Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Come scrivono i giudici

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di Claudio Giunta

Premessa molto personale. Devoto lettore di Kafka, io ho una paura innata di tutto ciò che riguarda la sfera dell’amministrazione, del controllo e della giustizia. Apro con ansia gli estratti conto della banca, le bollette, e in generale ogni busta che abbia stampato il logo di un ufficio pubblico nello spazio del mittente. Diffido degli esseri umani presi da soli; ma gli esseri umani organizzati in ufficio agenzia ministero mi terrorizzano. Una volta Equitalia mi ha contestato una cartella esattoriale e io ho pagato la multa senza neppure verificare se avevano ragione, tanto mi stomacava l’ipotesi di dover ricevere, e dover rispondere a, ‘comunicazioni ufficiali’. Non ho mai avuto guai giudiziari e spero di non averne mai, ma se ne avessi è probabile che – condannato innocente in primo grado – non farei appello per evitarmi la pena delle scartoffie, delle marche da bollo.

Ciò detto, e scontate le paturnie individuali, mi sembra abbastanza allarmante il fatto che un cittadino italiano più colto della media (oui, moi) abbia serie difficoltà a capire, tra l’altro, il testo delle leggi del suo Paese e le circolari ministeriali che governano l’università in cui lavora. Ci sono certamente casi in cui le leggi e le circolari devono essere un po’ complicate, perché complicata è la materia che intendono normare; ma nella generalità dei casi il cittadino, specie il cittadino colto, dovrebbe poter capire senza difficoltà. E che dire delle sentenze, gli atti che decidono del destino di un essere umano? Dovrebbero essere cristalline, e argomentate in maniera quasi geometrica. E invece.

Nella primavera del 2017 ha fatto molto discutere un’ordinanza del Tribunale di sorveglianza di Bologna che negava al boss mafioso Totò Riina, condannato a vari ergastoli, la possibilità di uscire dal carcere per ragioni di salute (Riina sembrava essere in fin di vita). L’ordinanza risale in realtà al 2016, ma ci sono voluti alcuni mesi prima che la Corte di cassazione si pronunciasse sul ricorso che contro quell’ordinanza avevano presentato i legali di Riina. Con la sentenza del 22 marzo 2017 la Corte ha deciso di annullare l’ordinanza del tribunale bolognese e di rinviare l’incartamento allo stesso tribunale «per un nuovo esame». Di qui la polemica. Si vuole davvero – hanno scritto i giornali, si è letto nei social network – scarcerare un pluriomicida? Merita davvero, Totò Riina, la morte dignitosa che lui ha negato a tante decine di persone innocenti? Qui non importa naturalmente entrare nel merito della questione. Importa invece leggere qualche passo della sentenza della Cassazione, per avere un assaggio del più temibile (ma anche del più importante, in una nazione che si voglia dire civile) tra i ‘linguaggi tecnici’, il linguaggio del diritto.

Aggiungo che l’esempio è preso davvero a caso. Di sentenze simili ne verranno scritte decine e decine ogni giorno. E, mi dicono amici giuristi, questa – forse anche perché proviene dal più alto dei nostri organi giudiziari – è scritta anche meglio di moltissime altre. Tra l’altro, io l’ho cercata e l’ho letta spinto da un sentimento di ammirazione e gratitudine, perché da quello che avevo letto sui giornali mi era parso che la Corte di cassazione, annullando l’ordinanza del Tribunale di Bologna, avesse dato prova di equilibrio e saggezza. E non ho cambiato idea dopo aver letto la sentenza, a mio parere ineccepibile (e ben ragionata) sul piano del contenuto. Sul piano della forma mi pare invece che ci sia da trasecolare.

La Corte di cassazione comincia, com’è consuetudine, riassumendo l’ordinanza sulla cui legittimità è chiamata a decidere. «L’ordinanza escludeva…»: così iniziano ad argomentare i giudici, e il Lettore Non Giurista (d’ora in poi LNG) trova già strano che per il riassunto venga scelto un tempo verbale di gestione abbastanza difficile come l’imperfetto indicativo, quando sarebbe tanto più comodo usare il presente o il passato prossimo («L’ordinanza esclude», «L’ordinanza ha escluso»). Il LNG immagina che questa sia la prassi, che a usare l’imperfetto si insegni nelle facoltà di Giurisprudenza, e che alla domanda «E perché?» di uno studente sfacciato il docente risponda serafico «Perché è prassi». Accettiamo dunque anche noi che sia prassi, non fermiamoci su queste minuzie.

