Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Perché leggiamo ancora Dante

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di Marco Grimaldi

[LPLC va in vacanza fino a settembre. Anche quest’anno, per non lasciare soli i nostri lettori, riproporremo alcuni dei pezzi apparsi nei mesi precedenti. Questo intervento è uscito il 3 aprile 2017, ed è un estratto da Dante, nostro contemporaneo. Perché leggiamo ancora la ‘Commedia’ di Marco Grimaldi (Castelvecchi). Ringraziamo l’editore per averci concesso di pubblicarlo].

Il mondo fino a ieri

C’è una pagina di Amos Oz che parla di cosa è cambiato nella fede degli uomini nell’Ottocento:

Fino al XIX secolo, più o meno intorno alla metà del XIX secolo, grosso modo a seconda del paese o del continente, ma grosso modo fino al XIX secolo, quasi tutti, in gran parte del mondo, avevano almeno tre certezze: dove avrebbero trascorso la vita, che cosa avrebbero fatto per vivere e quello che sarebbe successo dopo la morte. Quasi tutti, centocinquant’anni fa più o meno, quasi tutti in tutto il mondo, sapevano che avrebbero trascorso la vita là dove erano nati – o nei pressi, magari nel villaggio vicino. Tutti sapevano che si sarebbero guadagnati da vivere più o meno come i loro genitori avevano fatto nella generazione precedente. E tutti sapevano che se si fossero comportati bene, sarebbero approdati a un mondo migliore, dopo la morte. Il XX secolo ha eroso, spesso distrutto, queste e altre certezze.[1]

Oggi, dice Oz, tutto è cambiato. La maggior parte di noi non sa per certo dove vivrà, che lavoro farà e soprattutto non ha nessuna certezza sulla vita dopo la morte.

Dante Alighieri viveva nel mondo di ieri, nel mondo in cui queste tre certezze erano ancora ben salde. E benché Dante abbia fatto un lavoro diverso da quello che si potevano aspettare i suoi genitori, benché abbia vissuto metà della vita in esilio, in un luogo diverso da quello in cui, fino a un certo punto, si sarebbe aspettato di vivere, aveva delle idee molto precise sulla vita dopo la morte ed era sicuro che queste idee fossero condivise dai suoi lettori.

Noi che viviamo nel mondo di oggi, quello che non possiede le grandi certezze di cui parla Oz, ci chiediamo che cosa c’è ancora di interessante in Dante, che cosa c’è di attuale, di contemporaneo, nella Commedia. Perché la leggiamo ancora? Perché è bella? Perché Dante è un grande poeta? Perché ci insegna qualcosa del suo tempo? O ci interessa ancora qualcosa del senso profondo del poema? Sono domande complicate e allo stesso tempo banali, alle quali forse si risponde nello stesso modo in cui si risponde alle domande «Perché leggiamo ancora Omero» o «Perché si mette ancora in scena Shakespeare». Però Dante sembra essere un caso particolare, perché negli ultimi decenni il suo successo è stato travolgente: Dante è diventato – più di Omero, forse quasi quanto Shakespeare – un’icona pop, un brand, un prodotto commerciale. Questo successo planetario si accompagna al tentativo da parte degli studiosi di spiegarlo e di capire perché sia così popolare, ma anche, in fondo, di renderlo ancora più popolare.

Una formula di sicuro successo è quella dell’attualizzazione. Sembra che Dante piaccia di più se viene mostrato al pubblico in quanti modi è vicino a noi. In alcuni casi questo tentativo di attualizzazione è forzato, in altri no. Infatti per certi aspetti Dante è contemporaneo, per altri no. Per altri ancora è vicino e lontano allo stesso tempo: è semplicemente diverso. E in questa diversità, a mio parere, sta il suo interesse principale, e non nella possibilità di ritrovare coincidenze più o meno casuali tra la sua visione del mondo e la nostra. Potrei scegliere moltissimi esempi di tentativi non riusciti di trasformare Dante in un contemporaneo, ma preferisco soffermarmi solo su alcuni argomenti che ritengo cruciali: la politica, il denaro, la religione, il sesso, la scienza e l’idea di poesia. Sotto tutti questi aspetti, che oggi ci interessano moltissimo, non credo si possa parlare di un Dante contemporaneo. Ma vorrei indicare indicare anche una ragione per la quale Dante è ancora attualissimo: una ragione particolarmente importante, perché la Commedia, quando Dante la scrisse, aveva un senso profondo e una funzione concreta che ancora ci riguardano.

