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Letteratura e realtà

Il giovane Marx: un film

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di Federica Gregoratto

Sono già passati circa dieci anni dall’inizio dell’ultima crisi finanziaria che ha messo in ginocchio l’economia mondiale, soprattutto occidentale. Una delle trasformazioni sociali, politiche e culturali più evidenti che sta segnando la fase attuale (e terminale?)[1] della società capitalista è la presa di coscienza dei limiti, intrascendibili, e dei fallimenti, irreversibili, del progetto social-democratico e liberale. Le procedure democratiche e il sistema dei diritti non sembrano più soluzioni adeguate, o quantomeno sufficienti, per domare la volontà di potenza e violenza delle classi dominanti, mediare le relazioni con il “diverso”, godere delle libertà rese disponibili dal capitalismo tenendone sotto controllo, allo stesso tempo, le derive (auto)-distruttrici.

A destra, si cercano nuove ricette appellandosi a rozzi demagoghi o a nuove ladies di ferro. L’obiettivo principale è quello di rimuovere tutto ciò che appare sopraggiunto solo di recente: nuove forme di vita e religione arrivate con gli ultimi copiosi flussi migratori, nuove preoccupazioni, per esempio sul futuro del pianeta, cui la scienza ci mette ora di fronte, o nuovi generi sessuali, fluidi, aperti, negoziabili. A sinistra, invece, gli abbozzi di soluzione più interessanti – gli esperimenti di cooperazione di Occupy Wall Street o dei recenti movimenti di lotta contro le nuove destre neoliberali, da Washington a Budapest, da Istanbul a Londra, le forme di solidarietà mediterranea nei confronti di profughi e profughe, le prove con il reddito di base e con la riduzione della giornata lavorativa – non possono fare a meno che appigliarsi teoricamente a certi concetti base formulati molto tempo fa nel solco delle tradizioni socialiste e comuniste. Marx è un, o meglio il riferimento obbligato.

Le jeune Karl Marx (o, in tedesco, Der Junge Karl Marx), diretto dal regista haitiano Raoul Peck e mostrato per la prima volta all’ultima Berlinale, narra la formazione del pensiero marxista negli anni cruciali dal 1842 al 1848 in un modo che, sullo sfondo del contesto appena tratteggiato, acquista una particolare rilevanza. Due scritti sono associati a queste due date, uno sconosciuto ai più, l’altro conosciuto da tutti. Il primo, che il regista sceglie di trasporre nelle immagini dell’ouverture del film, è l’articolo “Debatten über das Holzdiebstahlsgesetz”, pubblicato nella Reinische Zeitung: in queste pagine, il giovane Marx critica la legge, emanata solo pochi anni prima dal governo prussiano, che condanna la raccolta di legna nelle foreste “private”. Ben cinque sesti delle accuse penali in Prussia interessavano “furti” di questo genere, commessi dai poveri contadini alla disperata ricerca di materiale per riscaldarsi. Il secondo testo, ovviamente, è il Manifesto del Partito comunista, redatto da Marx e Engels con l’intento di mettere nero su bianco le basi del neonato movimento.

Le jeune Karl Marx è un film filosofico e letterario, perché mette in primo piano la produzione teorica dei due padri fondatori del comunismo. Altri sono i testi non semplicemente citati, ma la cui stesura diventa parte integrante del plot: per esempio Le tesi su Feuerbach (scritto nel 1845), che Marx e Engels avrebbero buttato giù per sancire la loro nuova amicizia al termine di una notte di eccessi alcolici; o Miseria della filosofia (1947), cui Jenny Marx avrebbe dato un titolo molto più ironico e sibillino. Proprio la scelta dello scritto iniziale e di quello finale, tuttavia, mostrano che la strategia di Peck non è semplicemente storica, ma piuttosto sistematica. Il primo riferimento pone l’accento sulla tematica della cosiddetta accumulazione primitiva, formulata ancora acerbamente negli anni ’40, facendone una chiave di lettura per l’intero pensiero marxiano. Peck sembra qui raccogliere la tesi di quei critici marxisti, come Rosa Luxembourg, o più recentemente Silvia Federici o David Harvey, secondo i quali la violenta espropriazione da parte del capitale delle risorse condivise collettivamente, come i rami caduti dagli alberi, non stia semplicemente all’origine del capitalismo, ma ne rappresenti la condizione fondamentale e costante di riproduzione. Per quanto riguarda la divulgazione delle idee portanti del comunismo, affidata alle pagine del Manifesto più famoso della storia, è evidente che il regista vuole stabilire una continuità tra il momento storico delle sue origini europee e le lotte più recenti che possono dirsi, in qualche modo, ispirate da questa tradizione.

