di Filippo Bruschi

I

Terrazza del bar del Théâtre des Carmes a Avignone, dove si sta svolgendo la settantunesima edizione del festival di teatro più grande d’Europa, insieme a quello di Edimburgo. A me Avignone durante il festival è sempre apparsa stupenda. Dopo la rituale visita al Palazzo dei Papi e al troncone del Ponte Saint-Bénézet (quello della famosa canzone Sur le pont d’Avignon), si passeggia, tra monasteri diroccati, trecce di lavande che pendono dai balconi, il rodano maestoso e verdissimo, bei ragazzi e bellissime ragazze. Inoltre quest’anno c’erano degli ottimi spettacoli, come l’Antigone giapponese di Satoshi Miyagi, Unwanted di Dorothée Munyaneza o Soffio di Tiago Rodrigues.

Sono invece rimasto fuori dalla rappresentazione della Violence des riches, il testo di Stephane Gornikowsli ispirato al libro dei sociologi Michel Pinçon e Monique Pinçon-Charlot, in programma alle dieci di mattina al Théâtre des Carmes. La Violence des riches è un esempio di théâtre-documentaire, ossia quel teatro che si appoggia su inchieste, testimonianze, statistiche, per intessere uno spettacolo attraverso a una più o meno marcata fictionnalisation delle fonti. I manuali fanno risalire la sua origine all’Inchiesta (Der Ermittlung, 1965) di Peter Weiss, che costruì il proprio testo sugli atti del processo a ventidue responsabili del campo di Auschwitz. In teoria questo procedere è contrario alla Poetica di Aristotele per cui “Lo storico e il poeta non sono differenti perché si esprimono in versi oppure in prosa », ma perché « lo storico espone gli eventi reali, e il poeta quali fatti possono avvenire (…) » [1] . Il mythos aristotelico, a teatro, non è solo un racconto, ma davvero un mito, la cui paradigmaticità riflette le strutture culturali dello spettatore.

Negli ultimi anni il teatro-documentario ha trovato un nuovo slancio nella denuncia di una verità alternativa a quella proposta dai media di massa. Di conseguenza esso è quasi sempre maieutico, apocalittico nel senso letterale della parola, ossia votato allo svelamento, in particolare del sistema socio-economico. Basta fare una carrellata dei titoli presenti a Avignone: Un Démocrate (sulla vita di Edward de Bernays) La Violence des riches(sulle politiche della diseguaglianza sociale), Bleu-Blanc-Rouge, l’a-démocratie,(sulle lobby del nucleare) Pays de malheur,(sul classismo del sistema scolastico) e molti altri che forse mi sono sfuggiti. Come dimostra la mia esclusione dalla Violence des riches, il teatro documentario interessa, e alcuni di questi spettacoli furono già dei successi della stagione parigina.[2] Perché questa passione per lo svelamento per facta, attraverso i fatti? Certamente perché il sistema in cui viviamo, la democrazia, o meglio una delle forme di questa, aspira a essere il sistema formalmente ideale, incontestabile e insostituibile. Per questo tutti coloro che intendono criticarlo, o meglio criticarne le storture, non resta che svelarne le pecche fattuali, appunto, principalmente la sua parziale illusorietà: mezzi di propaganda e interessi economici rendono il potere del demos qualcosa di puramente nominale e, negli ultimi tempi, anche quest’ultimo non gode di ottima salute. In questo senso Un Démocrate, che racconta la vita di Edward Bernays, il doppio nipote di Freud padre della propaganda di massa (per vendere sigarette o colpi di stato, il metodo era lo stesso) è quasi un testo metapoetico che risale alle origini stesse del fenomeno. Aggiungiamoci che siamo in Francia, paese dell’engagement, certo, ma soprattutto paese il cui rapporto con la democrazia negli ultimi anni è stato piuttosto problematico. Perché i francesi nel 2005 hanno votato contro il trattato di Maastricht e hanno dovuto adottarlo; nel 2012 hanno votato per Hollande e contro i paradisi fiscali e hanno dovuto ubbidire a Juncker il lussemburghese; nel 2017 hanno visto media, sondaggi e carambole politiche spingere l’elitista Macron fino a quel secondo turno delle presidenziali, in cui i più l’hanno votato solo per evitare l’onta Le Pen. La cosa più sorprendente, quindi, non è tanto il proliferare del teatro documentario, quanto il suo essere parallelo a una sempre maggiore impotenza sociale dei contestatori. I grandi scioperi, les grèves, non fanno più paura a nessuno, dato che le riforme del lavoro si fanno passare a colpi di fiducia (l’articolo 49.3 usato da Valls e Hollande) o approfittando dell’estate (come sta facendo Macron). Se il teatro documentario ricorre ai dati anche per sconfiggere il proliferare dello storytelling mediatico, possiamo dire che il racconto in politica continua a essere ben più efficace dei dati e della verità che contengono.

