Le parole e le cose

Letteratura e realtà

I miei concorsi

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di Gilda Policastro

Il suo specchio mostra il fango e voi accusate lo specchio! Accusate piuttosto la strada dov’è il pantano, e più ancora l’ispettore stradale che lascia imputridire l’acqua e formarsi i pantani.

(Stendhal, Il rosso e il nero).

Da tre anni provo i concorsi universitari: da quando ho l’abilitazione, anzi due. L’abilitazione, per chi non lo sa, è un titolo che una commissione di quattro autorevoli membri scelti tra i docenti ordinari italiani unitamente a un membro estero ha assegnato (con un lavoro di svariati anni e congrui rimborsi) a una percentuale non tanto larga di candidati. Soprattutto in uno dei due settori in cui l’ho avuta io, quello di letteratura italiana: pareva fossero obbligatorie delle pubblicazioni su Dante, perché il membro più influente della commissione era un dantista. Benissimo, io Dante in curriculum ce l’ho, abilitazione ottenuta. E che ci faccio? Ah già, i concorsi: eccone una selezione. Il primo si tenne un’afosa mattina di luglio, eravamo in cinque, anche se il bando parlava di un numero minimo di sei ammessi, ma una candidata non si era presentata. Per alcuni era la prima volta, altri avevano già esperienza e ci anticipavano cosa stava per accadere: una discussione sui nostri titoli, una traduzione all’impronta dalla lingua prevista dal bando. Un membro della commissione ci precisò che per la regolarità della procedura il concorso si sarebbe tenuto a porte aperte. Nessuno di noi pensò, per tacito accordo, di assistere ai colloqui altrui, ma eravamo a pochi metri, in grado di ascoltare e di renderci conto, ad esempio, che il brano da tradurre sarebbe stato uguale per tutti, un passo da Moby Dick di Melville, che provai a quel punto a cercare su Google: non è banale tradurre Melville, meno che mai all’impronta e ancor meno a un concorso che non è di letteratura americana. Il colloquio procede senza picchi e senza intoppi, a parte l’inglese marinaresco. Il commissario che mi siede accanto guarda la carta d’identità e ne ricava che siamo nati nello stesso giorno: cordialità di circostanza, cui non mi adeguo. Sento molto la tensione del concorso, e, soprattutto, si respira un’aria di fregatura che comunque fino a quel momento non avrei saputo attribuire a un accadimento preciso. E però all’ingresso in aula del candidato risultato poi vincitore, le porte inopinatamente si chiudono: ed ecco la sorpresa, l’inatteso che in diversi modi e misure si darà a ogni concorso, nell’ottundimento degli altri candidati che non sanno mai cosa opporre, come reagire. Sono fra i primi, ma non vinco: i giudizi sono stati formulati frettolosamente, i miei titoli ridotti al solo dottorato, anche se ho due abilitazioni e quattro anni di assegno di ricerca (che diventano però uno solo, per una svista della commissione, e in una sede diversa da quella effettiva, per trascuratezza altrettale). Chiedo informazioni a un amico avvocato su un eventuale ricorso: «Sulla base di errori materiali puoi vincerlo, ma ti conviene? Dovranno rinominare la commissione, saranno maldisposti e alla fine non vincerai comunque. A non voler considerare i costi, che pure non sono trascurabili». Più che per autotutela, il ricorso mi pare improponibile perché arriva l’estate e non ho voglia di incatenarmi a un iter di scartoffie e memoriali giuridici (sarà per questo che i colloqui vengono fissati in periodi mai meno che canicolari)? Aspetto più o meno serenamente un altro concorso, che non manca di annunciarsi in Gazzetta ufficiale. Bisogna precisarlo, perché poco più avanti inizierà a martellarmi il ritornello del “concorso di”: i concorsi, predeterminati quanto all’esito, passano attraverso regolari bandi nazionali, cui può evidentemente iscriversi chiunque ne abbia i requisiti. E qual è il massimo requisito che si possa produrre in questo momento ai concorsi? L’idoneità, giusto.

