Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Postilla sullo Strega

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di Gianluigi Simonetti

[Questo intervento è apparso sulla «Domenica» del «Sole 24ore»]

Dal punto di vista liturgico, il premio Strega che si è chiuso a Roma giovedì scorso si segnala per due aspetti. Da un lato il ritorno al Ninfeo di Villa Giulia, sede tradizionale della cerimonia (dopo la parentesi 2016 all’Auditorium di Piano); dall’altro l’inedita rinuncia al buffet in piedi – un momento della premiazione diventato leggendario per il disordinato assalto al cibo che puntualmente scatenava. Controcanto cafone a una serata per il resto formalistica e borghese.

Che vi siano omologie tra questi aggiustamenti rituali e le scelte operate in sede letteraria? La vittoria di Cognetti – meritata, se si guarda al valore estetico delle opere in cinquina – assume forse un significato di restaurazione, come il ritorno al Ninfeo, e insieme di bon ton, come la rinuncia al buffet; soprattutto se raffrontiamo il suo Le otto montagne all’altro libro interessante dei cinque, il solo che del resto poteva ragionevolmente aspirare alla vittoria (e che anzi per alcuni aveva vinto prima ancora di essere scritto), ovvero La più amata di Teresa Ciabatti, secondo classificato. Suonerà paradossale, visto che parliamo di un libro dal tema antintellettualistico, dallo stile sobrio e dai modelli nordamericani, ma Le otto montagne resta in fondo il più letterario dei libri in cinquina: il più organico, il più pensato, il più equilibrato formalmente, insomma nella sostanza il meno lontano da quella che definirei – pensando anche alla più antica tradizione dello Strega – la ‘letteratura di una volta’. Il più distante è invece La più amata – anche se non sembra, dal momento che esibisce tutti i caratteri secondari della grande fiction a sfondo autobiografico di fine Novecento (da Roth a Siti, passando per Houellebecq). Tra queste, una manifesta volontà di conoscenza, di accertamento costi quel che costi; e una davvero tipica postura esibizionista, insieme cinica e autolesionista, immoralista, di solito maschile ma qui volta originalmente al femminile.

E tuttavia Ciabatti, più ancora di Cognetti, punta al fondo su alcuni capisaldi della nuova narrativa 2.0, sorta sul rovescio della letterarietà tradizionale e attratta invece dall’estetica del flusso massmediatico. Capisaldi come il primato assoluto conferito alla energia della storia (in questo caso alla parabola di un padre massone, figura memorabile e esemplare anche sociologicamente); il ricorso a eclatanti scene-madre (vedi il prologo col rapimento in piscina) a scapito del ricamo narrativo e del lavoro di raccordo; lo scarso investimento sulla lingua e sullo stile (qui surrogati in un falsetto pronto all’uso o in una comunicazione veloce e di servizio); la ricerca di una espressività e di una voce forti ma immediate, nel senso di povere di mediazioni culturali – vicine invece al linguaggio del cinema o della tv (e magari della nuova serialità ‘intelligente’, di cui il romanzo 2.0 vuole assorbire vitalità e appeal). A ciò si aggiunga un elemento di contorno, che sarà parso cafonal come un buffet preso d’assalto a ciò che resta delle élites novecentesche ancora attive nei giornali e nell’editoria. Penso al ruolo decisivo del rumore social e degli opinionisti embedded, sempre più centrale nella strategia che accompagna ormai molti romanzi aspiranti di successo nella loro genesi prima ancora che nella promozione.

Oggi scrittori non si nasce, si diventa. Non solo perché, come sempre, un romanziere tende invecchiando a migliorare sul piano artigianale (La più amata è senza dubbio il miglior libro di Ciabatti); ma anche nel senso che col tempo, con la pazienza e con la rete si può oggi costruire un personaggio pubblico, collegato a un sistema di relazioni, amicizie e visibilità, che poi diventano parte integrante di un’opera-autore che vive a sua volta nei molteplici livelli della chiacchiera universale: sul web, in tv, nel giornalismo, nel costume. Fino a decantare in un’appendice scritta che poi qualcuno candida ai premi letterari.

