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Letteratura e realtà

Spazio, tempo, aspetto, tropi di Dunkirk

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di Nunzio La Fauci

Dunkirk (per gli anglofoni; per i Francesi e, sulla scorta, per gli Italiani, Dunkerque) è un toponimo, il nome di un luogo. A esso corrisponde quindi un concetto spaziale. Sull’asse del tempo, Dunkirk designa tuttavia anche un evento prodottosi in un momento cruciale della prima fase della Seconda guerra mondiale. Lo fa per un comune processo figurato, il medesimo che interessa i toponimi Teano, Caporetto, Vittorio Veneto o Montecassino, per gli Italiani (gli esempi hanno connotazioni e valori morali diversi e hanno anche avuto sviluppi differenti, come figure).

La vicenda che, tra la fine del maggio e l’inizio del giugno del 1940, ebbe come teatro la cittadina francese sulla Manica è nota. Lo è divenuta ancora di più perché, a rinfrescarne la generale memoria, è intervenuta da qualche settimana l’uscita di un film di Christopher Nolan. Appunto, vi si narra come spazio e tempo s’intrecciarono, quasi ottanta anni fa, sotto il nome proprio Dunkirk, che la pellicola porta come titolo.

Non c’è narrazione, come non c’è descrizione, che non sia metonimica e che non integri un punto di vista, già solo per questo carattere (in verità, anche per molti altri). Il carattere metonimico di Dunkirk di Nolan è peraltro apertamente dichiarato. È come se il narratore temesse nei suoi destinatari un’incapacità, in proposito, e forse non a torto. La temperie presente ha incessanti commerci con ogni genere di verità assoluta e ciò irrita la sua brama di oggettività. Oltre a essere morbosa e irragionevole, tale brama le rende incomprensibili, se non proprio odiose la molteplicità e la parzialità delle prospettive sul mondo.

Ci sono invece consapevoli usi della sineddoche nei tre diversi punti di vista che Nolan compone infine nel punto di vista complessivo del suo film, che è a sua volta una sineddoche. Apertamente, una parte per il tutto: la storia di un soldato per quelle di tutti i soldati dell’esercito del Regno Unito; la storia del proprietario inglese di una piccola imbarcazione per la storia di tutti coloro che con le loro imbarcazioni parteciparono all’evacuazione della spiaggia di Dunkirk; la storia di tre piloti della RAF e d’uno, in particolare, per la storia di tutti coloro che si batterono, in quel frangente, nei cieli sopra la Manica. I tre punti di vista sono peraltro tutti in dipendenza di relazioni differenti tra spazio e tempo: lo stesso genere di rapporto che, lo si è detto, sostanzia la parola Dunkirk.

 Il film lo dichiara, sul principio, con probo intento chiarificatore: ciò che avviene sulla terra ha la fittizia durata di una settimana; ciò che avviene sul mare ha la fittizia durata di un giorno; ciò che avviene nel cielo ha la fittizia durata di un’ora. E integrate nel superiore ordine narrativo che li intreccia a cadenze regolari o quasi regolari, le tre traiettorie narrative sono spiraliformi, come quelle di un gorgo. Finiscono poi per comporsi in una pellicola che, a occhio e croce, ha una durata di poco meno di due ore.

A governare l’insieme è pertanto la categoria dell’aspetto: la categoria da cui la temporalità viene prospettata a fini della composizione narrativa. Ed è l’aspetto imperfettivo, tra i diversi valori aspettuali, a prevalere e a dare un senso alla narrazione di Dunkirk, prima dello scioglimento di un explicit di cui si dirà. Lo fa tanto nel suo valore di durata, quanto in quello di iterazione. Due ore comprimono così la settimana terrestre e la giornata marina. Ne colgono i momenti pertinenti per il progetto narrativo. Dilatano d’altra parte l’ora celeste, distendendone le pertinenze (perché sempre di pertinenze si tratta), sino appunto alle scene finali del film, dal valore catartico, la cui prospettiva aspettuale è appunto diversa.

Prima di tali scene, contribuiscono ad alimentare nel film la vena di un incubo, di un sogno oscuro ed angoscioso tanto gli effetti di ripresa spettacolari (e talvolta impressionanti, senza mai essere morbosamente crudi, come pure avrebbero potuto essere), quanto una colonna sonora che non sovrasta mai la drammaticità dell’immagine ma tiene l’orecchio della mente sotto una pressione costante.

È come se il testo fosse verbalmente coniugato all’imperfetto: l’imperfetto è d’altronde proprio il tempo con cui si raccontano i sogni. Per immagini e sonoro, la vena imperfettiva scorre piena nel film. Nei suoi momenti più drammatici, deborda, sommergendo i simpatetici spettatori, insieme con protagonisti e altre figure della pellicola. Così fa del resto, per trasparente figura, l’acqua indefinita e incontenibile della marea e degli annegamenti e degli affondamenti (oltre che di un ammaraggio e di varie altre tragiche cadute in mare) di cui la pellicola è punteggiata per iterazione.

I superstiti si scuotono infine e si risvegliano dall’incubo all’imperfetto in cui li ha gettati “il Nemico”: così lo chiama una didascalia in incipit. La designazione è neutra e politicamente corretta o si tratta di una feroce antonomasia? Non c’è d’altra parte una sola scena in cui tale Nemico appaia sotto forma umana, nel film di Nolan. Solo sul finire, si vedono sagome sfocate dei suoi soldati puntare i fucili contro l’aviatore protagonista della traiettoria narrativa celeste.

