Le parole e le cose

Letteratura e realtà

La poesia di Mario Benedetti

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[Esce oggi per Garzanti il volume che raccoglie le poesie di Mario Benedetti, a cura di Stefano Dal Bianco, Antonio Riccardi e Gian Mario Villalta. Mario Benedetti è stato uno dei primi e più importanti collaboratori di LPLC: alcuni dei testi che compongono Tersa morte, il suo libro del 2013, sono usciti in anteprima sul nostro sito. Presentiamo cinque dei suoi testi e la prefazione di Stefano Dal Bianco al volume di Garzanti. Ringraziamo l’editore].

Da Umana gloria (2004)

Che cos’è la solitudine.

Ho portato con me delle vecchie cose per guardare gli alberi:
un inverno, le poche foglie sui rami, una panchina vuota.

Ho freddo ma come se non fossi io.

Ho portato un libro, mi dico di essermi pensato in un libro
come un uomo con un libro, ingenuamente.
Pareva un giorno lontano oggi, pensoso.
Mi pareva che tutti avessero visto il parco nei quadri,
il Natale nei racconti,
le stampe su questo parco come un suo spessore.

Che cos’è la solitudine.

La donna ha disteso la coperta sul pavimento per non sporcare,
si è distesa prendendo le forbici per colpirsi nel petto,
un martello perché non ne aveva la forza, un’oscenità grande.

L’ho letto in un foglio di giornale.
Scusatemi tutti.

***

Matrimonio al rifugio Fodara Vedla

È il giorno che pare di condividere la terra con i fiori,
il fiore tenerlo vicino al cuore perché parli.
Ognuno beve in alto il suo bicchiere,
ognuno è bello e pensa che i corpi sono in mezzo ai fiori,
i prati alti sopra ogni cattiva idea del mondo.
Nessuna storia toglierà le erbe dalla roccia,
un altro cielo non sarà il nostro ma la memoria
perché altri vivano e chiedano dopo di noi
le nostre stesse cose:
com’era per loro che erano tutto
innalzati sopra la terra?

Nessuna cultura toglierà le mani alle mani,
la pelle ai vestiti.
Difendiamo anche nella disputa le nostre vite,
ci difendiamo da chi vuole altre cose,
si cerca di venire a un patto,
di non farci troppo del male.

***

Da Pitture nere su carta (2008)

Dalla notte il mattino la notte,
pantaloni verdi, pantaloni blu,
il nero, l’azzurro, il ramato, tutto.

Perché non è più qui una parola.
Sono case i mari, le strade,
e strade e mari, le case.

La pietra affonda senza corda intorno al collo.
Affiorano a cerchi le parole sulle sue labbra.
Ma non importa, non importa.

Qualche vocale, lungo il viso bianco,
e nero, di capelli, la sua luce.
Affossata su un fianco. Accucciata.

Dietro di te, e davanti, oltre, non c’è niente.

 

***

Da Tersa morte (2013)

 

maggio 2010

Anni che non dovrebbero più, ore che non dovrebbero
prendermi i giorni, le settimane, i mesi. Il tempo
portato addosso, il sosia a cui chiedo di aiutarmi.
Con la sedia di mio padre gioca la bambina che non conosco.
Adesso è sua. Gioca con quelli che diventeranno i suoi ricordi.
Tutto è una distanza sola. Le fermate sono da rimettere a posto.
Sollevare dei pesi, deporli. Lo sguardo s’inscurisce nella forma
di una porta marcita dove abita una signora anziana da sola.
Il sosia ascolta mia madre non morta, parla di mio fratello
o gli scrive. Pensa al protrarsi della vita che mi sopravvive.