L’ordinanza escludeva, inoltre, il superamento, nel caso in esame, dei limiti inerenti il rispetto del senso d’umanità di cui deve essere connotata la pena e del diritto alla salute e, in relazione al particolare aspetto del rischio di insorgenza di eventi cardiovascolari infausti, affermava che, proprio in considerazione della idoneità della struttura penitenziaria ad apprestare interventi urgenti, lo stato di detenzione nulla aggiungeva alla sofferenza della patologia, essendo il rischio dell’esito infausto pari e comune a quello di ogni cittadino, anche in stato di libertà.

Come insegnano le grammatiche, le doppie negazioni sarebbe meglio evitarle, quando si può, perché possono generare confusione. Invece di dire «nego di non averti visto» diciamo «sostengo di averti visto», e tutti ci saranno grati. È vero che a volte la doppia negazione ha una sfumatura di senso diversa dalla frase affermativa, una sfumatura che è ben legittimo voler esprimere. Se dico «non sono sfavorevole» non sto dicendo esattamente che «sono favorevole», sto dicendo qualcosa come «non mi oppongo». Ma nel passo della sentenza che abbiamo appena citato la prima frase di questo periodo lunghissimo ci lascia per un attimo (o anche per più di un attimo) nel dubbio. Il LNG ci mette un po’, infatti, a capire che escludere il superamento dei limiti inerenti il rispetto del senso di umanità significa ‘affermare che i limiti del rispetto del senso di umanità non sono stati superati’, ovvero che ‘nel caso in esame il senso di umanità è stato rispettato’. Come si vede, la parafrasi è ardua un po’ per gli incisi che s’intromettono in un periodo già in sé difficile da capire (inoltre, nel caso in esame) e un po’ perché le parole non sono ben scelte: «limiti inerenti il rispetto del senso di umanità», per quanto il LNG se lo giri nella testa, e tralasciando il fatto che si dice inerente al non inerente il, non ha proprio senso in italiano. Né le cose migliorano andando avanti. Abbiamo – ricostruendo la sintassi tutta spezzata della sentenza – una pena che dev’essere «connotata del senso di umanità» (forse si voleva dire temperata, caratterizzata dal?), degli «eventi cardiovascolari infausti» che saranno forse un infarto, e poi… E poi, soprattutto, parole che sembrano stare lì come riempitivo, e che oscurano il significato anziché chiarirlo («in relazione al particolare aspetto del rischio di insorgenza di eventi cardiovascolari infausti»: non sarebbe meglio così?), e parole che si combinano male, che non dicono veramente ciò che gli scriventi sembrano voler dire. In «nulla aggiungeva alla sofferenza della patologia» sembra che a soffrire sia la patologia; e in «essendo il rischio dell’esito infausto pari e comune a quello di ogni cittadino» si capisce che i giudici intendono dire che Riina ha tante possibilità di morire d’infarto («esito infausto») quante («pari e comune») ne hanno i suoi connazionali, solo che la frase non è scritta in italiano. Procediamo.

In particolare il Tribunale evidenziava l’altissimo tasso di pericolosità del detenuto […: il che rendeva] impossibile effettuare una prognosi di assenza di pericolo di recidiva del predetto, nonostante l’attuale stato di salute, non essendo necessaria, dato il ruolo apicale rivestito dal detenuto, una prestanza fisica per la commissione di ulteriori gravissimi delitti nel ruolo di mandante.

Il senso è: Riina è ancora pericolosissimo, benché malato, perché dal momento che è il capo di Cosa Nostra non ha bisogno di commettere in prima persona dei delitti, può semplicemente affidarne l’esecuzione ad altri. Il senso – fate la prova – è davvero questo, e soltanto questo. Ma per esprimerlo i giudici adoperano delle perifrasi che più che lette vanno decrittate, tanto sono cervellotiche e involute: «ruolo apicale rivestito dal detenuto», per dire che è il capo della mafia; «effettuare una prognosi di assenza di pericolo di recidiva del predetto» (quattro complementi di specificazione di fila, quando bastava scrivere «è impossibile escludere che Riina sia ancora pericoloso e commetta altri reati»); «non essendo necessaria … una prestanza fisica per la commissione di ulteriori gravissimi delitti», per dire che i mandanti non devono per forza di cose scoppiare di salute per perpetrare i propri crimini (qui tra l’altro, e non sarà l’unico caso, la ricerca di una parola astratta per dire ‘stare bene in salute’ fa inciampare gli estensori del documento nel termine prestanza: che in italiano non significa ‘buona salute’ ma ‘forza e bellezza’, ed è insomma del tutto fuori luogo dato che si sta parlando di un moribondo).