 La prova più evidente di una tale continuità la si trova nei titoli di coda, in cui le note di Bob Dylan accompagnano una carrellata gioiosa di scene che ritraggono alcuni degli eventi o personaggi simbolo dell’emancipazione socio-politica nel ventesimo secolo: Che Guevara, il Muro di Berlino, Nelson Mandela, #Occupy. Ma non è tutto. Nel corso del film, altri temi vengono toccati il cui potenziale riflessivo non ha perso affatto di attualità. Due in particolare mi pare importante rilevare: la natura agonistica del movimento, o del partito, e il ruolo della teoria in relazione alla prassi rivoluzionaria.

Il primo punto è probabilmente, se letto in chiave di attualità, il più problematico. Le scene centrali del film sono dedicate alla sofferta mossa politica di Marx e Engels di trasformare la Lega dei Giusti in una decisamente più combattiva, la Lega dei Comunisti. Nel suo discorso durante il congresso di Londra nel giugno 1847, Engels espone gli argomenti in favore della nuova Lega criticando soprattutto il punto di vista astrattamente morale e l’ideologia orientata alla conciliazione universale, all’amore e alla fratellanza che avevano caratterizzato il movimento fino a quel momento. Alla luce di quello che oggi sappiamo sui cosiddetti “socialismi reali”, queste critiche possono apparire problematiche se interpretate semplicemente come rifiuto della morale tout court e giustificazione della violenza. Ma Peck sembra qui piuttosto presentare i propositi di Engels e Marx come il tentativo di fondare la prassi trasformatrice non su astratti punti di vista morali, sull’ideale cristiano della fratellanza o dell’agape, o sulla volontà di raggiungere un’intesa con l’umanità intera. I principi troppo generali e gli ideali non sono infatti in grado di afferrare le condizioni materiali esistenti; le emozioni positive generalizzate, d’altra parte, non possono che tradire un’inefficace ingenuità di fronte alle brutture, nefandezze e sofferenze dell’ordine sociale dato. La conoscenza, innanzitutto empirica, della complessità in cui ci si trova ad agire, l’attenzione strategica per le conseguenze possibili delle azioni, la capacità di sopportare dissenso e incomprensione, la comprensione delle differenze costitutive di un “soggetto” rivoluzionario in trasformazione: queste le caratteristiche necessarie, secondo Peck, per una prassi socio-politica che potremmo anche chiamare, con Dewey, un “comunismo dell’intelligenza.”[2]

