di Gianluigi Simonetti

[Questa sera si assegna il Premio Strega. L’intervento che segue assembla e rielabora due articoli apparsi in forma più breve sulla «Domenica» del «Sole 24ore»].

1.

Il premio Strega verrà assegnato stasera a Roma. L’edizione di quest’anno coincide con un nuovo e sostanzioso allargamento della platea dei votanti: ai giurati tradizionali del premio – i cosiddetti «Amici della domenica» – si aggiungono alcune centinaia di voti espressi da intellettuali, traduttori e circoli di lettura italiani ed esteri. Il tentativo è quello di alleggerire la pressione che gli editori esercitano, se non sulla scelta dei libri in concorso – ancora decisa, in sostanza, dai grandi gruppi – perlomeno sui voti che assegnano il premio finale. Il quale risulta in Italia il più prestigioso, il più commercialmente incisivo e al tempo stesso il più discusso, perché da sempre appannaggio di poche case editrici (le quali del resto tendono a fondersi tra loro da qualche anno a questa parte).

Cosa succederebbe se prescindessimo dalla reputazione dello Strega e da un bel po’ di chiacchiere e provassimo a farci un’idea del premio guardando solo ai titoli che se lo sono aggiudicato dal 1947 a oggi? Verificheremmo innanzitutto che nei suoi primi anni di vita lo Strega è stato sinonimo di un preciso stile Novecento, valorizzando, oltre a qualche figura emblematica del dopoguerra (La bella estate di Pavese), diversi libri belli e non banali – da Tempo di uccidere di Flaiano a Lettere da Capri di Soldati. Vedremmo poi che negli anni Cinquanta ha oscillato fra scelte tradizionaliste (Cassola, Bassani) e apertura a libri più coraggiosi e inclassificabili, come L’isola di Arturo di Morante o Il gattopardo di Lampedusa. La qualità media rimane comunque alta, e tale resterà fino a tutti gli anni Sessanta, quando si affermano romanzi anche sperimentali e per certi versi ostici per il grande pubblico, come Ferito a morte di La Capria o La macchina mondiale di Volponi. L’impressione che qualcosa si inceppi comincia negli anni Settanta, nonostante luminose eccezioni (La chiave a stella di Primo Levi): ma va detto che molti dei nostri scrittori più abili, in quel periodo, si allontanano dal romanzo e dal racconto tradizionalmente intesi, riserva di caccia dello Strega. Negli anni Ottanta e Novanta libri di valore (come Il sillabario n. 2 di Parise) s’impongono più raramente, a favore di bestseller meno indiscutibili (Il nome della rosa di Eco, La chimera di Vassalli). Tra i premiati degli anni Zero, poi, serpeggia un bel po’ di Midcult; anzi si può dire che in pratica c’è solo Midcult – salvo Starnone (Via Gemito, nel 2001: il suo primo bel romanzo, poi avrebbe fatto di più) e forse Tiziano Scarpa, però non al suo meglio (Stabat Mater, nel 2009).

Riassumendo: senza coincidere con una lista dei titoli migliori del secondo Novecento, l’albo d’oro dello Strega ha rappresentato, fino a un certo punto, una mappatura abbastanza attendibile di un periodo della nostra cultura che assegnava un primato sicuro al letterario, con radici forti nella storia della lingua e nel culto dello stile. Il premio esprimeva un rapporto organico tra poteri editoriali e società delle lettere: i primi valorizzano autori non inaccessibili, la seconda resta esigente sul piano dell’artigianato formale e del dialogo con la tradizione. È negli anni Ottanta che la qualità media dei vincitori conosce una flessione; da allora in poi lo Strega comincia a registrare il successo di una prosa pianificata per sedurre o intrattenere, più che per conoscere, secondo un’inclinazione che si afferma nel nuovo millennio. La ricetta prevede, rispetto al passato, meno attenzione alla lingua e meno ostacoli formali; stile più socievole, scorrevole e internazionale. Soprattutto più storytelling, con richiami extraletterari e ammiccamenti a temi alla moda.

Ma gli anni Ottanta, va ricordato, rappresentano anche il momento della ristrutturazione industriale della nostra editoria di narrativa; gli anni della “nuova narrativa italiana” escogitata dagli uffici stampa, dei giovani esordienti – un genere a sé stante – e di molti altri fenomeni di marketing letterario. Da quel momento in poi, e dagli anni Zero con più decisione, lo Strega sembra assumere un significato più sociologico che propriamente estetico: sia pure con molte approssimazioni contribuisce a fissare l’idea di letteratura – o meglio, di romanzo – che l’industria culturale (diventata un’industria vera e propria) trasmette al lettore globale e di massa. Ciò non rende le vicissitudini del premio meno appassionanti per chi si occupa di cultura letteraria (anzi…); ma è evidente che i libri italiani più belli usciti negli anni Novanta e Zero non emergono nella competizione, e spesso non vi accedono neanche.

