Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Rileggendo Gomorra

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di Mario Pezzella

[LPLC va in vacanza fino a settembre. Anche quest’anno, per non lasciare soli i nostri lettori, riproporremo alcuni dei pezzi apparsi nei mesi precedenti. Questo intervento è uscito il 16 gennaio 2017].

È divenuto difficile leggere Gomorra[1]. Fantasmi di film, di serie televisive, la stessa icona televisiva dell’autore, affollano l’immaginazione, e ostacolano il ritorno senza interferenze alle righe scabre, dure, talvolta faticose del testo originale. In questo caso gli effetti della ricezione del romanzo rischiano paradossalmente di impedirne la lettura. Alcuni dei personaggi hanno subito il destino degli archetipi del cinema “nero” hollywoodiani, diventati modelli di comportamenti reali (e di identificazioni ambigue da parte degli spettatori). Il boss Savastano della serie televisiva è ormai un eroe popolare, avvicinato per somiglianza fisica all’allenatore del Napoli Calcio; adolescenti di vari strati sociali napoletani si vestono e si acconciano i capelli come Savastano junior. Pensare che Saviano stesso aveva lucidamente analizzato questo fenomeno nel suo libro; eppure la spettacolarizzazione ha coinvolto gli stessi personaggi di Gomorra e soprattutto quelli nati per partenogenesi dagli episodi della serie, fino a costringere l’autore a prenderne atto nel suo ultimo romanzo, dove tre appartenenti alla “paranza dei bambini” sono “pettinati alla Genny Savastano”[2]. Difficile dire se Saviano sia oggi consapevole della distanza che separa la potenza critica di Gomorra dalla spettacolarizzazione inevitabile della serie. Ancor più difficile dire se avrebbe potuto sottrarsi a quella che egli stesso ha subito, accettando l’ospitalità di numerose trasmissioni del regime televisivo attuale. Meglio tentare un esperimento mentale: tornare a quelle righe scritte da un giovane sconosciuto di 26 anni e alla loro essenzialità narrativa, che ha pochi rivali nella letteratura italiana degli ultimi tempi.

Postilla. In queste pagine definisco Gomorra come romanzo. Quando l’ho fatto parlando in pubblico la cosa ha suscitato qualche stupore, perché di solito si considera il libro un pamphlet di denuncia, oppure una sorta di documentario sociologico. A tal proposito vorrei si ricordasse che nella letteratura nata a Napoli esiste un vero e proprio genere specifico, che mescola scrittura giornalistica e finzione e questo intreccio costituisce una vera e propria struttura narrativa. A prescindere dai contenuti, due esempi maggiori sono Mistero napoletano di E. Rea e L’armonia perduta di La Capria, ma si potrebbe tornare indietro nel tempo, fino ad alcuni scrittori dell’Ottocento. D’altra parte il racconto è fatto in prima persona e il dato oggettivo si intreccia continuamente a quello biografico o pseudobiografico. Addirittura Saviano è stato accusato di aver “ritoccato” gli eventi descritti, come se fosse una colpa! Ma per Gomorra si potrebbe usare un termine usato da R. Genovese, quello di falso diario in cui il narrante entro il libro (così lo chiamerò d’ora innanzi) crea un continuo gioco di specchi con l’autore vero e proprio. Il problema non è la verità documentaria del contenuto reale -avrebbe detto Benjamin-, quella dei singoli episodi e fatti di cronaca, che possono benissimo essere riassunti da un giudice o da un cronista giudiziario; importante è il contenuto di verità, che lo scrittore riesce a estrarre con tutti i mezzi della sua fantasia dall’esperienza collettiva. Se poi veramente era in motorino quel giorno e in quell’ora in quel certo posto di Napoli è totalmente irrilevante. L’importante è il dolore e il desiderio di rivolta descritti, che c’erano in quel luogo e in quell’ora, se c’erano. Il fatto di scrivere un libro in prima persona non impegna l’autore a essere il cronista di se stesso, ma piuttosto a ideare un io narrante in cui si moltiplica e si modifica quello di chi scrive: a mio parere questo accade anche in quel genere di docufiction, che –come ho detto- costituisce una parte importante della letteratura nata a Napoli e a cui Gomorra appartiene.

