di Fernando Marchiori

La faccia storta di Fiorenzo mentre gira l’angolo, i capelli biondicci in piedi come da ragazzino anche adesso che ha i suoi anni, qualcuno più di me, certo i cinquanta non li aspetta più. Ecco che rispunta nel negozio, sempre col suo fare, ti guarda e non ti guarda, parla poco, non parla, muove le piccole mani dietro il banco. Quando parla delle volte la voce d’improvviso cambia, modula il suono, poi salta e diventa più acuta, slitta in un falsetto involontario. Lui continua a parlare senza che quasi niente trapeli dal volto e lei sale in una frase, scivola su un nome, si arrampica sulle corde fino a una vocale stridente. È come se lì – e non puoi che seguirla, rischiando di perdere il filo – si inserisse un’altra persona con la sua voce diversa.
Tutti in paese sanno che è la voce di un bambino. Il bambino che era Fiorenzo e che stava per annegare nella fontana della piazza. Quella fontana di pietra dove portavano le vacche a bere. Adesso c’è il parcheggio, anch’io lascio la mia macchina lì. La parte della vasca con le sponde di legno era il lavatoio. Le tavole sbattute e strofinate all’infinito. Il legno vecchio scuro quasi roccia ma sbiancato dai saponi, le venature scavate. Liscio come velluto a passarci la mano. E l’acqua che scorre da sempre, sempre uguale, per sempre. Viene giù dalla forcella tra le creste che sovrastano il paese, il torrente celeste tra due monti verdi al sole, come nei disegni di mio figlio.
L’avrà disegnato così anche Fiorenzo, scolaro della pluriclasse con il grembiule nero, gli scarponi ingrassati, lo sguardo chiaro oltre la neve alta fino al davanzale. E quella volta avrà visto le montagne rovesciarsi sopra la sua immagine riflessa, cadergli dentro gli occhi. Le onde concentriche sotto la cannella. Lo scarico in fondo alla vasca, un buco nero smosso dall’acqua, ingrandito, sempre più grande, sempre più grande, una voragine che inghiotte.
Lo tirarono su appena in tempo, bianco, gelido.
Non parlò. Per molto tempo non parlò. Poi parlò di nuovo ma le parole che gli uscivano modulavano il rantolo, dipanavano il groppo a tratti masticati. In lui parlava anche l’annegato, precipitava in sillabe, e ogni volta lo scampato – il salvo-per-miracolo, il nato-due-volte che la gente della valle prese a benvolere, chiamandolo Fiore come segnandosi davanti al capitello – doveva lottare interiormente, impercettibilmente, per far vincere la sua di voce, ancora uguale all’altra nella tonalità ma senza quel ritmo d’angoscia nel discorso. Ogni volta doveva puntare i piedi e irrigidire il collo per tirarla fuori, per farla riemergere.
Per molto tempo, se incrociava lo sguardo di una vacca si sentiva male. Gli pareva che anche nei loro occhi ci fosse un’acqua senza fondo che attirava dentro, che tirava giù, in un profondo senza nome. Gli dissero che le vacche, così grandi, hanno timore dell’uomo perché vedono tutto più grande di quello che è, come lui i francobolli sotto la lente, che poteva stare tranquillo.
Rimase pensieroso, piuttosto basso di statura, chiuso. Sua madre preferiva la parola che aveva usato il maestro, “introverso”, perché le sembrava che davvero quel suo Fiore si guardasse dentro, come a cercare, tra sé e sé, anche di fronte alle cose più comuni, il modo per aprirsi.
Imparò a usare il diaframma, a regolare il respiro quando il cuore partiva, a tirar giù dalla testa – dalla fronte, dal naso – il suono che glissava via per aria incontrollato. Ma quando cominciò a spuntargli la peluria sopra il labbro e la voce cambiò, ne cambiò solo una. L’altra rimase quella del bambino che annega e chiude la gola urlando, che annaspa verso l’altro increspato nel riflesso, verso i tetti e gli abeti dentro le onde del cielo.