Probabilmente ha ragione Emanuele Trevi, che perse lo Strega per due voti (e ingiustamente), nel 2012, con Qualcosa di scritto: il premio acquisterebbe un valore artistico più netto se a selezionare i libri non fossero gli editori vincolati ai bilanci, ma trenta o quaranta narratori o poeti di quelli sensibili, oltre che ai meccanismi narrativi e alla forza delle storie, all’aria del tempo che spira nella lingua e nello stile delle opere. Peraltro proprio dal 2012 – edizione che col senno di poi andrà considerata di rottura – le cose sembrano migliorare, sul piano della qualità letteraria, nel segno dell’affermazione di testi più vivaci, più emblematici di una parte delle ricerche in corso. Un’evoluzione non riconosciuta nella giusta misura, forse in rapporto con il coevo allargamento della giuria tradizionale a un numero sempre crescente di lettori cosiddetti forti. Piperno, Siti, Lagioia e Albinati – vincitori di edizioni recenti – sono autori diversi, e di diverso livello; nessuno di loro (tranne Albinati) ha vinto col proprio romanzo migliore; ma restano scrittori rappresentativi di forze vive della nostra narrativa di oggi.

Arriviamo con questo alla cinquina attuale, che fornisce indicazioni interessanti anche se (o proprio perché) contraddittorie. Premesso che anche stavolta i due o tre libri più belli dell’anno al concorso non sono nemmeno arrivati, nei finalisti di oggi colpisce innanzitutto una costante tematica, in accordo con tendenze corpose manifestate dalla stagione in corso. Tutti e cinque i libri esibiscono una spiccata vocazione genealogica: sono configurati attorno a una indagine sul passato. Si presentano come ricerca sulla famiglia, in particolare sui genitori perduti; quindi inchiesta sulle fondamenta, sulle origini, a volte su valori perduti. Solo in E’ giusto obbedire alla notte, di Matteo Nucci, l’inchiesta viene esplicitamente trascritta nel codice del mito, e a condurla è una figura paterna e non filiale; negli altri casi i protagonisti combattono con gli antenati in un dialogo a volte letterale (Wanda Marasco, La compagnia delle anime finte; Teresa Ciabatti, La più amata), a volte metaforico (Alberto Rollo, Un’educazione milanese; Paolo Cognetti, Le otto montagne). Le vicende vengono puntualmente calate in cornici di genere, diverse e più o meno alla moda: il racconto autobiografico, o autobiografia vera e propria (Rollo), una pretesa autofiction (Ciabatti), un’epopea famigliare (Marasco), un romanzo d’avventura (Cognetti). Ma in tutti i casi s’indovina il bisogno comune di una resa dei conti con qualcosa di trascorso, e più specificamente con un nucleo novecentesco ricco di conflitti e di rimozioni. Sarebbe logico aspettarsi, dissimulato in questo tema, la ricerca di un nuovo rapporto con la tradizione narrativa stessa, e con la lingua letteraria del Novecento. Eppure, nei livelli profondi della forma le opere in cinquina risultano tutte estranee a quella tradizione – per motivi diversi e a volte contro l’intenzione degli autori. Non so quanto casualmente il libro che per ora guadagna più voti e consensi, Le otto montagne, è anche – tra i cinque – il più consapevole, e forse in fondo il più orgoglioso, della propria distanza culturale e linguistica da una certa tradizione italiana. Prodotto da esportazione di buona fattura, legato del resto a modelli importati. Potrebbe vincere lo Strega un romanzo che proprio con lo stile Novecento che fu tipico del premio intrattiene un rapporto di rispettoso distacco.

 

2.

A questo proposito, prima di conoscere il nome del vincitore vale forse la pena di dare un’occhiata ai libri in cinquina senza limitarsi a constatare cosa raccontano, e sulla base di quale esperienza vissuta dell’autore, e con quali prospettive di vendita. Che indicazioni trarre dalla forma di questi libri, dal modo in cui sono scritti? Cosa possono dirci sulla nostra cultura letteraria, cioè sulla nostra idea di letteratura?