Al centro del libro sta il rapporto tra l’economia più astratta e impalpabile –la merce e le sue trasformazioni in denaro- e quanto è più duramente concreto: la criminalità organizzata e la sua diretta violenza sulle menti e sui corpi. In apparenza (e per lo sdolcinato umanesimo politicamente corretto oggi dominante) le due cose hanno solo tangenziali e occasionali punti di contatto: la criminalità è una deviazione e un pervertimento del regolare e “onesto” procedere del capitale. Alla fine della lettura del libro di Saviano veniamo convinti –in modo indelebile- che i due poli, apparentemente distanti, in realtà coincidono: o meglio, si tengono reciprocamente, sono simultanei, complementari e la struttura del capitale poggia insieme su un’economia della luce e un’economia delle ombre.

Il feticismo delle merci assume in Gomorra una inedita visibilità. Non è facile descrivere oggi i fenomeni del capitale: la loro potenza astratta totale è così rarefatta da sfuggire alle immagini e alle parole. Non abbiamo davanti i padroni ottocenteschi delle ferriere, ma processi impalpabili, come i derivati e le speculazioni finanziarie e i riciclaggi di danaro: eppure tutto questo continua ad avere una base materiale impastata di sangue e di merda, che viene misconosciuta e ignorata dall’ordine dominante del discorso.

All’inizio del libro la natura eterea della merce, fantasmatica e teologica come diceva Marx, riceve un potente e gigantesco correlativo oggettivo, che ne mostra la corposità: “Il porto di Napoli è una ferita. Larga. Punto finale dei viaggi interminabili delle merci”(8). Milioni di tonnellate di merci, ancora affette da una certa pesantezza materiale, arrivano qui e poi iniziano il loro fantasmagorico processo di trasformazione, che le porta a divenire danaro: “E’ una stranezza complicata da comprendere, però le merci portano con sé magie rare, riescono a esserci non essendoci, ad arrivare pur non giungendo mai…Nel silenzio del buco nero del porto la struttura molecolare delle cose sembra scomporsi per poi riaggregarsi una volta uscita dal perimetro della costa…Tutto avviene talmente velocemente che mentre si sta svolgendo, scompare”(8-9). Perché la merce non si dispiega solo nello spazio, ma incurva al suo servizio il tempo, lo relativizza secondo il ritmo della sua circolazione: ciò che fuori richiede un’ora, “nel porto di Napoli sembra accadere in poco più di un minuto”. Efficacia frenetica e spasmodica la quale pare smentire la retorica della napolitudine, si svolge “in un silenzio da fabbrica meccanizzata”, circonda e soffoca la città come una muraglia, invisibile ai suoi abitanti e però ne condiziona la vita e la morte.

Tutto ciò che segue nel romanzo è un effetto di questa presenza incombente e della sua necessità di pervadere ogni vena del reale, passando dal virtuale all’atto, fino al sangue, ai corpi, ai liquami e agli ultimi detriti non più consumabili. Questo transito, raffinato e osceno allo stesso tempo, si comunica all’osservatore come una nausea fisiologica, un segno premonitore di disgusto. I “buchi neri” da cui parte la diffusione delle merci (il porto di Napoli, la “Las Vegas”[3]delle fabbriche tessili clandestine), visti da vicino, provocano “una pesantezza ansiosa”(35), tanto incommensurabile e inspiegabile appare il passaggio dal loro accumulo fatto di fatica e terrore all’apparenza luminescente e incantatoria delle vetrine dei negozi del centro.

