Le parole e le cose

Letteratura e realtà

I miei libri nel mondo

| 1 commento

di Yu Hua (trad. di Silvia Pozzi)

[È iniziata ieri la dodicesima edizione di Babel. Festival di letteratura e traduzione di Bellinzona (Svizzera), che andrà avanti fino a domenica 17 settembre. Lo scrittore cinese Yu Hua, di cui presentiamo in esclusiva un testo inedito, interverrà al festival sabato alle 18 (Teatro Sociale), insieme alla scrittrice e regista cinese Xiaolu Guo].

Per questa occasione ho fatto una piccola ricerca sui miei libri in Cina e all’estero (senza tenere conto di edizioni nelle lingue delle minoranze etniche cinesi): trentadue lingue per trentacinque Paesi. I Paesi sono più numerosi delle lingue sostanzialmente per via dell’inglese, che viene parlato in tutto il Nord America (Canada e Stati Uniti), nel Regno Unito, in Australia e Nuova Zelanda, e poi per il portoghese (Brasile e Portogallo) e per l’arabo (Egitto e Kuwait). Esiste però anche la situazione opposta: in Spagna vengo tradotto in due lingue, castigliano e catalano, e lo stesso vale per l’India, malayalam e tamil.

Se penso all’avventura dei miei libri nel mondo, è una storia fatta da traduttori, editori e lettori. Mi sono accorto che si sottolinea sempre l’importanza dei traduttori, quando si parla della circolazione della letteratura cinese a livello mondiale. Ovviamente le traduzioni sono importanti. Ma se non ci fossero gli editori a pubblicare le opere, anche il più squisito lavoro di traduzione resterebbe chiuso in un cassetto, questo almeno valeva in passato, ora resterebbe nella memoria di un computer. E poi ci sono i lettori: una volta pubblicato il libro, se i lettori non lo apprezzano, l’editore ci rimette, e a quel punto perde interesse a uscire con altri titoli cinesi. Quindi, traduttori, editori e lettori formano una triade in cui non può mancare nessuno dei tre.

Nel 1994, Vivere! e Le cose del mondo sono fumo uscirono in Francia con due case editrici diverse, il primo per un grosso editore, il secondo per uno molto più piccolo, quasi a conduzione familiare. Quando andai in Francia per partecipare a un festival letterario a Saint-Malo nel 1995, visitai la casa editrice più grande e incontrai il mio editor. Al tempo ero alle prese con la stesura di Cronache di un venditore di sangue, perciò gli chiesi se era interessato a pubblicare il nuovo libro. “È previsto un adattamento cinematografico del romanzo?” mi domandò stralunato. Capii che con quell’editore era finita. Feci la medesima proposta alla casa editrice a conduzione familiare e mi diedero una risposta molto semplice, dissero che erano piccoli e dovevano pubblicare pure altri autori, non potevano concentrarsi soltanto su di me. Poi la fortuna girò. Actes Sud, il colosso editoriale francese, inaugurò una collana dedicata alla narrativa cinese affidando la curatela a una sinologa dell’Inalco di Parigi, Isabelle Rabut, che conosceva bene le mie opere. Nel frattempo Cronache di un venditore di sangue era uscito in Cina sulla rivista Shouhuo. Lei ne fece immediatamente acquistare i diritti. Il romanzo fu pubblicato in Francia circa un anno dopo. Poi Actes Sud fece uscire tutti i miei libri, uno dietro l’altro. Avevo finalmente trovato il mio editore francese.

I miei traduttori, Maria Rita Masci e Nicoletta Pesaro in Italia, Ulrich Kautz in Germania, Andrew Jones e Michael Berry negli Stati Uniti, Iizuka Yutori in Giappone, Paik Wondam in Corea del Sud ecc., hanno giocato sempre un ruolo fondamentale. Puntualmente proponevano le mie opere agli editori con una stesura pressoché definitiva della traduzione. Allan Barr, il mio attuale traduttore americano, mi contattò tramite Andrew Jones per proporre una raccolta di racconti, che poi però vide la luce dieci anni dopo. Non sono molti quelli come Barr, che si lanciano nella traduzione senza curarsi di quando sarà pubblicata, perché, quando uno è bravo, è – o diventerà – un grande traduttore. E i grandi traduttori hanno per le mani tanti autori, quindi non si muovono se il gioco non vale la candela. Aspettano di aver siglato il contratto con la casa editrice. Ecco perché diventa cruciale trovare l’editore giusto. In Francia ho avuto quattro traduttori diversi, ma le mie opere sono uscite sempre e solo con Actes Sud. Anche negli Stati Uniti ne ho avuti quattro, ma tutti per Random House. Una casa editrice fissa garantisce all’autore continuità nella pubblicazione delle opere.

