Le parole e le cose

Letteratura e realtà

La lingua dei giovani accademici

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di Claudio Lagomarsini

[LPLC va in vacanza fino a settembre. Anche quest’anno, per non lasciare soli i nostri lettori, riproporremo alcuni dei pezzi apparsi nei mesi precedenti. Questo intervento è uscito il 17 febbraio 2017].

Il protagonista del romanzo d’esordio di Andrea Piva (Apocalisse da camera, Einaudi 2006) è Ugo Cenci, un giovane cocainomane, sessuomane e dottorando in Filosofia del diritto. In una delle scene meglio riuscite del romanzo, Ugo sta per entrare in aula per fare esami, quando si rende conto che gli manca un accessorio fondamentale. Torna di corsa nello studio, recupera l’accessorio e, finalmente tranquillizzato, scende in aula. L’oggetto di cui aveva un disperato bisogno è una semplicissima borsa di cuoio, totalmente vuota (qualche cartaccia impedisce l’afflosciamento che svelerebbe il bluff). Con la borsa, Ugo sente di potersi distinguere dagli studenti suoi coetanei. Con la borsa, riesce anche a darsi un aplomb e un ruolo che i soli titoli di “dottorando” e “cultore della materia” non lo aiutano ad assumere.

Nelle ultime settimane si è discusso molto di come l’italiano scritto sia malamente padroneggiato dagli studenti universitari. Vorrei portare l’attenzione sul fatto che tra quelle fila c’è una delle prossime generazioni di ricercatori e professori. Alcuni di quegli studenti diventeranno ben presto accademici juniores (dottorandi, cultori, assegnisti, borsisti). Da una decina d’anni mi trovo a far parte di questa fauna post-laurea e post-doc che, linguisticamente parlando, non mi sembra molto più in salute di quella pre-laurea. Osservandola dall’interno, ho l’impressione che la lingua dei giovani accademici sia come la borsa vuota di Ugo Cenci: simulando pienezza vorrebbe illudere di essere piena. Infarcita di clichés accademici rassicura anche gli wannabes di essere – o di poter ben presto essere − dei veri accademici.

Una parte importante del problema sono le tare ereditarie. I giovani accademici scrivono male perché codificano la propria lingua saggistica prendendo a modello maestri che scrivono male. Nella tradizione italiana degli studi umanistici (non saprei dire se lo stesso accade per quelli tecnico-scientifici), la lingua accademica è retrospettiva, conservatrice, tendenzialmente involuta e oscura. Quanto a oscurità, la lingua di alcuni studiosi del passato − penso a ovviamente Gianfranco Contini − raggiunge livelli parossistici. Ma l’oscurità di Contini (è una differenza fondamentale) deriva dalla condensazione di molta sostanza semantica in poche parole; al contrario, l’oscurità di chi “contineggia” è spesso il risultato di poca sostanza semantica goffamente impreziosita con un linguaggio esoterico. Si hanno poche idee ma confuse, e allora si scrive difficile.

I giovani standardizzano il proprio stile non solo su quello dei maestri diretti, ma anche su quello degli studiosi (a seconda dei casi anche ottocenteschi o primo-novecenteschi) di cui compulsano ogni giorno gli scritti per le proprie ricerche. A leggere in continuazione «vieppiù», «a un dipresso», «non v’è chi non veda che», un venticinquenne si sente incoraggiato, se nessuno protesta e anzi gli dà pacche sulle spalle, a spalmare un po’ di muffa anche sui propri scritti.
A tutto questo si aggiunge una specie d’orgoglio di categoria. Il gesto aristocratico degli studiosi d’antan (ancora Contini, parafrasato a memoria: “L’accesso di massa alla cultura non significa che si debba garantire anche l’accesso di massa della cultura”) ha preso oggi una nuova declinazione, che per i miei coetanei riassumerei nel motto Uncoolness is cool.