Dal punto di vista stilistico i cinque libri finalisti si dispongono in due blocchi antagonisti. Da una parte tre tentativi di stile disadorno (sia pure molto diversamente articolati); dall’altra due romanzi di più opulenta letterarietà. Cominciando da questi ultimi, si direbbe che nella Compagnia delle anime finte, di Wanda Marasco, e in E’ giusto obbedire alla notte di Matteo Nucci, il sovraccarico stilistico serva a colmare la distanza dalle convenzioni del romanzo realistico moderno, insomma dal novel. Marasco guarda al realismo magico, alla poesia in prosa, forse al teatro d’opera; Nucci da un lato si appoggia al mito o all’epos classico, dall’altro sfiora il melodramma (la figlia malata del protagonista, il suo rapporto febbrile con la moglie). Entrambi sembrano obbedire a un gusto che una volta si sarebbe definito decadente; comunque a una sensibilità più lirica che romanzesca. Si sforzano di tenere insieme l’ignobile e il sublime in un congegno narrativo che riscatta il degrado compiaciuto di molte situazioni con applicazioni decorative, aforismi, preziosità varie; allo stesso modo in cui le concessioni generose ai dialetti si alternano a momenti aulici, iperletterari. E’ significativo che le storie narrate da Nucci e Marasco si dipanino in un Altrove povero, marginale, periferico anche geograficamente, ma al tempo stesso attraversato da un’arcaica spiritualità (l’ultimo tratto del Tevere, nel caso di Nucci, tra pescatori di anguille, baracche e vestigia imperiali; nel caso di Marasco, la Napoli dei vicoli malsani e malavitosi e quella degli ipogei millenari e della religiosità popolare). Ed è altrettanto significativo che le descrizioni di luoghi e persone proliferino di transizioni dal concreto all’astratto («i capelli impigliati a un perfetto silenzio», Marasco), metafore solenni (Nucci: «Il nero della notte divenne un duro dorso plumbeo»), o addirittura di catene di metafore («Mio padre diventava uno spirito dentro una crepa del tufo, uno di quei panni stesi ai balconi che oscillano come arti di zingari acrobatici»), come spesso in Wanda Marasco. Un’altra sua abitudine sintattica, il doppio complemento di specificazione semanticamente contraddittorio («un odore di piscio e di talco»; «un’occhiata di fuoco e un’altra di gelo»; «una strada di sabbia e di acquasanta») la dice lunga sugli scopi suggestivi di questa scrittura, sulla cipria estetica e emotiva che depone sul racconto. E in qualche caso sotto la superficie dei cosmetici risaltano le imperfezioni; l’attenzione alla lingua non è sempre all’altezza dell’ambizione e dei modelli di chi scrive (Nucci: «le mani protette da guanti che stringevano le protezioni di una cordicella umida»).

Se in Marasco e Nucci l’Altrove è il luogo deputato al dispiegarsi di una logica irrazionale e metaforica, è interessante rilevare che nell’ Educazione milanese di Alberto Rollo – sentito elogio della sobrietà meneghina, nelle varianti operaie e borghesi – la temperatura metaforica si innalzi quasi solo quando il racconto per poche pagine scivola in quel piccolo altrove che è il Salento (il sud da cui viene il nonno paterno): «Avevo messo nella cripta della mia immaginazione sciami di moscerini perché si aprissero alla luce della memoria». Eccezione che conferma la regola, dove la regola, in questo blocco ispirato a uno stile semplice, consiste nell’andare nel senso di una comunicazione piana. Qui l’obiettivo non sta nel decorare, ma nel chiarificare – ora per conformarsi alla moralità senza fronzoli di una tradizione cittadina (come appunto in Un’educazione milanese); ora per adeguamento a un paesaggio concreto e nudo (Paolo Cognetti, Le otto montagne); o infine per riprodurre un punto di vista immaturo, in cerca di identità psicologica e stilistica (Teresa Ciabatti, La più amata). Anche Cognetti ha un suo Altrove, l’alta montagna valdostana, ma non lo sovraccarica di estetica e di storia; al contrario, lavora in levare, soprattutto sulla sintassi e sul lessico, scegliendo di ridurre al minimo gli aggettivi a cominciare dagli esornativi: è il più preciso e solido dei cinque, il più autenticamente narratore. Teresa Ciabatti ha una storia interessante da narrare, quel che manca è proprio il dominio della forma: nelle pagine più esposte si affida a una voce infantile e balbettante che solo in parte appartiene al personaggio, nelle parti di raccordo emerge una scrittura telegrafica, quasi di servizio. In un caso e nell’altro il racconto è delegato a spettacolari scene-madre, a riassunti sbrigativi, a drastiche equazioni («Come riuscire a spiegare che il loro papà è il male?»; «Questo è il futuro»; «Quei due momenti sono l’America»). Se tutto è più semplice tutto è anche più veloce; il prezzo da pagare è la rinuncia agli strati, ai diversi livelli di senso e di tempo a cui il romanzo ci aveva abituato. In cambio si ottiene un modo di narrare che può far pensare al racconto cinematografico, perché in effetti somiglia al cinema: in gran parte ne discende («Quel che succede è rapido e inaspettato. Come il cambio scena di un film») e in gran parte lo prepara. Non a caso La più amata sta per diventare un lungometraggio.