   Ma quale il ruolo degli intellettuali – e degli scienziati e dei filosofi – in tutto questo? La posizione di Le jeune Karl Marx rispetto a questa annosa questione è chiara. Nessuna lotta socio-politica può rinunciare all’impegno teorico. Uno dei pregi della pellicola, tra l’altro, è l’accurata ricostruzione delle tre fonti principali del pensiero marxiano: l’idealismo tedesco, la teoria economica inglese e il socialismo francese. Il lavoro teorico non è semplicemente un’emanazione, un prodotto o una funzione secondaria della lotta: una certa autonomia della teoria è necessaria affinché essa possa svolgere il suo compito di fornire indicazioni e immagini più o meno dettagliate che orientino l’azione. Allo stesso tempo, la teoria non può arrogarsi nessuna funziona di guida, non può credere di essere superiore all’azione concreta. In una delle scene chiave e centrali del film, Marx e Engels si devono recare umilmente di fronte ad un comitato di lavoratori e cercare di convincerli che sanno di che cosa stanno parlando. Tutto quello che riescono a farsi concedere, giustamente, è di essere messi alla prova: la validità di un impianto teorico può emergere solo grazie al confronto diretto con la realtà – quella realtà che la teoria stessa vuole trasformare. Anche qui si avverte un’eco del pensiero (socialista) deweyano: se vogliamo una teoria al servizio della prassi trasformatrice, essa non può che porsi come fallibile e pertanto rivedibile. Ecco perché, ci dice Raoul Peck poco prima dei titoli di coda nella schermata riassuntiva delle tappe bi(bli)ografiche successive del suo protagonista, Marx non poteva terminare la sua opera magna: l’evoluzione delle condizioni materiali, sociali, politiche e culturali sollecita allo stesso tempo un’evoluzione della teoria, e a Il Capitale si devono aggiungere sempre nuovi capitoli.

  Nel suo ultimo libro, Axel Honneth si ripromette di rivitalizzare il progetto socialista riprendendone l’idea chiave, quella di “libertà sociale”, ma anche criticando gli errori commessi dai primi socialisti.[3] Tre sono i retaggi, secondo Honneth, da cui il pensiero socialista dovrebbe prendere congedo per riguadagnare attualità, e dunque riuscire a incanalare la rabbia diffusa contro le condizioni di vita presenti: primo, l’idea che il progresso storico verso l’emancipazione, e dunque il superamento del capitalismo, sia un progresso necessario; secondo, la convinzione che l’esistenza di una classe particolare, il proletariato, sia di sé legata a certi interessi socialisti e comunisti;[4] terzo, la fissazione sull’economico e il disinteresse nei confronti di altre due sfere fondamentali per la condizione umana moderna, ovvero quella politica e quella delle relazioni intime, famigliari, di amore e amicizia. Il film di Peck sembra voler contraddire su tutti i punti l’analisi di Honneth.

  Fino ad ora ho cercato in effetti di mostrare come Le jeune Karl Marx rigetti con decisione una visione anacronistica di materialismo storico, facendo della dimensione politica un nodo cruciale della lotta sociale. Come notato in precedenza, il nodo centrale del film, ma anche della formazione di Marx (e Engels), è data dalla sconfitta della corrente moralista all’interno della Lega dei Giusti e la costituzione della Lega Comunista. Uno dei pregi maggiori del film, non emerso fino ad ora, risiede inoltre nell’ampio spazio dedicato alle relazioni intime tra i protagonisti, costitutive per l’attività teorica e politica: il sostegno di Jenny Marx, che va ben oltre il semplice ruolo di moglie devota,[5] la passione di Engels per Mary Burns, che lo spinge a studiare più da vicino le condizioni di lavoro e vita dei lavoratori inglesi, l’affetto, ammirazione e dipendenza reciproca, non scevra di conflitti, tra Marx e Engels, ma anche i complicati sentimenti di Marx per Proudhon, nel film descritto quale mentore che seduce e allo stesso tempo respinge, incoraggia e allo stesso tempo delude. In L’idea di socialismo, e in altre opere, Honneth pensa alla sfera delle relazioni intime come al luogo in cui la libertà sociale – quella forma di libertà di cui gli altri e le altre non sono un limite ma una condizione – si manifesta in modo più immediato e concreto, fornendo in un certo senso un modello da applicare anche altrove. In Le jeune Karl Marx, questa idea è presa sul serio. La vita privata e affettiva di Marx ed Engels non è mostrata come un semplice complemento al, o peggio, come ad un rifugio dalla pubblicità del conflitto intellettuale e politico, ma, al contrario, come al laboratorio in cui idee e strategie vedono la luce, si raffinano e in un certo senso vengono messe alla prova. Il privato non è ridotto immediatamente al politico, ma i due sono intrecciati: non solo le condizioni sociali ed economiche e l’impegno politico influenzano e limitano la sfera affettiva; allo stesso tempo, quest’ultima nutre, mantiene vive, incanala le energie e le forze, sia intellettuali che emotive, che si dispiegano nella lotta. L’accento sul ruolo costitutivo delle relazioni intime non significa però, daccapo, riabilitare un’ideale di amore/amicizia improntato all’armonia, o vincolato a certe istituzioni. In una delle ultime scene, la lavoratrice Mary spiega a Jenny von Westphalen che la libertà, anche quella individuale, è per lei la condizione per continuare a lottare. Per questo non può che rifiutare gli agi, anche economici, che una relazione ufficializzata e socialmente riconosciuta con Engels potrebbe concederle. Così facendo, non solo non si lascia ingabbiare dal ruolo di madre, ma neppure dal modello romantico tradizionale.[6] Così come Marx aveva dichiarato, in faccia al borghese che giustificava il lavoro minorile, “quello che voi chiamate profitto, io lo chiamo sfruttamento”, Mary potrebbe ora dire, prendendo a prestito le parole di Silvia Federici: “loro lo chiamano amore, noi lo chiamiamo lavoro non pagato.”[7]