Secondo concorso, dunque: è necessaria una breve digressione tecnica. Si chiama RTDb (ricercatore a tempo determinato di tipo b) il ruolo pensato come corsia preferenziale per un posto da Professore associato (seconda fascia dell’abilitazione), che all’università pare sia impossibile bandire ex novo per carenza di fondi e l’ostativo sistema dei punti organico. Detto molto semplicemente, se sei già dentro devono solo aumentarti lo stipendio, altrimenti non è possibile entrare in alcun modo (ci sono molti più concorsi per RTDa o RTDb che per Professore associato e questi ultimi sono solitamente destinati a docenti già strutturati). Ora: nulla impone a un’università di preferire un idoneo, per un posto RTDb, che è a tempo determinato. Ma il posto RTDb, unitamente all’idoneità, può evolvere in posto a tempo indeterminato: chi garantisce però alla commissione che il candidato RTDb non idoneo possa diventarlo negli anni di RTDb in modo da assicurare all’università, previo investimento triennale, un nuovo docente a tempo indeterminato? Ecco come ti frego l’idoneo: proseguiamo. Il secondo colloquio della mia nuova vita da candidata è serio e approfondito: il bando in effetti parlava di vero e proprio seminario e il presidente mi mette davanti un orologio, spiegando che avrò quaranta minuti di tempo per esporre le linee della mia ricerca, con possibilità di interlocuzione. Vengo interrotta spesso, ribatto punto per punto, l’interesse mi pare reale anche se i rilievi sono spesso pretestuosi (lei non cita questo e quello nel libro su quell’altro, invece sì, li cito, si veda alla pagina tale e talaltra). Nessuno degli altri candidati ha l’idoneità, io ne ho due. Torno a casa ottimista: ho capito, dopo anni di attesa, che sono ancora in corsa, che ho le qualità, i titoli, la tigna per sostenere il contraddittorio in un concorso e magari, perché no, vincerlo. No, invece. Perché? Perché non era il tuo concorso, «vieni da un altro settore: è in quello che devi provarci». A esprimersi così è il membro interno della commissione, oltre che docente di riferimento del candidato vincitore, suo braccio destro in dipartimento da alcuni anni. «L’idoneità ce l’ho anche per questo settore, tant’è che mi avete ammessa al colloquio». «Sì, è vero, ce l’hai, ma dai giudizi risulta che ce l’hai a maggioranza, non all’unanimità». Ed ecco confermata un’altra legge non scritta dei concorsi universitari: quando subisci un torto, nessuno sarà disposto a riconoscerlo e anzi, verrai caricato di responsabilità. «Ho avuto, è vero, per una delle due abilitazioni di cui dispongo, quattro valutazioni positive e una contraria, ma l’abilitazione a maggioranza mi rende comunque idonea. E poi parliamo di un settore la cui percentuale di abilitati è più bassa che in altri e resta che il vincitore di questo concorso, nello specifico, l’abilitazione proprio non ce l’ha». «Aspetta il tuo concorso e intanto fatti degli alleati: ne hai bisogno». Fine dell’interlocuzione (anzi no: segue consegna a mano di un volume curato dal suddetto commissario, che velatamente mi chiede se non si possa fare qualcosa, «una recensione da qualche parte…»).

Terzo concorso, stavolta finalmente del mio settore. Non conterà, dunque, che la mia ultima monografia s’intitoli Polemiche letterarie dai Novissimi ai lit-blog, non verrò penalizzata in quanto «militante», appiattita sullo studio del presente. E no, purtroppo, perché anche questo posto, a quanto pare, non è libero: «Inizialmente era destinato al candidato interno al dipartimento, sostenuto da una dei commissari. Poi però si è intromesso un altro professore del dipartimento, con la sua candidata. Nella battaglia in corso pareva a un certo punto che potessi risultare tu il classico terzo che gode tra due litiganti, anche perché il tuo cv è più che competitivo, ma poi si è capito che non andrà così: mi spiace, io non posso farci niente, non vincerai», mi rivela sponte sua uno dei commissari, incontrato per caso a un evento letterario. E come mai? «Perché nessuno si batte per te, non arrivano telefonate, non sei merce di scambio». Vengo agli highlights del colloquio, talmente breve da risultare inconsistente ai fini di qualunque valutazione: il docente di riferimento della candidata favorita, che non è un membro della commissione, entra ed esce dalla stanza in cui i commissari, a porte chiuse, aspettano di iniziare i colloqui. «Ho ripreso tutto, mando il video a Report» dice l’ex favorito. A seguire, ecco a porte aperte il colloquio via Skype di una delle concorrenti dalla sala parto: «Mi occupo di letteratura delle donne, in questo momento è importante occuparsi delle donne, lo fa anche la Boldrini». Fine del colloquio (e in effetti cos’altro poteva inventarsi, la poveretta, rotte le acque). Quando inizia il mio, devo innanzitutto difendermi dalla solita riserva, di non aver considerato la tal questione o il tale aspetto, invitando chi mi interroga a legger meglio il capitolo tot della mia terza monografia, dove la tal questione emerge invece con assoluta evidenza (e gran dispendio filologico). Devo poi richiamare il presidente della commissione, il quale pensa bene di occuparsi dei fatti suoi con la segretaria esattamente durante la mia risposta alla sua domanda: un commento in francese (in francese?) al mio saggio su «Manganelli e Beckett», che però è dedicato alla presenza di Beckett in Sanguineti, come da titolo. Passano i giorni, le settimane e dell’esito del concorso non si sa niente. «È la centesima telefonata!», sbotta la segretaria. «Chi dovrei chiamare, mi scusi?». «Me, ovvio, ma solo a verbale protocollato». «Cioè quando?» «Lo saprò quando avrò il verbale, diamine!».

