Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Su Tondelli. Un’intervista ad Aldo Tagliaferri

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di Fabrizio Miliucci

Il testo che segue è il risultato di alcune e-mail fitte di dubbi, curiosità e appunti di lettura, inviate ad Aldo Tagliaferri, primo editor e amico di Pier Vittorio Tondelli, che ringrazio per la pazienza e per la cortesia. Un ringraziamento va anche a Ugo Fracassa che ha creato l’occasione di incontro con Tagliaferri e a Carlo Baghetti, cui devo alcune osservazioni a latere dell’intervista.

 

Tondelli e i padri

La cosa da cui mi piacerebbe partire risale a un suo articolo che precede di parecchio il “caso” Altri libertini e tutta l’esperienza di Tondelli, sto parlando di un articolo intitolato La superstizione della crudeltà con cui, nel numero 8 di “Quindici”, cercava di imbastire un dialogo con Sanguineti sulla possibilità di una letteratura della contestazione. Cosa o chi ha contestato l’opera di Tondelli? In che rapporto è stato con la generazione precedente?
L’articolo sulla “crudeltà” voleva essere non un “dialogo” ma una confutazione, che fece riflettere alcuni, concernente l’impossibilità di mettere Artaud al servizio di un programma politico come quello sostenuto da Sanguineti, che saggiamente lasciò cadere la questione nel silenzio anche durante i nostri sporadici incontri successivi. Una contestazione verbale è sostenibile ma non va confusa con il discorso politico tout court, e tanto meno con la prassi politica. L’opera di Tondelli venne contestata, prima di tutto, dalla magistratura e dal mondo cattolico dal quale Tondelli proveniva. I rappresentanti del Gruppo ‘63 considerati più autorevoli ebbero, nel complesso, un atteggiamento sospettoso o ostile nei confronti degli autori delle nuove leve (ricordo, per es., i casi di Reta e di Corrado Costa, che seguii da vicino) ma fu Angelo Guglielmi, considerato l’“esperto” in materia, a contestare l’opera di Tondelli, che molto se ne risentì, e poco conta che, anni dopo, lo stesso Guglielmi bofonchiasse una semiritrattazione.

A proposito di contestazione del senso comune, mi fa pensare anche un dettaglio relativo alla prima stesura di Altri libertini, cioè la presenza delle bestemmie. Lei afferma che molte ne ha dovute cassare, facendo digerire la cosa un po’ a forza all’autore…
La bestemmia può essere, o diventare, una anticamera alla conversione. Comunque, su un piano più modesto, discutendo con l’autore di Altri libertini cercai di tenere conto della legislazione vigente e l’esito del processo mi diede ragione. Il devoto, targato Comunione & Liberazione, che negli anni successivi si occupò dell’editing del romanzo convinse l’autore, in limine mortis, a far sparire un altro paio di bestemmie, ma questa è una questione di fede intorno alla quale sarebbe ozioso che mi soffermassi qui.

L’elaborazione complessa di un brano attraverso revisione costante (cosa che l’autore afferma in più occasioni di aver appreso da lei) rappresenta una delle più solide acquisizioni del Tondelli autore (una certa enfasi si ritrova anche al momento del lancio del progetto “Under 25”). Come convive questa didattica o autodisciplina della narrazione con l’idea di una auscultazione dell’inconscio?
È fisiologico che un gruppo nuovo reagisca alla generazione dei “padri”, veri o presunti, ma le istanze coltivate da Tondelli nelle sue iniziative editoriali miravano soprattutto a difendere le ragioni di un nuovo romanzo in progress, oltre le prospettive avanzate dai Novissimi, che furono soprattutto dei poeti. Ovviamente è contestabile che si possa avanzare l’ipotesi di una didattica dell’inconscio, a meno che si sia dei teologi. Si fa quello che si ritiene di poter fare e di saper fare.

Libertini & Co.

