Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Cronache dal Festival del Cinema di Venezia

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di Daniela Brogi

È passata una settimana dall’inaugurazione; oltre metà dei ventuno film in concorso sono stati presentati: è tempo di tentare, dunque, un primo resoconto intorno al paesaggio costruito dalle opere candidate al Leone d’oro. Procederò in maniera sintetica, talvolta anche tranciante e per campioni, immaginando di dialogare soprattutto con chi non è al Festival, con spunti di riflessione utili a commentare meglio questi film nel prossimo inverno.
Tre temi intanto, sembrano profilarsi come motivi che più tornano, da un’opera all’altra, quasi consegnandoci tre segni particolari dell’immaginario contemporaneo, vale a dire: la questione dei migranti; il tema dell’alterità e dell’incontro tra mondi e forme diversi; e i vecchi: Venezia 74, anche al di fuori del concorso, è un territorio pieno di vecchi, magari bravissimi e commoventi interpreti, come Jane Fonda e Robert Redford in Le nostre anime di notte, tratto dal libro omonimo di Kent Haruf:

Oppure, Mirren e Sutherland nel film di Virzì Ella & John – The leisure seeker. Come spesso accade anche nelle narrazioni di carta, pure il cinema di questi anni ci fa vivere in un mondo popolato da autori e autrici che costruiscono una corrispondenza forte tra il senso della fine della propria vita e la previsione cupa della fine di tutto un mondo. È una forma di egocentrismo ideologico che, in senso creativo, raramente paga.

A oggi, il film più bello è Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Three Billboards Outsider Ebbing, Missouri), che arriverà nelle sale italiane il prossimo gennaio, ed è interpretato da Frances McDormand (assieme a Woody Harrelson e Sam Rockwell, che potrebbe meritarsi anche il futuro Oscar da attore non protagonista). Come dice il titolo, il film è ambientato in una cittadina del Missouri, dove Mildred, che non si dà pace, a nove mesi di distanza, per la mancata cattura dei responsabili dello stupro e della morte della propria figlia, decide di affittare tre spazi pubblicitari (sono i billboards), nella strada fuori città in cui è avvenuto il delitto, per sfidare la polizia; questa provocazione altera l’equilibrio della comunità, producendo una scatenatissima e coerente sequenza di azioni e relazioni portate ai bordi del paradosso:

Tre manifesti a Ebbing, girato da un regista inglese di origini irlandesi (Martin McDonagh: In Bruges – La coscienza dell’assassino, 2008; Sette psicopatici, 2012) è una specie di dark story che porta la scena fino a un punto limite di verosimiglianza e di contrasto (in senso drammaturgico, tematico, anche cromatico), confidando nel principio umoristico per cui la realtà può essere davvero rappresentata, e perfino svelata, solo se è esagerata, e spinta, proprio attraverso gli eccessi, contro sé stessa: vale per il dialoghi, perfetti come ritmo e capacità continua di smentita, come per l’attenzione a costruire scene in cui le grandi narrazioni dell’uomo bianco americano (la violenza, la misoginia, l’omofobia, il razzismo) vengono fatte entrare, anche letteralmente, in combustione, creando uno spazio scenico in cui effetti comici e senso tragico si mescolano continuamente.
Il film più affine, nel bene e nel male, alla categoria non sempre produttiva del film d’autore o del cinema impegnato europeo è La Villa di Robert Guédiguian, il regista di Marius e Jeannette (1997), per esempio, o, molto prima, di Ki lo sa (1985), da cui ha ripreso i medesimi tre attori (come ci ricorda un’autocitazione nel film) che, a distanza di più di trent’anni, interpretano tre fratelli che si ritrovano, temporaneamente, o per sempre, chi lo sa, nella bella villa del paesino sulla costa, vicino a Marsiglia, dove il padre sta morendo:


Riunendosi, mettono in scena i propri fallimenti, le proprie depressioni narcisistiche, le proprie utopie, giunte a un punto di crisi e di incomunicabilità per colpa della vecchiaia, o a causa di dolori e perdite antichi. Sullo sfondo, il racconto dello spopolamento di quel paese, e del suicidio di due suoi anziani abitanti. Nella seconda parte del film, la scoperta di tre bambini clandestini, (prelevati da un bosco, lavati nutriti e accarezzati) secondo una dinamica molto (troppo) simile al ritrovamento e al salvataggio di una famiglia di gattini, introduce una novità che restituisce ai protagonisti la voglia di vivere e di rimanere al paese. La Villa è un film ben realizzato, naturalmente, ma che resta ambiguo; o forse rivelatore di un modo prevalente della cultura europea di affrontare la questione dei migranti elaborando, anche nel cinema, risposte più sentimentali che politiche; i migranti, così, i rifugiati, diventano, nel cinema, come nella letteratura, funzioni emotive più che soggetti reali, figure attraverso le quali, magari, l’Europa – la vecchia Europa – cura i propri lutti (come accade in La villa) o le proprie malinconie senili (come accade nel romanzo che ha appena vinto il Premio Strega europeo: Voci del verbo andare, di Jenny Erpenbeck, che ha come protagonista un uomo solo, senza figli, un filologo classico in pensione che si mette a ascoltare le storie di un gruppo di africani alloggiati in un campo profughi di Berlino).
Le immagini “bellissime” del documentario in concorso di Ai Weiwei trasformano questa postura sentimentale in estetica:


e possono ridurre i migranti, come ha scritto Pietro Bianchi, a oggetti passivi di una politica dell’immagine che trasformando il profugo unicamente in portatore di sofferenza gli toglie ogni identità soggettiva.
Un film in concorso che potrebbe avere buone e meritate possibilità di vittoria è l’israeliano Foxtrot, di Samuel Maoz: un dramma in tre atti, che racconta da un lato la vicenda di un giovane soldato finito a presidiare uno sperduto posto di blocco, e dall’altro la vita della sua famiglia che, a casa, attende sue notizie; si taceranno gli sviluppi precisi per non sciupare l’effetto di sorpresa e di rovesciamento delle situazioni. Con un senso talvolta troppo compiaciuto della messa in scena Foxtrot sa parlare, anche in maniera ambigua e antieroica, della guerra e della morte come situazioni insensate che trasformano la vita in un falso movimento, come nel ballo del foxtrot:

e ci parla pure del senso faticoso di appartenenza all’identità, alla storia, e alla memoria della Shoah che possono provare le nuove generazioni israeliane. Non era facile, per esempio, raccontare la storia di una Bibbia sopravvissuta ai campi di concentramento e rivenduta da un ragazzino per acquistare un giornalino porno. È una sorta di giro del tempo, di détournement paradossale, anche disturbante, anche compiaciuto, ma che magari ci può riguardare di più, perché forse è più capace di farci entrare in contatto con le contraddizioni del presente. Foxtrot può farci vedere la realtà, così com’è, oggi, più di quanto non facciano gli smarrimenti di Guédiguian per il mondo di ieri.
The Shape of Water, di Guillermo del Toro, e Suburbicon, di George Clooney, sono le opere più spettacolari, quelle che più ci ricordano che il cinema è una macchina delle meraviglie, una forma di intrattenimento popolare, ma, proprio per questo, capace di lavorare con alcuni grandi archetipi dell’immaginario collettivo. Non per nulla, ambedue i lavori, pur usando soluzioni stilistiche completamente differenti, sono ambientati nella medesima epoca, vale a dire negli anni Cinquanta: l’età dell’oro dell’invenzione dell’illusione dello stile di vita americano come modello di vita perfetto. Del Toro usa la fantasia visionaria; Clooney, recuperando e riscrivendo una vecchia sceneggiatura dei Coen, usa il grottesco, riusando anche, direi, alcuni motivi del cinema di Hitchcock (Il sospetto, La donna che visse due volte). Eppure entrambi i film parlano di un identico tema, vale a dire il rapporto con il diverso, o meglio ancora, il rapporto con ciò che percepiamo come diverso. The Shape of Water sviluppa questo motivo soprattutto dal punto di vista di chi è guardato e trattato dagli altri come incompleto, inferiore, disabile, straniero; ed è la surreale storia d’amore tra una ragazza muta, diversa essa stessa dunque, e una creatura acquatica dai poteri divina imprigionata in un laboratorio americano (proprio come il regista, la creatura proviene dal Sudamerica):


Suburbicon, invece, intreccia due storie: quella di un’orribile catena di delitti e quella – realmente accaduta – del tentativo di linciaggio di una famiglia afroamericana trasferitasi in un nuovo sobborgo anni Cinquanta. Il film tratta il tema del diverso non tanto dalla parte dei discriminati, ma mostrandoci gli effetti scenici del razzismo (i progetti urbanistici di quell’epoca prevedevano l’esclusione sistematica dei neri dagli acquirenti dei nuovi appartamenti). Questa è la parte più interessante, e originale, anche in senso registico: l’attenzione a comporre, per così dire, una sorta di architettura simbolica del fanatismo razzista, cercando di dare, nelle scenografie come nei dialoghi, il senso dell’ambiente, il colore di un’epoca che ha prodotto l’orrore dentro la perfezione, l’odio dentro la performance continua dei buoni sentimenti, ricreando atmosfere che rievocano The Truman Show, o Pleasantville:


 

[Immagine: Woody Harrelson in Three Billboards Outside Ebbing, Missouri, di Martin McDonagh, 2017 (db)]

3 commenti

  1. “ 11 giugno 1984 – Vedendo in tv un film degli anni Cinquanta la mamma crede di riconoscere in un attore Gerard Depardieu, che invece a quell’epoca portava ancora i calzoni corti. Ne deduco la retroattività del cinema. “. [*]
    [*] Ben ritrovata, Daniela Brogi.

  2. Grazie Daniela, ho apprezzato molto l’articolo anche se non condivido il giudizio su Voci del verbo andare: i richiedenti asilo della storia non “servono” al vecchio filologo ma questo piuttosto intraprende un percorso di cambiamento che non sa dove lo porterà, nel momento in cui la relazione coi rifugiati diventa un impegno reciproco. Penso che i rifugiati spaventino a livello profondo noi occidentali perché rappresentano la dimostrazione epica che si può intraprendere un cambiamento senza pretendere di controllarlo in tutte le sue parti. Ci possono aiutare a compiere nuovamente dei gesti, delle azioni che non credevamo più di poter fare (o che non abbiamo mai avuto il coraggio di compiere).

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