Le parole e le cose

Letteratura e realtà

L’Italia di De Sanctis

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di Raoul Bruni

[LPLC va in vacanza fino a settembre. Anche quest’anno, per non lasciare soli i nostri lettori, riproporremo alcuni dei pezzi apparsi nei mesi precedenti. Questo intervento è uscito il 1 marzo 2017, ed è precedentemente apparso in forma integrale nel numero monografico della “Rivista di Letteratura Italiana” (I, 2017) dedicato a Francesco De Sanctis, in occasione del bicentenario della nascita].

Un viaggio elettorale di Francesco De Sanctis viene pubblicato a puntate in appendice alla «Gazzetta di Torino» nel 1875, dunque esattamente quattordici anni dopo l’atto di nascita del nuovo Stato unitario. Sebbene il libro si svolga quasi tutto in Irpinia, è impossibile negare che quello spicchio di Penisola rifletta alcuni dei caratteri più tipici dell’intera nazione, cosicché l’itinerario desanctisiano assume senz’altro un valore paradigmatico, fornendo un’icastica istantanea dell’Italia di allora.
Non solo: mentre racconta Italia degli anni settanta dell’Ottocento De Sanctis coglie con largo anticipo alcuni tratti fondamentali del nostro carattere nazionale che sarebbero emersi con più chiarezza nel futuro della storia italiana. In questo senso, il Viaggio desanctisiano non è soltanto un ‘classico del meridionalismo’ (come pure, giustamente, è stato definito), ma, più in generale, un classico dell’italianità letteraria,[1] da collocarsi idealmente nella gloriosa scia di Machiavelli e Guicciardini, e del Leopardi del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani (che sarebbe uscito soltanto dopo la morte di De Sanctis ma che presenta non poche consonanze ideali con Un viaggio elettorale). Né si dimentichi che De Sanctis scrive il Viaggio pochi anni dopo aver portato a termine la sua Storia della letteratura italiana (1870-1871), cioè uno dei più fondamentali contributi alla storia della civiltà, non solo letteraria, italiana.

Del resto, nei decenni che seguono l’Unificazione, escono alcuni viaggi letterari attraverso lo stivale improntati agli ideali patriottici risorgimentali: i più organici e importanti sono Il bel paese di Antonio Stoppani, che viene pubblicato nel 1876 (in concomitanza con l’uscita in volume, presso Morano, del Viaggio elettorale desanctisiano) e Il viaggio per l’Italia di Giannettino di Carlo Collodi, pubblicato in tre volumi, tra il 1880 e il 1886. Rispetto a queste due opere monumentali, De Sanctis si concentra su un’area ben più limitata, ma egli stesso si dimostra ben consapevole della portata esemplare del suo racconto, tant’è che, dopo aver scritto che «avev[a] imparato più in quei paeselli che in molti libri», aggiunge che la storia confluita in quel libro non è più soltanto «storia mia; è storia di tutti, ci s’impara molte cose».[2]

L’idea di civiltà italiana che De Sanctis presuppone ha come alimento fondamentale la letteratura nazionale. Risulta impossibile separare nettamente il pensatore politico dal letterato, così come lo scrittore dal viaggiatore. Gli autori prediletti (Machiavelli, Guicciardini, Leopardi, Manzoni) accompagnano e illuminano costantemente De Sanctis come un’ideale biblioteca portatile: a volte li cita esplicitamente, come Manzoni (nel Viaggio si evoca un famoso episodio dei Promessi sposi, già considerati alla stregua di un classico, e si paragona un personaggio a Don Abbondio)[3] e Guicciardini,[4] altre volte implicitamente (è il caso di Leopardi).[5]

La poetica del Viaggio elettorale risponde perfettamente ad alcuni dei più classici canoni dell’umorismo; d’altra parte, questo libro è stato letto anche come prodromo della letteratura verista (nel capitolo I, l’autore scrive che il proprio racconto parla di un «mondo studiato dal vero e dal vivo» [V, p. 61]). In realtà, più che di verismo in senso stretto, sarebbe più corretto parlare di ‘realismo’, un realismo costantemente venato di umorismo. Del resto, il realismo di De Sanctis non è soltanto letterario, ma anche realismo politico, giacché la modalità del racconto è perfettamente solidale con la tensione ideologica che lo sostanzia.