 

[Immagine: buffet in piedi, Premio Strega]

 

 

 

14 commenti

  1. “ Mercoledì 13 luglio 2005 – « Attorno al tavolo della presidenza, presso cui si è svolta la proclamazione del vincitore, si è scatenata la furia dei fotografi. Al pubblico che gremiva il Ninfeo è restata la visione di una piovra di schiene, fortemente dimenantesi, e di braccia protese verso l’alto, a reggere macchine e cineprese. La piovra esplodeva lampi di flashes come un Mongibello. » (D., Il Gattopardo vince lo « Strega » del 1959, in «Paese Sera», [?]) “.

  2. Il mio è un commento che potrà esser letto come necessariamente di parte, in quanto faccio parte della Giuria del Campiello. Mi sembrerebbe interessante però una riflessione sul dislivello, a mio parere molto marcato, tra le due cinquine. Da cui conseguirebbe un ragionamento più generale, non incentrato sulla competizione fra i due premi, ma sui dispositivi di ‘valorizzazione’ dei romanzi o dei prodotti culturali della contemporaneità.
    La ragazza selvaggia di Laura Pugno, La notte ha la mia voce di Alessandra Sarchi, La città interiore di Mauro Covacich, L’Arminuta di Donatella di Pietrantonio e Qualcosa sui Lehman di Stefano Massini, per diverse ragioni, mi sembrano con ogni evidenza stare proprio su un altro pianeta – per qualità della forma, dello stile e per trattamento dei temi – rispetto ai libri dello Strega….
    La critica dovrebbe recuperare la forza onesta dei giudizi di valore comparativi, orizzontali e verticali: senza attenuazioni e senza ricatti… verificando da fuori “il sistema di relazioni, amicizie e visibilità, … nei molteplici livelli della chiacchiera universale…” e ostinandosi a individuare, nonostante quel sistema, libri di valore, nel rispetto dei lettori.

  3. Pugno, Sarchi, Covacich, Donatella di Pietrantonio, Massini VS Cognetti, Ciabatti, Marasco, Rollo, Nucci… le Patrie Lettere sono messe proprio male, se queste sono le squadre messe in campo dai due più importanti premi nazionali. L’unica soluzione è aprire le frontiere dei premi agli stranieri per provare ad alzare la qualità delle squadre in campo.

  4. A G. Simonetti i complimenti per la precisione con cui descrive il triste panorama letterario italiano. Due articoli pienamente condivisi. ( da me)
    Scriveva N. Ginzburg , in altri tempi, lontanissimi dai nostri… “e c’è il pericolo di truffare con parole che non esistono davvero in noi, che abbiamo pescato su a caso fuori di noi e che mettiamo insieme con destrezza perché siamo diventati piuttosto furbi. C’è il pericolo di fare i furbi e truffare… ”
    Siamo molto oltre il pericolo che lei paventava.
    Anche se Cognetti mi è risultato simpatico, e ascoltandolo, non leggendolo, ho apprezzato le sue parole.
    Certi libri rimandano a certi film: scartati a priori – per es.
    quelli tratti dai libri della Mazzantini;