[…]

Contro l’usura

Scrive Diego Fusaro sul Fatto quotidiano dell’8 luglio 2015:

Per imporre la schiavitù, il sistema moderno – scriveva il poeta Ezra Pound – utilizza il debito: il debitore finisce per essere asservito al creditore, secondo un nesso di schiavitù puramente economico-finanziario. L’usura ‘offende la divina bontade’, scrive Dante nella Commedia (“Inferno”, XI, vv. 95-96). E la Grecia si sta ribellando contro l’usura del capitale finanziario. Contro l’usura furono Dante e Aristotele, Tommaso e Marx, Platone e Pound. E noi dovremmo accettare l’usura perché ‘ce lo chiede l’Europa’ e lo vuole la signora Merkel?[2]

In queste righe sembra tutto giusto: è vero che Dante condanna con fermezza l’usura; è vero che per lui il peccato più grave è la cupidigia, specie quella dei regnanti che si oppongono all’imperatore per desiderio di possesso. La cupidigia, che nella Commedia è probabilmente rappresentata dalla lupa, è infatti per Dante il nemico più temibile dell’umanità. E il parallelo con Pound funziona perché lo scrittore americano fu sia un appassionato lettore di Dante e dei poeti italiani delle origini sia un fermo censore delle plutocrazie, al punto da sostenere apertamente, sul finire della Seconda Guerra Mondiale, i regimi totalitari – e infatti gli americani furono costretti a dichiaralo pazzo per non metterlo in carcere.

Ma proviamo a seguire meglio questo percorso. Si può partire da una poesia di Pound che si intitola The Study in Aesthetics (‘Studio di Estetica’), tradotta in italiano da Vittorio Sereni:

I bimbi piccolissimi in rattoppati panni,
di colpo fatti veggenti,
fermarono il gioco
quando lei passò loro davanti
e grida lanciarono alla sassosa riva:
……………Guarda! Ahi, guarda! ch’è be’a!

Ma tre anni più tardi
udii il giovane Dante, di cui ignoro il cognome –
ventotto ce ne sono a Sirmione di giovani Danti
e trentaquattro Catulli;
e c’era stata una bella pesca di sardelle
e i più grandi di lui
in cassette di legno le stavano stipando
per il mercato di Brescia e lui attorno
saltava puntando al pesce lucente
e stando loro tra i piedi;
e come essi sta’ fermo! gli intimavano invano
né volevano lasciarlo sistemare
i pesci nella cassetta
lui carezzò quelli che dentro già stavano,
d’intima soddisfazione mormorare l’udii
l’identica frase:
……………………..Ch’è be’a.

E alquanto perplesso io ne rimasi. [3]

In una poesia come questa non tutto è decifrabile. Ma Dante (uno dei possibili “Danti”) è il ragazzo che cerca di agguantare la sardina, il «pesce lucente» («the bright fish», nell’originale), e che poi mormora per sua sola soddisfazione personale le parole «Ch’è be’a», che rimandano a Beatrice; e questa ricerca del pesce più brillante di contro ai ragazzi che li ammucchiano nei cesti del mercato mi pare chiaramente allegorica: Dante è l’artista che cerca la Bellezza e tutti gli altri ragazzi rappresentano i mercanti. Pound sembra quindi usare Dante per sostenere la sua idea di una opposizione tra la purezza della poesia e la prosaicità della sfera economica.