***

 

Quante parole non ci sono più.
Il preciso mangiare non è la minestra.
Il mare non è l’acqua dello stare qui.
Un aiuto chiederlo è troppo.
Morire e non c’è nulla vivere e non c’è nulla, mi toglie le parole.
E non ci sono salti, mani che insieme si tengano
alla corda, sorrisi, carezze, baci. Una landa impronunciabile
è il letto nella casa di riposo dei morenti,
agitata, negli spasmi del sentire di vivere ancora.
In provincia di Udine, Codroipo, il malato ai due polmoni,
i pantaloni larghi, il viso con la pelle attaccata alle ossa,
il naso a punta non sono la storia da raccontare, né i ricordi.
Arido sapere, arido sentire.
E io dico, accorgetevi, non abbiate solo vent’anni,
e una vita così come sempre da farmi solo del male.

 

L’idiota che ci rappresenta

di Stefano Dal Bianco

«Ho freddo, ma come se non fossi io». Ho visto nascere le poesie di Mario Benedetti in quella stagione fondamentale in cui un poeta trova la sua lingua e mette a fuoco la sua prima visione del mondo. Era la seconda metà degli anni Ottanta, a Padova, facevamo quella rivistina, «Scarto minimo», con Fernando Marchiori, noi tre, sentendoci fuori da tutto e con la libertà dell’essere fuori da tutto. Dall’86 all’89 uscirono sei numeri di 48 pagine scritte grandi, e ogni numero era l’ultimo. Non si sapeva se si sarebbe andati avanti, perché la morte della rivista era insita nelle ragioni della sua esistenza, dunque non per difficoltà materiali, o per i soldi che ci costava, ma perché c’era Mario.

Stare vicini a Mario era sentire una energia che veniva da chissà dove, fredda e compressa e mista di intransigenza, di autentica cattiveria e totale apertura a qualunque possibilità di vita, a qualunque possibilità di pensiero, a qualunque tenerezza e in sostanza del tutto indifesa nel suo puntare all’eccesso di sé. Capivi subito che bastava grattare la superficie di quella corazza per trovare un mare di sofferenza vissuta, niente di coltivato a forza, niente di autocommiserante. Il ghiaccio era il risultato di una lotta che durava dai primi anni di vita. Una madre slovena fuori luogo, un padre mancato dopo anni di sedia a rotelle, la miseria in famiglia e quella umana del contesto paesano, una malattia autoimmune, e poi le voragini spalancate per strada dal terremoto del 1976, i morti, la devastazione delle case: tutto esperito attraverso il ladino di Nimis, una lingua aliena, impossibile da condividere altrove.

Così, l’intransigenza di Mario non aveva nulla di moralistico: era politica, era il rifiuto delle debolezze umane e soprattutto di quelle che nascono in noi dalla distrazione di sé, dalla leggerezza del dimenticarsi, dalla coazione a fuggire dalla percezione ontologica dello stare al mondo. Per restare alla sua altezza bisognava dare il meglio. «Non distrarti, non eludere / la pura inconcepibile assenza, non distrarti».

Mi accorgo che sto parlando della persona, più che dell’opera, ma se questo scritto ha preso il tono della testimonianza è perché non posso fare altrimenti. C’è un motivo intrinseco. Certo, per troppa consuetudine il distacco critico mi è precluso, e inoltre Mario Benedetti non è morto, è soltanto tornato bambino per un po’, per aver perso troppi secondi di ossigeno al cervello, e in questi ultimi tre anni il pensiero dominante è rivolto a come strapparlo dalla condizione indegna in cui si trova, di semi-abbandono e di solitudine senza stimoli.