II

La chartreuse de Villeneuve-les-Avignon, splendido complesso del XIV secolo situato sull’altra riva del Rodano rispetto a Avignone, dove, oltre a vari spettacoli del festival in, si tengono quest’anno gli incontri dell’IRET (Institut de Recherche en Études Théâtrales) della Sorbonne Nouvelle di Parigi. Oggi l’incontro organizzato da Marjorie Bertin e Caroline Masini ha per tema La fable e la politique: la fabula (nel senso del mythos aristotelico) e la politica. Tra i testi che dovevano stimolare il dibattito mi ha colpito quello del famoso drammaturgo Wajdi Mouawad:

Siamo nati alla fine della guerra del Vietnam e ci siamo svegliati con la guerra del Libano, poi quella dell’Iran contro l’Irak. Siamo stati presi alla sprovvista dalla guerra delle Maldive, e poi abbiamo sentito la necessità di prendere la parola con la guerra nell’ex-Yugoslavia. L’ecatombe del Ruanda ha dato il cambio alla guerra del Golfo e preceduto i disastri del Kosovo.

A colpirmi non è tanto l’ennesimo elenco delle guerre nelle quali siamo stati carnefici o spettatori ma il fatto che queste guerre costituiscano il fulcro stesso dell’ispirazione di Mouawad e della sua visione del mondo. Certo, in quanto figlio di profughi libanesi emigrati in Canada, Mouawad è sensibile alla questione, ma non è certo il solo.

Ora, mi chiedo, quando nella storia del teatro, le guerre vicine e lontane sono state il soggetto per eccellenza? Vada per quelle di casa propria, ma quelle degli altri? I Persiani di Eschilo, ammesso che si tratti di una tragedia della guerra, sono sempre rimasti un’eccezione. Soprattutto la guerra è sempre servita a raccontare qualcosa d’altro mentre, nel testo di Mouawad, essa diventa l’evento per capire il mondo. Perché? L’informazione e la mondializzazione hanno giocato certamente un ruolo e, a voler trovare per un’origine del fenomeno, si potrebbe risalire alla guerra in Vietnam che, nello spazio di pochi anni, diventò la “cause” per eccellenza ai quattro angoli del pianeta, il simbolo di tante piccole guerre che mettevano in discussione l’ordine mondiale. Questa è una spiegazione lineare e, come tale, non fa una piega, ma non ci sarà qualcosa di più? Non è che all’epoca di Shakespeare o Schiller non si sapesse che la gente moriva atrocemente in guerra ai quattro angoli dell’Europa e del mondo conosciuto; e questi due autori, pur avendo rappresentato la guerra in alcuni dei loro testi più importanti, quali l’Enrico V e Il Campo di Wallenstein, non ne hanno mai fatto l’evento che rivela l’uomo, lo stimolo primo dello scrivere.

Insomma, mi chiedo mentre aspetto il bus che deve riportarmi a Avignone, questo raccontare il macro-evento della guerra non sarà anch’essa un scelta apocalittica, nel senso appunto di votata allo svelamento. Ma svelamento di cosa? La domanda, credo, è questa.

III

Di nuovo la terrazza del bar del Théâtre des Carmes, Alla libreria della Chartreuse, oltre che molti libri sul teatro, c’erano, com’è logico, anche libri di teologia, agiografia, poesia religiosa. Per passare il mio pomeriggio in attesa del treno per Marsiglia, ho scelto uno di questi, uno tra i più smilzi e accattivanti: Puisque tout est en voie de destruction[3] del filosofo cattolico Fabrice Hadjadj Che dice Hadjaj? Che siamo entrati nell’era del post-umanesimo, anzi del transumanesimo (dal transumanar dantesco). Questo transumanesimo può prendere due facce: il cyborg, frutto della concezione dell’uomo come pura macchina fisica, o il fondamentalista, frutto della concezione dell’uomo come essere puramente spirituale. Entrambe sono da rigettare. La chiave per sfuggire alla doppia morsa di tecnocrazia e teocrazia, sostiene Hadjadj, si trova nella tradizione culturale, non come sclerosi, ma come patrimonio che sta all’origine, né all’inizio né alla fine, struttura ossea che permette all’uomo di non farsi trasformare dal capitalismo tecnologico in un amorfo cittadino consumatore. “Diderot è più vicino a Sant Agostino che a Steve Jobs”, scrive Hadjadj, anche se personalmente avrei sostituito il buon Jobs col ministro dell’educazione che impone l’i-pad a scuola.