  5. Parlo anch’io da giurata di un premio, sia pur non tra i maggiori, che ha escluso dalla sua terna un libro come L’Arminuta, poiché già candidato e in odore di vittoria a parecchi altri premi letterari italiani (a parte lo Strega, per il quale sappiamo com’è andata). L’Arminuta è un libro che falsa la competizione sul libero mercato con un investimento pubblicitario massiccio che ha raggiunto ogni possibile anfratto mediatico. Fattore estrinseco, certamente, e di nessuna rilevanza, in questo contesto discorsivo. Quel che invece rileva è che avrà visibilità ulteriore (e forse finanche il riconoscimento finale, in prospettiva) un libro piatto e regressivo, che riporta la narrativa italiana a un immaginario premoderno, con legami e conflitti assolutamente vieti e stereotipati (città campagna, sorellanza, l’incesto financo) e una lingua in cui nulla accade. I libri sono scritti e qualcosa deve accadere primariamente nella scrittura, come ad esempio nel libro migliore uscito quest’anno, Leggenda privata di Michele Mari, nella cui felice alternanza tra piano autobiografico e fantastico si può rinvenire il senso profondo della letteratura. Condivisione di un’esperienza messa a valore dalla scrittura, primariamente. Mari sa quel che fa, espone i suoi modelli, cura la sua narrazione, l’architettura, la scansione, i singoli episodi, osa e rischia con una lingua avventurosa, con escursioni dalla tradizione al parlato. Ma Michele Mari candidato non lo è a nessun premio: allo Strega non lo ha portato il suo editore, al Campiello non lo hanno richiesto i giurati, al Viareggio è stato escluso dalla terna finale. Siamo sicuri sia il caso di ammantarsi di una purezza che nessuno può, da giurato, rivendicare? Le scelte di una giuria, anche con tutta la buona fede e le migliori intenzioni, sono collettive e la collettività si muove sempre più verso gusti reazionari: le storie di pescatori (Nucci), di contadini (L’Arminuta), di paesi e paesini (non a caso in poesia va fortissimo il paesologo Arminio, proprio nel suo momento calante, sul piano stilistico) e di bambini, bambini ovunque. Mentre il mercato stagna e non si vende un libro che sia uno, sui social s’inventano nuovi miti e nuovi martiri (Ciabatti penalizzata dagli umori contrari, come da lei stessa lamentato sul Corsera all’indomani della sconfitta): dove e quando i critici potranno ricominciare a lavorare su un terreno comune che riporti la letteratura (se non i premi) all’ambizione di una scrittura vitale e profonda, di una narrazione complessa e attuale, di un significato, al di là della trama, valido per noi? Ci siamo formati su Flaubert, Proust, Musil, Mann, Bernhard e oggi plaudiamo all’Arminuta? E poi: ci si lamenta che non si legga abbastanza e l’unica risposta pare essere la letteratura al ribasso. Con lo sconfortante panorama di autori mediaticamente in rilievo pur senza alcun appeal mediatico: minimamente in grado, ad esempio, di sostenere non dirò le loro narrazioni ma il loro stesso personaggio. Al posto dei frizzi e dei lazzi di Ciabatti su Facebook o del respiro internazionale dell’autore premiato, alla diretta dello Strega ho sentito interviste-balbettii di una noia abissale, in cui al posto del senso dei libri si indugiava su fatti personali di nessuna rilevanza: la centralità del Tevere secondo me, la piscina di Orbetello nella mia vita di ragazza ricca e annoiata, le montagne in cui io giovane di città ho poi preferito vivere, l’operosità della Milano in cui sono cresciuto, la vitalità dei vicoli della mia Napoli. Respiro corto, cortissimo, e nient’altro da segnalare. Leggete Michele Mari.

  6. Policastro miglior polemista letteraria, come al solito, le sue stroncature se la giocano, e chissà a volte vincono con alcuni finalisti Strega…

    Mari però ha venduto più di 20k di ristampe con il suo libro a sua detta minore

    http://www.glistatigenerali.com/letteratura/tra-muri-e-mostri-con-michele-mari-intervista/

  7. Leggete Michele Mari (1955) —-> Leggete Hacker News (2015)

  8. Per una volta invece credo che Policastro abbia centrato il punto, nonostante il tono (e nonostante il peana ossessivo per Mari).
    Le cose interessanti, che pur vengono scritte, ai premi non ci vanno, o ci vanno raramente assai; un gioco al ribasso sotto gli occhi di tutti e che nondimeno fatica a trovare soluzioni, se non con articoli tanto sacrosanti quanto inani nei loro sforzi.
    Ha poco da far paragoni il buon Zinato se nella cinquina del Campiello c’è un libro stucchevole, moralisteggiante, rozzo e mal scritto come quello di Laura Pugno. E un altro su cui è già stato detto in questi commenti come quello di Di Pietrantonio. Meglio non esporsi, davvero, se queste sono le carte che si possono mettere in tavola.
    Dei dieci libri finalisti (tra Campiello e Strega), solo quel di Massini mi pare quantomeno ambizioso, che non vuol dire necessariamente bello (è anche bello, secondo me), ma almeno cerca nuovi significati negli interstizi della storia e ha una scrittura non adagiata sul piattume. Per il resto uno dei peggiori libri di Covacich e otto nulla di nulla.

  9. “ Lunedì 10 luglio 2017 – « Ci siamo formati su Flaubert, Proust, Musil, Mann, Bernhard », dice Gilda. Ora non esageriamo, dico io. Che, soprattutto, mi sento informe. “.

