Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Che fare con le tesi?

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di Claudio Giunta

[È uscito E se non fosse la buona battaglia? Sul futuro dell’istruzione umanistica (Il Mulino). Eccone un estratto. Si parla delle tesi – di laurea triennale, di laurea specialistica e di dottorato].

Si definisce ‘massa inerziale di un corpo’ la resistenza che esso oppone a cambiare il suo stato di moto in conseguenza dell’applicazione di una data forza. Anche il sistema dell’istruzione italiano ha una sua massa inerziale, ed è tale che il suo moto è rimasto praticamente immutato anche dopo che, qualche anno fa, una Forza vi ha introdotto dei cambiamenti, in potenza, rivoluzionari.

Prima della riforma universitaria gli anni di corso erano quattro e la tesi di laurea era una. Di solito era un lavoro molto impegnativo che richiedeva mesi, e infatti era raro che ci si laureasse in tempo, anche se si finivano gli esami entro il quarto anno. La riforma universitaria del 2000 ha diviso in due parti la carriera universitaria: un triennio ‘propedeutico’ e un biennio ‘specializzante’. Che fare con la tesi di laurea? Non si può dire che a questo proposito si sia fatto un grande sforzo di fantasia: se ne fanno due, una alla fine del triennio e una alla fine del biennio.

La tesi alla fine del biennio ha un senso simile a quello che aveva la laurea pre-riforma. Giunti al quinto anno, gli studenti dovrebbero essere ormai dei giovani studiosi: è dunque giusto che diano prova di saper fare un lavoro il più possibile originale all’interno del campo di studi che hanno scelto. Alcuni di loro (pochi) dopo questa tesi faranno un concorso di dottorato, altri andranno a insegnare: un’esperienza di ricerca è utile sia agli uni sia agli altri.

La tesi alla fine del triennio non è invece, generalmente, una tesi di ricerca: salvo eccezioni, gli studenti sono ancora troppo immaturi per dire cose nuove su un qualsiasi argomento. Coerentemente, alla tesi triennale viene riconosciuto un numero esiguo di crediti, 6 nel mio dipartimento (cioè la metà di un esame annuale), contro i 16 della tesi specialistica. Per ottenere questi pochi crediti gli studenti devono preparare un «elaborato scritto» di n pagine su un qualsiasi argomento all’interno di una qualsiasi disciplina professata nell’università.

I regolamenti dicono che n dovrebbe corrispondere a 30-40 pagine, ma càpita spesso che studenti zelanti scrivano molto di più, e che si raggiungano e si superino le 100 pagine: da un lato, la tesi è pur sempre la tesi, è sempre un oggetto che si rilega e si consegna al relatore, e a consegnare 30 paginette scritte larghe ci si vergogna un po’; dall’altro, vige sempre l’idea scolastica che scrivere tanto sia quasi come scrivere bene: uno può scrivere delle sciocchezze, ma – si suppone, anche a ragione – se c’è l’impegno, se c’è la fatica misurabile in risme, la commissione d’esame chiuderà un occhio sulla qualità del lavoro e premierà lo sforzo. Ma lo sforzo richiede tempo, e così capita che gli studenti più coscienziosi passino buona parte del terzo anno nella lettura della bibliografia sull’argomento prescelto e nella faticosa scrittura delle cinquanta, cento, centocinquanta pagine. Se si considera che il secondo anno molti studenti lo passano all’estero (Erasmus, borse di scambio), l’università ‘normale’ dura un anno: il primo.

Quanto alla scelta dell’argomento, si può lasciar fare allo studente o gliene si può assegnare uno. Ma lasciar fare allo studente è un rischio, perché generalmente a vent’anni non si è ancora maturi abbastanza da sapere che cosa valga davvero la pena di approfondire, e in che modo: lo studente sceglierà uno dei pochissimi argomenti che già conosce o crede di conoscere, coltiverà una sua fissazione. Ma all’università si va per imparare cose nuove e modi nuovi – più maturi, più seri – di vedere le cose, non per assecondare le proprie manie. Questo vale soprattutto per quelle discipline che sono orientate sul presente o sul passato prossimo e non sul passato remoto: gli entusiasmi, in questi campi, sono spesso puerili, e sarebbe meglio temperarli che fomentarli.