Insomma: il legame tra poesia e biografia in Benedetti è fortissimo in quanto componente del suo, e nostro, esistenzialismo di fondo. Non, dunque, nel senso già ungarettiano di una esaltazione mitica della propria vita in scrittura né (devo ricordarlo?) sotto un profilo confessionale o intimista. Il testo è legato alla persona che l’ha scritto non in quanto individuo ‘storico’, ma proprio in quanto essere umano a-storico, antropologico. La tensione massima in Benedetti è nello sforzo di far coincidere, nella lingua, il proprio io storico con questo individuo antropologicamente determinato. «È successo un tempo / ma è come fosse adesso / perché anche adesso è un tempo». Sono le istanze dell’esistenza contro le istanze della storia. È la consapevolezza di appartenere a una specie che nei secoli ha dovuto fare i conti con la stessa precarietà. È la volontà di parlare a nome dei morti e dei non ancora nati, «in fievole istoria», come recitano le ultime parole di Umana gloria. Leggeremo allora le poesie di Mario come una tappa particolarmente esplicita del lungo, e per ora ancora rischiosissimo, percorso di liberazione dall’idolatria della storia, che negli ultimi duecento anni ha condizionato la cultura occidentale, a differenza di tutte le altre tradizioni mondiali.

È poi evidente, e non occorre fare esempi, come la questione della storia in Benedetti sia legata alla geografia. Viene in mente Leopardi, ma se lì la dialettica era fra presente e passato, e fra Nord e Sud del mondo (il Sud come una ‘anteriorità nello spazio’), con una preferenza ‘nostalgica’ per i due secondi termini, Benedetti non può avere preferenze: l’indistinzione dei tempi storici, oltre a comprendere il futuro, ha un corrispettivo nella sovrapposizione ideale e non gerarchica dei luoghi geografici. Tanto vale che i tempi siano riassunti in una assolutizzazione del presente, così come il Friuli può stare in ogni terra e ogni terra è nel Friuli. La patria è un luogo altro, straniero e vicino, da cercare di comprendere, da riafferrare prima che muoia del tutto, in perfetta tradizione elegiaca (almeno fino a Umana Gloria), ma con in più quel senso di inappartenenza che è l’impronta psichica e stilistica di questa poesia. Così quella sorta di nostos che si registra in Tersa morte, dopo l’azzeramento totale di Pitture nere, avrà come meta il qui e ora, non altro.

Affinché i due personaggi di cui sopra, individuo storico e individuo antropologico, si incontrino o almeno si affaccino sul medesimo orizzonte, è necessario non barare con la lingua, non assumere atteggiamenti reattivi e tantomeno demiurgici. La lingua è la cosa meno soggetta alla storia che abbiamo, non dobbiamo assaporarla ma accettarla ed esporci in essa. La scrittura è il luogo della verità.

Nel n. 3 di «Scarto minimo», aprile 1988, con il titolo Lo stupore, la lucidità, Mario pubblicava un pensiero che riporto integralmente:

«“C’est de l’autre côté de la vie” affermava Céline a proposito del viaggio dello scrivere. Ma perché questo ‘di fuori’, questo ‘altro del mondo’ è difficilmente inteso come il luogo della verità?; perché lo si traduce spesso in qualcosa di costitutivamente diverso, come se non si fosse all’altezza dello stupore di fronte alla ‘scoperta del vero’? Comunemente si dice: legge troppi libri, finirà col crederci. Probabilmente questo atteggiamento conferma l’essenza dello stupore: nello stupore è difficile fermarsi, trattenere la cosa vista. Ma se per chi scrive esso costituisce lo shock per la non corrispondenza significato-cosa e lì la lingua dice che noi ‘non ci apparteniamo’, è da considerare il fatto che quel noi è il termine fondamentale della questione. Il ‘fuori’ dell’umano è la vita nel suo darsi a un senso; siamo noi nell’enigma, nominati con la forza, la sicurezza e il dolore della possibile visione chiara e vera».

In queste parole sta il senso profondo del legame necessario tra biografia e poesia. Si tratta di prendersi la responsabilità di ciò che si scrive, e Mario vuole essere sicuro che abbiamo capito bene: ogni atto di scrittura è verità. Il mancato riconoscimento di questa evidenza da parte del mondo, compresi gli addetti ai lavori, fa la solitudine della poesia e la miseria delle nostre scuole e delle nostre università.