Ultimo concorso: siamo in cinque nell’atrio privo di sedie e di aria condizionata, in pieno periodo canicolare. «Non ti presentare, è inutile». Ma cosa mi costa, giusto qualche ora di pullman. Certo, ho appena sofferto di attacchi non meglio precisati, forse allergia forse asma probabilmente panico, che in ogni caso come effetto mi hanno lasciata quasi afona. E comunque il favorito sarà pure, come dicono, il candidato interno, ma ha pubblicato poco (scopro dai giudizi di ammissione, in questo caso disponibili online, anche se la scelta di renderli tali è del tutto discrezionale e di solito si preferisce di no): il suo curriculum non è paragonabile al mio e poi è un interno per modo di dire, abbiamo fatto insieme un dottorato, anni fa, con esiti molto diversi, la mia tesi ebbe dignità di pubblicazione e la sua non mi pare. Il colloquio è pacato, c’è un clima affabile, io sono afona ma mi sforzo di rispondere alle poche domande, che non riguardano nello specifico le mie pubblicazioni, a quanto pare apprezzate senza riserve, stavolta. Avrò in effetti il punteggio più alto. «Per un curriculum completo, ti manca solo uno studio filologico, un’edizione critica». Controllo, poi, a casa, il profilo del docente che me lo richiede: non ce l’ha nemmeno lui, lo studio filologico, l’edizione critica, meno che mai il vincitore designato, che si conferma tale, a dispetto del cv e dei punteggi parziali.

Così vanno le cose, chiosano invariabilmente quando racconto i miei concorsi: possibile, ogni volta? E l’imprevisto? Dice, magari prima o dopo s’infortuna il favorito, una zoppia, gli muore il cane. No, nessuna zoppia e i cani stanno tutti bene. «Puoi fare almeno bella figura, ti fai notare». Se mi sono fatta notare, è stato scrivendo una lettera a Renzi, lo scorso anno, in cui denunciavo le storture dell’università: non tanto il nepotismo, la corruzione, gli illeciti quanto il blocco di un sistema che non è più il baronato classico (la scelta dei migliori allievi da parte di ciascun barone) senza saper diventare qualcos’altro (la selezione dei più meritevoli per la quale non valgano criteri di appartenenza, ma solo i titoli e le pubblicazioni). Di quella lettera tutti parlarono (tranne Renzi, che ovviamente non ha mai risposto), mi chiamano ancora in tivù o sui giornali come “opinionista sull’università”. Ma non ci vado a protestare con la maglietta rossa del “giovane precario”, non mi presto alla fame di colpevoli coi nomi e le facce e al rifiuto collettivo di guardare allo svolgersi concreto, reale, quotidiano di quelle cattive pratiche spacciate per naturali, che in concomitanza di scandali o situazioni estreme finiscono col considerarsi “mafiose” o “ai limiti della legalità”. I mali sono endemici e il sistema va corretto proprio nel suo funzionamento abituale, non (solo) sanzionato nelle sue eccezioni fuorilegge (così come rilevato qualche tempo fa ottimamente da Federico Bertoni in Universitaly, dalla specola di una carriera particolarmente veloce e privilegiata).