Note

[1] Secondo Wolfgang Streeck si tratta per l’appunto di una fase terminale: cfr. il suo “How Will Capitalism End?”, New Left Review 87, May-June 2014, pp. 35-64.

[2] Cfr. J. Dewey, Filosofia sociale e politica. Lezioni in Cina (1919-1920), a cura di F. Gregoratto, trad. di C. Piroddi, Rosenberg & Sellier, Torino 2017.

[3] A. Honneth, L’idea di socialismo, trad. di M. Solinas, Feltrinelli, Milano 2016.

[4] La premessa di un legame intimo e necessario tra classe proletaria – che designa quel gruppo di persone che dipendono dal loro lavoro per vivere, e che dunque sono estremamente vulnerabili al potere di coloro che controllano le condizioni di lavoro – e interesse al superamento del sistema capitalistico viene messa efficacemente in discussione anche nel libro di Didier Eribon Ritorno a Reims, in uscita per Bompiani nel 2017.

[5] Il coinvolgimento in prima persona delle donne nella prassi politica in quegli anni era già qualcosa di rivoluzionario, anche tra i socialisti. Sul ruolo di Jenny Marx si veda il bel libro di Mary Gabriel, Love and Capital. Karl and Jenny Marx and the Birth of a Revolution, Back Bay Books, New York/London 2011.

[6] Nel film la posizione di Mary circa questa questione non è posta come necessariamente superiore ad altre alternative. Se la sua scelta di non diventare madre e l’accenno al modello poliamoroso sono esplicitamente presentati come forme di libertà, altrettanto libero è lo stile di vita di Jenny von Westphalen, il cui matrimonio con Marx le ha permesso di rompere con le convenzioni dell’aristocrazia tedesca.

[7] S. Federici, Il punto zero della rivoluzione, a cura di A. Curcio, Ombre Corte, 2014.

 

[Immagine: Raoul Peck, Le jeune Karl Marx].

18 commenti

  1. “ Martedì 10 ottobre 2006 – Poi, dopo un po’ accendo di nuovo la tv e c’è « Jenifer Marx ». « É la moglie di Marx? » No, è una scrittrice americana non meglio identificata « E poi ci mancava una “ n”… » Fosse solo per quello… “.