Della quantità di libri e plaquettes pubblicati un po’ alla macchia a partire dal 1982, e poi variamente confluiti con tagli e rimaneggiamenti acerrimi in Umana Gloria nel 2004 (e non soltanto lì), il titolo che mi sembra possa rappresentare al meglio la postura fondamentale di Benedetti è Il cielo per sempre (1989), già apprezzato da Andrea Zanzotto, che ne fece una recensione per la radio della Svizzera italiana. Il cielo è il luogo ideale dove si potrebbero conciliare le contraddizioni della scrittura e della vita. Ma coelum latino, se si dà retta a una etimologia non contemplata nei dizionari, è parente di celare. Cielo è dunque ciò che è nascosto e inconoscibile all’intelligenza umana, ciò che è riservato agli dèi, e celeste è un colore che non vuole significare nulla («I tuoi occhi non vogliono dire, / sono celesti»).

Ecco pertanto l’insistenza sulla povertà dei significati in Benedetti, e il continuo insorgere del suo «non so dire», enunciato a partire da una lucidità che allontana da sé a priori ogni forma di introspezione e di psicologia. Le larve psicologiche che hanno reso così stucchevole e inessenziale tanta poesia del secolo scorso qui non attaccano.

È certo però che i sentimenti di inadeguatezza, inappartenenza e precarietà hanno a che fare in parte con l’incapacità-impossibilità di uscire da un habitat mentale. Non per paura dell’esterno, per una ricerca di riparo dalla varietà del mondo: ciò sarebbe assurdo, dato che nella mente di Mario non è mai esistito un centro cui ancorarsi e non c’è nulla che assomigli a una certezza, in primo luogo sulla consistenza del proprio sé. Umana gloria è questo avventurarsi fuori dei confini di una mente pericolosa e infida, alla ricerca di una pace che non può che essere immaginaria, favolistica. Di qui, nel lettore, la percezione costante di una irrealtà, che però non suona mai posticcia, ma anzi si accompagna sempre a quel tono di verità che si diceva.

La verità sta anche nella fatica dell’uscire da sé, che è enorme e nei versi si sente: ovunque compaiono forme di impossibilità della comunicazione immediata, e in qualche modo questa poesia conserva, malgrado gli sforzi in senso contrario, una potente dose di autoriflessività, di incapacità di uscita. Sono i ‘groppi’ della scrittura, che sarebbe ingiusto considerare come l’esito di una qualche ricerca espressiva, e che sono invece degli autentici residui, dei pezzi di carne cui è difficile rinunciare. Ma dire ‘pezzi’ non rende l’idea, perché questo persistere della carne non si ipostatizza in un qualche ‘pieno’ figurativo, ma sta nei buchi neri della lingua, in ciò che manca, nelle giunture vertiginose e nelle ellissi, in quanto carenza o impertinenza dei nessi connettivi, e insomma nel recalcitrare alla sintassi, nel vessillo della lirica mantenuto alto malgrado gli sforzi di catàbasi terrestre, societaria, contadina, quotidiana, e l’adozione di un lessico comunitario.

L’esperienza diretta della morte degli altri può spingerci, per reazione, verso coloro che sono rimasti, in una direzione comunicativa. L’esperienza della malattia, e la prospettiva costante della propria morte, ci può chiudere in un atteggiamento da après nous le déluge. Dall’assunzione piena e consapevole di questo dissidio deriva il fascino altissimo della poesia di Mario Benedetti. Il secondo polo, ‘l’autismo’, si manifesta prevalentemente sul piano delle forme; il primo polo, la condivisione, è da ascrivere soprattutto al livello di un impulso, o un imperativo, interiore di fondo.