La beffa ulteriore è che si sono poi riaperti i termini dell’idoneità nazionale: il ministero ha ripagato profumatamente nuove commissioni incaricate (per la precedente tornata si parlò di 120 milioni), e molti dei futuri idonei oltre a non poter accedere all’università, diventeranno un alibi per togliersi di torno i vecchi, in via di scadenza (dicembre 2019).

Ma tutto quello che dico fin qua, ovviamente, è frutto della mia immaginazione: sono uno scrittore, si sa. C’è di vero che fra l’estate e l’autunno del 2012 trascorsi alcuni mesi a radunare e caricare pdf dei miei titoli e delle mie pubblicazioni nel sito del ministero, per ottenere, nel 2014, due idoneità valevoli a iniziare la trafila dei concorsi, umiliante e senza speranza. Tornassi indietro, non lo rifarei. La dignità, come il cv, non dà stipendio, ma lascia almeno la libertà di non compromettersi aspettando il momento di essere pedina, merce di scambio, o quello in cui saremo noi, finalmente, a dirigere le manovre. Mi piaceva l’università in cui si parlava coi colleghi di Dante e Leopardi nei poeti del Novecento durante il tragitto di ritorno dalle lezioni, non quella in cui ai convegni mi viene chiesto in pausa caffè l’assegno dove ce l’hai. Mi guarisce dagli attacchi (d’asma o ansia che fosse) l’idea di lasciarli lì, a recitare i concorsi ben fatti, con le carte, i documenti, i protocolli, nel vuoto carcerario di quei corridoi fatiscenti, con le porte aperte per la regolarità della farsa: I would prefer not to, e ove non lo ’ntendessero non dovrei nemmeno più fare lo sforzo di tradurglielo all’impronta perché, a quel punto, sarebbe più che provato.

 

[Immagine: Aula universitaria vuota].

 

35 commenti

  1. sì, le cose stanno proprio così; avrei solo qualche dubbio su come potrebbe avvenire la correzione del sistema (“I mali sono endemici e il sistema va corretto proprio nel suo funzionamento abituale”).

    I commissari che giudicano sull’assegnazione dei posti non studiano i dossier, non hanno alcuna autonomia nel giudizio: sono dei piccoli commando incaricati di eseguire una sporca missione con meno perdite possibili. S’impone per legge la coscienza, la libertà di giudizio?

    I punti organico diventano risorse private, da gestire privatamente: anche qui, come lo imponi con la legge il rispetto per ciò che appartiene a tutti?

    (mi scuso per il commento sconsolato)

