Dico sento perché non in un’altra parola potrebbe dirsi. Sento essere esistiti geni più grandi di Dante, geni forse racchiusi in poeti considerati mediocri (Rimbaud) o, peggio, in del tutto ignote persone (forse un semplice ozioso e vagabondo).

*

Dominante in me è stato ed è, il contrasto fra attività spirituale teoretica e att. spir. pratica: fra l’arte e contemplazione della bellezza e attività e l’ideale stesso della bellezza e attività come scopo proprio. Sapere, insomma, di sempre più allontanarsi dall’ideale di bellezza per quanto diventa più in noi un alto ideale. E sorge qui lo sconfortante sentimento del contrasto: perché allora questo ideale di bellezza in ispecie e di attività non è raggiunto che se… non si pensa a raggiungerlo? Perché l’individuo espressione perfetta dei 2 ideali non sente in sé mai il loro valore lirico immenso. Se l’artista sente dolore in sé per questo, sta forse in lui il volere rinnegare l’arte per goder la bellezza e l’attività? No! e se anche lo potesse non sarebbe più una cosa magnifica, come gli appariva nello stato contrario ed ammirativo. Volendo estendere il pensiero si può domandarsi la stessa cosa dell’amore come attrazione di due esseri diversi e opposti e scovare una condizione di non sensibilità o di infelicità (secondo individuo) naturale nella natura. Forse stanno meglio gli animali che non hanno differenze nei due sessi che strettamente necessarie, in amore? O è patologico ammirare una cosa e volerla imitare per se stessi? Un contro-natura? Si deve dunque sentirsi felici nell’amare una cosa sapendo di sempre più scostarci da essa per quanto più l’amiamo?

Dalla Nota introduttiva di Roberto Deidier alle Pagine di diario

Un’edizione sistematica e completa delle pagine di diario penniane non è mai stata allestita fino a ora, né in vita né dopo la morte del poeta. Dai manoscritti rinvenuti nella sua casa sono tratte le carte che compongono la Serie II del suo archivio e che qui si trascrivono secondo un criterio interpretativo; sono state sciolte molte delle abbreviazioni (tra parentesi quadre) e le singole parole o le porzioni di testo cassate sono state riportate nel testo o nel commento, nei casi di particolare rilevanza o utilità per la comprensione e l’interpretazione. Sono stati omessi diversi nomi di frequentazioni private, di difficile o impossibile identificazione e comunque non rilevanti; lo stesso criterio è stato adottato per i riferimenti di cronaca (rarissimi, del resto, e non ricollegabili al pensiero e all’opera dell’autore).
Penna annotava le sue impressioni su foglietti sparsi, spesso neppure datati; ma trattandosi in ogni caso di una scrittura legata all’autobiografia, o che comunque ha nell’autobiografia il proprio punto di partenza, il criterio di edizione è necessariamente cronologico. L’inventario dell’archivio riporta un ordinamento in carte datate, databili e non datate, ma per comodità di lettura e per ricostruire il romanzo di una vita, almeno fin dove Penna ha inteso scriverlo, gli inserti non datati sono stati reinseriti nel continuum cronologico secondo un criterio di affinità tematica o di analogia d’immagini.

Il nucleo più denso riguarda gli anni tra il 1928 e il 1931. Dopo questa data le prose di diario si fanno sempre più rare, fino a scomparire del tutto con la conclusione della guerra (in questo senso interagiscono profondamente con una prosa come [I tedeschi lasciano Roma]), tranne qualche minima traccia degli anni Cinquanta, di nessun rilievo, e un appunto che – per supporto, grafia e inchiostro – risale agli anni Settanta e con ogni probabilità all’anno precedente la scomparsa del poeta. Le notazioni di carattere più intimo, di scarso o nullo interesse per la comprensione del personaggio Penna, così come i riferimenti a persone non appartenenti al mondo artistico e letterario, sono state rigorosamente vagliate ed eventualmente escluse, senza che nulla sia stato tolto all’autoritratto che Penna ha inteso fare per se stesso, prima che per i lettori. A questo proposito va senz’altro segnalato che tra i progetti dell’editore Garzanti negli anni Settanta c’era quello di un’autobiografia del poeta, che sarebbe stata allestita come un lavoro redazionale sulla base di alcuni nastri registrati. Il progetto, non più portato avanti, è testimoniato, oltre che dal già citato appunto del 1973 («epistolarii varii, autobiografia saltuaria al magnetofono: avrebbero loro dattiloscritto i nastri (già allora 2!) per farmeli rivedere»), dal ritrovamento di alcuni nastri, da cui Elio Pecora ha potuto trarre l’Autobiografia al magnetofono, pubblicata dalle Edizioni San Marco dei Giustiniani nel 2006, in occasione del centenario della nascita di Penna. I brani trascritti da Pecora sono stati compresi nella Cronologia del presente volume.

