Le parole e le cose

Letteratura e realtà

La guerra moderna e la tendenza all’estremo: tra Leopardi e Girard.

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di Raoul Bruni

[Questo saggio è uscito nel volume Raccontare la guerra. I conflitti bellici e la modernità, a cura di Nicola Turi, Firenze, Firenze University Press, 2017].

La guerra assume la sua forma moderna a partire dalla Rivoluzione francese, quando il conflitto, che, tradizionalmente, vedeva scontrarsi due popoli nemici si trasferisce all’interno di uno stesso Stato per essere poi esportato, con Napoleone, all’esterno. Come ha illustrato sinteticamente Carlo Galli, in questa fase storica, la guerra acquista un nuovo «dinamismo, un’aggressività, un’assolutezza, una coralità, che – insieme alla presenza del genio, del condottiero politico-militare Napoleone – costituiscono appunto i cardini della “guerra assoluta reale” che il generale prussiano Clausewitz si incarica di riconoscere, di pensare e di ricondurre a una norma»[1]. Nella cultura italiana del primo Ottocento il pensatore che coglie con più profondità le implicazioni di questa svolta radicale è senz’altro Leopardi, il quale dedica al tema della guerra alcune delle più decisive riflessioni politiche e antropologiche dello Zibaldone[2]. Le meditazioni leopardiane su tale argomento si basano essenzialmente su fonti classiche, rinascimentali e illuministiche più o meno note (da Platone a Montesquieu) ma, d’altra parte, presentano notevoli punti di tangenza con i grandi teorici moderni e contemporanei del conflitto, da Hobbes e Clausewitz fino a Schmitt e all’ultimo Girard.

Sia pure espressa in forma non sistematica, secondo la tipica modalità di pensiero zibaldoniana, quella di Leopardi è una vera e propria ‘filosofia della guerra’, giacché la guerra, secondo lui, rappresenta un problema da affrontare con sguardo propriamente filosofico, che collochi questo fenomeno nel contesto più ampio della civiltà umana. Aveva così osservato, commentando le Considérations sur l’art de la guerre di Rogniat:

Sarà bene ch’io legga tutta intera l’opera citata, dove l’arte della guerra è chiarissimamente esposta, congiunta a molta filosofia, paragonati continuamente gli antichi coi moderni, e i diversi popoli fra loro, applicata alla detta arte la scienza dell’uomo ec. E certo la guerra appartiene al filosofo, tanto come cagione di sommi e principalissimi avvenimenti, quanto come connessa con infiniti rami della teoria della società, e dell’uomo e dei viventi (Zib. 985, 7 aprile 1821)[3].

In realtà, già prima di svolgere questa osservazione Leopardi aveva ben chiara la rilevanza filosofica della questione bellica, che emerge spesso nelle sue riflessioni sulla politica e sulla società. Per inquadrare il discorso di Leopardi sulla guerra bisogna sempre presupporre quella frattura tra civiltà antica e civiltà moderna attorno alla quale ruota tutto il suo pensiero. Nell’età moderna la guerra ha subito una mutazione radicale a causa di quel processo inarrestabile di “spiritualizzazione”, innescato soprattutto dal Cristianesimo, che, secondo Leopardi, avrebbe contribuito a provocare, tra l’altro, il crollo della virtù, dell’amor patrio e degli altri valori emblematicamente incarnati dalla Grecia antica. Oggi è divenuta quasi di moda l’espressione guerra “post-eroica”[4] per indicare le nuove forme del conflitto nel mondo globale. Il lungo processo che ha portato al trionfo della tecnica, stravolgendo le modalità e gli strumenti dei conflitti, nel primo Ottocento era in una fase appena embrionale. Eppure Leopardi, con una lucidità quasi chiaroveggente, intuisce la mutazione antorpologica che emerge confrontando le guerre antiche con quelle moderne. Particolare rilievo hanno, a questo proposito, le riflessioni zibaldoniane, in genere poco citate e poco presenti alla critica, nelle quali Leopardi riflette sulle conseguenze dell’introduzione delle armi da fuoco. Il 5 ottobre 1820 Leopardi scrive che l’invenzione della polvere da sparo

contribuì non poco all’indebolimento delle generazioni 1. disavvezzando dal portare armatura, (v. Montesquieu[5] ch.2. in proposito del gran vigore de’ soldati romani) 2. rendendo l’atto della guerra non più opera della forza individuale o generale, ma quasi intieramente dell’arte; certamente rendendo l’arte molto più arbitra della guerra che non era stata per l’addietro ec. 3. sopprimendo o togliendo per conseguenza la necessità di quegli esercizi che o direttamente o indirettamente come i giuochi atletici, servivano a render gli uomini vigorosi ed atti alla guerra (Zib., 262, 5 ottobre 1820).

