Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Un mondo ammutolito. Alienazione e risonanza secondo Hartmut Rosa

| 6 commenti

di Paolo Costa

Ci sono aspetti della nostra esperienza morale che hanno a che fare principalmente, se non esclusivamente, con la ricettività, la sensibilità, la visione? Quando ci rappresentiamo o immaginiamo come agenti morali la passività è l’ultima cosa che ci viene in mente, oppure no?
Questi non sono solo temi che dividono gli esperti, ma riguardano ciascuno di noi. Accantoniamo per un attimo gli aggettivi che – non si sa poi perché – mettono a disagio molti in Italia. Lasciamo dunque perdere la morale. Ma quando scegliamo di fare la cosa giusta in una situazione difficile o diciamo un no sonoro al prepotente di turno, come descriveremmo quello che stiamo facendo? Come la risposta spontanea al modo in cui stanno le cose? (“Ma non vedi che cosa gli stava facendo? Ma non hai sentito il suo tono di voce?”). Oppure come qualcosa che, se richiesti, siamo certi di poter giustificare di fronte a noi stessi o agli altri? (“Guarda le cose stanno così: siamo come i firmatari di un contratto, se le cose non mi vanno a genio, ho il diritto di ribellarmi”.)
È interessante constatare come il linguaggio che usiamo nei due casi sia molto diverso. Il primo è zeppo di aggettivi che allo stesso tempo descrivono e giudicano (“la situazione era vergognosa”; “quello che ha detto il capo era ignobile”; “un simile livello di disuguaglianza è nauseante”). Il secondo porta alla luce qualcosa di implicito, cerca di cambiare la tua prospettiva sul mondo, di riconfigurarla. Nel primo caso ti fidi dei tuoi sensi e del tuo intuito, persino del tuo corpo. Non vai tanto per il sottile: ti fidi e ti affidi. Nella seconda circostanza, l’ovvietà è molto meno scontata di quanto non faccia supporre il tono assertorio. Il mondo, con la sua densità, sparisce dall’orizzonte e al suo posto compaiono entità eteree. Rainer Forst – il più intelligente tra i nuovi paladini di una visione iperattivistica della morale – ha appiccicato di recente nuove etichette su concetti noti quando ha cominciato a parlare di «diritto alla giustificazione» e addirittura di «potere noumenico» (ossia, il potere non violento di cui disporrebbero coloro che possono rivendicare un diritto alla giustificazione – cioè, idealmente, tutti noi) .