            Decide il docente? Sembra la soluzione più logica. Ma a parte il fatto che alla ventesima tesi triennale anche i docenti cominciano a non sapere più quali argomenti inventarsi, neppure per loro è facile mettere a fuoco l’obiettivo della tesi triennale. Si vuole che gli studenti non si perdano in questioni troppo settoriali, che non diventino dei monomaniaci, si vuole che prendano confidenza con i fondamenti della disciplina. Ma farli scrivere su questi fondamenti significa spesso aprire la strada a un altro tipo di dilettantismo. Tranne casi eccezionali (e temo che molti di noi abbiano quasi sempre in mente i casi eccezionali: e che su di loro, non sulla media degli studenti, tarino le loro osservazioni e le loro proposte), uno studente di vent’anni non è in grado di scrivere una piccola monografia sull’uso delle fonti in Tucidide o sulla Critica del giudizio o sulla Vita nova. Sono argomenti troppo complicati. Naturalmente è necessario che gli studenti conoscano Tucidide, Kant o Dante Alighieri, ed è necessario che l’università insista su queste letture formative per la semplice ragione che gli studenti generalmente le ignorano: perché la maggioranza di loro non viene dai licei, e perché anche quelli che vengono dai licei scontano la crisi del curriculum tradizionale. Quello che non è necessario è a mio avviso che i laureandi del triennio scrivano qualcosa su questi argomenti, perché non sono in grado di farlo e perché finiscono per ripetere – spesso senza neppure capirle, senza saperle situare in un dibattito – le opinioni espresse da altri: che è insieme un esercizio di simulazione e di conformismo, due pessime attitudini non solo per un giovane studioso ma per qualsiasi persona che si voglia dotata di senso critico.

Ma si dice: «Se non altro, la tesi triennale insegna a scrivere». Ma nell’università per come è oggi questo non è e non può essere vero. Per imparare a scrivere – se imparare a scrivere vuol dire argomentare bene, in un italiano corretto – servirebbero mesi di esercitazioni in classe o di compiti a casa, come a scuola, e servirebbe la puntuale correzione da parte del docente: cosa impossibile quando il docente è uno e gli studenti sono centocinquanta l’anno. La tesi triennale dà, senz’altro, l’occasione per scrivere, ed è spesso la prima occasione del genere che si presenti agli studenti durante il loro percorso formativo. Ma non dà quasi mai l’occasione per imparare a scrivere: o perché il docente, disperato, riscrive una tesi impresentabile; o perché, più spesso, il docente, oberato, lascia correre, chiude un occhio, e con lui i membri della commissione d’esame, anche loro adusi a questa finzione.

Il fatto è che agiamo come se la tesi triennale dovesse insegnare i rudimenti del ‘metodo’ ai futuri specialisti: il punto sullo stato della questione, la raccolta della bibliografia, la stesura delle note, la progressiva conquista di un tono, della voce imparziale ed equilibrata dello studioso. E qui a mio avviso sta l’errore di prospettiva. Ragioniamo infatti come se l’università del 2017 fosse identica all’università del 1967, solo un po’ più grande. In quella università, alla fine di quattro anni di studi, si poteva chiedere a quelli che non si erano persi per strada (una frazione degli iscritti: ma non si badava troppo ai tassi di dispersione) di dimostrare in una tesi la loro attitudine alla scienza. Nell’università attuale – che in mezzo secolo ha quadruplicato i suoi iscritti, che in molti casi non li filtra all’ingresso e fa di tutto per portarli alla laurea: tant’è vero che il numero dei laureati, tra la metà degli anni Sessanta e oggi, è aumentato non di quattro ma di sette volte – non si tratta di istradare gli studenti alla ricerca, perché questo lo si farà semmai al biennio, ma, soprattutto nelle facoltà umanistiche, di farli semplicemente diventare più colti di com’erano quando sono entrati.

Se questo è l’obiettivo, forse leggere è più utile che scrivere.