Nel febbraio dell’anno successivo approfondisce il discorso collegando l’uso delle armi da fuoco al fenomeno più generale del livellamento che caratterizza il mondo moderno:

L’invenzione e l’uso delle armi da fuoco, ha combinato perfettamente colla tendenza presa dal mondo in ordine a qualunque cosa, e derivata naturalmente dalla preponderanza della ragione e dell’arte, colla tendenza, dico, di uguagliar tutto. Così le armi da fuoco, hanno uguagliato il forte al debole, il grande al piccolo, il valoroso al vile, l’esercitato all’inesperto, i modi di combattere delle varie nazioni: e la guerra ancor essa ha preso un equilibrio, un’uguaglianza che sembrava contraria direttamente alla sua natura. E l’artifizio, sottentrando alla virtù, ed agguagliandola, e anche superandola, e rendendola inutile, ha pareggiato gl’individui, tolta la varietà, spento quindi anche nella guerra, l’entusiasmo quasi del tutto, spenta l’emulazione, e toltale la materia, spento l’eroismo, giacchè tanto vale un soldato eroe, quanto un Martano, o se anche non l’ha spento, l’ha confuso colla viltà, e reso indistinguibile, e quindi senza eccitamento e senza premio […] (Zib. 659-660, 14 febbraio 1821).

Pochi pensatori dell’Ottocento avevano riflettuto con questa profondità sulle conseguenze delle innovazioni della tecnica sui conflitti bellici. Leopardi, in certo modo, annuncia già una guerra “post-eroica”, dove, appunto, l’eroismo è «spento» e ogni soldato non si differenzia più da un altro. Del resto, l’utilizzo delle armi da fuoco «ha scemato ancora notabilissimamente il coraggio ne’ soldati, e generalmente negli uomini». Inoltre, le armi da fuoco hanno ridotto «ogni battaglia o pubblica o privata, a tradimenti, e a fatti di lontano», giacché si combatte «senza mai venire corpo a corpo» (Zib. 985, 25 aprile 1821).

Ma Leopardi si spinge perfino oltre, arrivando ad affermare che l’introduzione della polvere da sparo trasforma gli uomini in macchine, annullando quindi non solo ogni forma di eroismo, ma anche di “umanità” e provocando una mutazione antropologica del combattente: «Per l’invenzione della polvere l’energia che prima avevano gli uomini si trasportò alle macchine, e si trasformarono in macchine gli uomini, cosicchè ella ha cangiato essenzialmente il modo di guerreggiare» (Zib. 978, 23 aprile 1821). Oggi che le guerre si combattono soprattutto attraverso l’utilizzo dei droni o dei missili a lunga gittata l’intuizione di Leopardi, che nelle Operette morali preconizzerà l’avvento un’«età delle macchine»[6], sembra essersi avverata quasi alla lettera.

Le innovazioni tecniche, dunque, mutano radicalmente il volto e il carattere della guerra. Cosicché nelle guerre moderne

la resistenza dipende dal calcolo, delle forze, dei mezzi, delle speranze, dei danni, e dei vantaggi, nel cedere o nel resistere. E se questo calcolo decide pel cedere, non solamente una città ad una nazione, ma una potenza si sottomette ad un’altra potenza, ancorchè non eccessivamente più forte; ancorchè una resistenza vera ed intera potesse avere qualche fondata speranza.