La via intrapresa nel suo recente libro Resonanz. Eine Soziologie der Weltbeziehung (Risonanza: una sociologia della relazione col mondo) dal sociologo tedesco Hartmut Rosa (noto anche in Italia per i suoi studi sull’accelerazione sociale) vorrebbe procedere un passo oltre il gioco a somma zero tra chi si schiera sempre dal lato dell’attività e chi parteggia per la passività nelle discussioni ormai di nicchia su ciò che va e ciò che non va nella nostra forma di vita, in quella immateriale fabbrica fordista che è diventata la Western Way of Life dopo la fine del secolo breve .
Da dove salta fuori un sociologo che parla ancora di infelicità e alienazione? La natura stessa dell’indagine teorica praticata da Rosa – una variante originale di sociologia critica – lo costringe a prendere di petto il tema della vita buona, della vita riuscita, persino della felicità personale che, come nota egli stesso nel suo ultimo libro, sopravvive (a fatica) nella ricerca sociologica contemporanea soltanto nel cono d’ombra proiettato dalla massa soverchiante delle indagini quantitative . Seppur qualificato, cioè non manicheo, il giudizio di Rosa sul modello di stabilità dinamica adottato prima con entusiasmo e poi per forza di causa maggiore da praticamente tutte le società moderne è noto. Accettare la logica dell’escalation in ogni sfera di azione in cui sono impegnati gli individui moderni (lavoro, tempo libero, diritto, istruzione, politica, intrattenimento, cultura, relazioni sociali e affettive) è per lui allo stesso tempo un azzardo e un’impossibilità esistenziale. La scommessa moderna, per evocare un’immagine azzeccata di Adam Seligman , è elettrizzante, ma ha un unico esito possibile: la bancarotta.
Ma perché questo dovrebbe essere un male? Soltanto perché finirebbe per accelerare una conclusione comunque inevitabile, ossia l’estinzione della specie umana? Oppure c’è un motivo più sostanziale alla base della critica di Rosa alla forma di vita moderna?
L’insofferenza di Rosa è senza dubbio più sostanziale perché si basa non solo, come era lecito attendersi da uno degli interpreti più acuti dell’opera di Charles Taylor , su una specifica immagine dell’uomo – su una antropologia filosofica di matrice fenomenologica – ma perché fa esplicitamente leva su una concezione normativa della relazione tra essere umano e mondo. Alla scommessa moderna Rosa replica, dunque, con una sfida teorica non meno ambiziosa che punta a offrire un ritratto della condizione umana e della promessa di felicità in essa contenuta che parli al cuore del lettore senza essere idiosincratica – che sollevi, anzi, una pretesa di validità universale.
Come sempre accade quando entrano in gioco concetti simultaneamente descrittivi e normativi, il ragionamento di Rosa ruota attorno a un’immagine guida. L’immagine in questione è quella della «risonanza» e la sua scommessa teorica punta a sviluppare nel dettaglio la ratio di questa immagine fino alle sue estreme conseguenze, di modo da poterne alla fine misurare con precisione la forza euristica. Così la difficilmente incasellabile Resonanztheorie di Rosa può essere descritta a buon diritto come l’esplicitazione logicamente rigorosa del senso di un’immagine.
Cerco di spiegarmi meglio. L’essere umano è per Rosa un essere per natura risonante . La risonanza è, cioè, la «relazione primaria col mondo» degli umani, e questo è confermato in maniera convergente dalle più avanzate evidenze antropologiche e fenomenologiche, neurologiche ed etnologiche . Più in particolare, la risonanza è una forma di relazione a due sensi tra il soggetto e il mondo che è espressa simbolicamente dal movimento divergente dell’«a←ffezione e dell’e→mozione». In una liaison risonante soggetto e mondo si toccano reciprocamente e si trasformano contemporaneamente . La risonanza, dunque, non è una mera eco, ma una relazione responsiva in cui entrambi i poli sono attivi e parzialmente indipendenti. Parlano, cioè, con una voce propria, il cui appello è invigorito dal riferimento a beni costitutivi, che non sono mai riducibili a mere preferenze . Nella relazione di risonanza è all’opera, perciò, una dialettica di chiusura e apertura, di autoaffermazione ed esposizione all’altro, il cui esito è sempre superiore alle premesse.
«Risonante», per ricorrere a un esempio familiare, è lo stato d’animo in cui sprofondiamo lentamente mentre usciamo da una sala cinematografica o da un concerto, inebriati dalla sensazione che qualcuno o qualcosa abbia aperto in noi dei cassetti che non sapevamo di avere. Passeggiando con un’andatura energica nell’aria tersa abbiamo come la sensazione che alla realtà in cui siamo quotidianamente immersi si sia aggiunta una nuova dimensione e che questo ci consenta di respirare in maniera diversa, di sentire con organi sconosciuti, di immaginare un futuro inimmaginabile solo poche ore prima.
La risonanza è dunque una forma speciale di sintonia, di vibrazione sincronica, di contatto allo stesso tempo fisico e spirituale. La si può sperimentare di fronte a una persona, un paesaggio, un prodotto della creatività umana come un romanzo o una canzone, quando il soggetto avverte la forza trainante di un legame con il mondo circostante che si manifesta sotto il segno della cura, della non indifferenza, del valore intrinseco e indisponibile. In queste occasioni il presente si dilata e il soggetto si sente allo stesso tempo centrato e de-centrato, in quanto il fulcro della sua esistenza diventa temporaneamente la relazione. Una relazione non esclusivamente armonica o consonante, perché la capacità di entrare in un rapporto di risonanza con il mondo presuppone una familiarità profonda con la condizione opposta di indifferenza o estraneità che tutti conosciamo per esperienza diretta nel mondo ipercinetico confezionato dalle nuove tecnologie. Come nota Rosa nel suo libro: «La risonanza non sorge mai dove tutto è ‘pura armonia’, e nemmeno dall’assenza di alienazione. Al contrario, è piuttosto il tralucere della speranza di una metamorfosi e risposta in un mondo silenzioso» .
Si potrebbero descrivere questi momenti transitori, ma rivelatori, di deep resonance come una confutazione in re ipsa del dualismo delle sostanze. Detto con altre parole, sono attimi intensi in cui si tocca con mano il fatto che il centro di gravità dell’esperienza non sta né dal lato del soggetto né da quello del mondo. Il luogo in cui dimorano le cose che veramente contano nella vita delle persone non è cioè né soggettivo né oggettivo: è nell’in-fra, in ciò che non è né mio né tuo, né esterno né interno né esterno, che è per definizione non controllabile.
Ma quale vantaggio può derivare dall’uso di questo apparato metaforico centrato sul concetto di risonanza per pensare in maniera nuova il problema antico della posizione eccentrica dell’uomo nel cosmo? Per capirlo, può essere forse utile accostare e confrontare il concetto di risonanza con quello più tradizionale di felicità. L’uso che fa il sociologo tedesco del concetto ricorda, in effetti, per certi aspetti il modo in cui Aristotele concepiva l’eudaimonia. In fondo, quello che Rosa chiama il «monismo normativo» della sua Soziologie der Weltbeziehungen fa subito pensare all’eudemonismo greco . La risonanza, infatti, al pari della felicità, è il fine ultimo dell’uomo. È un bene architettonico. Non serve altro per comprendere il significato profondo dell’esistenza umana: «La vita è ricerca di risonanza e impegno per evitare un’alienazione duratura» .
Questo non significa che si tratti di un bene statico, monodimensionale. Al contrario, la risonanza è un bene relazionale che racchiude in sé elementi attivi e passivi, accidentali e volontari, interiori e pubblici. Esso emerge da una catena di beni subordinati che, a loro volta, hanno un rapporto non estrinseco con i desideri e persino con i capricci delle persone. La risonanza è come il corpo vissuto delle persone: un chiasma di intenzionalità e inerzia. È quindi pervasa da una tensione strutturale che si può spiegare verosimilmente con il suo impulso trasformativo. I soggetti non sono mai gli stessi dopo un’esperienza di risonanza .
Se stessimo veramente parlando di felicità anziché di risonanza, quali conclusioni potremmo trarre, allora? Alcune di esse potrebbero apparire bizzarre agli occhi di un contemporaneo. Anzitutto, che la felicità non va intesa né come uno stato soggettivo indipendente dal mondo né come una condizione oggettiva che prescinda dall’iniziativa del soggetto. La felicità umana è piuttosto una forma di ricettività che allo stesso tempo destabilizza e potenzia la forma di vita e, di conseguenza, l’identità di chi ne beneficia. Secondo la celebre immagine di Ralph Waldo Emerson, essere felici significa essere una pupilla trasparente (a transparent eye-ball), un nulla che assorbe tutto e attraverso il quale scorrono le correnti dell’essere universale . La qualità di questo tipo di felicità dipende quindi interamente dalla natura della relazione. Di essa non resta nulla una volta che le sia stato tolto ciò di cui è il medium risonante. In questo senso, è sbagliato criticare l’ideale di gelingenden Lebens difeso da Rosa come un modello armonico, iperconciliatorio di vita riuscita, di eudaimonia. In maniera tipicamente moderna, anch’essa incarna, in realtà, una variante di equilibrio dinamico e precario .
Se entrare in risonanza con il mondo significa sentirsi a casa in esso, questo prendere dimora non è allora da intendersi come un approdo sicuro. Va visto, piuttosto, come un modo diverso di abitare il reale: fiducioso, ricettivo, non utilitaristico, ma non per questo meno titubante, modulato, intermittente. Incalzato, come ogni altra funzione vitale umana, da desiderio e angoscia, la risonanza – esattamente come la felicità – è soprattutto un modo diverso di vivere il tempo, in particolare il presente. Come indica il verbo stesso «ri-sonare», la natura musicale dell’esperienza di risonanza si manifesta in primis nella dilatazione in uno spazio abitabile del presente puntiforme generato dalla temporalità reificata, misurata, trasformata in risorsa spicciola nella lotta universale per l’esistenza.
Non diversamente da quanto capita a qualsiasi forma di eudemonismo non schiacciato sul piacere soggettivo, è questa esperienza del tempo il vero banco di prova su cui andrebbe misurata la caratura di una teoria, allo stesso tempo descrittiva e prescrittiva, della vita buona quale in ultima istanza è anche la teoria sociologica delle relazioni col mondo concepita e realizzata con esemplare impegno esistenziale e intellettuale da Hartmut Rosa.