Alcune pagine di diario sono state anticipate in diverse sedi e una breve selezione è stata pubblicata, sempre a cura e nella trascrizione di Elio Pecora, dalle Edizioni San Marco dei Giustiniani nel 2000, quando ancora non era stato completato né diffuso l’inventario delle carte penniane. Quanto raccolto da Pecora è stato dunque datato, dove possibile, e ricollocato nella sede più opportuna. Da una prospettiva prettamente tematica, i diari seguono tre filoni principali, riconducibili al racconto di sé e del proprio corpo, all’osservazione della realtà urbana o campestre, infine (ma non da ultimo) alle impressioni di lettura. Penna descrive e illustra le opere lette, cita gli autori che lo hanno accompagnato nel suo percorso di formazione, di marca certamente europea, mostrando una certa predilezione per gli scrittori francesi moderni, ma riservando un’attenzione non secondaria alla letteratura italiana contemporanea, soprattutto alla nuova narrativa rappresentata da Comisso, Soldati, Moravia. Un rilievo importante, sul versante della poesia, va fatto a proposito di Saba, Montale, Cardarelli e Ungaretti, ma anche di Corrado Govoni, letto attraverso la lente interpretativa di Lorenzo Giusso. Il nome del critico-filosofo, appena accennato in un elenco di letture fondamentali, non è mai stato considerato finora tra quelli che hanno maggiormente inciso sulla poesia penniana: è un’indicazione su cui il giovane poeta invita a riflettere gli interpreti di oggi.

[Immagine: Wolfgang Tillmans, Collum, particolare (gm)]

 

 

2 commenti

  1. “ Domenica 2 aprile 2000 – Vedo la gatta Puzzi (Puzzola all’anagrafe, Puzzi per gli amici) che mangia qualcosa di gusto. Guardo meglio: è una penna di piccione. Ecco uno splendido caso di metonimizzazione, penso. Ecco la pars pro toto, l’uovo oggi dubitando della gallina futura, la penna, sperando nel piccione à venir. La penna, stando al masticare entusiasta di Puzzi, dev’essere saporita, cioè deve « sapere di » piccione, o forse è la forza dell’immaginazione (di Puzzi) che fa il miracolo. Una penna poi, penso, non è soltanto un « pezzo » di piccione, ma anche un simbolo. Mangiarla dev’essere veramente come mangiare un piccione intero, mangiare la sua essenza, il suo « sapere », dev’essere come sapere la verità del piccione: la « piccioncinità ». Che forse, in un piccione, è quello che conta. E poi – poiché così come i pezzi di piccione fanno venire voglia di un piccione intero, i pezzi di diario fanno desiderare il diario nella sua monumentale completezza – mi viene in mente quel diario del mio Diario che dice: « 3 novembre 1995 – “ Un écrivain n’a nul besoin de dévorer tout un mouton pour pouvoir en décrire le goût. Il lui suffit de manger une côtelette. Mais cela, il doit le faire. “ (Somerset Maugham, Journal 1892-1944) ». Cioè a dire: il diario-piccione non c’è bisogno di leggerlo-mangiarlo tutto, ma almeno un assaggio, un assaggino, un bocconcino, che ti costa, o lettore cannibale, che male c’è? Anche per non sembrare meno immaginativo di una gatta di casa. (E non venite a dire che siete vegetariani, se è solo che non avete voglia di leggere) “.

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