Riassumendo: la cinquina dello Strega sembra dirci che i due modi prevalenti di fare letteratura, oggi, consistono nel ridurre al minimo la presenza della tradizione, fino a nasconderla; oppure, all’opposto, nell’esibirla, aumentando le dosi a dismisura. O poco sale, o troppe spezie. In parte è attrazione per sapori nuovi, in parte è disabitudine alla cucina.

[Immagine: liquore Strega (gs)]

 

25 thoughts on “Cosa ci dice lo Strega?

  1. “ Giovedì 14 luglio 2005 – « Ha vinto perché è morto: così dicono gli avversari del Gattopardo. Giuseppe Tomasi di Lampedusa, a guardarlo in fotografia, adesso che tutti giornali si occupano di lui e ce lo fanno conoscere in vari atteggiamenti e particolari, sembra che abbia davvero premeditato questa estrema slealtà, la perfidia di mettersi per traverso, con l’enorme peso della sua morte, sulla strada dei suoi concorrenti. Egli aveva difatti, nel volto, qualche cosa di beffardo e di ironico, come un presentimento del grottesco spettacolo di gente che lo premia, lo applaude, gli firma milioni e lui non c’è. L’altra sera, al premio Strega, la scena sarebbe piaciuta a Pirandello o a uno di quei registi cinematografici che fanno i film con il morto comico: certi film inglesi, per esempio, in cui ci si diverte con la storia di un cadavere o con qualche orribile delitto. Le centomila copie del Gattopardo, le sue traduzioni e recensioni, chiudevano in una fossa senza scampo gli invitati in smoking, i riflettori, i microfoni, la vanità, la superbia di tutta quella roba che Lampedusa aveva certamente patito da vivo e che soltanto da morto, con la beffa del successo, si è deciso a castigare. L’ultima irrisione è stata quella di farsi premiare, lui assolutamente astemio, da un fabbricante di liquori. » (Gherardo Tieri, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, in [?], 25-26 luglio 1959) “.

  2. “Premesso che anche stavolta i due o tre libri più belli dell’anno al concorso non sono nemmeno arrivati”.

    Ho una curiosità: quali sono per Simonetti i due o tre libri più belli dell’anno?

  3. “ Martedì 24 maggio 2011 – Dice che Saviano è nella giuria del Premio Strega. « Te l’avevo detto… » Che Saviano fa carriera? « No, che giudicare è sempre meglio che lavorare ». “.

  4. sia Via Gemito che Stabat Mater sono CERTAMENTE midcult. Bel pezzo per il resto.

  5. pare anche che lo Strega intercetti meglio il momento letterario nelle dozzine, negli ultimi anni, anche se poi dopo le forze editoriali prendono il sopravvento.

    sottolineo e “quoto” la curiosità di Matteo F: fuori i nomi, sennò il discorso è privo di un parametro, no?

  6. “ Sabato 13 novembre 2004 – « Torino, 1 luglio 1948 – […] Dello Strega me ne infischio. » (Cesare Pavese, Lettera a Carlo Muscetta, in Lettere 1945-1950, cit.) “.

  7. @matteo f

    Limitandomi alla narrativa italiana, e premesso che come al solito ho letto una minima parte di quello che è uscito, i libri più belli che ho incrociato nel 2016 sono i nuovi di Trevisan e Starnone e Memorie di un rivoluzionario timido di Bordini; nel 2017 i nuovi di Siti e Mari.

    Sì obietterà che Siti e Starnone hanno già vinto lo Strega e che i libri di Siti e Mari per pochissimi giorni sono fuori tempo massimo per lo Strega 2017. Tutto giusto. Ma secondo me resta letteratura di altro livello rispetto a quella della cinquina, se è di letteratura che vogliamo parlare.

  8. ‘Stabat mater’ è uno dei miei libri più sperimentali.
    Scrivendolo misi in atto in prosa la poetica leopardiana del vago, che contrappone le *parole* ai *termini*. In sintesi: le *parole*, come per esempio “nuvola”, così vaghe, così connotate, sono poetiche: fanno fantasticare, ricordare, evocano un corredo di imprevedibili connotazioni… I *termini*, come “cirro, strato, cumulo, nembo”, ecc., sono precisi, denotativi, delimitano con esattezza il contorno della cosa che nominano, ma tagliano via le evocazioni connotative.

    Ora, mi pare evidente dai miei libri che io sia uno che scrive *termini*, e però, credo, sono uno sperimentatore, uno che ha l’inquietudine della forma; esploro dall’interno, il più possibile, le diverse potenze e prestazioni della parola; comprese le parole leopardianamente *vaghe*, a cui ho dedicato un intero libro (‘Stabat mater’, appunto).