Rispetto al crogiuolo ventennale di Umana gloria, i due libri successivi impersonano in modo quasi puro uno sbilanciamento sull’uno e sull’altro polo. La direzione è chiara: l’istanza di condivisione avrà la meglio in Tersa morte, di pari passo con la conquista di una sintassi più fluida, che si fa ancora più evidente nelle poesie successive, uscite su «Nuovi Argomenti» nel maggio del 2014 sotto il titolo Questo inizio di noi.

Eppure è altrettanto chiaro come questa conquista non sarebbe stata possibile se non dopo aver guadato il punto più basso e oscuro della parabola. Scritto, per la sua maggior parte, di getto (secondo una modalità del tutto anomala per Mario) fra il novembre del 2003 e l’aprile del 2004, in uno dei momenti più angosciosi della malattia, e successivamente sottoposto a un enorme sforzo architettonico, Pitture nere su carta sembra fare piazza pulita tanto degli aspetti oblativi e comunitari quanto della carica patetica di Umana gloria.

Qui Benedetti dice quello che ha da dire, senza mezzi termini e senza concessioni all’interlocutore, mentre il consueto pathos si raggela in gesti netti, testamentarî, di evidenza tragica e quasi rabbiosa. La lingua è come scarnificata in un costante effetto di sincope, che castiga non solo i nessi sintattici ma gli aggettivi e soprattutto i verbi. Una scrittura di sostantivi, ossea, che nei suoi aspetti più radicali potrebbe essere il portato di qualche disordine neurologico, ma non ne siamo sicuri e non ci interessa. Perché nell’urgenza Mario è diventato pienamente se stesso, in tutta la sua violenza vitale.

E allora comprendiamo meglio la fatica del suo dover-essere sintattico, in altri momenti, e anche la ragione della memorabilità di tanti suoi versi antichi e recenti: quando Mario si rivolge a noi lo fa da quell’abisso di antimateria, e ogni e, ogni o, ogni con è pensato per noi, è un atto d’amore per chi legge e per le generazioni a venire. L’amore di Mario Benedetti, come ogni amore che si rispetti, non è un sentimento, è un atto di volontà che per il bene dell’altro può prevedere l’annullamento di sé.

Non mi è possibile, e non è questa la sede per rendere conto in dettaglio di che cosa sia Pitture nere (l’intervento critico più esaustivo e partecipe è attualmente quello di Tommaso Di Dio, nella rivista online «L’Ulisse», 15). Segnalo soltanto che gli apporti culturali e ‘libreschi’ sono qui più nutriti che altrove, anche se solo occasionalmente veniamo informati sulle fonti o sulle coordinate di contesto. Vi giocano un ruolo fondamentale le tradizioni artistiche e figurative – per cui si può dire che qui implode la sua antica ossessione del ‘visivo’ –, nonché l’identificazione con il Goya più terribile, complice la malattia del pittore (forse una sclerosi). L’autore degli affreschi della Quinta del Sordo è affiancato però da diversi alter ego, primo fra tutti un Paul Celan ritrovato.

Ciò che preme, soprattutto, è fugare un sospetto di nichilismo in Pitture nere: perché la morte, il testamento, implicano un lascito, e su questo batte l’accento di tutta l’operazione. Salvare, sia pure in forma mummificata, di reliquia, e con un gesto che ha dello spasmo, dell’anancasma, quanto di rilevante l’umanità abbia elaborato nel corso dei secoli, in veste di manufatto ma non solo. Su tutto ciò che viene convocato, lo sguardo è freddo, ma non esclude un fondo di pietà per una specie che ha cercato vanamente, con le sue povere istituzioni sociali, di contenere la paura della morte e dare una forma accettabile al mistero, all’inconoscibile che resta celato nel cielo: «Vai, per sempre avremo, // dissero, nozze, tribunali, are».