  2. Io aspetto un film su Marx vecchio.

  3. D’accordo sulla testarda impotenza, pure un po’ patetica, delle liberal-social-democrazie davanti al capitalismo. Ma ci andrei giù più cauto a parlare anche solo in forma interrogativa di fase terminale del capitalismo. Mio nipote di cinque anni impazzisce per “Andiamo a comandare” e fa pure la mossetta del video con le braccia e le spalle. Il capitalismo è un perverso polimorfo. Per questo è perfetto per i bambini ed è invincibile.

  4. Proprio più per questo – per il fatto che il capitalismo è un perverso polimorfo – è importante sottilineare un punto dell’articolo: nessuna lotta socio-politica può rinunciare all’impegno teorico. E’ un cosa che evidentemente non si è fatta nella giusta misura in questi ultimi quarant’anni di stradominio incontrastato del più bieco e rapace capitalismo, un po’ per aprioristica rinuncia – specie dopo ’89 – un po’ perché si arrivava da un periodo in cui il marxismo si era ingessato in una sorta di vangelo. E dire che i fondatori parlavano di socialismo scientifico, in cui teoria e prassi vanno a braccetto!
    Ripartire da un impegno teorico con il fine del superamento del capitalismo, verificando l’idea con la realtà, ma avendo ben in mente che la storia la fanno gli uomini e che non esistono “leggi eterne”, né di mercato né di istituzioni politiche: questo va fatto.

  5. “Sono già passati circa dieci anni dall’inizio dell’ultima crisi finanziaria che ha messo in ginocchio l’economia mondiale, soprattutto occidentale. Una delle trasformazioni sociali, politiche e culturali più evidenti che sta segnando la fase attuale (e terminale?)[1] della società capitalista è la presa di coscienza dei limiti, intrascendibili, e dei fallimenti, irreversibili, del progetto social-democratico e liberale. Le procedure democratiche e il sistema dei diritti non sembrano più soluzioni adeguate, o quantomeno sufficienti, per domare la volontà di potenza e violenza delle classi dominanti, mediare le relazioni con il “diverso”, godere delle libertà rese disponibili dal capitalismo tenendone sotto controllo, allo stesso tempo, le derive (auto)-distruttrici.”

    Io vorrei capire perché da queste parti si facciano sempre gli stessi discorsi apocalittici. Tra l’altro è dai tempi di Marx che ciclicamente siamo sempre alla fase terminale del capitalismo.

    1. L’economia mondiale non è in ginocchio, e certamente non l’ha messa in ginocchio la crisi finanziaria di dieci anni fa.
    2. La democrazia social-liberale non è un progetto, né una soluzione a un problema, o alla brama e alla violenza delle classi dominanti, né certamente alla mediazione con il “diverso”, qualunque cosa significhi.
    3. Il capitalismo non è un problema, certamente non è un soggetto con derive autodistruttive, che mi pare un concetto freudiano tirato in ballo senza senso. Se avete letto Jared Diamond, Collasso, avrete visto che ci sono state civiltà che hanno consumato più di quel che il loro territorio consentiva, problema tra l’altro centrale in tutta la storia umana, e guardacaso non erano società capitaliste.

  6. @ Alberto Ferrero

    A parte la difficoltà di una teoria per il superamento del capitalismo, non pensi che il piccolo particolare trascurato da tutti sia cosa ne pensano gli altri?

  7. @ FF vs PPP
    No.
    Tra l’altro sono un po’ di secoli che il capitalismo non si cura molto di “cosa ne pensano gli altri”.

  8. @ FF VS PPP. Solo un’osservazione di metodo. Tu vedi apocalittici semplicemente
    perché alzi sempre la posta del contesto fino a portarla alla generalità più universale. Se io mi lamento di essere mortale, arrivi e dici che sono lagnoso perché è dalla preistoria che l’uomo lo è. Se dico che la modernità ha prodotto un disagio antropologico, tu ricordi che è dall’inizio della modernità che se ne parla. Capisci bene che discutere così è difficile, perché è castrante.