La guerra diventa allora un fatto essenzialmente burocratico:

Anzi oramai si può dire che le guerre o i piati politici, si decidono a tavolino col semplice calcolo delle forze e de’ mezzi: io posso impiegar tanti uomini, tanti danari ec. il nemico tanti: resta dalla parte mia tanta inferiorità, o superiorità: dunque assaliamo o no, cediamo ovvero non cediamo . E senza venire alle mani, nè far prova effettiva di nulla, le provincie, i regni, le nazioni, pigliano quella forma, quelle leggi, quel governo ec. che comanda il più forte: e in computisteria si decidono le sorti del mondo. Così discorretela proporzionatamente anche riguardo alle potenze di un ordine uguale (Zib. 1005-1006, 1 maggio 1821).

Nel contesto di questo discorso, Leopardi giunge quasi a preconizzare il concetto contemporaneo di deterrenza[7], affermando che la potenza militare non più ormai una forza «in atto», ma soltanto una forza potenziale:

oggi il forte, non è forte in atto, ma in potenza: le truppe, gli esercizi militari ec. non servono perchè si faccia esperienza di chi deve ubbidire o comandare ec. ec. ma solamente perchè si possa sapere e conoscere e calcolare, a che bisogni determinarsi: e se non servissero al calcolo sarebbero inutili, giacchè in ultima analisi il risultato delle cose politiche, e i grandi effetti, sono come se quelle truppe ec. non avessero esistito (Zib. 1005-1006, 1 maggio 1821).

È molto significativo che due delle riflessioni più ampie, dense e articolate dell’intero Zibaldone – due veri e propri saggi – siano in gran parte incentrate sul tema della guerra: mi riferisco alle due riflessioni che occupano rispettivamente le pagine 872-911 (30 marzo- 4 aprile 1821) e 3773-3810 (25-30 ottobre 1823), dalle quali si può ricavare, più in genrale, il nucleo essenziale della filosofia politica leopardiana.

Le pagine del 1821 sono caratterizzate dal confronto tra guerra antica e guerra moderna. Nell’antichità i conflitti erano scatenati contro popoli stranieri, dal momento che l’amore per la propria patria si fondava propriamente sull’odio per lo straniero[8]. Leopardi teorizza addirittura l’odio dello straniero come componente necessaria affinché possa esistere una società[9]. Tuttavia solo una lettura riduttiva, che non inquadri questa tesi nel contesto delle meditaizoni sull’amor proprio e sulla società stretta, potrebbe vedere in Leopardi uno xenofobo ante litteram, come pure hanno fatto alcuni studiosi. In realtà, il discorso di Leopardi sul sentimento di odio come primo impulso al conflitto va inquadrato nella sua visione politica, tutta imperniata su quel contrasto amico/nemico, nel quale un secolo dopo Carl Schmitt avrebbe indicato l’essenza del politico[10]. Mentre nei conflitti antichi (che pure né qui né, ancor più chiarmente nelle pagine del 1823 vengono particolarmente idealizzati) l’odio era riservato agli stranieri, ai barbari (nel caso dei greci), nel mondo moderno l’odio si scatena contro i nostri vicini, i nostri simili:

oggi gli odi, le invidie, le nimicizie, si esercitano coi vicini, e nulla ordinariamente coi lontani: l’egoismo individuale ci fa nemici di quelli che ci circondano, o che noi conosciamo, ed hanno attenenza con noi; e massime di quelli che battono la nostra stessa carriera, e aspirano allo stesso scopo che noi cerchiamo, e dove vorremmo esser preferiti; di quelli che essendo più elevati di noi, destano per conseguenza l’invidia nostra, e pungono il nostro amor proprio (Zib. 900-901).

Siamo di fronte a una descrizione dell’inimicizia che ricorda molto da vicino la tesi di René Girard sulla rivalità mimetica. In effetti, prima di Girard, Leopardi usa l’antropologia come strumento della filosofia politica[11].