 

[Immagine: Amelie Von Oppen, Donauwelle]

6 commenti

  1. Buonasera,
    mi chiamo Stefano Florio e ho letto con grande interesse e piacere questo articolo. Volevo chiedervi se sapete e quando dovrebbe uscire la traduzione in italiano di questo libro del prof. Rosa.
    Grazie

  2. Al momento è in preparazione la traduzione inglese del testo. Per quella italiana, se non è cambiato qualcosa nelle ultime settimane, dovremo aspettare che si faccia avanti un editore italiano che non si lasci intimorire dalla mole di un libro che nell’edizione tedesca supera le 800 pagine (leggibilissime, ma indubbiamente tante anche per un traduttore volenteroso).
    Nell’attesa, se può interessare, sulla rivista “Annali di Studi Religiosi” (https://books.fbk.eu/pubblicazioni/riviste/annali-isr/) tra qualche giorno uscirà un simposio da me curato con un lungo saggio di Rosa intitolato “Se il nostro problema è l’accelerazione, la «risonanza» può essere la soluzione? La crisi della stabilizzazione dinamica e le prospettive di una critica del presente”,
    e i commenti di A. Ferrara, G. Fazio e del sottoscritto. La rivista è open-access.

  3. Gent.le dott.,
    innanzitutto grazie del cortese e rapidissimo riscontro.
    Spero proprio che salti fuori un editore che traduca il testo in italiano perchè avendo letto il precedente – e unico mi pare in italiano – saggio del prof. Rosa, ho molta voglia di verificare il seguito della sua riflessione che il suo saggio un pò anticipa.
    Infine leggerò con grandissima curiosità ed attenzione il numero della rivista che mi segnala, cosa di cui la ringrazio molto
    Buona giornata
    Stefano

  4. Buongiorno dott. Costa,
    quando è prevista l’uscita del nuovo numero di Annali di Studi Religiosi da lei curato? così me lo segno in agenda
    Grazie mille e buona giornata
    Stefano Florio

  5. Dovrebbe essere pubblicato entro fine mese. C’è stato un piccolo imprevisto, ma è davvero questione di giorni.
    Tenga d’occhio questo sito: https://books.fbk.eu/pubblicazioni/riviste/annali-isr/

  6. D’accordo; grazie mille e buona serata
    Stefano

Lascia un commento

I campi obbligatori sono contrassegnati con *.