    In ‘Stabat mater’ ho sperimentato in prosa quella potenza, la potenza della poetica leopardiana delle *parole* (cioè dei non-termini), le parole vaghe, compendiarie, sintetiche, dense, evocatrici, prestando quella poetica alla narrazione.

    Quel libro è scritto in una prosa del tutto controcorrente, rispetto ai miei libri precedenti e successivi, e rispetto anche alle prose a me contemporanee. Non esagero a definirlo un libro sperimentale: è una narrazione sinteticissima, le parole sono ridotte all’osso e hanno un peso atomico maggiore, e il ricorrere alla poetica leopardiana del vago le rende fortemente evocative; macluhanianamente, sono “calde”, perché inducono il lettore al lavoro, lo “scaldano” facendo affiorare, in chi legge, reminiscenze e proiezioni che sono sue; il lettore non viene accompagnato passo passo da descrizioni dettagliate; riceve piccoli-grandi inneschi, piccole-grandi spinte sintetiche, fatte di parole madornali (non minimalistiche), tipo “angoscia”, “disperazione”, “cielo”, “madre”, “scala”, “barca”, ecc.

    (Passando a una considerazione più personale: delegare il racconto a un mediatore, anzi, una mediatrice, cioè la protagonista scrivente Cecilia, mi ha “liberato”, mi ha dato il coraggio di scrivere parole che non avevo mai scritto, o che non avevo ancora scritto con quella convinzione, perché le consideravo intrattabili, stucchevoli, improponibili, o logore, esauste, troppo sfruttate, come per l’appunto “disperazione”, “angoscia”, “madre”, e simili; ma quest’ultima, ripeto, è una considerazione più personale, psicostilistica).

    Potrebbe suscitare delle considerazioni non banali il fatto che quel libro – uno dei miei più sperimentali – abbia vinto premi e sia diventato uno dei miei più diffusi: forse anche perché, leopardianamente, è fatto più di “parole” che di “termini”? E, in questo, è un libro macluhanianamente “caldissimo”, e, con la sua sinteticità descrittiva, induce a fantasticare, a immaginare, a lasciarsi pervadere dalle connotazioni incontrollabili contenute in parole così madornali?

    Da questa prospettiva, suggerisco umilmente che l’analisi reale (e non il giudizio sommario) di certi casi significativi potrebbe contribuire a mettere in discussione alcune certezze; ma vedo che invece si preferisce chiamare in causa categorie rassicuranti, disinnescanti, come “midcult”, eccetera, che, mi sembra, perdono l’occasione di cogliere le eccezioni significative, che non confermano le regole e le categorie, ma potrebbero forse contribuire a cambiarle.

    @ Federigo Lois
    ‘Stabat mater’ è un libro sperimentale con una copertina certamente midcult.

  9. @scarpa

    Non capisco bene a chi è diretto il suo discorso. Per quanto mi riguarda non ho scritto che Stabat mater è midcult, ho scritto il contrario. Lo contavo tra le poche eccezioni, non nella regola. Peraltro midcult continua a sembrarmi etichetta perfettamente adeguata per libri come ( ad esempio) Non ti muovere, per cui non vedo motivi per buttarla via.

    Infine: Stabat mater merita certo una “analisi reale”, ma suggerisco umilmente che questo non possa verificarsi in un pezzo di settemila battute dedicato alla storia dello Strega. In quel contesto ci può stare invece un giudizio sommario. Non trova?

  10. Premetto che ho letto “Stabat mater” poco dopo che è uscito prendendolo in biblioteca, quindi non lo posseggo e non posso consultarlo. Se Tiziano Scarpa dice che “Stabat mater” è il suo libro più sperimentale gli crediamo, perché non dovremmo. La tesi, se capisco bene, è che se è sperimentale non può essere midcult.
    Quello che ho da dire io su “Stabat mater”, sulla base di un ricordo ormai molto sfumato riguardo ai dettagli ma ancora molto preciso nell’impressione d’insieme, è che può ben essere che Tiziano Scarpa abbia sperimentato, che abbia fatto un attento, colto, consapevole e esperto bricolage di *parole* – di cui io, lettrice ingenua, non mi ero manco accorta. Quello di cui però mi sono accorta è che queste *parole* vanno a pescare direttamente in un immaginario che lungi dall’essere leopardianamente poetico risulta (almeno a me) banale, massimalista, archetipico a buon mercato, arbitrario e privo di fondamento nell’esperienza individuale. In quanto tale, facilmente fruibile da un largo pubblico. Cioè midcult.