Esiste un’economia di superficie, in luce, fatta di banche, operazioni finanziarie, investimenti: e un’economia sotterranea, fatta di crimine e evasione dalla legge: “L’economia ha un sopra e un sotto. Noi siamo entrati sotto, e usciamo sopra”(17) dice il boss cinese del porto di Napoli. Non sono opposte –ci dimostra Saviano- sono, inesorabilmente, complementari. Allo stesso modo, c’è un imperativo etico che impone obbedienza alle leggi dello stato; e un imperativo osceno, “tenebra da dove trova energia il cuore pulsante del mercato”(136), a cui è altrettanto inevitabile obbedire, che distribuisce i rapporti simbolici e le gerarchie del potere ed è indispensabile conoscere per poter sopravvivere. Questa contraddizione tra due imperativi divergenti, tra due istanze ideali, si annida in ogni piega del capitale. Essa si articola sia sul piano strettamente economico che su quello psicologico ed emotivo, condizionando le schizofrenie personali; il lato osceno del potere, come lo chiama Zizek, è dominato da una pulsione di morte e di godimento allo stesso tempo, in contrasto apparente con la morale ammessa e praticata alla luce del giorno e tanto più inflessibile nei suoi ordinamenti, quanto più questi sono inscritti nella forma di vita e non nella legge scritta: “Una tale perversione riposa sullo sfaldamento del campo della legge in due parti: la legge in quanto ideale dell’Io, ossia ordine simbolico che governa la vita sociale garantendone la pace, e il suo contrario osceno, il Super-Io. La profonda identificazione che ‘tiene insieme’ i membri della comunità non è tanto l’identificazione con la legge che domina il corso quotidiano, ‘normale’, della sua vita, quanto l’identificazione alla forma comune, specifica della trasgressione della Legge”[4].

Gli orrori dell’accumulazione originaria, descritti da Marx nel capitolo 24 del primo libro del Capitale, sono roba vecchia e desueta –ci hanno detto fino a qualche anno fa gli apologeti del postmoderno- superata dal capitalismo mentale e raffinato dei nostri tempi. Ma in verità essa continua a esistere e non solo nei paesi del terzo mondo, ma anche –e ampiamente- nel nostro meridione. Il capitalismo attuale consiste nell’alternanza strutturale sapiente degli orrori e dell’immateriale, del crimine appropriativo e della speculazione eterea: “A Sud possono ancora nascere gli imperi…e l’equilibrio dell’accumulazione originaria non è stato ancora completato”(238). Il volto luminoso dell’imprenditoria del Nord Est dell’Italia non esisterebbe senza il buco di culo attraverso cui scarica i suoi residui nel meridione, e di cui la camorra è il necessario sfintere: “Molte aziende settentrionali erano riuscite a crescere, assumere, erano riuscite a render competitivo l’intero tessuto industriale del paese al punto da poterlo spingere in Europa, liberando le aziende dalla zavorra del costo dei rifiuti che gli era stata alleggerita dai clan napoletani e casertani”(321).

Per Saviano, la plebe che alimenta la manovalanza della camorra non ha certo l’originaria innocenza che ad essa attribuiva Pasolini, ma neppure l’originaria barbarie temuta da altri scrittori napoletani, come La Capria; il suo istinto di rivolta viene strumentalizzato in un’articolazione necessaria del ciclo dei rifiuti e più in generale della ricchezza del capitale in Italia e nel mondo, in un singolare, ma non unico, fenomeno di ibridazione tra valori arcaici di affiliazione, che ancora portano tracce della cultura magica contadina, e l’ipermodernità della speculazione, della società dello spettacolo e della circolazione del denaro[5].