  9. @ Lo Vetere

    Accolgo l’osservazione di metodo, se lo faccio e se rende difficile discutere, oltre al fatto che resto dubbioso su me stesso come contestatore. Però qui, e anche altre volte constesto proprio la mancanza di precisione. Io posso capire che Stephen King descriva così una situazione in un romanzo, ma mi spieghi come si fa a parlare di limiti intrascendibili e di fallimenti irreversibili – di cosa poi? – del progetto social liberale, o della democrazia attuale? E mi spieghi che caspita vuole dire che abbiamo fallito nelle mediazioni col diverso? Perché anche questo è un po’ castrante per discutere.

  10. ” Senza data [1980] – Il capitalismo, un Proteo, dice il comunista. Si è appena tagliato i baffi, la terza volta in un mese. ” [*]
    [*] Io avevo capito che si stava parlando di un film, ma, evidentemente, avevo capito male.

  11. @FF Dovrebbe dirlo l’autrice. Anche io invitavo andarci cauti con i giudizi sovrastorici. Ma comunque che siamo di fronte a una crisi drammatica dentro il mondo occidentale pare difficile da negare.

  12. Mi è finito un commento nello spam, credo

  13. Paradiso in terra – Lasch

    “Toennies riconosce l’influenza di Marx: con il socialismo, il comunismo, passando per il capitalismo, raggiungerà la forma più alta di interdipendenza funzionale: quella dipendenza di tutti da tutti inerente al processo stesso della specializzazione e della differenziazione, che ha spezzato i legami patriarcali della parentela, e creerà nuove modalità di integrazione, superando le “limitazioni temporali” del nazionalismo”

    Seguono svariate antitesi elencate prima da Toennies e poi da Simmel, in una continua analisi ambivalente secondo Lasch un po’ fiacca circa i pro e i contro del progresso…

    “è meglio soffrire nella moderna società borghese, che con le sue industrie crea gli strumenti materiali per la fondazione di una nuova società che vi renderà liberi, che ritornare a una forma sociale sorpassata che, col pretesto di salvare le classi cui appartenete, getterebbe l’intera nazione nella barbarie del medioevo”

    Scrive Marx nel 1849. Dunque, tutto secondo i piani. Adesso capisco l’avversione dei socialisti per i democratico liberali, o liberal-socialisti, o riformisti, o eccetera. Tutta gente che vuole temperare il capitalismo, fossilizzandolo. Quindi, visto che è del giovane Marx che si parla, non avete capito una mazza, e dovreste gioire del fallimento del progetto liberal-socialista, e abbracciare, per i più ansiosi accelerare (come va di moda adesso) l’attimo capitalista.

  14. @ FF. Lasch però critica Marx. La sua tesi (semplifico in modo osceno, quel libro che citi è molto complesso e sfuggente) è che l’idea di progresso non sarebbe una forma immanente di redenzione cristiana ma sarebbe connessa all’idea di un’espansione infinita. Da questo punto di vista, Marx sta dalla stessa parte dei teorici del capitalismo. Infatti Lasch critica entrambi. Marx sta dentro la modernità. Lasch e molti altri con lui cercano di criticarla relativizzandola. Leggi anche la Arendt, Vita activa. Ci troverai cose interessanti proprio su questi problemi.
    Io penso che chi detesta il progetto liberal-socialista in effetti stia gioendo, proprio come dici tu e proprio per il “tanto meglio tanto peggio” di cui parli tu.

  15. Sotto il sole di Riccione – Zizek

    Non è forse anche l’idea del comunismo una bugia simile che ci permette di vedere la verità del sistema capitalista esistente e dei suoi antagonisti? Sì, ma in modo molto particolare… Così i critici del comunismo avevano ragione quando dicevano che il comunismo marxista è una fantasia irrealizzabile; quello che non capivano è che il CMX era una fantasia che riguardava il capitalismo stesso, la fantasia del conservare la forza produttiva senza gli ostacoli e la triste esperienza del capitalismo reale. Questo, tuttavia, non dovrebbe indurci ad abbandonare la vera idea di comunismo; al contrario, questa idea dovrebbe essere concepita in senso strettamente hegeliano, come un concetto che trasforma sé stesso nel corso della sua realizzazione.