Temo che sia inevitabile, a questo punto, dare alcuni esempi concreti della “borsa di Ugo Cenci”. Il breve dossier da cui gli esempi sono tratti è composto da articoli di ambito critico-letterario e filologico (il settore dove ho più competenza), tutti firmati da under 35. Per rispetto ho tentato, nei limiti del possibile, di rendere irriconoscibili gli autori e le autrici, omettendone i nomi e cancellando alcuni riferimenti del contesto. Per dimostrare che ho intenzioni costruttive e per niente polemiche, inizio con un estratto dal mio primo articolo (era il 2009 e avevo 25 anni):

Nel presente lavoro saranno riesaminati alcuni luoghi testuali problematici del Voyage de Saint Brendan di Benedeit e verranno discusse alcune possibilità d’intervento sul testo critico, alla luce di una nuova disamina della tradizione manoscritta e dei suoi rapporti con la Navigatio Sancti Brendani, di cui, com’è noto, il poemetto anglonormanno è un vero e proprio adattamento più che un mero volgarizzamento.

È una frase sintatticamente pesante, infarcita di clichés accademici («nel presente lavoro», «alla luce di», «com’è noto») che avevo forse letto in altri saggi oppure orecchiato a qualche convegno mentre preparavo la tesi di laurea. Il «com’è noto» (fuori luogo, visto che parlo di testi poco frequentati anche dagli specialisti) serve a prevenire la figuraccia del giovane ingenuo che si meraviglia dell’ovvio. Il sintagma nuova disamina (anziché riesame) aggira malamente la ripetizione che si avrebbe con riesaminati. La parola mero cerca una collocazione su un registro medio-alto rispetto a equivalenti come purosemplice banale, che mi saranno sembrati troppo comuni e colloquiali.

Non sostengo l’idea che la lingua accademica debba essere standardizzata su uno stile spoglio e bianco. La difficoltà, quando è inevitabile, va bene. Ci sono situazioni in cui i problemi sono estremamente complessi e richiedono argomentazioni articolate. Il ragionamento può allora servirsi (per non occupare il triplo dello spazio e ripetere cose già note) di una lingua tecnica e semanticamente densa.
In molti altri casi, però, gli oggetti o le idee di cui si discute sono mediamente semplici e non ci sono ragioni plausibili per cercare una complessità linguistica. Quando questo invece accade, dovremmo essere consapevoli che la lingua non è più al servizio del lettore, ma diventa un esercizio narcisistico con cui l’autore si dà un tono e cerca di mascherare le proprie insicurezze. In ambito accademico, scrivere oscuro serve anche a scoraggiare repliche e attacchi: diventa difficile contestare un’idea (ammesso che ce ne sia davvero una) se questa è stata espressa in modo ambiguo o contorto.

Vediamo un altro esempio (questa volta dall’articolo di un/una collega):

Tra le numerate corrispondenze dubbie – ovvero: nel novero di quei componimenti della lirica italiana antica solo ipoteticamente relati da connessione tenzonistica o, quantomeno, dubitativamente responsiva – spicca il dittico avviato dal sonetto di…

Quando leggo cose del genere mi torna in mente quella scena di Kill Bill in cui la diabolica Elle, parlando di un serpente letale, dice: «La quantità di veleno che può essere iniettata da un solo morso a volte è gargantuesca. Mi è sempre piaciuto l’aggettivo gargantuesco: succede raramente di poterlo usare in una frase…». Ecco, sto provando a immaginare da quanto tempo l’autore/autrice del brano citato aspettasse l’occasione buona per usare «connessione tenzonistica» in una frase.

Una traduzione del brano per un pubblico “di massa” (diciamo per buoni studenti di liceo) sarebbe questa:

Nella poesia italiana esistono alcune corrispondenze poetiche problematiche, perché non sappiamo se ci sia davvero un rapporto di invio e risposta, quindi la volontà di comporre una tenzone o, comunque, di replicare a una certa poesia. Un caso esemplare è quello di questi due sonetti, di cui il primo è di….