  11. Allo pseudonimo “Elena Grannmann” (certamente più d’una persona: basta confrontare la disparità di linguaggio dei loro post firmati con lo stesso nome, per esempio quello in due puntate su Mari) piace fare satira. Carina, la satira. Ben confezionata, coerente, autistica, si dà ragione da sé e ride alle proprie battute. Uno spettacolo carino.

    Per di più, a questi E. G. piace far dire cose inesatte agli altri (non ho detto “il più sperimentale”, ma “uno dei più sperimentali”).

    Quanto alla “lettrice ingenua”: è proprio vero che il personaggio “Elena Grammann” è stato inventato con queste caratteristiche di forte ingenuità, perché per esempio nelle sue satire carine legge quel che dicono i personaggi dei romanzi come se fossero dirette dichiarazioni d’autore, o comunque considera i romanzi come dirette prese di posizione etico-politiche degli autori (cfr. l’analisi che fa dell’incipit della “Lucina” di Moresco, o altre sue recensioni). Bachtin, Kundera e la sua “ironia romanzesca”, ecc., ma anche semplicemente Esopo e Fedro sono passati invano per questa “lettrice ingenua”.

    In realtà è un'”ingenuità” fintissima, una vera posa professata ma non praticata, condita di culturalismi intorcinati, accademismi polverosi (cfr. ancora il suo saggio in due puntate su Mari, per esempio), che parla da posizioni di spocchia e superiorità, come in questi commenti: appena un autore cerca di dare conto delle sue posizioni e di descrivere i suoi procedimenti ecco che li si irride satiricamente definendoli “bricolage” (‘Stabat mater’ è uno dei miei libri più ispirati; anche per questo ha vinto premi ed è molto diffuso; i cinici e i mondani che credono di saperla sempre più lunga di tutti, solo perché del mondo hanno trattenuto sistematicamente il lato peggiore, se ne facciano una ragione).

    ‘Stabat mater’ “privo di fondamento nell’esperienza individuale”? E’ un’opinione legittima, un’impressione di lettura come tante; sarebbe interessante sapere che ne sa di me e della mia vita “Elena Gramann”, per decidere che un mio libro è “privo di dfondamento nell’esperienza individuale”. Che idea ha della vita, della biografia esteriore e interiore. E, in generale, che idea ha dell’arte, della capacità intuitiva, trascendente, immedesimante. Controprove ce ne sono? Dipende. Dipende anche dalla sufficienza o diffidenza o disponibilità umana con cui le si accoglie. Per esempio: pochi mesi dopo l’uscita di ‘Stabat mater’, e prima che vincesse alcun premio, sono stato contattato da un’associazione di persone abbandonate alla nascita. Si sono riconosciute a tal punto nell’esperienza di Cecilia (la protagionista di ‘Stabat mater’), che, leggendo il mio libro, erano convinte che anch’io avessi vissuto la loro stessa esperienza di orfano o di bimbo abbandonato alla nascita. Una di queste, una donna pugliese, medico, mi disse di avere letto il libro nove volte, talmente aveva trovato nelle mie pagine una credibilità in sintonia con il suo stato d’animo di abbandono esistenziale primario. Vale qualcosa, questa testimonianza? Chissà. Sempre a proposito della mancanza di “fondamento nell’esperienza individuale”, aggiungo che ‘Stabat Mater’ è stato donato dall’Associazione per il Riconoscimento delle Origini Biologiche a tutti i membri della commisione giustizia della Camera dei deputati, proprio perché quell’associazione ha ritenuto che il libro aiutasse la commissione a far capire in che modo e quanto soffrono le persone che sono state abbandonate alla nascita, e a cui la legge italiana non dà un’opportunità di risalire all’identità della loro madre; l’Associazione ha ritenuto che la lettura di ‘Stabat mater’ potesse contribuire a far emanare una legge più giusta (in linea con le legislazioni europee).
    Tutte cose che susciteranno certamente in “Elena Gramman” ulteriori spunti per le sue satire carine.

    @ Simonetti
    Non era rivolto a nessuno in particolare; mi sembrava che, un po’ nel suo articolo, un po’ in questa discussione, si davano per scontate certe categorie e certi parametri, senza – forse – tenere conto che autori e autrici scrivono con ispirazioni, mezzi, consapevolezze e scelte estetiche che non sono necessariamente quelle date per scontate da una certa critica; la quale, per esempio, forse (ma potrei sbagliarmi) non sempre si rende conto che lo “Stile Novecento” è diventato a sua volta una poetica valutativa (una poetica del critico); secondo me però il romanzo pratica in primo luogo la prestazione figurale della parola, la sua facoltà di far immaginare (suscitare nella mente del lettore immagini mentali), che può portare a scelte stilistiche meno “lessicaliste” (Gadda, Landolfi), ecc., le quali invece, di solito piacciono molto ai critici e sembrano essere l’unica garanzia di qualità. Ma mi rendo conto che è un discorso lungo. Non volevo polemizzare; però qui siamo un un sito, non in un giornale, non ci sono mica i limiti di battute; i pezzi giornalistici si possono ampliare, e si può decidere di articolarli, i propri giudizi. Lo dico con amicizia e rispetto.