Nelle facoltà umanistiche di alcune tra le migliori università americane c’è un esame dedicato ai ‘grandi libri’. Si suppone che uno studente di sociologia o di filosofia o di letteratura, prima di dire la propria opinione, debba aver letto i libri più importanti della sua materia. Non dei manuali o delle antologie, ma i libri che un sociologo, un filosofo, un letterato (e uno storico dell’arte, un musicologo, eccetera) dovrebbe aver letto per potersi definire tale. L’esame consiste nel leggere n libri, non nello scrivere n pagine. I docenti preparano una lunga lista di libri fondamentali, e gli studenti scelgono un loro percorso di letture all’interno di questa lista. Non è necessario che lista e percorso riguardino solo la disciplina nella quale lo studente vuole specializzarsi, al contrario. Dal momento che a questo stadio della formazione quella che conta è l’estensione, non la profondità, si incoraggiano gli studenti a scegliere anche libri che non appartengono al loro campo di studi: il letterato farà letture filosofiche e sociologiche, il filosofo leggerà dei romanzi e dei libri di critica, lo storico dell’arte studierà i classici della storiografia.

È un modello di cultura che ad alcuni può apparire conservatore, addirittura reazionario (qualcosa del genere proponeva Allan Bloom nel più reazionario dei libri sull’istruzione, La chiusura della mente americana), ma non è affatto necessario che lo sia: le liste dei libri possono essere le più disparate, e possono anche aprirsi alle ultime novità, se sono novità sensate; un nuovo canone può mettere in discussione e soppiantare quello vecchio. Purché si tratti di libri intelligenti, tutto va bene. Non è questo che dovrebbe fare un aspirante intellettuale di vent’anni? Non ‘fare ricerca’ ma studiare, non concentrarsi su uno spicchio microscopico dello scibile ma fare ampie letture su un ampio spettro di argomenti? E non è appunto la laurea triennale il momento, l’occasione giusta per fare queste ampie letture, dato che esse non vengono fatte né nella scuola superiore né ormai all’università, per la sciagurata moltiplicazione dei corsi, la frammentazione dei moduli, la riduzione dei programmi? Letture del genere non avrebbero anche un effetto positivo sul modo in cui gli studenti scrivono – perché quanta buona prosa saggistica ha davvero letto uno studente, al terz’anno di Lettere?

Non c’è bisogno di abolire la tesi triennale. In alcune discipline particolarmente tecniche un esercizio scritto può essere la cosa giusta da fare. Chi decide di laurearsi in paleografia o in epigrafia greca o in agiografia di solito lo fa perché ha le idee chiare, ed è già istradato alla ricerca: e la ricerca può, se vuole, cominciare a farla, e a scriverla, già dal terzo anno. Ma la gran parte degli iscritti alle facoltà umanistiche ha idee molto più confuse sia su di sé sia sul proprio futuro. In sostanza, vuole semplicemente migliorare la sua istruzione, assimilare nuove nozioni e nuove idee, e in campi sterminati come la storia, la filosofia o la storia della letteratura il modo più sensato per raggiungere questo obiettivo è leggere intanto un buon numero di buoni libri. Non aboliamo la tesina triennale, allora, ma rendiamola facoltativa: sostituibile – a parità di ‘peso’ nella votazione finale – con la lettura di dieci, quindici, venti buoni libri sui quali i laureandi verranno interrogati. Sarebbe anche un modo per fare sì che l’esame di laurea torni ad essere un esame vero, non una farsa con il relatore che chiede al candidato di che cosa parla la tesi, il candidato che ripete la parte imparata a memoria, il relatore che fa una domanda concordata, il correlatore che non vuole disturbare e fa qualche osservazione innocua… Facciamo invece una vera conversazione, a partire dai libri che il relatore e lo studente hanno scelto di leggere: vediamo quello che lo studente ha capito, vediamo come ne parla, e poi assegniamo un voto equo – non il 30 automatico che molti assegnano oggi – come accade in tutti gli altri esami. La legislazione vigente consente, senza difficoltà, un cambiamento del genere. Il decreto ministeriale n. 270 del 22 ottobre 2004 stabilisce infatti che è l’ordinamento didattico dei vari corsi di studio a determinare «le caratteristiche della prova finale per il conseguimento del titolo di studio» (art. 11, comma 3, lett. d), cioè laurea, laurea magistrale e diploma di specializzazione (art. 1, comma 1, lett. f), precisando che per la sola laurea magistrale occorre «la presentazione di una tesi elaborata in modo originale dallo studente sotto la guida di un relatore» (art. 11, comma 5).