L’abbattimento degli elementi empatici sarà un’acquisizione stabile nell’ultimo libro di Benedetti, assieme a quel senso di nuova pace, anche linguistica, che si respira, dopo la ‘scomparsa’ del soggetto e di tutto. Chi parla dunque in Tersa morte? Chi è il Nessuno che al termine della sua Odissea può dire: «Ma io nella mia vita non ho scritto nessuna poesia, / io nella mia vita non ho letto nessuna poesia. / E questa nessuno l’ha scritta, nessuno l’ha letta»? Sebbene implichi l’assunzione di una eredità affettiva (dopo la morte del fratello nel 2010) e anche assomigli al revenant protagonista di Conglomerati di Zanzotto (2009), la figura del sosia, che si aggira tra i versi e registra con occhi quasi post-umani i fatti del passato e del presente, ci appare come l’esito quasi ovvio di una esperienza di vita e di scrittura che fin dall’inizio era potentemente abitata dalla sensazione di non esserci del tutto, o di essere da un’altra parte. Potevano comparire benissimo qui alcuni versi degli anni Ottanta («io che sono qualcos’altro distanza / dalla vita»; «come un altro, / come un altro vengo»), assieme ad altri brani ripresi in Tersa morte dallo stesso periodo.

E restano, fino alla fine, le meravigliose incongruenze della lingua di Mario, le sue metonimie spiazzanti, la temerarietà delle sue tautologie. Resta, soprattutto, il suo «idioletto dimesso» (Marchiori), ancora bene attestato da certo lessico terra terra, quasi bambino («Il preciso mangiare non è la minestra») e da certe forme sintattiche, che non si preoccupano di superare la soglia della sgrammaticatura, dell’anacoluto: «Come testimoniare i morti, / vivere come lo fossimo, / morire come lo siamo». È l’apoteosi dell’impaccio linguistico, è un disarmo unilaterale, è un fare appello alla tenerezza di fronte alla precarietà umana. È come se l’errore testimoniasse di una più stretta aderenza a quella vulnerabilità che ci accomuna e ci fa deboli al destino.

Il titolo di Umana gloria acquista un significato particolare alla luce degli ultimi versi della ballata di Wordsworth The Idiot Boy, da cui anche l’omonima sezione di Tersa morte. A essere in glory (in gloria di Dio) è l’idiota stesso, l’animo semplice e inconsapevole, il povero di spirito, secondo la parentela tradizionale di follia e santità. E idiota è colui che è capace di stupirsi, di essere tutto in quell’esclamazione, Oh, su cui si chiude Pitture nere, che esprime bene l’inermità di cui Mario si è fatto carico.

Della dedizione a una scrittura intesa come stupore, «shock per la non corrispondenza significato-cosa», testimoniava già il brano riportato da «Scarto minimo». La contraddizione tra anelito comunitario e impulso autistico si rispecchia in quella, altrettanto lancinante, fra accettazione della lingua e sentimento della natura arbitraria della stessa. La poesia di Benedetti combatte la sua guerra in questo spazio, mentre il nostro amico Mario, per uno scherzo del destino, è rimasto lì, fra la vita e la morte, nel presente assoluto dov’era sempre stato. Poesia e biografia.

Siena, giugno 2017, con Fernando e Donata

 

[Immagine: Elger Esser, Tonnay (gm)]

3 commenti

  1. Ho grande rispetto e stima per Mario Benedetti e la sua poesia, ma considero unilaterale e frutto infido dell’heideggerismo oggi egemone nelle università leggere i suoi versi esaltando «le istanze dell’esistenza contro le istanze della storia» o iscriverli senza mediazioni nel « percorso di liberazione dall’idolatria della storia, che negli ultimi duecento anni ha condizionato la cultura occidentale, a differenza di tutte le altre tradizioni mondiali». Gli idoli sono tanti e temo si annidino anche nella scrittura. Non è affatto detto, infatti, che sempre «ogni atto di scrittura è verità».

  2. Bellissime poesie.

  3. Purtroppo non sono un critico letterario. Sono un semplice appassionato di poesia e le ho trovate fantastiche. Non voglio scrivere di più.

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