  12. Scrivendolo misi in atto in prosa la poetica leopardiana del vago, che contrappone le *parole* ai *termini*. In sintesi: le *parole*, come per esempio “nuvola”, così vaghe, così connotate, sono poetiche: fanno fantasticare, ricordare, evocano un corredo di imprevedibili connotazioni… I *termini*, come “cirro, strato, cumulo, nembo”, ecc., sono precisi, denotativi, delimitano con esattezza il contorno della cosa che nominano, ma tagliano via le evocazioni connotative.

    ma davvero?

  13. Sono intervenuto in questa discussione per offrire un esempio di ricerca linguistica che va in una direzione che, di solito, non è considerata tale dalla critica contemporanea (Gianluigi Simonetti infatti metteva un significativo “forse” nel tirarmi fuori dal midcult).

    Voglio dire che di solito (ma potrei sbagliarmi) si tende a vedere ricerca, sperimentazione, eccetera, solo nelle prose dense di tropi, scelte lessicali espressionistiche (o “espressivistiche”, come diceva Segre). Descrivevo la poetica di quel libro per dare una descrizione della mia esperienza di scrittura. Ognuno la prenda come vuole. E’ fisiologico che nei commenti arrivino i soliti spifferi di irrisione, sminuimento, battutine, giudizi sommari… Io sono soddisfatto di avere lasciato traccia qui di un punto di vista diverso, ci sono lettori silenti che sicuramente comprenderanno e forse apprezzeranno ciò che ho detto qui, e tanto mi basta. Sono convinto che anche molti autori e autrici potrebbero, se volessero, descrivere le specifiche poetiche di alcune loro opere; il che forse potrebbe servire a rendere un po’ meno rigide le categorie con cui si incasellano le cose.
    Grazie dell’attenzione

    [a “Anna”

    Sì, davvero. Lo dice Leopardi nello Zibaldone (ma l’esempio delle “nuvole” e di “cirro, strato” ecc. è mio). O almeno, io l’ho interpretato operativamente così. Sembra strano che l’indicazione di un grande del passato possa dare slancio per esplorare una delle potenzialità del linguaggio?]

  14. Gentile Tiziano Scarpa, la sua risposta mi onora (e così lunga e dettagliata…), non me la aspettavo: Elephas indus culices non timet si dice, no? Ma mi sembra che lei dell’elephas, indus o no, ne abbia poco.
    – A tutti capita, senza volere, di riportare dati non del tutto esatti: ad esempio lei parla di un mio post (=articolo di blog) sulla “Lucina”. Non ho mai scritto post sulla “Lucina”. Ho scritto un commento al post di un’altra persona, il quale commento intenzionalmente coinvolgeva un certo discorso sull’autore. (Faccio questa precisazione soltanto in risposta alla sua, di precisazioni. Se vogliamo essere pedanti siamolo fino in fondo).
    – Indubbiamente la sua preparazione retorico-literaturwissenschaftlich è immensamente superiore alla mia, ma proprio qui si tocca con mano che detta preparazione non è garanzia di niente, dal momento che la sua analisi stilistica (!) sui miei umili post la porta ad affermare con proterva sicurezza che Elena Grammann (intanto non storpi il mio cognome, per favore, neanch’io la chiamo Scerpa o Scorpio o Sparco) è una pluralità. Elena Grammann è una e non trina (e men che meno disponibile in numero superiore), glielo assicuro. Quanto a quello che lei chiama il mio “pseudonimo”: che ne sa lei (della mia vita)?
    – Capitolo spocchia: se dire chiaramente cosa non piace, e cercare di spiegare perché, è spocchia, bene, allora sono spocchiosa. Come lettrice, mi arrogo il diritto di dire (e cercare di giustificare) la mia impressione di lettura (che non esclude affatto la riflessione). Se il discorso non risulta accettabile, propongo di stampare le opere letterarie in tiratura limitata unicamente per gli addetti ai lavori.
    Poi, ognuno ha il suo stile; se il mio dispiace non so cosa farci. Neanche a me piace il suo.
    – Tutto il resto: benissimo. Ognuno scrive quello che può e come può (e dove può: io scrivo su un blog, giusto?). Il resto è impressione. Io alla mia ci tengo.
    Un saluto, Elephas non elephas, e buone cose.
    Elena Grammann (una, una, una, sempre e soltanto lei)