Il succo mi pare abbastanza semplice, sicché è del tutto inutile gonfiarlo con parole ed espressioni difficiliMi si può contestare che una parafrasi come quella che ho dato sarebbe stilisticamente incongrua rispetto alla media dell’italiano scientifico del XXI secolo, senza contare che ha richiesto un incremento di parole (da 32 a 51). Ritraduco lo stesso passaggio usando uno stile medio e conservando la stessa estensione:

Tra le non molte corrispondenze dubbie della lirica italiana antica (dubbie perché non sempre siamo certi che siano vere tenzoni o che una poesia risponda a un’altra), spicca la coppia che comincia col sonetto di…

Il problema di questo passaggio era soprattutto il lessico assurdo. Ma la complessità inutile può essere cercata anche su altri piani, ad esempio sul livello della sintassi, come nel caso del seguente, lunghissimo periodo, interrotto da continue incidentali (esempio tratto dalla recensione di un/una under 30):

Procedendo da preliminari considerazioni sulle pur instabili cronologie relative dei testi coinvolti (i richiami a Petrarca e Boccaccio interessano per lo più la produzione per cui si ipotizzano datazioni alte: dunque le prime prove poi raccolte nei Fragmenta per l’uno e la produzione minore in versi, le Rime e soprattutto il Teseida, per l’altro) i riscontri individuati da [autore recensito] nel commento e parzialmente illustrati nelle pagine introduttive paiono decisamente significativi, tanto più che, in un caso, trovano riscontro in una convergenza metrica di fatto esclusiva – a documentare un sicuro canale di lettura (reciproca? unilaterale?) sta la coincidenza perfetta di uno schema metrico non attestato: quello di [testo1] che si ritrova identico in [testo2], che è testo sicuramente anteriore al 1348 e rivolto, in prima stesura, a Sennuccio – e che, in molti altri, vengono ad incrociarsi con rilievi dello stesso tipo eseguiti da altri su altri ‘minori’.

Una caratteristica ricorrente di questa lingua, poi, è l’innamoramento per certi vezzi espressivi che non disturbano se isolati, ma diventano snervanti se usati più volte nello stesso articolo e, ancor peggio, nella stessa pagina o frase:

– «Nonostante la non indominabile consistenza numerica…»; «i testi […] sollevano non di rado questioni di non facile soluzione»;
– «Il complesso insieme di testi […] è stato fatto per la prima volta oggetto di un’indagine»; «poesie fatte oggettodi inserzione»; «testi fatti oggetto di inserimento»;
– «è stato variamente manipolato»; «[canzonieri] variamente aggregatisi»; «il fenomeno è variamente attestato»; «è variamente verificabile»;
– «concernente», «che concernono», «per quanto concerne»;
– «com’è noto», «come si sa», «notoriamente», «È notorio infatti che…».

Può bastare così, ci siamo fatti un’idea. Aggiungo solo un dato che mi pare interessante: quando gli stessi giovani accademici si trovano a scrivere in lingua straniera o leggono un paper a un convegno internazionale, in genere si nota una metamorfosi radicale. La sintassi si semplifica, il lessico torna quello in uso nel XXI secolo, la paura di risultare incomprensibili o di far la figura dei provincialotti autoreferenziali ha la meglio sul timore di essere contestati. Inoltre, se non si è perfettamente bilingui, scrivere in una lingua straniera richiede il controllo di un’altra persona, che normalmente non si limita alla correzione della grammatica ma interviene anche con un editing “stilistico”.