È possibile che anche in Dante ci sia un’opposizione di questo tipo. Tuttavia, Dante condannava la cupidigia in una prospettiva cristiana, all’interno di un’idea dei rapporti economici fondata sul dono più che sullo scambio e sul denaro. È questo il futuro verso il quale tendiamo? Certo, oggi va di moda la decrescita; e ci sono forze, come la Chiesa cattolica, che si schierano contro i grandi processi di accumulazione e speculazione finanziaria e contro lo sfruttamento. Ma la condanna dantesca della cupidigia porta con sé anche tutta una serie di cose che non ci piacciono o che ci piacciono di meno e che sono in netto contrasto con la nostra idea di contemporaneità: la severità dei costumi, la morigeratezza, il sacrificio di sé, la rinuncia. In una parola, la carità. Tutto ciò può piacere, in un’epoca “francescana” come quella che alcuni di noi stanno vivendo. Ma a parte il fatto che non tutti desideriamo una vita cristiana, la prospettiva dantesca porta con sé una prospettiva imperiale incompatibile con la nostra idea di democrazia.

Per considerare Dante nostro contemporaneo dovremmo accettare tanto la sua condanna dell’accumulo finanziario quanto la sua volontà di affermare un impero universale. Per questo fare propaganda contro l’Europa della finanza citando Dante è sbagliato. Sbagliato non perché il parallelo sia di per sé scorretto, ma perché confonde le acque dando l’idea che delle cose lontane siano vicinissime. E confondere le acque non aiuta né Dante né la Grecia (né l’Italia, in effetti). In altre parole: anche Hitler condannava l’usura, ma a nessuno verrebbe in mente di inserirlo in un elenco di difensori della libertà delle nazioni. Dante invece è un’icona che si può citare in qualsiasi contesto.

Note

[1] Amos Oz, Contro il fanatismo, Feltrinelli, Milano, 2004, p. 44.

[2] Diego Fusaro, Gli euroinomani del ‘ci vuole più Europa’, in Il fatto quotidiano, 8 luglio 2015.

[3] L’originale e la traduzione si leggono in Vittorio Sereni, Il musicante di Saint-Merry e altri versi tradotti, Einaudi, Torino, 1981, pp. 16-17.

 

[Immagine: Bulb, Dante].

3 commenti

  1. L’impostura culturalistica su cui poggiamo le nostre moderne convinzioni si sostanzia
    del valore indiscusso della museificazione del sapere,che sia letterario,scientifico o artistico.
    Come se la distanza temporale , congiunta a una mal riposta venerazione passatista,
    costituisse di per sé una quota inestimabile di valore aggiunto.
    La polvere del tempo ,a causa della nostra radicata assuefazione storicista,suscita grande attrazione
    per la presente residua attività intellettuale .
    Oltre che per la subcultura mediatica che si affretta ad aumentare il prezzo della sua lucrosa proposta sul mercato.
    Per analogia,abbiamo assistito a clamorose contaminazioni editorial-cinematografiche col mondo religioso medievale senza che ne sia stata mai denunciata la pacchiana falsificazione ideologica; certamente per non incrinare il successo mondiale dell’operazione, con relativo grasso tornaconto economico.
    Anche Dante cade sotto la medesima iattura.
    A esclusione delle letture televisive dal leggìo, di studiata pedagogia populistica ,accademiche o guittesche che fossero, ,nessuno legge più Dante e nessuno,fatalmente, può più leggerlo.
    Prima di tutto perché, al livello storico-politico, la nostra percezione del mondo umano non ha nessun legame con l’appartenenza ad una universalità di valori trascendenti ; e quindi il fine escatologico della letteratura ci
    è perdutamente estraneo.
    E se poi andiamo a vagliare le attuali possibilità operative dell’itinerario interiore , che costituiscono
    la radice e la finalità di rigenerazione spirituale della Commedia, scopriamo con sgomento che quello spazio
    transpersonale è stato occupato impropriamente dalle scienze dell’inconscio che , nello stretto recinto del determinismo e dello scientismo,ne hanno precluso, per il momento, l’accesso.

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