  15. Dimenticavo una cosa: il bricolage. Nel mio commento la parola è preceduta da una serie di aggettivi positivissimi e intesi senz’ombra di ironia. Rimane il fatto che questo tipo di lavoro, sperimentale, per me rientra nell’ambito del basteln (se non piace la parola bricolage).
    (Non tutti sono Céline)

  16. @ Elena Grammann

    Infatti, non sono megalomane, discuto alla pari con tutti. Chi sono io per sentirmi un elefante? Se chi discute con me si sente una zanzara, non credo sia responsabilità mia.
    – In più di vent’anni di pubblicazioni ho ricevuto decine e decine di stroncature; da tutte le firme, in tutti i media; molte sicuramente meritate. Figuriamoci se pretendo di piacere a tutti, o di impedire di criticarmi.
    – Desolato di avere sbagliato a scrivere il nome; chiedo scusa, davvero.
    – Da una lettura del suo bel blog, che seguo da sempre (è scritto bene, ci sono pezzi di satira molto divertenti: il limite, per l’appunto, è che è quasi sempre satirico, e spesso si assiste al compiacimento retorico di chi costruisce il discorso non per analizzare e conoscere, ma per ridere autisticamente delle proprie battute e darsi ragione da sé) mi sembra evidente che ci scrivono almeno due persone diverse. Mettiamola così: voglio sperare che la persona che scrisse nel giugno dell’anno scorso quella cosa tediosissima su Mari in due puntate (su ‘Euridice aveva un cane’ ecc.), con quel linguaggio manieristicamente accademico, non sia la stessa che negli altri post dimostra ben altra verve. Dunque, se ne deduce che uno dei due ha preso il nome dell’altro, cosicché E. G. diventa uno pseudonimo. Non so se si è capito che nel postulare più autori/autrici stavo dando la mia personale attestazione di stima alla “vera” (?) Elena Grammann, che scrive in tutt’altro modo.
    Con amicizia e rispetto
    T. S.

  17. @Scarpa

    Certo, mi rendo conto che ben pochi autori o autrici scrivono con “ispirazioni, mezzi, consapevolezze e scelte estetiche” Midcult; ma questo non vuol dire che non siano Midcult i risultati. Mi sembra il caso di molti libri che hanno vinto lo Strega, specialmente in un particolare periodo della storia del premio. A lei no?
    Poi sì, lo so, la categoria di Midcult è oggi molto osteggiata (come un po’ tutte le categorie, oggi); del resto a nessuno piace venire incasellato. Probabilmente la critica può fare a meno di esistere, ma temo che finché esisterà avrà bisogno (anche) di caselle; servono al lettore, non agli autori, perché ogni autore che si rispetti si sentirà tradito da ogni ipotesi di incasellamento (in molti casi giustamente). Però insisto a pensare che un uso saggio e non contundente di alcune categorie possa aiutare a capirsi in fretta e ragionevolmente, senza spicciolare il discorso in mille discorsi particolari e in mille “analisi reali”. In parte perché non sempre ne vale la pena, e alcuni autori e autrici dovrebbero farsene una ragione; in parte perché spesso sarebbe comunque molto difficile, se non impossibile. Nel mio pezzo su commissione di settemila battute cito più di una dozzina di opere, alcune anche complesse; se qui avessi dedicato a ciascuna di queste un’analisi reale non sarebbe bastato lo spazio di un post, sarebbe servito quello di un libro.
    (Per inciso, un libro su questi temi lo sto terminando; sarà pieno di analisi reali; ma sarà, appunto, un libro).

    Concordo infine sul fatto che lo stile Novecento possa diventare una poetica (e una poetica valutativa); però nego che sia la mia poetica. Come non sono mie le preferenze lessicaliste o espressivistiche cui allude, e che in effetti spesso piacciono ai critici. I miei gusti non hanno nessuna importanza, ma comunque non sono quelli.

    Con uguale amicizia e rispetto,
    gs

  18. Questi scrittori che al primo accenno di critica non positiva accorrono a difendere il proprio libro autorecensendosi e cercando di dare indicazioni illuminanti al lettore che, colpevole di non aver colto la sperimentazione e il faticoso lavoro sulla lingua dell’autore, necessita di aprire gli occhi per cogliere appieno la bellezza di uno scrittore che vive nell’inquietudine della forma.

    ‘Stabat mater’ è uno dei miei libri più ispirati; anche per questo ha vinto premi ed è molto diffuso; i cinici e i mondani che credono di saperla sempre più lunga di tutti, solo perché del mondo hanno trattenuto sistematicamente il lato peggiore, se ne facciano una ragione.

    Come direbbe Gilda Policastro: Tiziano Scarpa e la logica sotterranea di Maria De Filippi

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