di Guido Mazzoni

[Esce oggi, per Donzelli, La pura superficie. Questi sono cinque dei testi che ne fanno parte, preceduti dalla nota che apre il libro].

La pura superficie è fatta di testi numerati e divisi in sezioni. Alcuni sono in versi, altri in prosa; alcuni sono scritti in prima persona, altri in terza (o in seconda); a volte la persona di cui si parla coincide con la persona che ha messo la firma sul libro, altre volte no; in certi casi la prima versione dei testi è stata scritta da Wallace Stevens, come dice il titolo, in certi altri no. Queste differenze, fondamentali su un certo piano di realtà, sono, su un altro piano, del tutto irrilevanti. 

1. Uscire

Esce di casa per una ragione, la dimentica,
sale su un autobus, incontra le persone, le scherma col linguaggio,
dice “studente fuorisede”, “tatuata”, “filippino”
per non vedere il fuorisede, la donna tatuata, il filippino,
poi viene travolto dalle frasi assurde, le mani colorate
come animali onirici,
come uccelli tropicali, l’anarchia degli altri.

Da qualche anno le cose mi vengono addosso senza protezioni.
In sogno vedo denti rotti, punti di sutura,
topi tagliati in due, fra l’orecchio e la mascella, che discutono fra loro.
Spesso, quando parlate, io non vi ascolto,
mi interessano di più le pause tra le parole,
ci leggo un disagio che oltrepassa la psicologia, qualcosa di primario.
La tatuata scende prima di diventare umana, il vetro
moltiplica i dettagli, per un attimo
il filippino significa qualcosa,
poi prova le suonerie, il suo rumore
mi ottunde internamente, vorrei colpirlo.
Ero uscito per comprare una di quelle lampadine a led
di nuova generazione, di quelle che non si bruciano,
un paio di forbici, la frutta, un cocomero.
Ho scritto un testo che non tende a nulla. Vuole solo esserci, come tutti.
Ho scritto un testo che rimane in superficie.

2. Quattro superfici

Gli altri in quanto esseri esteriori,
superfici o corpi. Chi dice io invece non ha corpo,
vede soltanto le proprie mani, le guarda come pròtesi,
osserva gli altri mentre tengono la propria
vita interna dentro i volti,
scopre di avere un volto solo nelle foto.
È osceno essere esposto, essere una cosa – io, quest’auto,
la vetrina del barbiere, la busta
delle patatine sul marciapiede di via Gallia.
La seconda superficie è la percezione,
il modo in cui crea un piano di realtà semplificando.
A volte, in sogno, vedo le persone
senza la parete addominale, con gli organi aperti.
È un sogno, significa molto.
In questa poesia significa ciò che normalmente
resta impercepito, la meccanica del corpo, il tubo
di feci che portate dentro per esempio, la sorpresa
di quando la merda si mostra all’esterno come una sostanza aliena.
La terza superficie è il linguaggio,
le sue astrazioni, l’idea che possa esistere qualcosa
come ciò che i segni possa, esistere e qualcosa
cercano in questa frase di esprimere.
La quarta è l’immagine interna degli altri,
il loro peso immenso, il loro campo.
Agisco per voi, scrivo questa poesia per essere accolto,
divento libero solo quando morite internamente.
Il rimorchio sbanda contro la nostra auto fra Chiusi e Roma,
io lo osservo senza angoscia, è una specie
di sguardo puro, di cinematografia della mia morte. Ma Daniele
Balicco resta calmo, l’automobile passa, per qualche minuto
non parliamo, poi tornano gli aneddoti,
le biografie, quattro persone.
L’inglese ha un’espressione che mi piace molto,
small talk. Sono i discorsi di superficie,
le parole di contatto, ciò che Heidegger,
in Essere e tempo, chiama la chiacchiera, das Gerede. In italiano,
nella nostra lingua interna, la parola che usiamo più spesso
per indicare tutto questo è ‘cazzate’.
Le opinioni su ciò che ignoriamo, i discorsi
che escono dai cellulari e entrano nei vagoni
in mezzo a tutti: i figli, un’infezione all’unghia, la Juventus,
i nemici privati che non conosciamo – gli altri
parlano di cazzate. Chi dice io fa eccezione, è l’unico
che esista veramente, è il soggetto.
Quando Daniele Balicco riprende il controllo siamo vivi,
parliamo di cazzate. Non aderisco a nulla, mi sembra
che non aderiate a nulla, siete la parte che manca
nel vostro mondo, siete un luogo inabitato.