De Sanctis, nonostante la sua indole sognatrice e la sua incrollabile fiducia nel progresso, non coltiva utopie astratte ma conosce bene la natura intrinsecamente impura del potere e della politica. A tale proposito, le diagnosi consegnate ai suoi importanti interventi politici risalenti agli anni immediatamente successivi all’uscita del Viaggio (da considerarsi come una sorta di «manifesto a posteriore dei motivi di fondo che animano la riflessione e la militanza politica»[6] che innervano il libro) sono inequivocabili: «Come si chiama questo pot-pourri? Politica italiana! perché non conosco nessun paese, dove sia tale babele. Di che nasce l’equivoco, lo scetticismo, la demolizione de’ partiti legali, l’abbassamento de’ caratteri, la corruzione degli ordini costituzionali. Il campo rimane così aperto agli avventurieri, fabbricatori di combinazioni politiche almeno una volta al mese, lusingando tutti e ingannando tutti»[7]. Non fossimo nel 1877, sembrerebbe di leggere una delle tipiche denunce, oggi sempre più diffuse, che di solito vengono rubricate sotto l’etichetta di ‘antipolitica’: certo, le elezioni allora coinvolgevano soltanto una piccola élite, ma, nondimeno, rimane l’impressione che, in oltre un secolo e mezzo di storia italiana unitaria, i sistemi di gestione del potere non si siano modificati granché. Anche riguardo ai partiti politici il giudizio desanctisiano suono altrettanto sferzante: non ne esistono di «solidamente costituiti, se non quelli fondati sulla regione o sulla clientela, le due piaghe d’Italia, ricordanza di antiche divisioni e scuola organizzata di corruzione».[8] Ne consegue che la politica equivale, in definitiva, a «farsi gli amici e gli alleati, vantare protezioni e relazioni, parlare a mezza bocca, congiungere l’intimidazione con la ciarlataneria».[9]

La stessa parabola politica di De Sanctis si scontra continuamente, anche nel Viaggio, contro la corruzione e l’immobilismo del sistema politico italiano, contro l’asfittica rete di consorterie su cui esso è basato. Di fronte a questo sistema, De Sanctis spesso è costretto a soccombere, tant’è che, a osservarlo attentamente, il bilancio della sua esperienza di politica attiva potrebbe apparire sostanzialmente fallimentare. Egli stesso comprende lucidamente il risvolto beffardo e il carattere effimero della sua avventura politica in Irpinia: «Ed io che sarò? Un sigaro fumato. Bella consolazione! Niente muore, tutto si trasforma. Una gran frase, sicuro, per farci ingoiare la pillola» (V, p. 86) – afferma nel celebre dialogo immaginario con il teologo, incastonato, quasi come una piccola operetta morale leopardiana, all’interno del capitolo Fantasmi notturni. Certo, De Sanctis, nel ballottaggio finale, la spunterà sul suo avversario (Severino Soldi, di cui si dirà dopo), ma tutta la sua faticosa spedizione elettorale gli frutterà soltanto venti voti in più.