Postilla 2. E’ riduttivo considerare in genere la plebe come un essere sociale amorfo e indistinto. Si tratta invece di una cultura decaduta e divenuta silente, ma che aveva la sua specificità in quel mondo magico premoderno, che le ricerche di De Martino hanno riportato alla luce. La sua mancanza di espressione è una conseguenza, non una causa, dell’impatto distruttivo che la modernità aggressiva del capitale ha imposto ai miti, ai riti, al sapere diffuso che quella cultura pure conteneva in se stessa. Non è forse proprio la storia del capitalismo moderno ad aver determinato il carattere inquietante della plebe del Sud? Nella plebe ricadono –nel regime del capitale- tutti coloro che sono stati esclusi dalla produzione, ma anche coloro che alla produzione partecipano in forme precarie, privi di diritti e riconoscimento di cittadinanza.

Nella storia del capitale, interi ceti sociali che possedevano un “saper fare” specifico precipitano nell’amorfia della plebe. Così gli artigiani inglesi alla fine del Settecento sono risospinti –attraverso la distruzione del loro essere simbolico e sociale- verso un non essere di compattezza e mutismo: “Un grande numero di lotte e di conflitti appare in Inghiterra in questo periodo. In essi si combattono i ricchi proprietari, che vogliono imporre il regno della macchina, e gli artigiani, che cercano di conservare la propria indipendenza e il proprio saper-fare”[6].

Rifiutando l’amorfia a cui un troppo facile illuminismo riduce la plebe, scopriremo quasi sempre una stratificazione complessa. Così, nel caso della plebe napoletana descritta da P. Allum[7], una sua componente proviene da una Gemeinschaft di origine contadina, di cui sarebbe inesatto sostenere che non ha mai posseduto un proprio codice simbolico. E’ bensì vero che tale codice appartiene a un ordine premoderno, magico-mitico, incompatibile con quello della modernità tecnica capitalista (che dà invece origine a una Gesellschaft, nella terminologia di F. Tönnies, ripresa da Allum), e da essa viene assoggettato e ammutolito. Indifferenti alla concezione moderna dello Stato, i suoi valori subiscono un processo di corruzione e disgregazione, una volta a contatto con l’ordine più forte e dominante: vengono così sfigurati fino ad apparire come un resto barbarico, accumulo di indecifrabili frammenti, enigma inquietante e non compreso dalla cultura vincitrice.

La plebe napoletana resta in bilico tra l’impossibilità di accedere pienamente al logos della modernità capitalista e la dissoluzione del suo codice simbolico originario, che sopravvive in forma distorta e irriconoscibile nelle organizzazioni criminali. Più che di una inespressività “naturale” e “originaria”, si tratta di una riduzione al non essere, risultato di un rapporto di potere sfavorevole, di una passivizzazione radicale. Qualcosa di simile è accaduto in numerose situazioni coloniali, con la distruzione-corruzione delle culture precedenti, o anche a Londra e Parigi nell’Ottocento, con lo spostamento di enormi masse contadine all’interno della città e verso i nuovi lavori industriali.

Il capitale produce simultaneamente, continuamente, lavoro salariato e plebe e determina una trasmigrazione continua tra le due condizioni, secondo la curva dominante del suo ciclo. La plebe meridionale si trova in bilico tra la dissoluzione della sua cultura di appartenenza e la marginalità a cui è condannata dallo sviluppo capitalistico, che le impedisce di assumere una nuova e sostituiva identità: “Anche determinate esperienze della vita associata, nella misura in cui riproducono il modello naturale della forza spietata che schiaccia, aprono il varco alla possibilità della crisi: si pensi al rapporto dello schiavo rispetto al padrone, o del prigioniero rispetto al nemico che dispone della sua vita, o anche a determinate esperienze limite di sentirsi travolto da forze economiche e politiche operanti senza e contro di noi con la stessa estraneità e inesorabilità delle forze cieche della natura. In punti nodali (cs. mio) o momenti critici come questi si annida la possibilità della crisi radicale e può manifestarsi quella funesta miseria esistenziale per cui ciò che passa ci trascina nel nulla ancor prima che la morte fisica ci raggiunga: ed è quella miseria una catastrofe molto maggiore di questa morte”[8].