Lo stile non cambia andando avanti. I periodi non si accorciano, il concreto non prende il posto dell’astratto, gli incisi continuano a frammentare l’argomentazione:

Il ricorrente, nello specifico, si duole che nella valutazione dei presupposti per l’applicazione degli istituti di cui all’art.147 cod. proc. pen. e 47- ter comma 1ter, legge n. 354 del 1975 (nessun ulteriore cenno risulta invece, nel corpo del ricorso, all’art.146 cod. pen.), il provvedimento impugnato adotta una motivazione apodittica, illogica e contraddittoria, laddove alle premesse sul grave stato di infermità fisica del detenuto istante trae comunque le conclusioni per escludere la ricorrenza dei presupposti per l’applicazione degli istituti suddetti.

In più si aggiunge qualche piccolo errore di sintassi: il verbo all’indicativo anziché al condizionale («si duole … che il provvedimento adotta»), il cattivo uso delle preposizioni («alle premesse … trae» anziché «dalle premesse … trae»); e si toccano vertici di autentico virtuosismo nella smaterializzazione del lessico: la frase «le conclusioni per escludere la ricorrenza dei presupposti per l’applicazione degli istituti suddetti» contiene cinque sostantivi, tutti astratti, tutti inidonei a suggerire immagini mentali che possano aiutare il LNG a capire davvero di che cosa si sta parlando.

Si potrebbe continuare a lungo, arricchire il repertorio. Doppie negazioni che costringono a leggere e rileggere una frase banalissima: «Il provvedimento in esame sostiene l’assenza di un’incompatibilità dell’infermità fisica del ricorrente con la detenzione in carcere» (= ‘Il provvedimento in esame sostiene che l’infermità fisica del ricorrente è compatibile con la detenzione in carcere’); sostantivi astratti al posto dei verbi corrispondenti, o verbi di modo indefinito al posto dei verbi di modo finito («tale segnalazione […] rappresenta la negazione del presupposto affermato dall’ ordinanza medesima» = ‘tale segnalazione nega il presupposto di cui si parla nell’ordinanza’); parole ‘scelte’ anche quando quelle ordinarie andrebbero benissimo («un soggetto non più in grado di deambulare» = ‘un soggetto che non può più camminare’); e poi perifrasi infinite quando basterebbe usare una o due parole chiare, e incisi lunghi due righe al termine dei quali non ci si ricorda più come cominciava la frase, e punteggiatura messa a casaccio («[un diritto] in relazione al quale, il provvedimento di rigetto del differimento dell’esecuzione della pena e della detenzione domiciliare, deve espressamente motivare»), e, insieme a quelli già notati, altri errori d’italiano, errori da scuola media («il Collegio ritiene di dover dissentire con l’ordinanza impugnata»: ma si dissente da qualcosa, non con qualcosa).

Ma concludiamo. La sentenza della Corte si chiude così:

Ritiene in merito il Collegio che le eccezionali condizioni di pericolosità debbano essere basate su precisi argomenti di fatto, rapportati all’attuale capacità del soggetto di compiere, nonostante lo stato di decozione in cui versa, azioni idonee in concreto ad integrare il pericolo di recidivanza.

Certo, che «le eccezionali condizioni di pericolosità debbano essere basate su precisi argomenti di fatto» è mal detto, perché ad essere basato su precisi argomenti dev’essere il giudizio circa la pericolosità, non le condizioni di pericolosità; ma il senso si capisce lo stesso. E certo, «integrare il pericolo di recidivanza» non è bello; ma è uno di quei modismi che si trovano in ogni linguaggio tecnico, e il LNG non contesta affatto la legittimità dei linguaggi tecnici: si domanda soltanto se non potrebbero essere usati meglio, ancorché tecnicamente. Ma «lo stato di decozione» è, per il LNG, un ostacolo insormontabile, e che neanche la Treccani, neanche l’Accademia della Crusca aiutano a sormontare. Perché l’antica parola decozione, secondo l’uno e l’altro vocabolario, vuol dire ‘operazione di bollitura per preparare un decotto’ (esempio: «La decozione del fiorrancio provoca i mestrui»), oppure vuol dire – o meglio voleva dire, nel gergo giuridico ottocentesco – ‘stato di insolvenza di un debitore, fallimento’. Niente che veramente si attagli alla condizione di Totò Riina, semicosciente in un letto, a meno che l’estensore della sentenza, sempre a caccia di sostantivi astratti in –anza e in –zione, non abbia ricavato decozione dall’aggettivo decotto, che ogni tanto si usa, famigliarmente, per definire un tizio un po’ rimbambito. Sarebbe un bel caso: la risemantizzazione arbitraria di un antico latinismo per influenza di un’altra parola di registro linguistico molto più basso, quasi triviale. Totò Riina è decotto. Restiamo pure nel dubbio, ma intanto traduciamo in italiano corrente il (giusto) parere della Corte:

Il Collegio ritiene che, se si giudica un condannato estremamente pericoloso, occorre che questo giudizio sia fondato su argomenti solidi, e che il condannato sia davvero in grado di compiere dei crimini nonostante il suo gravissimo stato di salute.

Perché non scrivere così, anziché «azioni idonee in concreto ad integrare il pericolo di recidivanza», e tutto il resto? Immagino si possano dare due risposte. La prima l’abbiamo già ascoltata: «È prassi, è il linguaggio che si insegna nelle facoltà di Giurisprudenza, che si assorbe nelle scuole di specializzazione, nei tirocini». Sia pure: ma ci si domanda se non sarebbe ormai il caso di contestare la razionalità di questa prassi, se il risultato è la lingua goffa, opaca e non di rado scorretta di cui abbiamo analizzato qualche campione. La seconda risposta è che ogni disciplina che abbia – come il diritto ovviamente ha – un’ampia articolazione concettuale possiede un suo gergo, un suo linguaggio tecnico che sveltisce e precisa la comunicazione tra gli esperti. Anche questo è gergo:

Ciò che caratterizza l’essere-per-la-morte autenticamente progettato sul piano esistenziale può essere riassunto così: l’anticipazione svela all’Esserci la dispersione nel Si-stesso e, sottraendolo fino in fondo al prendente cura avente cura, lo pone innanzi alla possibilità di essere se stesso, in una libertà appassionata, affrancata dalle illusioni del Si, effettiva, certa di se stessa e piena di angoscia.

È vero. Ma a parte il fatto che, come abbiamo visto, il problema della sentenza che abbiamo letto non sta tanto nell’abuso del gergo tecnico (quello che affiora appunto in idiotismi come «integrare il pericolo di recidivanza») quanto nel cattivo uso dell’italiano, un conto è parlare fumosamente da filosofi e un tutt’altro conto è parlare fumosamente da giudici. Dato che i magistrati della Corte di cassazione non devono occuparsi di cose remote come il destino dell’Occidente ma della vita di individui in carne ed ossa, e dato che non sentenziano in nome dell’Essere ma in nome del popolo italiano, una maggiore aderenza alla lingua standard di questo popolo non sarebbe raccomandabile?

[già pubblicato sul Foglio del primo settembre 2017]

[Immagine: Guglielmo Calderini, Progetto per il Palazzo di Giustizia di Roma].

 

8 commenti

  1. I messaggi dell’Imperatore han da essere impenetrabili,
    inquantoché inoppugnabili.
    Provengono da un empireo inaccessibile ai mortali,
    ove il buono e il cattivo tempo si face
    e lo ‘mperché mai non sappiamo.
    Non abbiamo canoscimento degli illustri nomi
    né delle eccelse effigi dei semidei in trono;
    sul marmo si incidono le lor alte parole
    e sovveniranno ai posteri della lor lungimiranza.
    Chi troverà illecite guarentigie e loschi
    favoreggiamenti dietro siffatte nobili pandette?
    Lo saprai solo se ,improvvido,aguzzerai lo guardo tuo
    dietro i paramenti di corte e della famiglianza.

  2. Ci vuole una grande forza di volontà per decidere di addentrarsi in un linguaggio simile.
    Il risvolto divertente compensa la fatica.
    La tristezza che ne viene poi è pari a quel tipo di piacere edulcorato che stordisce e lascia la testa pesante.

    Bell’articolo.

  3. già, e si ha bisogno di un azzecca-garbugli anche quando si vorrebbe essere a norma di legge, alla faccia dell’educazione obbligatoria.

  4. Abbiate pazienza, la forma ipertrofica è lo scudo con cui ogni giurista si difende dalla sindrome dell’impostore :)

    Il fatto che durante gli anni universitari a Giurisprudenza non si faccia alcun esercizio della “parola scritta”, comunque, non aiuta. Linguisticamente parlando è un mondo auto-referenziale, e chi ci cresce dentro difficilmente consegue gli strumenti necessari a uscirne.

