di Gilda Policastro

Quest’anno ho curato per la prima volta un corso di poesia. Il contesto era una scuola nata come corso di scrittura per aspiranti romanzieri, con un anno di attività alle spalle: inizialmente il numero degli iscritti al mio corso, che pure proponeva lezioni di Franco Buffoni, Paolo Giovannetti, Guido Mazzoni e Lello Voce, era stato scoraggiante. Dopo la lezione di Valerio Magrelli sul Nobel a Dylan (e quindi su come e perché poesia e canzone, sia pur d’autore, siano media distinti) c’è stata un’impennata nelle iscrizioni ed è stato raggiunto il numero considerato minimo per una classe: 18 partecipanti. La poesia non tira (per la verità ho esperienza diretta o indiretta di corsi universitari che si sono retti per decenni su un numero di frequentanti oscillante dai 3 ai  5, nelle giornate di affollamento massimo – Epigrafia greca o Storia dei partiti politici ma finanche Letteratura italiana in contesti tipo il Dams: soprassediamo). I corsi sul romanzo, è vero, ne radunano il doppio, di iscritti, e in tempi record è sold out anche nei workshop in trasferta; va notato però come sebbene non sempre garantiscano la pubblicazione di un’opera e di sicuro non per tutti gli allievi, finiscano comunque con l’assecondare l’aspirazione massima di qualunque italiano alfabetizzato: mentre mi smalta le unghie la mia estetista mi confida che ha scritto «un romanzo tipo Kinsella» e che ha già dei contatti con un editore («mi ha chiesto 500 euro, ma un sogno vale molto di più»).   

Si è tornato a parlare di poesia in contesti generalisti come il tg dell’ora di pranzo o la timeline di Corriere e Repubblica nel giorno della prova d’italiano alla maturità: asini gli studenti a non conoscere Giorgio Caproni, gli insegnanti a non averglielo mai nemmeno nominato, scriteriato il ministero a proporre una poesiola ecologista, parte di una raccolta postuma (su cui dunque l’autore non ha, evidentemente, esercitato il controllo finale), non particolarmente rappresentativa dell’opera complessiva di un poeta ormai entrato nel canone finanche per gli attardati programmi ministeriali (al mio diploma non si arrivava ai crepuscolari). I poeti questi sconosciuti. In un video di interviste a caldo, gli studenti di un liceo scientifico campano si dividono in quelli che non hanno svolto la traccia di letteratura perché non conoscevano l’autore (mentre allo studente che dichiara di averlo studiato per proprio conto non manca di appiopparsi l’ovvia taccia di secchione terminale) e quelli che invece hanno trovato il testo accessibile in ogni caso e quindi, aiutati dalle domande ministeriali, si sono arrischiati. Nondimeno, la prova baubau non è per loro sicuramente quella d’italiano: «è domani che si fa sul serio: problemi, formule, esercizi».  Avessero dovuto confrontarsi, dello stesso Caproni, con l’idea dell’ònoma o della Bestia, dalla raccolta ultima, Il Conte di Kevenhüller, il loro bell’enigma lo avrebbero dovuto risolvere già col compito di italiano. Non ne sarebbero stati in grado, mi si obietta nei social. Invece potranno risolvere equazioni differenziali o discettare di Feuerbach e di Husserl? I poeti incomprensibili.

Ho collaborato per alcuni anni con un blog di arti varie, cui avevo proposto una rubrica fissa di poesia. Poesia-performance, poesia-installazione, poesia-testo-e-contesti, con video, audio, materiali dei poeti della generazione ultima, dei nati dagli anni Settanta ai Novanta. La reazione non è stata certo incoraggiante (la poesia fa pochi like) così mi sono limitata, nel tempo, a segnalare di volta in volta libri o occasioni di interesse che mi paresse generale. La risposta è arrivata finalmente distinta e chiara, dopo una serie di recensioni inevase: «abbiamo deciso come redazione di non occuparci di poesia per ora. Stiamo privilegiando altre linee culturali ed editoria». Linee culturali come ad esempio i necrologi: dei poeti in particolare, che ne muoiono, di questi tempi, e garantiscono i like col togliersi di mezzo, a quanto pare.