C’è un continuo intreccio, nel romanzo, tra la situazione collettiva e quella personale di Saviano, in cui i movimenti astratti del capitale diventano corpo sangue sofferenza di un singolo; così quel rapporto tra economia di sopra e di sotto diventa consanguineo a quello tra la morale pubblica conclamata e la legge oscena nascosta; questa poco nobile verità è comunicata all’autore dal padre: “Tu devi capire chi comanda le cose, e fingere di credere a chi comanda le parole. Ma devi sempre sapere la verità in corpo a te. Comanda veramente solo chi comanda le cose”(186). In questo spicciolo machiavellismo, le cose si possono comandare solo violando le leggi pubbliche: è proprio il padre a proclamare dunque non una legge univoca, ma una scissione, un’ipocrisia oggettiva, una schizofrenia inevitabile del comportamento, lasciando una sola elementare scelta a chi lo ascolta: o accettare l’inevitabilità della forza, della violenza e del male o rendersi vittima testimoniale, creare scandalo rifiutando la norma biforcuta. Ma è ancora possibile lo scandalo nella società dello spettacolo? O essa riassorbe perfino la vittima e il capro espiatorio volontario nel suo scintillio opacizzante?

La testimonianza richiede il sacrificio e la partecipazione diretta del corpo. Il narrante non è un distaccato osservatore che descriva un orrore a lui estraneo, con un misto di sufficienza e di di disprezzo (come hanno fatto, nelle loro osservazioni sul Sud, Ceronetti o G. Bocca). Egli è coinvolto mimeticamente in ciò che descrive, nell’interno di se stesso trova allo stato embrionale gli stessi moti di paura, di orgoglio, di smisuratezza, che dominano i suoi personaggi. A questo potere mimetico egli si abbandona, per poi sottrarsi alla stretta mortale, dopo aver compreso, nel riscatto della parola: “Non sono mai riuscito a sentirmi distante, abbastanza distante da dove sono nato, lontano dai comportamenti delle persone che odiavo, realmente diverso dalle dinamiche feroci che schiacciavano vite e desideri”(307). Prima di giungere alla relativa catarsi della parola di verità, il narrante sperimenta empatia e disgusto nella sua propria fisiologia, è da questa bassura profonda che egli può poi giungere senza tradirla all’espressione, provando quella stessa, scandalosa immersione nel male e nell’impuro, che era tipica di Pasolini e da cui fu travolto Celine: “Come se esistesse nel corpo qualcosa in grado di segnalarti quando stai fissando il vero. Con tutti i sensi. Senza mediazioni…(149); “Tu stesso diventi emorragia, senti le gambe che ti mancano, la lingua impastata, senti le mani sciolte in quel lago denso…devi chiudere gli occhi, ma non respirare. L’odore di sangue rappreso che ormai ha impregnato l’intonaco della stanza sa di ferro rugginoso”(129).

Questa cristica sottomissione del corpo alla condivisione col male estremo, questa mitologia –se vogliamo- del corpoconoscente, oscillando tra empatia e disgusto, è l’unico modo –secondo il narrante- per sfuggire alle categorie astratte della morale, del diritto, dell’intelletto, che non permettono di accedere al nucleo più oscuro dell’esperienza criminale, quello che la rende concolore all’impeto smisurato del capitale: e cioè la mitologia eroica, l’incremento senza limiti e continuo della potenza, a prezzo della vita. E’ questa l’oscura fascinazione che attrae nel fondo i seguaci del capo criminale e si somma necessariamente alle motivazioni di carattere più strettamente economico e utilitario nel cementare i patti camorristici: “Avere potere per dieci anni, per un anno, per un’ora. Non importa la durata: vivere, comandare per davvero, questo conta. Vincere nell’arena del mercato e arrivare a fissare il sole con gli occhi come faceva in carcere Raffaele Giuliano, boss di Forcella, sfidandolo, mostrando che il suo sguardo non si accecava neanche dinanzi alla luce prima”(126)[9]. Questo godimento osceno del potere, spinto fino alla distruzione e all’autodistruzione, fa parte del lato oscuro dell’economia, che nel parossismo criminale si esprime senza riserve, si espone nella sua radicalità.