    È un problema esteso, di formazione: Giurisprudenza non insegna a scrivere. Le professioni da leguleio nemmeno. Varrebbe la pena parlarne.

    Varrebbe la pena anche evitare j’accuse superficiali in punta di penna, soprattutto quando rischiano di essere sapienti variazioni su temi spaventosi – ‘qui i maestrini non piacciono’, ‘parla come mangi’, ‘laggente vuole capire’.

    Il rischio è quello di tangere un tema importante in maniera sbagliata, usando riferimenti poco adatti e senza andare in profondità – sprecare l’occasione, insomma. Per esempio:

    “Ritiene in merito il Collegio che le eccezionali condizioni di pericolosità debbano essere basate su precisi argomenti di fatto, rapportati all’attuale capacità del soggetto di compiere, nonostante lo stato di decozione in cui versa, azioni idonee in concreto ad integrare il pericolo di recidivanza”

    non equivale a

    “Il Collegio ritiene che, se si giudica un condannato estremamente pericoloso, occorre che questo giudizio sia fondato su argomenti solidi, e che il condannato sia davvero in grado di compiere dei crimini nonostante il suo gravissimo stato di salute”

    in quanto:

    “argomenti di fatto” non significa “argomenti solidi”: significa argomenti non-di-diritto. ‘È pericoloso perché ha ucciso e uccidere è un reato’ è un argomento ineccepibile, ma non di fatto. ‘È pericoloso perché ha ucciso e dimostra di poterlo fare ancora’ è un argomento di fatto. Il singolo evento da cui si deduce che possa uccidere ancora è un ‘preciso’ argomento di fatto.

    “davvero in grado di compiere” non significa “attuale capacità di compiere in concreto”: ‘attuale’ e ‘concreto’ sono due concetti del diritto penale con un significato proprio. Se un operatore del diritto legge “attuale e concreto” ha dei riferimenti. Se legge “davvero” ride, o si incazza.

    Detto questo, la sentenza usa un italiano orribile e l’uso dei concetti chiave poteva essere fatto in maniera più lineare. Ma analisi superficiali come questa rischiano di perdersi per strada (per legittima ignoranza) dei pezzi importanti, e dar forza all’idea che in fondo ogni operatore del diritto sia un po’ un cazzaro che la mette giù complicata – quando alla fine basterebbero un Cuore d’Oro e aver letto Calvino.

  5. @Luca

    ciao

    Non credo che l’accusa sia superficiale. Certo, l’articolo sa essere ironico, ma commenta un testo che influisce e determina il corso di una vita, e chissà, forse anche di altre vite.

    Se Giurisprudenza è linguisticamente parlando un mondo auto-referenziale, non lo è anche non-linguisticamente? L’articolo postato non lamenta l’inesattezza dei concetti che formano la decisione, ma la loro difficoltà di lettura per i non-tecnici.
    Insomma, è la forma ipertrofica l’unica forma che sappiamo usare contro la sindrome dell’impostore?
    Alcune situazioni giuridiche sono complesse, la difficoltà deriva direttamente dalla complessità della situazione. La sentenza dell’articolo postato invece tende lei stessa a complicare una decisione, argomentandola in modo non facilmente leggibile.

    Detto questo, non credo che l’articolo postato dia forza all’idea che ogni operatore del diritto sia un po’ un cazzaro che la mette giù complicata. Forse fa questo il mio commento precedente. L’articolo postato credo denunci la difficile lettura di questioni che hanno un impatto su più persone, non solo l’accusato; il fatto che gioverebbe a tutti capire una sentenza senza perderci 4 ore di parafrasi – magari perdiamocene una, non quattro.
    Altrimenti, noi non-tecnici, dobbiamo affidarci alla stampa.

    Forse però è solo una mia interpretazione; di fatto, non ho letto tutto Calvino.

    Un saluto

  6. (mi sa che la chiusa è stata fraintesa, la parafraso: “per fare il giurista NON bastano un Cuore d’Oro e aver letto Calvino”)

    Per il resto: non c’è niente di sbagliato in quello che dici. Esiste un problema nella comunicazione ‘diritto -> resto del mondo’. Ed emerge anche nel modo in cui vengono scritte le sentenze. L’ipertrofia delle forme è un male, e pure bello grosso.