Ma guardiamo più da vicino l’intricata vicenda politica raccontata nel Viaggio.[10] Alle origini della spedizione elettorale di De Sanctis c’è l’annullamento per irregolarità vere o presunte del ballottaggio tenutosi il 15 novembre 1874 nel collegio di Lacedonia, in cui egli era risultato vincitore. Il 17 gennaio del 1875 si deve quindi tornare alle urne e De Sanctis viene spedito nella sua Irpinia, da dove mancava da una quarantina d’anni, per raccogliere il numero maggiore possibile di voti. La paradossale situazione che si crea con questo nuovo ballottaggio si presenta all’insegna di quel fenomeno oggi divenuto ormai proverbiale che è il trasformismo. Intanto De Sanctis è sostenuto da Michele Capozzi, meglio noto come Re Michele, potentissimo rappresentante del potere locale, uomo di destra che per seguire determinati interessi è disposto ad appoggiare, appunto, un politico di sinistra. Ma ancor più spiccatamente trasformista è l’avversario di De Sanctis, Severino Soldi, il quale appena alla vigilia delle elezioni era passato dalla compagine della destra a quella della sinistra. Trasformismo, dunque, ma anche una sinistra che si scontra e si dilania al suo interno invece di unire le proprie forze per sconfiggere la destra, insomma: una situazione lontana nel tempo e che ha come teatro un luogo apparentemente marginale, ma che, per contro, non potrebbe essere più attuale. Come scrive De Sanctis a proposito dell’affaire Soldi, c’è chi non concepisce che «nella stessa elezione e agli stessi elettori lo stesso candidato potesse recitare due programmi diversi. Le menti erano scombussolate» (V, p. 79), mentre egli, conoscendo già bene i maneggi della politica, non si stupisce più di tanto, anzi è «di tutti il meno sorpreso, perché se ignoravo il dietroscena di Lacedonia, conoscevo perfettamente il dietroscena di Napoli» (V, p. 80).

L’Irpinia nella quale De Sanctis si appresta a ingaggiare la sua aspra contesa elettorale con Soldi è dominata dai campanilismi e dai contrasti intestini. In questo senso la lettura del Viaggio può essere proficuamente illuminata dall’articolo del 1877 I partiti personali e regionali, in cui De Sanctis denuncia drasticamente l’invadenza dei partiti personali e regionali, che, in realtà, «non sono partiti, sono malattie sociali».[11] I capi di queste piccole fazioni, oggi diremmo lobbies, «hanno inclinazione a scegliersi clienti e non amici, non compagni di buona tempra e ingegno, anzi un gregge docile, servile, parassiti, commessi, mezzani, compari, confidenti, tutte cattive erbe che sogliono germogliare nella mala compagnia, effetto e insieme causa di corruzione».[12] In sostanza, quindi, i gruppi regionali «al di là della regione non veggono altro», al pari dei gruppi personali, che «non guardano al di là delle loro persone».[13]

Nel Viaggio elettorale ogni paese fa storia a sé: ogni contrada si presenta come un microcosmo autonomo, con i suoi piccoli partitini, i suoi boss, i suoi «dietroscena», per usare una parola-chiave del viaggio. I titoli dei vari capitoli illuminano a volte icasticamente il carattere principale delle varie località: Rocchetta la poetica, Bisaccia la gentile, Calitri la nebbiosa, Andretta la cavillosa. Se, come lascia immediatamente intendere il titoletto, Andretta è dominata, per l’appunto, da uno «spirito cavilloso» («I grandi ingegni non sono mai cavillosi; il cavillo è il carattere della mediocrità» [V, p. 125]), la nebbia di Calitri non è soltanto un fenomeno metereologico. De Sanctis non riesce a comprendere veramente «le condizioni morali del paese», giacché:

Frizzi, sarcasmi, ironie s’incrociavano de’ presenti contro gli assenti; c’era lì del guelfo e del ghibellino, lotta di famiglie lotta d’interessi, passioni vive e dense, col nuovo alimento che viene da’ piccoli centri, dove non si pensa che a quello solo. Gittarmi entro a quell’incendio mi pareva pazzia (V, p. 118).

Così recita un altro illuminante passo del Viaggio:

in questi piccoli centri, il mondo comincia e finisce lì. Il campanile è la stella maggiore di quel piccolo cielo. E in quelle gare, in quelle gelosie, in quelli che tu chiami I pettegolezzi municipali è tanta passione, quanta è, poniamo, tra Francia e Germania. Ciascuno ha la sua epopea a modo suo (V, p. 92).

