Le parole e le cose

Letteratura e realtà

È bello essere moderni se si riesce a sopportarlo

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traduzione di Damiano AbeniMoira Egan

John Ashbery compie oggi 90 anni.

Del suo ultimo libro, Commotion of the Birds (Ecco, 2016), Ben Lerner ha detto: “La scrittura di John Ashbery ha sempre trattato in modo profondo del tempo (quale poesia non ne tratta?), ma le poesie più recenti affrontano il tema della tarda età/era – ‘la vita è una storia breve breve’; ‘i saldi pantagruelici sono finiti’; ‘ne abbiamo avuto tutti / a sufficienza, in gioventù’ – in modi alquanto variati. La magnifica Strepito degli uccelli guarda all’indietro dalla ‘luce vivida dell’oggi’ a secoli di innovazione e tradizione artistica, risultando allo stesso tempo una parodia dei periodi accademici e artistici ma anche uno stupendo distillato degli stessi. Penso che la si possa classificare tra le sue poesie migliori, ma cosa importano le classifiche: se, a quasi novant’anni, Ashbery guarda all’indietro, lo fa perché si trova più avanti di noi”.

Per i suoi 90 anni, due dei suoi giovani e affermati allievi, Adam Fitzgerald e Emily Skillings, hanno chiesto a 90 amici di scegliere un verso nell’immensa produzione ashberiana e di commentarlo con 90 parole. Uno dei due che io e Moira abbiamo scelto è l’undicesimo di questa poesia:
Seeming is almost as good as being, sometimes,
Sembrare va quasi bene come essere, a volte,
Questo verso del “title-poem” della sua più recente raccolta, in cui leggerezza e pesantezza sono perfettamente bilanciate in purissimo stile ashberiano, ci consente di sorridere, godendoci la beffarda ironia di “quasi” e “a volte”, e allo stesso tempo ci incupisce facendoci pensare alla nostra era narcisistica di fakeness e gratificazione istantanea insinuando in noi l’idea che forse, forse forse, ci stia dicendo che la “Civiltà” Occidentale è condannata. E qualsiasi interpretazione scegliamo avremo, allo stesso tempo, ragione e torto, come succede sempre quando si cade nella magnifica ragnatela di Ashbery.

STREPITO DEGLI UCCELLI

Scorriamo rapidi attraverso il diciassettesimo secolo.
L’ultima parte è ok, molto più moderna
della prima. Adesso c’è la Commedia della Restaurazione.
Webster e Shakespeare e Corneille erano ok
per il loro tempo ma non moderni abbastanza,
per quanto un passo avanti rispetto al sedicesimo secolo
di Enrico VIII, Lasso e Petrus Christus, che, paradossalmente
sembrano più moderni dei loro immediati successori,
Tyndale, Moroni e Luca Marenzio tra gli altri.
Spesso è questione di sembrare piuttosto che essere moderni.
Sembrare va quasi bene come essere, a volte,
e ogni tanto va altrettanto bene. Che possa essere anche meglio
è questione che sarebbe opportuno lasciare ai filosofi
e ad altri della loro schiatta, che sanno le cose
in un modo che per gli altri è impossibile, anche se le cose
sono quasi le stesse cose che sappiamo noi.
Sappiamo, ad esempio, che Carissimi ha influenzato Charpentier,
ha misurato le proposizioni attaccandogli in coda un loop
che riporta le cose all’inizio, solo un po’
più in alto. Il loop è italiano,
importato alla corte di Francia e dapprima disprezzato,
poi accettato senza alcuna menzione della sua
origine, come i francesi sono avvezzi a fare.
Può essere che alcuni lo riconoscano
nella sua nuova veste – che può essere rimandata
a un altro secolo, quando gli storici sosterranno
che tutto è accaduto normalmente, come risultato della storia.
(Il barocco ha un modo tutto suo di rovinarci addosso,
quando pensavamo di averlo chiuso per bene nell’armadio.
Il classico lo ignora, o lo tollera blandamente.
Ha altro per la testa, di minor rilevanza,
si viene a sapere). Nondimeno, facciamo bene a crescerci insieme,
pregustando impazienti il modernismo, quando
tutto andrà per il meglio, chissà come e perché.
Fino ad allora è meglio abbandonare i nostri gusti
a qualsiasi cosa ci sembri adatta a loro: questa scarpa,
quella cinghia, un giorno giungeranno a sembrarci utili
quando la presenza pensosa del modernismo si sarà installata
dappertutto, come le planimetrie scartate di un progetto architettonico.
È bello essere moderni se si riesce a sopportarlo.
È come essere lasciati fuori sotto la pioggia, e arrivare
a capire che si è sempre stati così: moderni, fradici,
abbandonati, per quanto con quell’intuizione fuori dal comune
che ti dà coscienza di non essere mai stato destinato a essere
qualcun altro, per cui gli artefici
del modernismo verranno passati in rassegna
proprio mentre appassiscono e svaniscono nella luce vivida dell’oggi

COMMOTION OF THE BIRDS

We’re moving right along through the seventeenth century.
The latter part is fine, much more modern
than the earlier part. Now we have Restoration Comedy.
Webster and Shakespeare and Corneille were fine
for their time but not modern enough,
though an improvement over the sixteenth century
of Henry VIII, Lassus and Petrus Christus, who, paradoxically,
seem more modern than their immediate successors,
Tyndale, Moroni, and Luca Marenzio among them.
Often it’s a question of seeming rather than being modern.
Seeming is almost as good as being, sometimes,
and occasionally just as good. Whether it can ever be better
is a question best left to philosophers
and other of their ilk, who know things
in a way others cannot, even though the things
are often almost the same as the things we know.
We know, for instance, how Carissimi influenced Charpentier,
measured propositions with a loop at the end of them
that brings back to the beginning, only a little
higher up. The loop is Italian,
imported to the court of France and first despised,
then accepted without any acknowledgment of where
it came from, as the French are wont to do.
It may be that some recognize it
in its new guise—that can be put off
till another century, when historians
will claim it all happened normally, as a result of history.
(The baroque has a way of tumbling out at us
when we thought it had been safely stowed away.
The classical ignores it, or doesn’t mind too much.
It has other things on its mind, of lesser import,
it turns out.) Still, we are right to grow with it,
looking forward impatiently to modernism, when
everything will work out for the better, somehow.
Until then it’s better to indulge our tastes
in whatever feels right for them: this shoe,
that strap, will come to seem useful one day
when modernism’s thoughtful presence is installed
all around, like the remnants of a construction project.
It’s good to be modern if you can stand it.
It’s like being left out in the rain, and coming
to understand that you were always this way: modern,
wet, abandoned, though with that special intuition
that makes you realize you weren’t meant to be
somebody else, for whom the makers
of modernism will stand inspection
even as they wither and fade in today’s glare.

[Immagine: John Ashbery]

 

 

2 commenti

  1. Per chi fosse interessato (chi?), oggi Lithub ha pubblicato i 90 brevi contributi per i 90 anni di John Ashbery:
    http://lithub.com/90-lines-for-john-ashberys-90th-birthday/

  2. Pingback: John Ashbery, E’ bello essere moderni se si riesce a sopportarlo. I 90 anni di un grande poeta contemporaneo (“Le parole e le cose”)

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