Interrompendo l’imperfetto del sogno, il risveglio avviene al presente storico, nel sistema narrativo di Dunkirk: un passato puntuale prospettato come fosse attuale. Oggi lo si sa: il presente dei protagonisti dei fatti di Dunkerque si proiettò immediatamente nel futuro. La pellicola non manca di specificarlo: “We shall fight on the beaches, we shall fight on the landing grounds, we shall fight in the fields and in the streets, we shall fight in the hills; we shall never surrender…”. Sono tra le parole del memorabile discorso che Winston Churchill tenne davanti alla Camera dei Comuni, il 4 giugno del 1940.

A quella data, il numero di soldati che, stretti a Dunkerque dalla morsa del Nemico, erano stati riportati con ogni mezzo in patria si era rivelato dieci volte più grande di quello che, solo pochi giorni prima, aveva immaginato l’amara e disincantata speranza di Churchill: non trentamila, ma trecentomila. Una straordinaria impresa, metamorfosi esaltante di una deprimente sconfitta. Di conseguenza, sarebbe stata ben più impegnativa per il Nemico l’invasione dell’Inghilterra. Pareva ineluttabile e imminente, in quel momento della guerra, l’invasione. Invece non ebbe mai luogo. Insomma, per il Nemico, Dunkirk fu l’inizio della fine, com’è stato detto.

Christopher Nolan pare avesse in mente già più di venti anni fa, se non proprio il film così come l’ha realizzato adesso, un film sulla vicenda che, nell’incrocio tra spazio e tempo, va sotto il nome di Dunkirk. Sarà così. Resta il fatto che Dunkirk gli è venuto adesso. Ed è un film che narra di una fuga liberatoria dal Continente, di una fuga che, in faccia al Nemico, fa di una sconfitta nel passato una futura vittoria. È allora solo un caso questa coincidenza con il nuovo e recente sottrarsi del Regno Unito a una deriva continentale? Lo si sa: altrove (e lo si ripete forse anche troppo spesso) tale deriva viene oggi tenuta per ineluttabile. Vengono inoltre pronosticati come rovinosi i destini di chi pensa di sfuggirle. Mutatis mutandis, parve però ineluttabile e invece non lo fu anche la deriva europea che determinò Dunkirk, un incubo imperfettivo di sommersione e di rovina cui, come racconta il film di Nolan (e forse non per candida allegoria), qualcuno seppe fare seguire un risveglio.

 

[Immagine: Christopher Nolan, Dunkirk]

6 commenti

  1. “ Lunedì 4 settembre 2017 – « Il dictat è sopravvivere “, scrive il recensore di Dunkirk. Che del diktat di scrivere bene non sa assolutamente niente. « È lo Spitfire rimasto senza carburante, che infine atterra e si adagia sulla spiaggia. Immagine-simbolo commovente e nostalgica di un cinema sopravvissuto, fiero, vittorioso e fulgido. Che grida la sua (r)esistenza. » (Ibid.) Eccone un altro che non sa quello che scrive. Sembra che il cinema esista per fornire l’occasione di scrivere a tutti quelli che vogliono scrivere. Scrivere nel senso di « aprire bocca e daje fiato », come dicono quelli che il cinema lo fanno. Si potrebbe dire che il problema è che il numero degli « scrittori « è, negli ultimi decenni, infinitamente aumentato. Much ado for nothing. (Ho visto il trailer di Dunkirk. Quello che ho visto, tanto per cominciare, è che ci sono quelli sopra e quelli sotto. Vedi anche la locandina del film, con il soldatino che, spaurito, guarda verso l’alto) (Non ho potuto non notare che sia il recensore che il direttore della rivista hanno il doppio cognome. Annamo benne annamo) “.

  2. Naturalmente, il recensore di cui si parla non è La Fauci.

  3. dunkirk è un lalaland per maschi.

  4. Un lalaand per maschi! Non male come definizione. L’articolo dice anche delle cose giuste, e l’ipotesi che nel film contenga una metafora della brexit -con in poveri francesi lasciati nelle mani del rigore tedesco- è tutt’altro che peregrina. Tuttavia l’altra sera ho visto Week-end a Zuydcoote (1964) e, dopo Dunkirk, mi è sembrato di passare dai manichini agli esseri umani. Mentre nel film di Verneuil c’è tutta l’ambiguità della guerra e degli esseri umani, in quello di Nolan è assente qualsiasi forma di pensiero-sentimento, sacrificato sull’altare dell’azione ad ogni istante e del manicheismo dei destini -gli unici morti sono un francese e un ragazzino semi-ucciso da un semi-disertore. Arridatece John Wayne! La metafora dell’accerchiamento, tipica dei film di Nolan, funziona in Batman perché introduce un elemeno metaforico “colto” all’interno di una trama pop, aricchendola, senza per questo perderne l’energia ludica. Ma la sacca di Dunkerque è storia un po’ più complessa, e la mia impressione è che Nolan non sia stato semplicemente in grado di aggiunge alcuna riflessione al canovaccio patriottico. Così la metafora diventa pretestuosa, impoverendo gli eventi invece di arricchirli.

  5. “ Domenica 31 ottobre 1999 – Poi accendo la televisione e c’è un film su Pearl Harbour. E allora penso: con i film di guerra gli americani hanno vinto la guerra. « Ma non l’avevano già vinta? » Sì, ma a quanto pare non gli bastava. “.

  6. Pingback: La guerra e il suo spettacolo. Su Dunkirk di Christopher Nolan |

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