Il rischio è di prendere alla lettera questa ideologia da “samurai liberisti” e trasformare in eroi spettacolari del male i protagonisti delle epopee criminali, come accade in effetti in tanta cinematografia sull’argomento, da Scarface al Padrino. Fino a giungere al paradossale scambio, per cui il criminale vero modella il suo comportamento secondo l’affascinante icona del male che la società dello spettacolo ha costruito o sta costruendo per lui: “I camorristi debbono formarsi un’immagine criminale che spesso non hanno e che trovano nel cinema…(273); “Si racconta a Casal di Principe che il boss aveva chiesto al suo architetto di costruirgli una villa identica a quella del gangster cubano di Miami, Tony Montana, in Scarface. Il film l’aveva visto e rivisto. L’aveva colpito fin nel profondo, al punto tale da identificarsi nel personaggio interpretato da Al Pacino” (266). Riesce il romanzo di Saviano a evitare questa fosca e in parte inconscia celebrazione della grandezza distruttiva?

In effetti, Gomorra conosce a un certo punto una cesura che segna una svolta sia di forma che di contenuto e getta una luce prospettica diversa e inesorabilmente critica su quanto prima era stato narrato: è il capitolo sull’omicidio di Don Peppino Diana, seguito dall’episodio pasoliniano a Casarsa, poi il romanzo precipita nella descrizione dei rifiuti tossici della Terra dei fuochi, dissolvendo –se mai qualcuno ci avesse creduto- l’aura eroica che i ras criminali pretendono di diffondere intorno a sé. La loro fosca grandezza subisce qui il drastico ridimensionamento che li riduce a marionette del potere, prive di capacità autonoma di decisione, e a strumenti di smistamento della merda del capitale. Questa verità finale del romanzo è accennata nelle prime pagine – “…La superficie del golfo somiglia alla lucentezza dei sacchetti di spazzatura”- e poi domina nella conclusione, fino a dissolvere qualsiasi identificazione –anche inconsapevole- coi presunti superuomini della camorra e a mostrarli come mediocri diffusori di veleno. D’altra parte il movimento astratto e di per sé indescrivibile dell’economia sembra ricadere nella opacità compatta del rifiuto, la carta moneta riprende a sanguinare e puzzare: “Non è complesso immaginare persino la propria morte. Ma la cosa più complicata è immaginare l’economia in tutte le sue parti…Forse l’unico modo per rappresentare l’economia nella sua corsa era intuire ciò che lasciava, inseguirne gli strascichi…”(309). Come nel grande romanzo di Don De Lillo, Underworld, le discariche sono “l’emblema più concreto di ogni ciclo economico” e il potere dei Casalesi non si fonda sull’eroismo guerriero ma sulla loro capacità di seppellire immondizia ammorbando il terreno: “Il sud è il capolinea di tutti gli scarti tossici, i rimasugli inutili, la feccia della produzione…Le campagne del napoletano e del casertano sono mappamondi della monnezza, cartine al tornasole della produzione industriale italiana” (309, 312).

Il racconto dell’omicidio di Don Peppino Diana segna una cesura del libro, perché non ha nulla della fosca grandezza della guerra di camorra, è l’uccisione vile di un innocente indifeso e basta; ed è anche l’atto con cui si cerca di mettere a tacere la parola, presa qui nel suo significato più profondo, il Verbo che si oppone alla Violenza: “Don Peppino scavò un percorso nella crosta della parola, erose dalle cave della sintassi quella potenza che la parola pubblica, pronunciata chiaramente, poteva ancora concedere”(243). Non è questa la parola stessa che cerca Saviano nel suo libro, che ritrova negli scritti di Pasolini e lo induce a recarsi a Casarsa sulla tomba del poeta, quasi a raccoglierne il testimone? “Mi andava di trovare un posto. Un posto dove fosse ancora possibile riflettere senza vergogna sulla possibilità della parola. La possibilità di scrivere dei meccanismi del potere…”(232).