Si ricorda come andò il ritiro di Altri libertini da parte della magistratura? Anche la presenza di Corrado Costa come avvocato difensore del giovane Tondelli mi sembra significativa: aveva già svolto questo genere di servizio per Feltrinelli?
Il sequestro venne vissuto come una iattura dalla casa editrice, benché la Feltrinelli fosse stata trascinata in tribunale in più occasioni e non senza un certo accanimento, e come un dramma dall’autore, giovane e psicologicamente impreparato ad affrontare la situazione. Il danno economico, notevole, venne compensato dal forte rilancio del libro dopo l’assoluzione e dallo “scandalo” che aveva accompagnato la pubblicazione. Costa, che non va annoverato tra gli avvocati di riferimento dell’editrice, era molto ferrato in materia e addirittura conservava una raccolta di sentenze che illustravano il genere di follia affiorante nelle aule dei tribunali quando vi si discuteva di oscenità e del cosiddetto comune senso del pudore. A questa crestomazia egli attinse anche in occasione del dibattimento in questione, ma con molta misura, ed ebbi l’impressione che egli si limitasse ad essere lievemente ironico avendo capito da che parte tirava il vento.

Quale fu il dibattito sul romanzo (se ce ne fu uno) in seno alla casa editrice?
In seno alla casa editrice non vi era stato alcun “dibattito”: nel campo letterario sceglievo io, e io ero conseguentemente responsabile di quanto avveniva, sicché fu automatico che mi unissi al reo e al suo avvocato quando si trattò di presenziare in tribunale, in Piemonte, nelle cui risorse vinicole trovammo conforto dedicandoci ad abbondanti libagioni sulla via del ritorno (per la precisione al Castello di Cavour). Un tentativo (fallito) di presa per i Tondelli.

In un articolo dell’epoca trovo questa indicazione: “Con il suo libro Feltrinelli inaugura una collana dedicata a nuovi scrittori italiani” ma a me risulta che il volume uscì ne “I narratori di Feltrinelli”. Si pensò davvero a una nuova collana per Altri libertini?
L’inaugurazione della “nuova collana” di cui parlava il giornale da lei citato non aveva nulla a che fare con Tondelli (probabile confusione giornalistica).

Come andò con Pao Pao? Il titolo è suo, vero?
Quanto a Pao Pao (titolo del quale in effetti sono responsabile), mi piacque il cambio di tono assunto dall’autore e, soprattutto, il fatto che egli eleggesse a punto di riferimento della narrazione l’esperienza della caserma, luogo disciplinare per antonomasia. In un momento funesto attraversato dalla casa editrice il libro uscì martoriato da molti refusi e fu un sollievo poter rimediare subito con una tiratura di rincalzo. Segno che la risposta dei lettori era favorevole.

Dalla gay fiction all’interpretazione cattolica. A parte la distanza ed in ogni modo la tendenziosità di entrambe le collocazioni, mi sembra interessante questa potenzialità di fraintendimento…
Non mi è mai passato per la testa di pormi il problema se Altri libertini rientrasse nel supposto canone di una “gay fiction”. La questione, interpretata retrospettivamente, si presta a molte considerazioni, soprattutto extra-letterarie: ovviamente il mondo culturale cattolico, molto diversificato al suo interno, conteneva anche molti noti omosessuali, e l’ipocrisia imperante generava contorsioni e contraddizioni dalle quali l’attuale papa cerca di uscire incontrando, a quanto pare, forti resistenze all’interno dello stesso Vaticano. Comunque, non confonda la morale cattolica di quegli anni con quella di oggi, né il giovane Tondelli con il Tondelli terminale, alle prese con una famiglia che affidava a Comunione e Liberazione il lascito dello scrittore. Detto incidentalmente: dopo aver inviato le lettere di Tondelli in mio possesso a suo fratello non ho più avuto contatti con la famiglia Tondelli, i cui rappresentanti incontrai l’ultima volta nel 2010, a Correggio, in occasione della discussione pubblica, sempre a proposito di Tondelli, che ebbi con l’onorevole Massimo D’Alema.

 

Nel trip

Alla “questione omosessuale” aggiungerei quella del viaggio, per sapere da lei se le due dimensioni hanno una qualche privilegiata vicinanza o associabilità. Ovviamente penso a Camere separate, dove le due dimensioni generano, intrecciandosi, il bellissimo romanzo d’amore che conosciamo.
Quanto alla supposta vicinanza tra trip e omosessualità, non direi che sia “privilegiata”. L’antichissima metafora del viaggio è per sua natura onnivora in quanto concerne incontri ed esperienze di varia natura. In quegli anni dilagava, soprattutto nella letteratura americana, l’associazione tra i due termini e i giovani autori europei vollero dire la loro.