Ai miei occhi di ateo quanto scrive Hadjajd è molto bello da leggere ma se Dio non esiste, penso, non potremo mica inventarlo solo per salvarci (ammesso che ci salvi). Continuo a pensare che una ridistribuzione della ricchezza la più equa possibile sia la prima se non la sola proposta sensata per placare la tossicità del mondo. Eppure qualcosa della proposta di Hadjaj continua a riecheggiarmi nella mente. Sarà per caso la grande chiamata? Sarà che di fronte alla rivoluzione genetico-informatica, all’agonizzare della democrazia novecentesca, al senso profondo di distopia che aleggia nell’aria, la spiegazione lineare, orizzontale, mi sembri non bastare più? Colto da questi dubbi, mi viene allora in mente che i drammaturghi oggi forse si aggrappino ai grandi disastri e ai grandi complotti per trovare una verità, per gridare la loro sete di verità e di senso, a costo di cercarli nei corpi maciullati o nella constatazione dell’impotenza del cittadino. Cercano, si potrebbe pensare, le grandi narrazioni (“les grands recits”) inumati da Lyotard nella Condizione postmoderna[4]. Morti Dio, la poesia, l’inconscio e ora anche l’uomo, non ci resta che constatare di vivere tutti sullo stesso pianeta, nella stessa catena d’eventi che riverberano da una nazione all’altra. E siccome le guerre sono il macro-evento per eccellenza, e le macchinazioni economiche rivelano nascosto dietro la scivolosa fenomenologia sociale, ecco che questi fatti assumono un valore gnoseologico e non soltanto politico. Svelano una verità.

Il problema, come dicevo, è che questa verità più la si coglie e più sembra sfuggire, come dimostra la sua mancanza di presa sul reale. « La poesia espone piuttosto una visione del generale, la storia del particolare »[5],scrive Aristotele. L’impressione è che senza una cultura di fondo, una visione generale dell’uomo, un buon mythos (un racconto nel senso lyotardiano della parola[6]) nel quale incastonare le gemme dei fatti e dei grandi eventi, gli autori del teatro documentario e del teatro di guerra rischino di scrivere sulla sabbia, di contribuire, tramite la trasformazione del sapere in “merce informativa”[7], a quella stessa destrutturazione dell’individuo che è all’origine della sua passività sociale. Come scrive Katherine Hayles, grande esperta di postumanesimo, l’abolizione del racconto, per mano della banca dati informatica, quale forma di trasmissione del sapere rischia di essere il preludio all’abolizione del soggetto e alla sua capacità di reinventare il mondo.[8]


[1] Aristotele, Poetica, Mondadori, Milano, p. 31.

[2] Il fenomeno non è solo francese, basti ricordare gli spettacoli da Ronconi a partire da Infinities di John Barrow, La Bellezza del diavolo di Giorgio Ruffolo e Lehman Trilogy di Stefano Massini.

[3] Fabrice Hadjadj, Puisque tout est en voie de destruction(« Poiché tutto è in via di distruzione »), Passeur Editeur, Parigi, 2014,

[4] Philippe Lyotard, La Condition postmoderne, Editions de Minuit, Paris, 1979.

[5] Aristotele, op.cit., p. 33.

[6] Nel senso che si può tradurre « recit » semplicemente con racconto.

[7] P. Lyotard, op. cit., p. 17.

[8] Katherine Hayles, How we think. Digital media and contemporary technogenesis, University Chicago press, Chicago, 2012.

 

[Immagine: Festival di Avignone]

2 thoughts on “Ambiguità del teatro documentario

  1. Bello. Soprattutto come unisce Aristotele a Lyotard. Avrei forse precisato meglio il legame tra guerre ed evento informativo, anche a costo di appesantire l’articolo.

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