Ogni visione che abbia a cuore il bene pubblico deve inevitabilmente fare i conti con le più miopi logiche di campanile, perché esse vincolano e condizionano ogni tipo di iniziativa politica. Viene in mente la celebre riflessione del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani, in cui Leopardi, dopo aver sottolineato l’assoluta mancanza in Italia di un bon ton sociale, cioè di «una maniera, un tuono italiano determinato», afferma che «Ciascuna città italiana non solo, ma ciascun italiano fa tuono e maniera da sé».[14]

De Sanctis non ha paura di raccontare la realtà dei fatti, anche quando essa sembra ritorcersi contro la propria causa. Penso ad esempio al capitolo in cui riferisce che uno dei suoi sponsor più forti, don Molinari, per assicurarsi che alcuni elettori votassero effettivamente per De Sanctis, aveva chiesto loro di inserire all’interno delle schede dei marchi di riconoscimento, facendo aggiungere accanto al cognome del candidato (De Sanctis) epiteti e o frasi come non vogliamo versipelli, oratore italiano, fratello di D. Vito, ecc. (V, p. 163). Sia pure attraverso il filtro dell’ironia, De Sanctis denuncia una pratica più o meno dissimulata di compravendita dei voti, che purtroppo ha continuato ad avere corso, almeno in certe aree, fino ai nostri giorni. E lo fa ben sapendo che, in questo caso, questa pratica ha favorito la sua propria causa politica.

Le denunce politiche e sociali del Viaggio non si limitano alle tare della politica locale ma investono anche altri aspetti, che peraltro alla politica sono strettamente connessi. Innanzitutto, le condizioni dissestate delle strade, che rendono gli spostamenti nelle già di per sé impervie contrade dell’alta Irpinia particolarmente difficoltosi. Si legge, ad esempio, nel capitolo su Calitri:

O come questi cittadini, che dicono così ricchi, non hanno avuto ambizione di trasformare la loro città e farla degna dimora di loro signorie? Non conoscevo le case, ma quelle strade erano impresentabili, e danno del paese una cattiva impressione a chi giunge nuovo; le strade sono pel paese quello che il vestire è per l’uomo (V, p. 127).

Anche nel natio borgo selvaggio di De Sanctis, Morra Irpino, nonostante qualche timido segnale di progresso sociale, permangono antiche piaghe difficilmente estirpabili:

Veggo ancora per quelle vie venirmi tra gambe, come cani vaganti, una turba di monelli, cenciosi e oziosi, e mi addoloro che non ci sia ancora un asilo d’infanzia. Non veggo sanata la vecchia piaga dell’usura, e non veggo nessuna istituzione provvida che faciliti gl’istrumenti del lavoro e la coltura dei campi. Veggo più gelosia gli uni degli altri, che fraterno aiuto, e nessun centro di vita comune, nessun segno di associazione. Resiste ancora l’antica barriera di sdegni e di sospetti tra galantuomini e contadini, e poco si dà all’istruzione, e nulla alla educazione. Nessuno indizio di esercizii militari e ginnastici, nessuno di scuole domenicali, dove s’insegni a tutti le nozioni più necessarie di agricoltura, di storia e di viver civile (V, pp. 152-153).
Per ripristinare un minimo di uguaglianza e di giustizia sociale occorre la pioggia, come fa notare, con amara ironia, De Sanctis: «La pioggia aveva messo là l’eguaglianza tra contadini e signori, anzi vedevi con rara abnegazione qualche signore a piedi e qualche contadino a cavallo» (V, p. 162).

Il Viaggio elettorale rappresenta uno dei vertici della prosa civile del nostro Ottocento e, al tempo stesso, un modello più o meno dichiarato di un certo filone di giornalismo d’inchiesta (basti fare il nome di uno dei più importanti rappresentati del giornalismo meridionalista, Giovanni Russo, che non hai mai nascosto il suo debito nei riguardi del Viaggio desanctisiano).[15] Se le fonti del Viaggio sono state attentamente indagate, quasi nulla è stato scritto sulle sue foci: invece, ricerche in questa direzione potrebbero avere esiti molto interessanti, e, forse, sorprendenti. Il Viaggio, insomma, rappresenta ancora una lettura attuale, dato che, raccontando una parte del meridione, De Sanctis racconta l’Italia: per certi aspetti, anche quella odierna. Perché, come egli stesso scrive: «Le questioni regionali sono una questione di politica generale. La malattia di un membro è malattia di tutto il corpo, la debolezza di uno è debolezza di tutti; dov’è stato morboso, tutti hanno interesse alla guarigione».[16] Ecco perché Un viaggio elettorale è stato (e ancora oggi è) un libro esemplare.