A proposito di trip, credo si possa aprire e chiudere una parentesi sulle droghe, tirando una linea fra l’attesa di un buco inesistente (Postoristoro) e la fuga da una sfasciatissima sala di oppiomani (sempre in Camere Separate) ovvero fra l’inizio e la fine della narrativa tondelliana. In entrambi gli episodi mi sembra che ci sia un elemento simbolico e oracolare sottinteso… Quale fu, secondo lei, il rapporto di Tondelli con le droghe? Quale l’uso (letterario) che ne ha fatto?
Anche il rapporto con le droghe è molto antico e ambiguo (la droga come liberazione dall’angoscia e come condanna all’autodistruzione). Pier Vittorio non mi è mai sembrato fuori di testa e credo che il suo approccio personale sia stato limitato all’esperienza della droga detta “leggera”. Pier Vittorio era un testimone molto attento alle esperienze altrui, come notai, per es., quando mi parlò di un viaggio che fece a New York con altri intellettuali italiani, o degli incontri con intellettuali a Parigi.

Altra cosa che mi ha sempre colpito di Tondelli, e che in un certo senso me lo fa sentire familiare, è l’assenza di ingerenze politiche dirette. Come e quanto (e perché) Tondelli è stato uno scrittore désengagé (se lo è stato)? Glielo chiedo anche per sapere se si ricorda cosa abbia detto D’Alema a Correggio nel 2010, e insomma, per sapere come andò quell’incontro.
La questione dell’impegno politico è molto problematica: nell’incontro con D’Alema a Correggio sostenni che era lecito trattare di una valenza politica dell’opera di Pier Vittorio, ma mi sembra evidente che Pier Vittorio non aveva nulla a che fare con l’impegno politico sbandierato da molti letterati come garanzia di qualità. Ho scoperto in quell’occasione che D’Alema, uno dei primissimi estimatori di Altri libertini, segue con molto interesse le sorti del romanzo italiano contemporaneo. Avevo in mente le tesi di Jacques Rancière e dopo l’evento, quando ci separammo, D’Alema mi disse che era ora, per lui, di tornare alla politica-politica. Credo che entrambi, dopo esserci incrociati in modo del tutto inatteso, avessimo buone ragioni per perseguire i nostri fini.

Rimini e lo stile

In una lettera a Wahl, Tondelli ricorda di essere stato criticato su “La Stampa” per la sua uscita da Feltrinelli…
Non conosco il contenuto della lettera a Wahl, ma in ogni caso è indiscutibile che “l’uscita da Feltrinelli” non conseguì da una scelta dell’autore.

Che cosa ha significato Rimini per il suo autore?
Rimini è un testo in cui l’autore cerca di attribuire a una città dimensioni mitiche. Seguendo la via tracciata esemplarmente da Joyce, che di Dublino aveva fatto un luogo simbolico nel quale il lettore scopriva eventi di rilevanza universale, Tondelli converte la città in un luogo in cui si intrecciano storie esemplari e interdipendenti dalle quali emergono miti e desideri della generazione di “libertini” di cui Tondelli si eresse cantore. Avventure e disavventure vengono raccordate e fatte convergere in un vasto affresco polifonico sotto la cui superficie mimetica, “realistica”, si profila una interrogazione tormentosa intorno al destino dell’uomo e dell’artista contemporanei.

Si ricorda come venne accolto, se ebbe molto successo?
Ricordo che ebbe un prevedibile e lusinghiero successo e che venne presto tradotto in altre lingue. E siccome, nonostante il successo commerciale ottenuto dalle precedenti opere tondelliane, la Feltrinelli aveva rifiutato il romanzo, da me sostenuto, il successo fu accolto con soddisfazione sia dall’autore sia da me (questa fu allora la sorte di altri autori miei amici, tra i quali Harold Bloom, che trovarono subito rifugio in altri lidi più ospitali).

In che modo ha consigliato Tondelli durante le fasi intermedie del lavoro?
Siccome non potevo più discutere con Tondelli alla Feltrinelli, ci incontravamo di tanto in tanto in una libreria di Via Manzoni o in un bar di Corso Magenta, dove scambiavamo idee, suggerimenti e testi. Nelle lettere che ricevetti da Tondelli si trovano certamente riferimenti a quei nostri scambi.

Durante i vostri incontri, di cosa parlavate, libri a parte?
Soprattutto dei miei viaggi. Ma anche Tondelli, bramoso di esperienze diverse, mi parlava dei propri viaggi, a Parigi e a New York, raccontandomi aneddoti divertenti intorno agli intellettuali che gli capitava di incontrare: era veloce e bonariamente ironico nel valutare le inclinazioni sessuali delle persone.