Se la passione del corpo conoscente è il primo polo della testimonianza, la sua trasfigurazione in parola è il secondo, e la verità è garantita solo da entrambi: questa è la personale poetica di Saviano nel romanzo, il suo cristianesimo tragico e non confessionale, che sparge una luce caravaggesca su Gomorra. Ci si può chiedere però se questa fiducia tutto sommato intatta nella sacralità del corpo e della verità possa sopravvivere nella società dello spettacolo, che tollera il grottesco, il tragico assolutamente no: troppo poco postmoderno, autoironico, prosastico, minimalista, sottotono, come si addice alla prudentissima letteratura di oggi. E certo esiste una potentissima spinta a trasformare il testimone in testimonial, attenuandone così la carica critica.

Il titolo stesso del libro deriva dall’episodio di Peppino Diana, dall’arringa che il suo amico Cipriano avrebbe voluto leggere in occasione dei funerali, modificando il senso dell’episodio biblico della distruzione di Sodoma e Gomorra. La moglie di Lot si voltò per guardare la distruzione delle città e per punizione fu trasformata in una statua di sale. Noi dobbiamo invece assumere e accettare questa pietrificazione: “Dobbiamo rischiare di divenire di sale, dobbiamo girarci a guardare cosa sta accadendo, cosa si accanisce su Gomorra, la distruzione totale dove la vita è sommata o sottratta alle vostre operazioni economiche”, dove il suolo è divenuto “zolfo, sale, arsura e non vi sarà più sementa, né prodotto, né erba di sorta”(263), come nella Terra dei fuochi.

Cipriano ha ceduto, non ha retto, è fuggito via, è caduto in una depressione senza rimedio: “si è chiuso”, si dice nel Sud: “Chiudersi, diventare silenzioso, quasi muto…una scelta di eremitaggio presa un momento prima di sciogliersi nel compromesso dell’esistente”(262). Chiuso e muto come il sarto che ha tessuto il vestito di Angelina Jolie per la notte degli Oscar e resta ultimo e umiliato: “Quando tutto ciò che è possibile è stato fatto, quando talento, bravura, maestria, impegno…quando tutto questo non serve a mutare nulla, allora viene voglia di stendersi a pancia sotto sul nulla…”(41); contro questa “chiusura”, contro questo ammutolire, il romanzo cerca di restituire la parola ai sommersi.


[1] R. Saviano, Gomorra, Mondadori, Milano 2016. Pagine citate tra parentesi in corpo testo. Un buon saggio sul libro si trova in A. Tricomi, La Repubblica delle lettere, Quodlibet, Macerata 2010, pp. 429-440.

[2] R. Saviano, La paranza dei bambini, Feltrinelli 2016.

[3] Una zona che si estende in una vasta area da Casavatore a Grumo Nevano, cfr. a p. 22 di Gomorra.

[4] S. Zizek, Il Grande Altro, Feltrinelli, Milano 1999, p. 92.

[5] Rinvio per questo aspetto al mio libro Insorgenze, pp. 234-239, Jaca Book, Milano 2014.

[6] M. Breaugh, L’expérience plébéienne, Payot, Paris 2007, p. 11.

[7] P. Allum, Potere e società a Napoli nel dopoguerra, Einaudi, Torino 1979.

[8] E. De Martino, Morte e pianto rituale: dal lamento funebre antico al pianto di Maria, Bollati-Boringhieri, Torino 2009, pp. 21-22.

[9] Curioso ma forse indicativo che lo stesso eroismo autoaccecante abbia posseduto J. Plateau, inventore del fenachistoscopio e considerato precursore del cinema.

 

[Immagine: Francesco Jodice, Napoli]

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