Ma quali ricadute hanno i mutamenti antropologici descritti da Leopardi sulle guerre? Da un lato le guerre sono diventate «meno accanite delle antiche, e la vittoria meno terribile e dannosa al vinto», dato che «non esist[ono] più nazioni, e quindi nemicizie nazionali» (Zib. 896-897), d’altra parte però la frequenza dei conflitti non è diminuita, anzi:

Quanto alle guerre, elle non sono già nè meno frequenti, nè meno ingiuste delle antiche. Perchè la sorgente delle guerre, che una volta era l’egoismo nazionale ,ora è l’egoismo individuale di chi comanda alle nazioni, anzi costituisce le nazioni. E questo egoismo, non è nè meno cupido, nè meno ingiusto di quello. Dunque, come quello, misura i suoi desiderii dalle sue forze; (spesso anche oltre le forze) e la forza è l’arbitra del mondo oggidì, come anticamente, non già la giustizia, perchè la natura degli uomini non si cambia, ma solo gli accidenti (Zib. 898).[12]

Per quanto riguarda i sovrani: «Dal tempo della distruzione della libertà, fino ai principii o alla metà del seicento, […] se anche erano più tiranni d’oggidì, cioè più violenti e sanguinarii, appunto per l’urto in cui erano colla nazione, non sono stati però mai padroni così assoluti de’ popoli, come in appresso». Insomma, nel mondo moderno in cui l’amor patrio si è estinto insieme alle stesse nazioni, e i soldati sono perlopiù mercenari, privi di qualsiasi patriottismo, il potere si è tutto concentrato nelle mani del monarca e tutti i sudditi sono ormai «in piena disposizione del principe» (Zib. 903-905).

Secondo Leopardi, è in corso un periodo storico in cui trionfa il dispotismo politico, già incarnato nel modo più emblematico da Luigi XIV e portato al suo culmine da Napoleone. Nell’età del dispotismo non ci sono, in realtà, né vincitori né vinti, ma ogni compagine finisce in definitiva sconfitta:

allora [anticamente] i vinti erano miseri e schiavi, cosa naturalissima in tutte le specie di viventi, oggi lo sono nè più nè meno anche i vincitori e fortunati, cosa barbara e assurda; allora chi moveva la guerra, era spesso ingiusto colla nazione a cui la moveva, adesso chi la muove è ingiusto, appresso a poco, tanto con quella a cui la move, quanto con quella per cui mezzo e forza la muove.

È quindi in atto una sorta di guerra perpetua, giacché «i governi oggi tra loro, sono in istato di guerra (o aperta o no) tanto continua, quanto le nazioni anticamente» (Zib. 899).

Quando Leopardi stendeva le sue riflessioni, il capolavoro di Clausewitz, Della Guerra, non era stato ancora pubblicato (uscirà postumo nel 1832); eppure le tesi dello Zibaldone del 1821 sembrano già prospettare quel rischio di ‘tendenza all’estremo’ a cui si allude nella bibbia della polemologia. In un recente e importante volume, intitolato per l’appunto, Portando Clausewitz all’estremo, Girard ha reinterpretato la tendenza all’estremo come «l’incapacità della politica a contenere l’incremento reciproco, vale a dire mimetico, della violenza», precisando che con la sua frmula «durch diese Wechselwirkung wieder das Streben nach dem Äußersten auf ein bestimmtes Maß der Anstrengung zurückgeführt, “per questo reciproco influsso, le tendenze estreme vengono ricondotte a sforzi di grandezza limitata”[13]», Clausewitz «senza rendersene conto, non solo ha trovato la formula dell’apocalisse, ma ne ha scoperto il legame con la rivalità mimetica»[14].

In Leopardi la rivalità mimetica, per usare il linguaggio girardiano, degli scontri bellici e il rischio di escalation della violenza sono annunciati con una radicalità ben più esplicita dello stesso Clausewitz. Cerchiamo di seguire più da vicino il filo dell’argomentazione leopardiana. Secondo Leopardi «quanto un uomo può adoperare in vantaggio suo, tanto adopera; ed ora che il principe può adoperare al suo qualunque scopo o desiderio, tutta quanta è, e tutto quanto può la nazione, segue ch’egli l’adopri effettivamente senz’altri limiti che quelli di lei stessa, e delle sue possibili forze». Leopardi adduce l’esempio di Luigi XIV, che aveva accresciuto la «moltitudinhe delle armate», costringendo così anche le altre potenze a fare altrettanto. Leopardi descrive chiaramente questo funesto effetto memetico che fomenta la crescita degli eserciti:

Perchè siccome oggi la grandezza di un’armata è arbitraria bensì, ma dipende, e deve corrispondere quanto si possa a quella del nemico, così se quella del nemico è grande, bisogna che ancor voi, se potete, ancorchè non voleste, facciate che la vostra sia grande, e superi, potendo, in grandezza la nemica; nello stesso modo che la potreste far piccola, anzi menomissima per le stesse ragioni, nel caso opposto, come ho detto p.902. Infatti l’esempio di Luigi 14. fu seguito sì da’ principi suoi nemici, sì da Federico secondo, il filosofo despota, e l’autore di molti nuovi progressi del despotismo, da lui felicemente coltivato e promosso. Ed egli parimente obbligò alla stessa cosa i suoi nemici. Finalmente la cosa è stata portata all’eccesso da Napoleone, per ciò appunto ch’egli è stato l’esemplare della forse ultima perfezione del despotismo. Non però quest’eccesso è l’ultimo a cui vedremo naturalmente e inevitabilmente arrivare la cosa (Zib. 905-906).

Pur senza evocare fantasmi apocalittici, il discorso leopardiano sembra già quello di Girard, preconizzando un’esplosione della violenza, che potrebbe andare ben oltre gli eccessi napoleonici. Per contenere questa spirale bellica a poco servono i trattati internazionali come lo stesso Congresso di Vienna, che Leopardi considera un’occasione mancata[15]. Ogni accordo rischia di venire prima o poi cancellato, giacché

Primo, qual è oggi la guarentia de’ trattati, se non la forza o l’interesse? Qual forza dunque o quale interesse vi può costringere a non cercare il vostro interesse con tutte le forze che potete? Secondo, (e questo prova più immediatamente che, anche volendo, non si può rimediare) chi si fida di un trattato precedente, in tempo di guerra? Chi non conosce quello che ho detto qui sopra nel primo luogo? e generalmente, chi non conosce la natura universale e immutabile dell’uomo?

Niente sembra poter arrestare la diffusione e la crescita dei conflitti:

Chi è colui che possa levar mille uomini, e ne levi cento, non sapendo se il nemico l’assalterà con cento o con mille, anzi avendo più da creder questo che quello?
E quando si fosse fatto l’accordo generale, e osservatolo per lungo tempo, tanto maggiore sarebbe il vantaggio proposto a chi improvvisamente rompesse il patto: e quindi presto o tardi questo tale non mancherebbe. Ciò lo metterebbe in pieno possesso del suo nemico, e dopo un esempio solo di questa sorta, ognuno diffiderebbe, nessuno vorrebbe sull’incertezza arrischiare il tutto, e tutti ritornerebbero al primo costume. E ciò si deve intendere non meno in tempo di guerra che di pace, essendo sempre continuo il pericolo che i governi portano l’uno dall’altro. E ciò ancora è manifesto dal fatto, e dalle grandi forze che si tengono ora in tempo di pace, così che non c’è ora un tempo dove un paese resti disarmato, anzi non bene armato, a differenza sì de’ tempi antichi, sì de’ secoli cristiani anteriori a questi ultimi.

Da tutto ciò segue che le armate non solo non iscemeranno più, ma cresceranno sempre, cercando naturalmente ciascuno di superare l’altro con tutte le sue forze, e le sue forze stendendosi quanto quelle della nazione […](Zib. 907-908).

Se le meditazioni zibaldoniane del 1821 erano incentrate sulla guerra moderna, quelle del 1823 riguardano soprattutto i conflitti antichi o quelli delle civiltà extraeuropee[16]. Come si sa, Leopardi indicherà il conflitto come un fenomeno intrinseco a qualsiasi tipo di società, anche a quelle più antiche e vicine alla natura, a dimostrazione del fatto che la sua analisi spietata della guerra moderna non è riconducibile al rimpianto di un remoto passato. Per i tempi presenti (e futuri) invece, le serratissime analisi di Leopardi sui conflitti bellici moderni e il rischio di incontenibile progressione che li distingue risultano ancora cogenti, e meriterebbero una riconsiderazione che vada oltre l’ambito degli studi strettamente letterari.


[1] C. Galli, Introduzione, in C. Galli (a cura di), Guerra, Roma-Bari, Laterza, 004, pp. XVIII-XIX.