    Il problema è:

    1) Il salto (implicito) dal problema alle cause del problema, che mi sembra l’articolo individui nella culopesanteria di chi scrive le sentenze. Non è così. È un problema più grande, strutturale, di mancata formazione e di sviluppo tumorale di certe cattive pratiche.

    2) L’incapacità di distinguere fra un brutto italiano e certe risemantizzazioni tipiche del gergo giuridico (“attuale” e “concreto”, per dire), mettendo tutto nello stesso pastone di una parafrasi pedante.

    Il terzo problema (concedimi una sbrodolata generalista) è la pretesa che il diritto sia madre e moglie: sviluppato a sufficienza da poter gestire la (peggiore) complessità del reale, ma semplice abbastanza da poter essere capito da tutti senza attività di intermediazione. Nei confronti delle altre scienze non esiste questa pretesa, non dovrebbe esistere nemmeno per il diritto.

    Questo ovviamente non vuol dire che tutto vada bene così: il linguaggio giuridico DEVE cambiare, perché FA schifo. Ma, per onestà intellettuale, va anche accettato che il cambio nella qualità della lingua possa arrivare solo fino a un certo punto. Non si può arrivare alla semplicità scolastica auspicata dall’articolo; né si può pensare che il buon diritto (come la buona letteratura) possa essere compreso e apprezzato senza sforzi.

    [Vorrei aprire una parentesi: no, non affidatevi alla stampa. Fate, facciamo, lo sforzo che il diritto richiede, anche se quello richiesto dal cattivo diritto, quello scritto male, è uno sforzo eccessivo. La divulgazione in materia giuridica viene fatta da una stampa che questo sforzo non lo fa; tra i tanti problemi della comprensione di argomenti giuridici c’è anche quello di una divulgazione pressappochista. Basti dire che la notizia su Toto Riina è stata scritta e macinata da tutti i quotidiani prima che la sentenza fosse pubblicata – un po’ come recensire un libro dalla quarta di copertina.]

  7. Nell’attuale regime di democrazia ,la struttura portante del potere ( assoluto) non può essere gestito direttamente dai rappresentanti politici , in quanto sottoposti alla visibilità diretta degli eventi elettorali.
    Il lavoro occulto della gestione del Leviatano, nella modernità occidentale,deve essere necessariamente demandato a una classe privilegiata di mandarini,avvolti nel mantello del privilegio,dell’intoccabilità e dell’anonimato.
    Tutto rimane dietro le quinte; la stessa perenne conflittualità tra potere esecutivo e potere giudiziario,tranne nei rari casi che gli scoppiano tra le mani , per l’incontenibile carica di antagonismo e protagonismo tra gli addetti , e che vengono immediatamente celati dalla supina complicità dell’informazione, si risolve in secreto lòco.
    Il legalese che ci propinano, in quanto effetto di una censura linguistica e di una rimozione endogena, ha la duplice funzione di lanciare segreti segnali di connivenza agli appartenenti vicini e lontani della casta dei maggiorenti, e avvalorare, con aulica enfasi e ogni distorsione semantica possibile, l’indiscusso ruolo di esecutori della decrepita ordalia liberal- borghese .

  8. dalla sentenza delle sezioni unite della cassazione n. 642/2015:
    “Il termine “sentenza” -nella sua accezione di scritto esponente le ragioni di una decisione giurisdizionale- sconta (molto più di altri termini giuridici) gli effetti di non univoche suggestioni culturali che sono andate via via crescendo proporzionalmente all’incremento delle funzioni e delle valenze anche extraprocessuali assunte negli ultimi decenni dalla motivazione dei provvedimenti giurisdizionali, finendo per costituire (anche nell’immaginario collettivo) non soltanto l’esposizione delle ragioni di una decisione, ma pure (spesso innanzitutto) la “prova” e la “misura” (in positivo e in negativo) della quantità e qualità del lavoro del giudice. Sempre più frequentemente infatti la sentenza, con i suoi contenuti, tempi e modalità di intervento, sembra costituire (anche) la risposta a domande eterogenee che sono fuori del singolo processo, divenendo ambiguo e simbolico terreno di confronto intorno al quale soprattutto si misura l’aspettativa di giustizia nonchè il modello di giudice (e di processo) che volta a volta si intende promuovere o stigmatizzare. Sentenza (intesa come motivazione della decisione) è dunque uno di quei termini il cui utilizzo richiederebbe, in funzione della maggiore precisione del discorso, un preventivo “inventario di senso”, o, meglio, una preventiva operazione di “disambiguazione” culturale” ……….

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