Un’ultima osservazione. Se la tesi triennale così com’è non va bene, almeno in certe discipline e per certi studenti, non è affatto detto che la tesi specialistica e quella di dottorato funzionino alla perfezione. Anche in questo caso mi pare che prevalga l’inerzia di cui dicevo all’inizio. L’idea che l’una e più ancora l’altra debbano avere la forma e le dimensioni di un libro poteva avere un senso quando le tesi erano poche, quando le tesi-libro aprivano le porte della carriera universitaria, quando il sistema editoriale pubblicava facilmente libri accademici e quando il dibattito accademico nelle discipline umanistiche passava anche e soprattutto attraverso i libri. Ma oggi non si dà nessuna di queste condizioni. Le tesi sono decine di migliaia, le porte dell’università sono sbarrate, il sistema editoriale pubblica libri con il contagocce, e a carissimo prezzo per l’istituzione che li finanzia (e per il contribuente che finanzia l’istituzione), il dibattito accademico si fa attraverso le riviste.

Alla luce di questi fatti, sarebbe forse più logico fare in modo che i laureandi o i dottorandi non spendano mesi o anni a scrivere, spesso in un italiano sciatto o ingessato, tesi-libro di trecento o seicento pagine che leggeranno al massimo quattro o cinque persone e che non daranno a nessuno le chiavi dell’università. Un ottimo articolo di quindici pagine scritte alla perfezione, un articolo che non riassuma le cose che tutti sanno ma dica quelle poche con cui il laureando pensa di poter arricchire il dibattito – questa sarebbe, a mio avviso, una tesi di laurea davvero utile; e nella tesi di dottorato si potrebbero semplicemente aumentare le dosi: tre articoli al posto di uno, o un libro di dimensioni ragionevoli. Sarebbe un modo per non sprecare energie (gran parte di ciò che si scrive con tanta fatica nella tesi poi si butta via), per contingentare i tempi del lavoro di tesi (oggi buona parte dei dottorandi, proprio perché pensa alla tesi come al Lebenswerk, chiede l’anno di proroga e finisce il dottorato a trent’anni o più tardi) e anche per insegnare ai giovani studiosi che è meglio essere sintetici che effusi, non foss’altro che per avere più di cinque lettori. Ma anche in questo caso non mi aspetto che una proposta del genere possa trovare ascolto: perché tendiamo a ripetere e a far ripetere le cose nei modi e nelle forme in cui le abbiamo fatte; e perché per cambiare gli ingranaggi dell’istruzione universitaria sarebbe necessario avere un’idea complessiva di che cosa l’università – e le facoltà umanistiche in particolare – debba essere in futuro. E la verità è che questa idea non ce l’ha nessuno.

 

[Immagine: aula universitaria].

9 commenti

  1. Detesto la riforma Berlinguer, l’insensato sdoppiamento delle lauree, l’assurdità delle due tesi, lo spreco di tempo (e soldi, visto che l’Università non te la regalano di certo) che tutto ciò comporta; soprattutto, il crollo dell’entusiasmo dei giovani tra la prima laurea farlocca (con tanto di corona d’alloro e di titolo dottorale) e la faticosa rincorsa all’altisonante “laurea magistrale” (addirittura) mentre gli anni passano, l’età avanza, si comincia a lavorare, si ha meno tempo e voglia per studiare e i tempi si dilatano in questo limbo. Detesto anche il sistema punitivo per cui il fuori corso, che non necessariamente è un bamboccione fannullone, ma spesso un adulto che lavora e ha poco tempo per studiare, non ha nessuno sconto sulle tasse universitarie, tutti soldi che l’Università incassa a costo zero, visto che il famigerato fuori corso ha finito gli esami, non frequenta lezioni, non usufruisce di nessun servizio e viene sballottato da un docente all’altro per poter ultimare la sua tesi…

  2. “ Lunedì 11 settembre 2017 – Poi scendo in strada e c’è una pischella con delle foglie in testa. Poi capisco: è una laureata. À la lettre. “. Era anche carina, naturalmente.