 

3. Sedici soldati siriani

Lo psicoanalista gli consiglia di non guardare immagini al risveglio, di svegliarsi lentamente per «recuperare il significato della propria presenza», ma l’Isis, nel sonno, ha decapitato sedici soldati siriani e li ha messi su Liveleak, e lui ora vuole vederli.
Un gruppo di miliziani trascina i prigionieri per il collo della tuta. La definizione è altissima, le luci sono scelte bene, gli uomini dell’Isis vogliono sembrare statue, i siriani vogliono sembrare umili; rasati e truccati guardano fissi nella camera mentre il regista inquadra la scena dal basso verso l’alto usando il rallentato per creare qualcosa che stia fra il monumento e il film d’azione. I prigionieri camminano piegati in due come ovipari, come paperi senza proporzione; un tizio vestito di nero spiega in inglese perché verranno uccisi. Guardano verso di noi da una regione interna remota con una specie di intensità teatrale, come se questa non fosse la loro vita. Poi il tizio smette di parlare, i miliziani tirano fuori i coltelli, i siriani vengono spinti a terra. Sono docili; vengono sgozzati con lo stesso movimento con cui si affetta la carne nel piatto, muovendo la lama avanti e indietro, infantilmente; e anche se il sangue esce a spruzzo l’inquadratura resta perfetta, l’ultimo prigioniero dissanguato fa in tempo a guardarci di nuovo prima di perdere coscienza. Poi c’è uno stacco, c’è un effetto di montaggio dopo il quale le teste dei siriani ricompaiono scisse dal corpo, poggiate sulle schiene, e parte la sigla di chiusura. È un video orribile. È un video molto bello. Significa molte cose – per esempio che lo avete visto, che avete desiderato vederlo, che uccidere un nemico è un gesto umano e vi appartiene, e chi sa compierlo è forte, più forte di chi lo guarda mentre fa colazione in una società esteriormente pacifica, occultamente crudele. Mette via il computer, finisce di mangiare.
La sera esce con un gruppo di persone che per abitudine chiama amici. Hanno più di quarant’anni, si conoscono superficialmente, come succede fra gli adulti; in mezzo a loro c’è un ventenne maschio ignoto. Gli ultraquarantenni sono qualcosa, hanno qualcosa e lo difendono (una coppia, un figlio, dei luoghi comuni, la possibilità stessa di parlarne seriamente); il maschio giovane non è niente e dunque è libero, parla senza sfumature, come se cercasse di incidere o tagliare, come se nulla avesse peso. Lui lo guarda fisso, lo odia intimamente. Vorrebbe essere così. Lo è stato venticinque anni fa; poi è diventato più umano, meno lucido, più indulgente, e oggi lascia che il maschio giovane si prenda il centro della scena parlando con disprezzo di un lavoro precario che lo mette vicino alle persone medie, quelle che pensano di essere qualcosa, assurdamente.
Poi la cena finisce e si apre quel momento in cui, dopo i saluti, guardando le case, le proprie scarpe o i cassonetti del vetro, si capisce che gli altri non ci riguardano o non ci interessano. Accompagna a casa una donna con cui ha un rapporto senza impegno. Lei si sta attaccando più di quanto hanno stabilito, lui si protegge fingendo di non capire. Scopano. Comincia un dialogo dove le parole significano altro, un discorso obliquo e pieno di rancore che ogni coppia conosce e che non vi descrivo; va avanti per ore mentre la mente si riempie di residui: le tute dei prigionieri, il maschio giovane, il gesto di tagliare, una pletora di dettagli, alla periferia della coscienza, che non sapeva di avere trattenuto. Pensa a un’auto, a un episodio della propria adolescenza, a una parola che non c’entra niente come «esantematico» o «organolettico»; pensa alle piante e agli animali piccoli, agli insetti per esempio, a come ogni loro corpo esista in uno sciame e scompaia senza enfasi, senza credere di essere qualcosa. È orribile. È orribile ma non importa.