    @ Lo Vetere, sì io sono arrivato al punto postato, ma poi avendo letto le cose di Giunta su Lasch (la sua “avversione” al femminismo) un po’ ho intuito. Colgo l’invito per conoscere Arendt, allora. Certo nell’ottica di chi gioisce i capitalisti sono un po’ come Giuda, quindi alla fine si beccheranno un grazie

  16. Grazie a tutti per i commenti! Il primo paragrafo dell’articoletto è certamente molto vago e impreciso: del resto, non era mia intenzione qui affrontare il problema dei limiti attuali e/o contraddizioni del capitalismo, o del fallimento (o meno) della social-democrazia. É solo una recensione a un film. I punti interessanti in cui Marx viene reinterpretato o semplicemente ricordato sono, nel film, altri (e meno complessi).
    Comunque, i riferimenti che avevo in mente per il paragrafo introduttivo sono i dibattiti attuali tra Wolfgang Streeck (cf. sua raccolta di saggi “How Will Capitalism End?”), Habermas (che difende ancora democrazia, progetto europeo e capitalismo addomesticato), Paul Mason (cf. suo libro “Postcapitalism”), David Harvey (che in effetti pensa che il capitalismo sia ancora vivo e vegeto..), etc.
    Con “mediare le relazioni con il diverso” mi riferivo al fatto che le social-democrazie attuali non sembrano avere soluzioni strutturali e istituzionali convincenti per la questione della cosiddetta “crisi” migratoria.

  17. @ Gregoratto

    Grazie per la risposta. Però, ecco, questa non è solo la recensione a un film, e non ce l’ho con lei (tu?) in particolare, perché il preambolo lo leggo ovunque; tante vale scrivere “c’era una volta” e ci siamo capiti. Che “mediare le relazioni con il diverso” si riferisse alla “crisi” migratoria c’ero arrivato, il punto è come viene in mente di scrivere una cosa del genere. A parte la scelta lessicale, gli stranieri sono stranieri, non il “diverso” (categoria concettuale fuffosa che porta al tranello dell’integrazione, per arrivare al mostro finale del Grande Altro…), non c’è nessuna relazione tra la democrazia liberale, le procedure democratiche, i diritti e i migranti. è sbagliata l’ottica di giudicare la democrazia liberale con la sua capacità di gestione della migrazione, poiché l’obiettivo della DL non è gestire l’arrivo degli stranieri. Quindi non ha senso parlarne in termini di fallimento in relazione a ciò. Sei, siete d’accordo con questo? E in ogni caso vorrei capire come si fa a stabilire che sta fallendo. Con quale criterio? Sembrano… ma sembrano a chi? E questo più in grande si ritrova con il capitalismo e la modernità. L’unica soluzione strutturale è la morte, l’estinzione della specie. Neanche il nazismo risolve, per dire. Io vorrei capire cosa vi aspettate o se qualcuno ha mai pensato che la democrazia liberale dovesse garantire il paradiso in terra (fighe bianche e wi-fi), quando è solo il modo meno peggio che abbiamo trovato. Per parlare di fallimento bisogna avere in mente quali sono gli obiettivi. Poi se uno pensa che è il capitalismo il problema è un altro discorso, e ci può stare, ma in ogni caso la DL si valuta attraverso criteri appropriati per quello che riesce a dare, non per quello che non riesce a fare non essendone fra le sue possibilità.

  18. @ FF vs PPP

    Ha ragione Lo Vetere: siamo di fronte a una crisi drammatica dentro il mondo occidentale. Negarlo in nome di una presunta immobilità storica significa non vedere la specificità di questo tempo.

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