[1] Sulla formazione del concetto di italianità letteraria, cfr., fra l’altro, lo studio di Silvana Patriarca, Italianità. La costruzione del carattere nazionale, Roma-Bari, Laterza, 2010.

[2] Francesco De Sanctis, Un viaggio elettorale. Racconto, edizione critica a cura di Toni Iermano, collaborazione di Paola Di Scanno, Cava de’ Tirreni, Avagliano, 2003, p. 61(da ora in avanti questa edizione sarà indicata con la sigla V: i rinvii alle pagine saranno forniti tra parentesi, dopo le citazioni virgolettate).

[3] Cfr. V, rispettivamente, pp. 140 e 183.

[4] «Il sacrifizio a noi, e la gloria a’ nipoti: o chi conosce i nipoti? e mi pare che il bravo operaio non andasse più in là del suo particolare, come diceva Guicciardini; così s’incontravano l’uomo della decadenza e l’uomo dell’infanzia, dove finisce e dove comincia la storia» (V, p. 174).

[5] Si legga ad esempio questa riflessione, che riecheggia chiaramente il pensiero di Leopardi: «La menzogna, il falso vedere foggiato da’ nostri desiderii ci tiene allegri. E chè l’inganno duri, altro non chiediamo, pur sapendolo inganno. E quando sopraggiunge il disinganno, la vista della verità ci offende e chiudiamo gli occhi per non vederla, e mettiamo guai, come fanciulli» (V, p. 168).

[6] Toni Iermano, Tra gli uomini di Guicciardini. «Un viaggio elettorale» di Francesco De Sanctis, in Idem, Raccontare il reale. Cronache, viaggi e memorie nell’Italia dell’Otto-Novecento, Napoli, Liguori, 2004, p. 4 (Iermano si riferisce agli articoli apparsi sul «Diritto» tra il 1877 e il 1878).

[7] Francesco De Sanctis, L’Italia democratica, «Diritto», 7 ottobre 1877, in Idem, I partiti e l’educazione della nuova Italia, a cura di Nino Cortese, Torino, Einaudi, 1970, p. 132.

[8] Ibidem.

[9] Francesco De Sanctis, L’educazione politica, «Diritto», 11 giugno 1877, in Idem, I partiti e l’educazione della nuova Italia, cit., p. 99.

[10] Non è questa la sede per ricostruire nel dettaglio il complesso contesto politico-elettorale entro il quale va inquadrato il viaggio di De Sanctis in Irpinia: sull’argomento, cfr., soprattutto il prezioso volume Il viaggio elettorale di Francesco De Sanctis. Il dossier Capozzi e altri inediti, a cura di Attilio Marinari, Firenze, La Nuova Italia, 1973; per un quadro più sintetico, cfr. l’Introduzione dello stesso Attilio Marinari alla sua edizione di Un viaggio elettorale, con un’appendice di documenti vari, Napoli, Guida, 1983, in particolare, pp. 9-17.

[11] Francesco De Sanctis, I partiti personali e regionali, «Diritto», 9 novembre 1877, in Idem, I partiti e l’educazione della nuova Italia, cit., p. 141.

[12] Ivi, p. 142.

[13] Ivi, p. 143.

[14] Giacomo Leopardi, Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani, edizione diretta e introdotta da Mario Andrea Rigoni, testo critico di Marco Dondero, commento di Roberto Melchiori, Milano, BUR, 1998, p. 57.

[15] Nella conversazione con Goffredo Fofi che apre il suo volume La terra inquieta, Giovanni Russo indica nel De Sanctis del Viaggio elettorale e di Giovinezza una lettura fondamentale per la sua formazione (cfr. Giovanni Russo, La terra inquieta memoria del Sud, a cura di Goffredo Fofi, Cava de’ Tirreni, Avagliano, 2003, p. 7; Russo torna a richiamarsi all’attualità del modello di reportage del Viaggio elettorale anche in un altro passo del libro, cfr. Ivi, p. 233, ma De Sanctis è citato anche in altri libri del giornalista).

[16] Francesco De Sanctis, I partiti personali e regionali, cit., p. 145.

 

[Immagine: Calitri, Irpinia]

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