 

4. Essere con gli altri

Porta dentro di sé un avversario interno. Succede a molti,
succede spesso. Oggi però capisce di essergli inferiore,
di esserlo sempre stato, irrimediabilmente.
Dorme di pomeriggio, il giorno si sfascia, in televisione
guarda un programma dove vendono aspirabriciole;
pensa a questa forma di vita, alla vita
di qualcuno che vive vendendo aspirabriciole.

Una volta ho fatto una specie di escursione in campagna
fra persone che non conoscevo.
Non parlavamo di nulla, raccontavamo aneddoti,
descrivevamo i rapporti nei nostri
luoghi di lavoro, le immagini inconsce, i desideri di facciata.
Oppure ci assentavamo internamente e io guardavo il paesaggio
come un oggetto mobile, come una massa
di microeventi oltre il bulbo oculare.
Eppure a poco a poco (qualcuno raccontava
la storia di un neonato che scivola, rotola,
cade senza farsi male) qualcosa cresceva fra gli ego,
era una forma di indulgenza, una pellicola buona. Ho ripetuto
le idee insensate degli altri per stare sopra questa patina,
per mimetizzarmi, giustificarmi fino a sera.
Non ricordo chi siano, è un evento minore.
Si ripete sempre, poi dimentico.

L’avversario gli è superiore, lui lo sa, le giornate si sfasciano.
Lavorerà per non saperlo, costruirà
una pellicola dentro la quale regredire –
le parole e i gesti come segni asemici,
superfici o utensili, il tempo come distruzione,
futilità o salvezza. L’uomo raccoglie le briciole,
mette foga nel discorso, sembra contento.

 

5. Angola

Incontro Rino Genovese in Boulevard de Montparnasse, ci conosciamo male, passiamo i primi minuti a calibrare le distanze, attraversiamo i passaggi mentali che le persone attraversano per accostarsi alle persone. Fra qualche mese lui compirà sessant’anni; io penso a come sia avere sessant’anni, vedere la propria vita diventare indecifrabile per chi esiste nel presente, regredire nel passato. La lastra sopra di noi si muove senza le nuvole, i passanti oltre i tavolini camminano senza uno scopo. È agosto, è domenica; anch’io sto regredendo.
Parliamo degli anni Novanta, degli anni Settanta, di un’assemblea in cui Genovese prende la parola come militante di un gruppo extraparlamentare per spiegare ai compagni la rivoluzione comunista in Angola. È il 1976, ha ventitré anni, non è mai stato in Africa, non conosce il portoghese, sa di essere bordighista ma non sa nulla delle quaranta lingue che si parlano in Angola – ma per mesi interi, nel 1976, va in piazza per difendere la rivoluzione comunista in Angola, parla dell’MPLA, dell’FNLA, dell’UNITA, dell’ingerenza del Sudafrica, di imperialismo americano. Migliaia di sconosciuti combattono una guerra di cui capiscono poco e che terminerà, venticinque anni dopo, per estenuazione, eccesso di morti, indifferenza; lo fanno per obbligo, per necessità, per interesse, perché appartengono a un’etnia, per puro caso – ma nel 1976 il mondo è leggibile, lo è oggettivamente; la realtà è un conflitto fra due forme di vita, e questo schema è rozzo ma sta dentro le cose, le semplifica e spinge masse di giovani italiani a parlare, per mesi, della rivoluzione comunista in Angola, a scendere in piazza, a Massa o a Pescara, come se l’Angola avesse un rapporto con Massa o con Pescara, o come se Massa o Pescara avessero un rapporto con la storia, compiendo un gesto che nel 1976 è ovvio, ma che cinque anni dopo sarebbe diventato incomprensibile come un rituale totemico o una processione medievale – e mentre l’aneddoto ricrea questo mondo, qualcosa si lacera, il paesaggio si fa ironico, la parola ‘bordighista’ si copre di virgolette, il cellulare ci riporta nel presente e mi trovo a disagio come quando, negli ultimi vent’anni, ho parlato di Ruanda, Jugoslavia o primavere arabe mentre era palese che a nessuno interessava parlarne veramente, e ascoltavo gli altri, e ascoltavo me stesso ripetere idee di terza mano per obbedire a un rituale che apparteneva a un’altra epoca, seguendo un’ossessione che, se vista da lontano, non è molto diversa da quella che occupa la mente di coloro che organizzano il proprio tempo intorno a uno dei tanti dada di cui è fatta la vita umana, alla monomania di chi vive per il fitness, i giochi di ruolo o l’Atalanta; perché i conflitti che ci interessano significano solo se stessi, perché il Ruanda, la Jugoslavia, le primavere arabe significano solo se stesse, sono eventi illeggibili, pure vittime, mentre la politica comincia quando non esistono più eventi illeggibili o pure vittime, quando diventa giusto morire e soprattutto uccidere in nome di qualcosa, anche se oggi non osiamo più pensarlo, anche se oggi non oseremmo scriverlo, o lo faremmo solo in una poesia. Per questo guardo il viale e passo ad argomenti prossimi, per questo voglio sentirmi credibile e presente – i miei problemi, la forma dei suoi occhiali, la chemioterapia di un amico, la gravidanza di un’amica, un altro neonato. Ci salutiamo così.