  10. Policastro dice una cosa giustissima: “Ci siamo formati su Flaubert, Proust, Musil, Mann, Bernhard e oggi plaudiamo all’Arminuta? E poi: ci si lamenta che non si legga abbastanza e l’unica risposta pare essere la letteratura al ribasso. ”

    Quindi: “Ci siamo formati su Flaubert, Proust, Musil, Mann, Bernhard e oggi plaudiamo Cognetti, Ciabatti, Policastro, Pugno, Di Pietrantonio ecc ecc ecc?”

  11. ” sono collettive e la collettività si muove sempre più verso gusti reazionari: ”

    che vuol dire esattamente ?

  12. Beati i partecipanti a quel premio che saranno giudicati da chi nella “felice alternanza” di qualcosa pensa che si possa “rinvenire il senso profondo della letteratura”.

  13. Gilda Policastro è una raffinata letterata e scrittrice. Però pensa probabilmente che la polemica sia il sale della letteratura. Io invece ritengo che oggi ci siano troppe polemiche sterili in letteratura. La signorina in questione talvolta è cattivella ma non bisogna darle troppo addosso: questo è il Paese degli stragisti impuniti. Inoltre la Policastro è bella e sappiamo tutti della volpe e dell’uva. Molti la desiderano e non potendola avere la odiano.

  14. Michele Mari è sicuramente un grande scrittore che anch’io invito a leggere.
    Ma desidero riflettere sull’intero intervento di Gilda Policastro. La signora Policastro parte da una condivisibile analisi dello stato della letteratura italiana e della tendenza mediatica a creare il personaggio che spesso, alla prova dei fatti, delude. Poi focalizza la lente critica sui finalisti dello Strega. Qui si esibisce in un discorso di ineguagliabile genericità e, quando scende nei particolari, trancia giudizi validi per qualcuno e li estende a tutti con estrema disinvoltura. Parla della scarsa qualità dei libri in finale senza minimamente argomentare o meglio con la sola, palese argomentazione che… non sono stati scritti da Michele Mari! Non posso non pensare alla nota frase di Scheiwiller: “Non l’ho letto e non mi piace”. Credo possa sintetizzare tutta l’analisi (critica?) della signora Policastro. Non credo che una seria riflessione possa sintetizzare un romanzo liquidandolo con la frase “un romanzo di pescatori” e ci aspetteremmo di sapere qualcosa degli altri libri, di quello della Marasco, ad esempio, a detta di molti un buon libro, ma non degno di salire alle cronache perché giunto soltanto al terzo posto. Anche le interviste-balbettii (ancora una generalizzazione assurda) non devono essere state ascoltate dalla signora critica, non si possono definire così quella di Rollo, di Nucci, o sintetizzare quella della Marasco con “la vitalità dei vicoli della mia Napoli”. E poi, se in un libro si racconta il proprio rapporto con la montagna, guarda un po’, l’autore invece di parlare del libro parla… del proprio rapporto con la montagna, e se l’incipit di un romanzo descrive una piscina come simbolo di un certo tipo di vita, l’autrice invece di spiegarci il senso del racconto parla… della piscina!
    Se Manzoni avesse presentato il suo romanzo allo Strega la signora critica l’avrebbe liquidato, per citare il Giusti, come “un romanzetto ove si tratta di promessi sposi”?
    Postare questo tipo di critica(?) non è giusto, non è morale e non le è neppure convenuto, signora Policastro. Perché qualcuno i libri li ha letti davvero, e le interviste le ha ascoltate per capire, e allora può trarre solo due conclusioni:

    1) La signora, troppo impegnata a leggere i libri di Mari, ha dato una rapida occhiata soltanto ai libri dei due che si sapeva da tempo (!) sarebbero stati ai primi due posti e ascoltato soltanto le loro interviste, e allora dovrebbe tacere di ciò che non conosce.

    2) La signora ha letto i libri e ascoltato le interviste. In tal caso, viste le profonde analisi che ne ha tratto, fa sorgere qualche dubbio sulle sue capacità di… concentrazione.
    I critici potranno lavorare su una letteratura vitale e profonda quando leggeranno davvero i libri di valore e non soltanto quelli che “devono” leggere. Credo poi che la signora rischi la comicità involontaria quando lamenta il ristagno del mercato del libro e poi finisce con l’invito “leggete Michele Mari”.
    Certamente, signora Policastro, così il mercato del libro si risolleverà!

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