di Emiliano Morreale

Ha inventato una delle grandi maschere comiche del secolo scorso, l’emblema dell’italiano meschino della I repubblica, quel Fantozzi diventato proverbiale e che oggi ci parla piuttosto di un mondo scomparso (averceli, per un ventenne di adesso, un posto fisso e una casa di proprietà in semi-centro a Roma…).

Con Paolo Villaggio se ne va insieme un simbolo feroce dell’Italia e un comico eccentrico, legato all’inventiva verbale ma anche fisica. Ex impiegato dell’Italsider con dentro un animo di anarchico, già autore di canzoni con De André (la celebre Carlo Martello), Paolo Villaggio aveva fatto irruzione nella tv italiana con personali di inusuale cattiveria, sadomasochistici, come il catastrofico prestigiatore Kranz e l’impiegato Giandomenico Fracchia. Dai monologhi televisivi di ambiente impiegatizio nascerà il personaggio di Fantozzi, dapprima in fulminanti racconti pubblicati sui settimanali (raccolti in volume nel ’71) e poi in una serie di film di enorme successo inaugurata nel 1975, e di cui l’apice resta probabilmente Il secondo tragico Fantozzi (1978), anche se momenti formidabili si ritrovano in quasi tutti i titoli. Negli anni ottanta Villaggio è, insieme a Pozzetto Celentano e Montesano, uno dei nostri comici di maggior successo al cinema, e a fine decennio arriva anche la collaborazione con Fellini in La voce della luna (1989), amarissimo testamento del regista, e nel 1992 il Leone d’oro alla carriera. Da allora prenderà talvolta spazio una vena patetica, già anticipata fra l’altro in un bell’episodio televisivo di Sergio Citti (in Sogni e bisogni, 1985),quasi mai con esiti convincenti (nemmeno nel Segreto del bosco vecchio di Ermanno Olmi).

Comunque, Villaggio rimane sempre comico più cinematografico che televisivo, e la collaborazione con il regista Neri Parenti ne accentua anzi alcuni tratti slapstick, da comico delle origini, che ne fanno un’eccezione nella comicità italiana. Memorabile, ad esempio, Fracchia la belva umana (1981), ed eloquente la serie pur mediocre delle Comiche, in cui lui e Pozzetto si rifanno esplicitamente a quel tipo di comicità. Il suo umorismo segna però una mutazione: primo esempio di comicità colta per le masse, legata non ai bisogni primari come Totò, ma alle frustrazioni di un ceto medio da capitalismo misto (e infatti lo amavano molto nei paesi comunisti), il suo Fracchia/Fantozzi era soprattutto privo di ogni possibilità di identificazione come lo erano invece i pur variamente mostruosi personaggi della commedia all’italiana. Lo spettatore ideale di Sordi o Gassman era un po’ Sordi o Gassman lui stesso, li disprezzava e li ammirava, voleva essere come loro o credeva di esserlo. Lo spettatore di Fantozzi era semmai un po’ Calboni o Filini, ma certo le possibilità di riconoscersi in quel mondo non avevano per lui nulla di consolatorio. Niente psicologia, pura etnologia, anzi etologia; ferocia sociologica che voltava felicemente le spalle a ogni realismo, a ogni commedia, a ogni dolceamaro, insomma a molto della nostra tradizione di racconto della piccola borghesia. Villaggio insomma portava nel racconto della piccola borghesia quella vena grottesca e anarchica, di apocalittico qualunquismo, di ribellione anche fisica alle regole della tradizione borghese, che era tipica dei guitti lumpen. Non a caso, sul grande schermo trovò spazio nel momento di massimo impazzimento estetico del nostro cinema, tra Carmelo Bene, Ferreri (per il quale recitò in Non toccate la donna bianca), i gialli alla Sergio Martino, tra barocchismi, grotteschi volontari e non, sfide alla censura a base di sesso e violenza.

Per il suo stile si sono spesso citati i maestri russi, Gogol’ anzitutto, ma va ricordato (come ha riconosciuto Villaggio stesso) lo spirito feroce di grandi scrittori anarchici come Bianciardi o Mastronardi. Anarchico come l’amico De André, infatti, Villaggio in fondo lo è sempre stato, pur nelle sue giravolte politiche (candidato per Democrazia Proletaria, pannelliano, estimatore di Berlusconi e poi di Grillo). Certo, negli ultimi tempi la sua sagoma stanca e bolsa era del tutto interna al circo dei media, in cui Villaggio aveva accettato di rimanere a fare da comparsa, con una ferocia che era ormai puro cinismo, di chi sa di esser stato infinitamente migliore di tutti coloro che gli stanno intorno. Ma rimane enorme, seppur sempre più lontana, l’eredità di questo grande attore (e scrittore da riscoprire), esempio altissimo di umorismo nero, civile e surreale, implacabile e inimitabile.

 

[Immagine: Paolo Villaggio in Fantozzi, il ritorno, Neri Parenti, 1996]

4 thoughts on “Comicità colta per le masse. Paolo Villaggio e Fantozzi

  1. “ Giovedì 5 febbraio 1998 – « Novembre 1993 – Gli articoli di Paolo Villaggio sull’Unità. Certe volte mi sembra che Villaggio non ci penserebbe due volte a mettere al muro chi non la pensa come lui. Valeva la pena essere messi al muro da Stalin: da Paolo Villaggio no. » (Enzo Siciliano, Diario italiano 1991-1996) “.

  2. Questo sì che è un articolo ben fatto: si può condividere o no, però c’è tutto, esposto rapidamente e con grande chiarezza

  3. “ Com’è umano Lei “, a pensarci meglio, potrebbe anche sottintendere un “ Come non sono umano io “. Che infatti sono un comico, cioè un artista etc.

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