[2] Sulla centralità del tema della guerra nello Zibaldone, ha richiamato per primo l’attenzione A. Prete, con il suo breve ma denso intervento Spiritualizzazione e contraddizione. Osservazioni leopardiane sulla guerra, in F. Masini (a cura di), Ideologia della guerra: temi e problemi, Napoli, Bibliopolis, 1987, pp. 283-292 (poi, con il titolo Guerra. Considerazioni inattuali, in S. Natoli – A. Prete, Dialogo su Leopardi: natura, poesia e filosofia, Milano, Bruno Mondadori, 1998, pp. 104-116).

[3] Si cita da G. Leopardi, Zibaldone, edizione commentata e revisione del testo critico a cura di R. Damiani, Milano, Mondadori (“I Meridiani”), 20033: come d’uso, dopo la sigla, si troveranno i riferimenti alle pagine dell’autografo e alla data di stesura dei passi citati.

[4] Cfr., ad esempio, J. J. Sheenan, L’età post-eroica. Guerra e pace nell’Europa contemporanea, Roma-Bari, Laterza, 2009.

[5] L’opera di Montesquieu a cui Leopardi si riferisce è Considerazioni sulle cause della grandezza dei romani e della loro decadenza.

[6] L’espressione è usata, più esattamente, nella Proposta di premi fatta dall’Accademia dei Sillografi (cfr. G. Leopardi, Operette morali, a cura di L. Melosi, Milano, BUR, 2008, p. 141).

[7] Cfr. Prete, Guerra, cit., p. 113.

[8] «Dovunque si è trovato amor vero di patria, si è trovato odio dello straniero: dovunque lo straniero non si odia come straniero, la patria non si ama. Lo vediamo anche presentemente nelle nazioni, dove resta un avanzo dell’antico patriottismo» (Zib. 880).

[9] cfr. Zib. 892.

[10] Su questa analogia tra la concezione politica Leopardi e quella di Carl Schmitt, cfr. M. A. Rigoni, Il pensiero di Leopardi, nuova edizione accresciuta e rivista, Torino, Aragno, 2015, in particolare, pp. 195-196. Sull’opposizione amico/nemico in Leopardi, cfr. anche D. Bonora, L’inimicizia politica nello «Zibaldone di Pensieri», in M. A. Rigoni (a cura di), Leopardi e l’età romantica, Venezia, Marsilio, 1999, pp. 185-204.

[11] Secondo Girard, Girard, «siamo entrati in un’epoca in cui l’antropologia si rivelerà uno strumento più pertinente per le scienze politiche» (R. Girard, Portando Clausewitz all’estremo, a cura di G. Fornari, Milano, Adelphi, 2008, pp. 26-27). Alla dimensione antropologica del pensiero leopardiano è stato dedicato il Convegno La prospettiva antropologica nel pensiero e nella poesia di Giacomo Leopardi, Atti del XII Convegno internazionale di studi leopardiani (Recanati 23-26 settembre 2008), a cura di C. Gaiardoni, Firenze, Olschki, 2010, che contiene vari interventi incentrati sul nesso antropologia/filosofia politica.

[12] Sulla trasformazione delle guerre da conflitti esterni a guerre civili, cfr. Zib. 2677-2679, 4 marzo 1823.

[13] C. Von Clausewitz, Della guerra, trad. di A. Bollati e E. Canevari, Milano, Mondadori, 2007, p. 26.

[14] Girard, Portando Clausewitz all’estremo, cit., pp. 16-17.

[15] «Non ignoro che questo accordo si tentò, o si suppose che si tentasse o proponesse al Congresso di Vienna. E certo l’occasione era l’ottima che potesse mai darsi, ed altra migliore non si darà mai. So però che nulla se n’è fatto. Forse avranno conosciuta l’impossibilità, che realmente vi si oppone» (Zib. 907).

[16] In questo intervento mi sono concentrato soprattutto sulle osservazioni leopardiane sulla guerra moderna. Per un’analisi approfondita delle riflessioni zibaldoniane del 1823, e per un quadro generale generale della filosofia politica leopardiana, si può vedere, fra gli studi più recenti, il volume di M. Balzano, Gli assurdi della politica. Odio e amore nel pensiero di Leopardi, Milano, Unicopli, 2014.

 

[Immagine: Francis Ford Coppola, Apocalypse Now (gm)]

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