Gli attuali sistemi di selezione degli articoli per le riviste scientifiche prevedono la possibilità di comunicare agli autori un’accoglienza con riserva: l’articolo verrà pubblicato a patto che l’autore introduca alcune modifiche (integrazioni, chiarimenti, soppressioni) indicate dai peer reviewers. Ma se i risultati di questo sistema di selezione hanno portato a stampare brani – il mio in testa a tutti – come quelli che ho riportato più sopra, è evidente che il piano della forma espressiva non è percepito come una priorità dagli attuali direttori delle riviste scientifiche.
Si intuisce perché sia così: intervenire sulla forma della scrittura richiede, intanto, un lavoro molto più lungo e dettagliato da parte dei reviewers (che normalmente non sono pagati dalle riviste, e invece hanno molti altri impegni retribuiti, di ricerca e didattica). Poi implica una competenza (non ovvia) nell’editing, cioè un’idea chiara, forte e condivisa intorno alla forma ideale che, senza tradire la personalità dell’autore, dovrebbe avere la scrittura scientifico-argomentativa in un determinato ambito degli studi. Infine, c’è il problema della suscettibilità: generalmente un autore, davanti a una richiesta circostanziata, accetta senza troppe proteste di integrare, modificare o tagliare parte del proprio articolo; interventi puntuali di editing formale, invece, sono (sarebbero) avvertiti come un affronto, forse addirittura come una violazione illecita.
La chiarezza è una forma di onestà intellettuale. La scrittura scientifica – diversamente da quella letteraria – non può permettersi di mimare la complessità del reale o quella del pensiero («Nulla è semplice nel mondo, e nulla è semplice nello stile di Proust», scriveva Spitzer). Deve fare lo sforzo, tutto inverso, di risolvere ciò che è intricato, rendendo disponibile a una comunità intera quello che passa per la testa dei suoi singoli membri. Non necessariamente una poesia o un romanzo cercano il dialogo. Un saggio scientifico, invece, dovrebbe cercarlo. Non c’è un unico modo per farlo (in questo, appunto, c’è un ampio margine per lo stile del singolo), ma sono convinto che il dovere di uno studioso pagato dalla collettività per fare ricerca sia quello di produrre cose leggibili almeno per i propri colleghi.
Come uscire dalla situazione che ho provato a descrivere? Intanto bisognerebbe essere sicuri di volerne uscire. Non conosco redazioni scientifiche che si siano date come esplicito criterio di valutazione anche la selezione di una lingua “senza trucchi”. Sarebbe una bella idea tentare questo esperimento per una delle prossime riviste (ne nascono di nuove ogni anno): «Si accettano solo articoli scritti in modo chiaro».
L’altra via è quella della formazione. Si impara a scrivere articoli scientifici leggendo quelli degli altri e facendo rileggere i propri da persone più esperte che hanno a cuore anche il problema della forma. Se oggi la mia scrittura funziona meglio rispetto al 2009 (spero che sia effettivamente così), forse è perché ho letto cose di studiosi che scrivono bene e ho chiesto il loro parere su ciò che scrivevo io.
Non sempre si hanno a disposizione dei buoni maestri. Altre volte i maestri sono geniali ma incapaci di esprimersi. In entrambi i casi, i giovani accademici che riconoscono un valore aggiunto nella forma della scrittura potrebbero organizzarsi tra loro, come si fa tra aspiranti poeti e narratori: si creano dei gruppi di lettura e, a turno, ci si massacra l’un l’altro (eventualmente anche in forma anonima), facendosi le pulci e imparando dagli errori.

Chi ha letto il romanzo di Andrea Piva sa che Ugo Cenci è un ragazzo brillante, intelligente, seducente e molto insicuro. La sua lingua di narratore è complessa, ci sono delle rubriche all’inizio di ogni paragrafo che simulano quelle dei romanzi d’avventura sette-ottocenteschi. Lo stile di Piva/Cenci ha qualcosa di questa lingua accademica che ho descritto.
Ugo Cenci è molto auto-centrato, ed è questo che impedisce alle persone di avere con lui un rapporto. Per tutto il romanzo vaga da solo, imbattendosi in personaggi squallidi, da cui si separa subito dopo. Anche quando la lascia nello studio, è come se si portasse sempre dietro quella borsa piena di cartacce. Sarebbe immediatamente più simpatico − e non perderebbe nulla della propria intelligenza − se a un certo punto decidesse di mettersi un normale zaino, come tutti i ragazzi della sua età.

 

[Immagine: borsa]

Un commento

  1. Sono d’accordo su tutto. Di recente anche io mi sono imbattuto in pubblicazioni in volume a dir poco incomprensibili. Ho la sensazione che molti accademici italiani si sentano prima di tutto degli scrittori, anziché degli eruditi. Di conseguenza preferiscono sacrificare la chiarezza allo stile. Forse si dimentica che anche in arte, tuttavia, il linguaggio deve essere sufficientemente comprensibile, affinché l’opera non resti isolata dalla tradizione e cada presto nell’oblio.
    Il mio primo relatore una volta mi disse una cosa che porto con me come un caro insegnamento: “la scrittura accademica deve essere come il karate: pochi colpi, ma precisi e letali”.

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