Da alcuni anni sono tornato a passare l’estate su queste montagne. All’inizio non sapevo bene perché. Ne ho visti di posti, e qui non avevo legami con nessuno. Anche Fiorenzo: buongiorno e buonasera, il tempo, i prezzi della frutta. Faccio la mia passeggiata per il paese che è solo nei miei ricordi, respiro il fresco e mi dico azoto ossigeno ozono, anidride carbonica più vicino alla strada, risalgo il torrente fino a una radura dove aspetto che appaia qualcosa, e di solito mi viene fame. Sono un razionalista, insomma, e se in città vado a parlare ogni tanto con mio figlio so perfettamente che lo faccio per me, che non c’è niente nella cassetta dentro il muro, nessuno che senta. Accarezzo la foto solo per pulirla. Eppure qui mi ha preso una strana idea. Prima era una curiosità – e cercavo di provarne vergogna – poi qualcosa che ho riconosciuto come un desiderio, e infine un bisogno del tutto naturale, istintivo, di ascoltare la seconda voce di Fiorenzo.
Io ho sempre sentito, pur senza ammetterlo neanche a me stesso, che quel parlare voleva dire qualcosa di più di quello che diceva. Forse ne avevo anche un po’ paura da ragazzo. Come se quella voce estranea potesse in qualche modo rivolgersi proprio a me, colpirmi di sorpresa. Una sensazione che è rimasta intatta a distanza di anni. Solo che adesso non è più così estranea la voce, e ho cominciato a riconoscervi qualcosa, nel timbro ancora incerto, nel tremolio sfuggente che mi mette allegria, e non so perché a volte anche la mia voce si rompe e resto senza fiato, il sangue brilla in testa.
Così passo sempre più spesso in negozio, faccio due spese al giorno, dimentico apposta il cartone del latte per tornare a riprenderlo prima che chiuda. Se non c’è nessun altro cliente aspetto in silenzio che sia Fiore a rivolgermi la parola, e se non esce la voce non ci resto male, so che il varco non si chiude, che sarà per la prossima volta, posso immaginare di percorrerlo nell’altro senso, parlando piano, ascoltandomi parlare, e chissà se arrivo a farmi sentire. Con discrezione moltiplico le occasioni, porto a Fiorenzo i funghi che ho raccolto, perché mi dica quelli che so già essere buoni da mangiare, gli chiedo i posti dei mirtilli, notizie di qualcuno che non ricordo nemmeno più come si chiama.
Lui risponde cortese, non cambia espressione, ma quando si sdoppia mi parla anche l’altro, il bambino, il niente rimasto nell’acqua, nel muro, nel sogno bruciato quel giorno. E io allora sorrido tra me, mi giro, guardo gli scaffali, lascio che si allunghino le pause dopo ogni slancio, scelgo una scatola di pomodori, aspetto, le dita sudate, aspetto sempre di sentirmi dire ancora qualcosa, di sentirmi chiamare. Papà.

[Il racconto è tratto da La seconda voce, Carta Bureau 2010].

6 thoughts on “La seconda voce

  1. “Bellezza sconvolgente” cosa vuole dire? Tristezza infinita, per me, ma cosa vuole dire?

  2. E’ un racconto di grande bellezza, e mi ha scosso. Questo vuol dire, per me. E’ classico nel suo andamento, quasi volutamente ‘antico’, col repertorio di ricordi giovanili, il ritorno al paese, e così via. Vi si aggira il mistero di questo interesse strano per “la seconda voce”, quasi una affezione morbosa. Ma le origini di questo coinvolgimento vengono dispiegate prima con pudore – leggendo quasi non si fa caso a quel “niente nella cassetta dietro il muro” – poi stagliate con forza nella parola chiamata alla fine, la parola che il bambino Fiorenzo è riuscito a pronunciare e l’altro no. Il racconto racconta del bambino che ce l’ha fatta, ma il racconto sotto, quasi impossibile da pronunciare tanto annienta, riguarda l’altro bambino, quello che non si è salvato. E, sì, è di una tristezza infinita, ha ragione Loprete. Tanto più oggi.

  3. Sì, veramente bello.. sembra il movimento di una sinfonia, quello che chiamano ” piano” o ” pianisssimo ” : cresce sommesso nell’accumulo di particolari di per sè quotidiani e comuni… il cammino e i pensieri del narratore e infine un’unica parola dà senso al sommesso andare, come quella voce sommersa e strana che rimane il legame con l’abisso, quelle acque del passato che custodiscono i segreti, come i ricordi, come le voci dimenticate.

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