Perché, a suo parere, il libro è dedicato a lei?
La sua decisione fu, per me, imbarazzante a causa dei fatti sopra evocati e inizialmente cercai di parare il colpo chiedendogli di ricorrere alle mie sole sigle. La domanda avrebbe dovuto essere comunque rivolta a Tondelli. Forse era soddisfatto per il clima di assoluta lealtà e coerenza che il nostro rapporto aveva conservato. Le ricordo, a questo proposito, che sono stato anche il destinatario di uno dei ventiquattro Biglietti agli amici. Una risposta al suo quesito può essere dedotta dalle lettere che Tondelli mi scrisse e che inviai, dopo la sua morte, alla famiglia augurandomi che di quei materiali si facesse un uso ponderato. Ho conservato per me l’ultima cartolina che mi inviò, quando ero del tutto inconsapevole della tragedia in cui era precipitato, ma può trovare corpose citazioni da quelle lettere in Tondelliana, pubblicata da Transeuropa, Ancona nel 2004.

Tra gli esordi e Rimini si assiste a un cambiamento della lingua molto significativo, un rallentamento, un contenimento che, si intuisce, voleva anche essere un passaggio di livello, dall’esplosione espressiva a una scrittura più “totale”, comprensiva di vari registri, capace di raccontare più cose. Secondo lei questo passaggio è riuscito?
Era prevedibile che l’ambizione dell’autore sarebbe cresciuta col passare degli anni. La portata della trama è iperdeterminata in varie direzioni e, soprattutto, l’attenzione rivolta al linguaggio è più scrupolosa. Quanto agli esiti letterari, muoverei qualche obiezione, con il rispetto dovuto a una impresa ardimentosa, con pagine degne di nota. In breve direi che Tondelli ha pagato un dazio per accelerare il passo di diffusione che avevano avuto i suoi romanzi precedenti, imbarcando, come presupposti di una agevole presa sui lettori suoi contemporanei, frammenti di realtà sociopolitiche allora emergenti. La sua vena più intima, introspettiva e contestataria, viene a galla in modi convulsi e sincopati, come certi ritmi musicali da lui evocati. Il rapporto tra diversi registri della realtà costituisce una questione che ha intrigato a lungo i romanzieri che, con alterne fortune, hanno osato seguire la pista joyciana. Tondelli nutriva sentimenti contrastanti intorno al vuoto che andava scoprendo nelle esperienze sociali di cui era testimone, e proprio sulla base di tale oscillazione, esplicita nelle lettere a me indirizzate, plasmò una propria efficace cifra stilistica, che avrebbe potuto approfondire se la morte non lo avesse stroncato d’improvviso. L’ansimare del dubbio è lo sfondo rispetto al quale agisce la scrittura tondelliana, in bilico tra l’insorgere di un senso di colpa e l’abbandono al piacere, tra il gusto della provocazione e il pungolo della nostalgia. Di sicuro l’interpretazione omiletica che è stata data sia della sua opera, intesa come specchio dei mali che affliggono il mondo e come sinistra profezia mortuaria, sia del suo distacco dallo spettacolo che egli stesso contribuiva a inscenare, non rende giustizia al suo talento, che fu artistico e non moralistico. Affidata agli adepti di Comunione e Liberazione Rimini è poco più che una slot machine editoriale escogitata per indurre i suoi fruitori a genuflettersi di fronte a una riformulazione dell’Apocalisse.

Come lavorò, da editor, rispetto al cambiamento che lo stile di Tondelli registra col passare degli anni?
Nei nostri ultimi incontri discutemmo soprattutto di questioni attinenti alla struttura generale di un’opera narrativa. Cercai di portare alla luce, con lui, la portata delle istanze psichiche operanti nelle scelte di un autore mosso, come lui, da uno spasmodico desiderio di assoluto. Da questo genere di riflessioni consegue un certo grado di coerenza e chiarezza strutturale.

 

[Immagine: Pier Vittorio Tondelli]

Un commento

  1. “ Venerdì 19 aprile 1996, Sull’A1 fra Roma e Chiusi-Valdichiana. – Passando sotto a Orvieto penso: « Che c’è da pensare di Orvieto? ». « Tondelli », risponde la voce del mio diario. Com’è ripetitivo il mio diario! “.

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