 

[Immagine: Foto di Guido Mazzoni]

 

 

17 thoughts on “La pura superficie

  1. Thanks for these wonderful poems. Congratulations, Guido. I look forward to reading the rest of the book!

  2. Molto belle e interessanti; il mio incontro con la poesia contemporanea è piuttosto recente, per cui questa è stata proprio una scoperta! Non vedo l’ora di comprare il libro!

  3. “e ascoltavo me stesso ripetere idee di terza mano per obbedire a un rituale che apparteneva a un’altra epoca”.

    E a quale rituale obbedisce oggi chi scrive poesie di questo tipo?
    Le idee che ripete oggi di che mano sono?

  4. @matteo sulla 2

    tra le cagate del v. 18 e le cazzate del v. 38
    2 esseri s’incrociano e si scambiano, l’uno
    tronfio-bulimico, l’altro anale-anoressico :
    heidegger e mazzoni – 2 ego postmoderni
    matrimonio-funerale che non s’ha da fare

  5. Bof!
    “Le poème, cette hésitation prolongée entre le son et le sens”: ici on ne trouve que l’hésitation, un peu de sens et pas du tout de son. Apparemment on est encore là, avril-août 1873, quand il fallait “être absolument moderne”. Des poèmes comme mode d’emploi pour faire du nouveau avec du vieux.

  6. “ Senza data [1977] – dopo il Sessantotto nove anni dopo – forse devo solo organizzarmi per studiare /e/ per scrivere. notabile il fatto che non mi sembri possibile o apprezzabile, ma solo necessario; e insufficiente, comunque. pensa a quante sono state le cose necessarie e insufficienti che hai fatto in tutti questi anni. tutte. viene sempre fatto di dire che non poteva che andare così. ma così come? così a inseguire le cose mentre stavano ancora accadendo. alcuni si avviavano qualche isolato più avanti credendo che la distanza favorisse l’osservazione netta e spregiudicata. altri si attardavano qualche isolato indietro pensando la stessa cosa. ma eravamo sempre gli stessi in un corteo poderoso continuo di uomini fanciulli scalpicciatori scemi. comunisti o podisti? queste righe le leggano i poliziotti a venire. “ [*]
    [*] Il fatto è che i “ poliziotti “ non leggono [Nota 2017]

  7. non so se il mio rientri in quei “certi commenti imbarazzanti e vecchi” di cui giova. ad ogni modo, ho scritto e ribadisco paro paro la mia idea sui 5 testi proposti, copincollando: *sì ma la 2 no*. non ricordo dove, ma a un amico leopardi ultratrentenne confidò di averne azzeccate una decina in tutto, di poesie. ergo l’80% di buono in quanto proposto è una percentuale ultraleopardiana. o no?

  8. Quoi qu’on en dise, c’est de la métafiction, rien à faire avec la poésie. Pas pour rien qu’on parle anonymement de “textes”.

  9. Comunque la si pensi, è un libro importante. La sensazione è che resterà. Come punto d’arrivo e come ritorno (sguardo) a un passato di pregio (su su – fino a Leopardi).

  10. Messinscena del senso di asfissia e di inanità di una generazione, mimetica al punto da restare asfittica e inane. Un buon libro, parrebbe, come ne escono tanti

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