  3. Ai grandi conviti, gli antichi romani si mostravano adorni di corone di fiori e di foglie legate alla testa con nastri, con le quali, si diceva, si evitava l’ubriachezza…

  4. Lascio un punto di vista discordante: parere di una ex studentessa italiana (lingue alla statale di Milano), ex dottoranda in Inghilterra e poi assistente nell’universita’ inglese. Non sono d’accordo con i cambiamenti proposti in questo articolo, nonostante la validita’ di alcuni punti. Per quanto riguarda la tesi triennale, come riconosciuto dall’autore e’ sostanzialmente l’unico momento in cui i laureandi scrivono qualcosa, dato che il resto degli esami sono orali (o comunque e’ principalmente sulla performance al colloquio orale che viene deciso il voto). Se si elimina, per qualsiasi ragione, bisogna assicurarsi che venga sostituita da pratica di scrittura di altro genere, anch’essa valutata. Che non ci sia una formazione specifica sulla scrittura non e’ un motivo per eliminare la tesi; casomai per introdurre una formazione.
    L’autore cita le universita’ americane. Nel sistema anglosassone, la maggior parte degli ‘esami’ sono scritti e consistono in essay argomentativi. Fanno dunque abbondante pratica di scrittura – scrittura critica, in teoria – che invece manca totalmente ai laureandi italiani (questo genera altri problemi, ma non divago). Questo ‘esame’ sui grandi libri nelle universita’ americane di cui l’autore parla, come si svolge? Non mi stupirei se fosse scritto (nella forma ad esempio di una bibliografia annotata, che e’ spesso parte dell’assessment nel sistema anglosassone, soprattutto per gli studenti piu’ giovani).
    Quello che mi sembra manchi agli studenti dell’universita’ italiana non e’ certo la lettura dei libri fondamentali della materia, ne’ il fatto di essere interrogati su questi fondamentali. Per la mia esperienza dell’universita’ italiana, questo e’ esattamente quello che si fa durante tutto il percorso di studi (leggere testi fondamentali e dover rispondere a delle domande che testano la nostra conoscenza al riguardo). Quello che manca e’ stimolare gli studenti a sviluppare delle capacita’ critiche rispetto a quello che leggono e studiano, ed esercitare queste capacita’ critiche anche in forma scritta. In confronto, il sistema anglosassone mira molto meno all’acquisizione di conoscenze e molto piu’ allo sviluppo di capacita’ argomentative. Queste carenze, a mio parere, non si colmerebbero eliminando la redazione della tesi, anzi.
    Per quanto riguarda la tesi di dottorato, a mio parere la tesi e’ un elemento indispensabile di valutazione delle capacita’ di un ricercatore. Gli articoli, per quanto collegati, sono frammentati e non rendono conto della dimensione di ricerca propria del dottorato, che e’ quella di un progetto di lunga durata, di portata (relativamente) ampia, con una argomentazione forte e coerentemente sviluppata, con un inizio e una fine, e che deve costituire un contributo significativo alla ricerca in quel campo. Inoltre credo sia essenziale verificare la capacita’ di un dottorando di andare oltre la forma breve nella scrittura, dunque saper gestire un testo con un’architettura argomentativa piu’ complessa di quella dell’articolo. Credo che il sistema inglese di dare un limite di parole per la tesi potrebbe essere una misura piu’ adeguata.

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  6. Sono per un’università come ai tempi di Giordano Bruno (a anche prima)… Pochi ma buoni… Si lavora meglio… E per la valorizzazione dei mestieri, ciascuno a seconda delle proprie attitudini… La riforma migliore (in tempi più vicini a noi) era quella di Giovanni Gentile, filosofo lontano dal mio pensiero ma considerato, anche all’estero, tra i grandi: barbaramente trucidato. Il ’68 fu l’inizio dello sfascio dell’università italiana e di questo ne avevano avuto sentore, da posizioni lontanissime, Zolla e Pasolini. Ma anche Mario Capanna (uno dei protagonisti di quella stagione) aveva capito l’importanza di non svalutare il titolo di laurea, come, purtroppo, mi pare sia accaduto in anni più recenti… Una lenta catabasi… L’educazione (come la sanità) sono invece centrali in una comunità di esseri umani…

  7. Poi non capisco certe stranezze, tutte italiane… Due soli esempi: perché nel Lazio ci sono più avvocati che in tutta la Francia? Perché, se leggo la biografia di qualche regista cinematografico straniero, trovo: laureato in regia cinematografica, anche se questi provenga da paesi economicamente meno sviluppati dell’Italia? Da noi, nel settore cinema, tolto il Centro sperimentale, non mi pare ci sia una formazione universitaria adeguata e lo dicono anche gli addetti ai lavori… Come mai?

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