Vivere! e Cronache di un venditore di sangue furono tradotti in inglese negli anni novanta, il primo da Michael Berry e il secondo da Andrew Jones, ma furono entrambi respinti dall’editore americano. Un editor addirittura mi scrisse per domandare: “Come mai i personaggi dei tuoi romanzi si assumono le proprie responsabilità solo nei confronti della famiglia, ma mai nei confronti della società?”. Compresi che c’era un problema di distanza storica e di distanza culturale. Così, gli risposi dicendo che la Cina era un Paese con tremila anni di storia feudale alle spalle, che aveva fatto piazza pulita dell’individuo nella società. In ambito sociale gli individui non avevano diritto di parola, lo conservavano solo ed esclusivamente all’interno della famiglia. Spiegai che entrambi i romanzi erano ambientati alla fine degli anni settanta, e che dagli anni novanta in poi era cambiato tutto. Avevo provato a convincerlo, ma non ci fu verso. Continuai a essere rifiutato negli Stati Uniti fino al 2002, quando incontrai Lu Ann, la mia attuale editor, che mi aiutò a farmi strada dentro Random House.

Trovare l’editore giusto significa trovare un editor che apprezza le tue opere. In Germania all’inizio ero con Klett-Cotta che, dopo avere pubblicato Vivere! e Cronache di un venditore di sangue alla fine degli anni novanta, smise di stampare miei libri. Conobbi il motivo qualche anno più tardi: Thomas, il mio editor, era mancato. In seguito i miei libri uscirono tutti per S. Fischer, dove lavorava una brava editor, Kupski, che ogni volta che ero in Germania prendeva un treno per vedermi, dovunque fossi. Spesso arrivava di sera e ripartiva per Francoforte la mattina seguente, prima che facesse giorno.

Nel 2010, andai in Spagna a promuovere un nuovo romanzo e a Barcellona ebbi modo di conoscere la mia editor, Elena. A cena le raccontai a mo’ di barzelletta lo scambio che avevo avuto nel 1995 con il grosso editore francese. Lei sgranò gli occhi, coprendosi la bocca. Nel suo sguardo colsi un lampo di orrore: stentava a credere che esistessero editor del genere. Decisi all’istante che la mia casa editrice in Spagna sarebbe stata Saix Barral, anche se all’epoca avevano pubblicato soltanto due dei miei libri.

Ora, vorrei spendere qualche parola sul mio rapporto con i lettori. Spesso mi è capitato di rispondere alla seguente curiosità: quali differenze ci sono tra le domande dei lettori stranieri e di quelli cinesi? Me l’hanno chiesto sia in Cina sia in giro per il mondo. Da ciò si è prodotto un malinteso ovvero che all’estero mi facessero domande sulla politica e sulla società, mentre questo non succedeva in Cina. In realtà, i lettori cinesi non fanno meno domande dei lettori stranieri sul governo o sulla società. Perché la letteratura abbraccia tutto. Quando in un romanzo arrivano tre persone e una se ne va, siamo già nel dominio della matematica: tre più uno fa quattro; quando leggiamo che lo zucchero si scioglie nell’acqua, passiamo alla chimica; e quando leggiamo di foglie che cadono dagli alberi, eccoci alla fisica. Se la letteratura non sfugge alla matematica, alla chimica e alla fisica, come potrebbe sfuggire alla politica e alla società? Comunque, in ultima analisi la letteratura rimane letteratura e, in Cina come all’estero, i lettori sono soprattutto interessati alla trama, al finale, ai personaggi, insomma agli elementi costitutivi del romanzo. Solo quando si entra nel merito della narrativa, le domande dei lettori in Cina e all’estero sono diverse, ma si tratta delle differenze che intercorrono tra un lettore e un altro. Da cosa siamo affascinati noi cinesi quando leggiamo un romanzo straniero? Semplice, dalla letteratura. Come ho scritto in La Cina in dieci parole, quando c’è in gioco la forza misteriosa della letteratura, nelle opere di uno scrittore di un’altra epoca, di un altro paese, di un’altra etnia, di un’altra lingua e di un’altra cultura, un lettore ritrova le proprie emozioni.

I lettori stranieri fanno anche domande leggere a volte, ad esempio chiedono in cosa sono diversi gli eventi letterari in Cina da quelli che si organizzano nel loro Paese. Io rispondo che siccome i cinesi sono tanti, quelli che se ne vanno prima della fine dell’incontro con l’autore sono di più che da loro. C’è un’altra domanda frequente: qual è stato per me l’incontro con i lettori più significativo. E la mia risposta è: la prima volta che sono stato fuori dalla Cina, nel 1995. Ero seduto dietro una pila di miei romanzi in francese, a quel festival a Saint-Malo, sotto un enorme tendone. I lettori andavano e venivano, alcuni prendevano un libro, lo sfogliavano, poi si allontanavano. Aspetta che ti aspetta, alla fine si presentarono due bambinetti francesi con un foglio bianco in mano. Tramite l’interprete mi dissero che non avevano mai visto scrivere in cinese, volevano che scrivessi due caratteri. Era il mio primo autografo. E non scrissi il mio nome, ma “Zhong-guo”, Cina.

1 novembre 2016

Testo del discorso tenuto dall’autore il 17 novembre 2016 al Bookfest in Romania in occasione della tavola rotonda dal titolo “Il destino delle letterature locali”.

© 2017 Specimen. The Babel Review of Translations

 

[Immagine: Yu Hua].

Un commento

  1. Pingback: Yu Hua, dalla Cina al mondo | bloc-notes

Lascia un commento

I campi obbligatori sono contrassegnati con *.