Mi trovo alla presentazione di un libro di un docente universitario in un’aula gremita di studenti coartati da uno dei relatori: la presentazione figura come parte del corso e dà dunque diritto a crediti formativi. Del libro si parlerà senza mai enunciarne il titolo, sintetizzarne i temi, proporre percorsi analitici comprensibili agli studenti. I quali, dopo un’ora e passa di ascolto passivo decidono, non sta a me stabilire, qui, se legittimamente o no, di iniziare il via vai alle macchinette e ai bagni, il tamburellare di dita sui display di uno o più supporti, e comunque, platealmente, di chiacchierare tra di loro e rumoreggiare. Al termine della presentazione saluto di fretta per andare a tenere l’ultima lezione del corso di poesia. A quel punto mi viene inaspettatamente proposto di inviare il progetto per un corso analogo da tenere proprio in quella università. Mi farebbe, certo, piacere destinare un corso di poesia a un uditorio giovane e in formazione e quindi mi attivo subito, chiedendo lumi su come articolare il progetto e a chi inviarlo. Dopo una serie di rimandi e rinvii (a una richiesta, non a un’autocandidatura, si badi), la risposta è anche in questo caso diretta, chiara e definitiva: «per questi studenti, la “creatività” non passa assolutamente attraverso il medium letterario, verso cui dimostrano il disinteresse più profondo, una volta superati gli esami per loro obbligatori». Chissà chi mai a questi studenti aspiranti creativi, se non un corso di poesia, parlerà di installazione di asemic o spoken poetry, di eavesdropping, googlism, flarf, di new sentence o loose writing, cioè dei presupposti imprescindibili per chi scrive oggi, superando, tra l’altro, l’«unidimensionalità del vettore», citando (poiché fuori dai banchi di scuola si può anche azzardare qualcosa di più contemporaneo di D’Annunzio e Pascoli) una poetessa e teorica dell’area cosiddetta di ricerca come Mariangela Guatteri:

[nella poesia contemporanea] concorrono linguaggi e dimensioni ulteriori come la fotografia, il segno grafico, l’immagine in movimento, il suono senza la parola, l’architettura, la scultura, l’installazione… a patto che la scrittura sia disponibile a un’ulteriore sottrazione: la perdita della dominanza.

Al mio primo corso di poesia si sono iscritte, a pagamento, 18 persone, dai 30 ai 70 anni. Un aspirante docente di filosofia, un’ ex attrice che oggi fa i casting, una cantante, un medico, un commercialista, una studentessa, tra gli altri. Durante la prima lezione ho chiesto loro di scrivermi su un foglietto cos’è “una” poesia,  non “la” poesia, chiarendo subito che nel corso avrei offerto, insieme ai critici e poeti via via convocati, degli elementi per riconoscere un testo poetico (e dunque, in prospettiva, per poterne scrivere uno proprio), a partire dalla cosiddetta formula di Barthes (poesia = prosa + a+b+c, andando a far coincidere, di volta in volta, quell’a, b, c col lessico, la sintassi e gli aspetti figurali), ma soprattutto dei percorsi di lettura della poesia contemporanea, dando per presupposta (e però inevitabilmente richiamandola a ogni lezione) la poesia di scuola, da Leopardi a Montale. I foglietti con le definizioni degli aspiranti poeti hanno saputo sorprendermi come via via i loro testi.  L’obiettivo che il corso si era prefissato è stato raggiunto da tutti loro, anzi, da tutti noi: allontanarci dalle idées reçues sulla poesia, e quindi anche da chi la vuole morta perché non piace, non si conosce, non interessa ai nostri ragazzi. I nostri ragazzi saranno quel commercialista, quell’aspirante docente, quella cantante che di poesia ne hanno invece, gliela proponesse o meno la scuola, letta tanta  e che di fronte a un foglio bianco, invece di dichiararsi sconfitti e passare ad altro, hanno provato a connettere le conoscenze e a elaborare un’idea originale. Sono stati studenti anche loro, infine: forse di cattedratici meno click-baiting degli attuali.

 

[Immagine: Tim Davis, My Audience]

 

7 thoughts on “A chi (non) interessa la poesia

  1. Tutto bellissimo. Giusto un piccolissimo stridore che – ahimè – non posso fare a meno di sottolineare: la «cosiddetta formula di Barthes», non è, a dire il vero, di Barthes. Tutto andrebbe fatto risalire – per mera (iper)correttezza – a Molière. ‘Le Bourgeois Gentilhomme’, atto secondo, scena quarta. Quella che appare ne ‘Il Grado Zero della Scrittura’ è infatti un’estrema semplificazione, coartata a sostegno delle pure fondamentali strutture critiche barthesiane, di un dialogo splendido tra Jourdain e il maestro di filosofia, il quale contiene già i piloni delle riflessioni strutturaliste novecentesche.

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