  2. Gilda: esplicita e sopraffina.

  3. THE BRIGHT SIDE OF THE MOON
    [. lyrics by Isabel Pink Mattazzi .]

    Qualche giorno fa ho fatto il concorso più importante della mia vita. In realtà in Università tutti i concorsi sono “i più importanti della vita”, il sistema non prevede prove inutili o anche solo poco significative. Questa volta però era diverso, l’orale di venerdì rappresentava un varco, il passaggio dallo stato di “giovane” ricercatore alla vita adulta in cui la mia vocazione avrebbe assunto la solidità di una forma stabile. Oggi che la procedura si è conclusa e sono usciti i risultati, mi chiedo se davvero sono diventata adulta, se davvero questi ultimi anni a Ferrara hanno cambiato qualcosa. Questa settimana ricomincia il semestre e andrò a fare lezione come ho sempre fatto, seguirò le tesi come ho sempre fatto, scriverò i mei saggi con la voce di sempre. Apparentemente quindi della mia adultitudine non c’è traccia. Quella ero ieri e questa sono oggi.
    E invece no. In questi ultimi anni qualcosa è cambiato e qualcosa di molto importante. L’Università italiana per sua stessa struttura è un luogo di solitudini. Le cattedre sono poche, la competizione è altissima, corri da solo, cadi da solo, vinci da solo. Così ho sempre fatto io. L’idea che si potesse lavorare insieme ad altre persone, che si potesse creare in Italia una rete di saperi condivisi era un’ipotesi che non mi sfiorava minimamente. Il luogo dello scambio è sempre stato all’estero, in Francia, dove c’è il mio gruppo di ricerca amatissimo. Qui no, non era il caso. In Italia, lo dicono tutti, il terreno è troppo poco fertile, i pozzi avvelenati, e in questi giorni d’altra parte non c’è giornale, non c’è sito internet che non parli di concorsi truccati, corruzione, baroni e allievi-valletti, così come qui su fb, l’equazione “professori universitari-classe privilegiata e corrotta” appare, bacheca dopo bacheca, come un cortocircuito senza alcuna possibilità di risoluzione.
    Poi però è successo qualcosa. Una volta sono inciampata e qualcuno mi ha teso una mano, una volta non ho capito e qualcuno mi ha spiegato, una volta ero stanca e qualcuno ha fatto a metà con me del carico che portavo sulle spalle. Non è nato da me, sono state alcune tra le persone con cui condividevo i consigli di dipartimento, le sedute di laurea, le pause nei corridoi ad avvicinarsi, a farmi capire che un’Università pulita fatta di uomini e donne libere che pensano al bene del sistema in cui operano anche se il sistema stesso è malato e competitivo, può esserci anche in Italia, nel qui e ora del nostro quotidiano. Nessuno di loro è parente di, amante di, servo di, nessuno di loro è assenteista, mafioso o incompetente e non è neanche vero che queste persone – questi uomini e queste donne libere – siano mosche bianche, l’Università, il lavoro delicatissimo di formazione delle nostre generazioni future, va avanti soprattutto grazie a loro. Così, piano piano, in questi ultimi anni, sono cambiata. Ho iniziato a pensarmi in mezzo agli altri, a pensare per gli altri e con gli altri, e questo ha modificato profondamente e per sempre il mio sguardo sul mondo e il mio modo di stare nel mondo. E alla fine venerdì mattina non ero più io, singola, a correre per me e me soltanto, ma il me era diventato un noi, il noi di progetti comuni e di riflessioni corali, quei progetti e quelle riflessioni che appunto in questi anni mi hanno trasformato in una persona adulta. Io adesso non so quante tra le persone che scrivono “professori andatevene tutti a casa” conoscano davvero la vita accademica, so solo che l’Università italiana è questa qui, non è soltanto un mondo di lupi e di trappole, non ci sono solamente i baroni onnipotenti e i valletti da prima pagina del giornale, ci siamo anche noi, e ricordarlo ogni tanto credo non faccia male.

  4. Per aggiungere sconforto allo sconforto, occorre dire che l’unica soluzione che si profila all’orizzonte – l’aziendalizzazione dell’università – assomiglia molto al proverbiale gesto autolesionista del gettare il bambino con l’acqua sporca. La mia opzione preferita è la moltiplicazione delle eccezioni – che pure esistono nell’università italiana. Mi rendo conto che non è una soluzione sistemica, ma non vedo alternative a quella cosa a cui chi mi ha preceduto ha dato un nome antico (ma appropriato): la coscienza.

  5. “ 17 luglio 1991 – Dice Garboli dell’università: « Un’isola potrebbe essere rappresentata dallo specialismo disciplinare, dalla roccaforte degli alti studi. Ma è una pia illusione. Lo spirito corporativo, il trionfo della mediocrità, la prepotenza delle baronie, lo spirito di corpo vi sono mali ormai comici [sic] contro i quali il solo rimedio possibile è di riderci sopra. » (Il refuso come atto mancato) “.

  6. @ db

    “’Università italiana è questa qui, non è soltanto un mondo di lupi e di trappole, non ci sono solamente i baroni onnipotenti e i valletti da prima pagina del giornale, ci siamo anche noi, e ricordarlo ogni tanto credo non faccia male”

    Ma la convivenza tra lupi e questi/e “noi” (nessuno dei quali “è parente di, amante di, servo di, nessuno di loro è assenteista, mafioso o incompetente) è quella – all’incirca – tra padroni e servi. Le “solitudini” sono un po’ diverse, credo. E non si capisce come “questi uomini e queste donne libere” che corrono in mezzo ai lupi possano godere della loro libertà. Se non forse nella coscienza.

  7. aggiungo qualcosa, per rendere meno astratto il riferimento alla coscienza di chi giudica sull’assegnazione dei posti e per provare a sfuggire allo sconforto.

    Lo storico Giuliano Procacci una volta mi raccontò un aneddoto, una sparata di Fernand Braudel.

    “Io un libro come quello di Meinecke sulla ragion di stato – avrebbe detto Braudel – lo scrivo in tre mesi”.

    Che significa la sparata? che c’è tra la storia delle idee alla Meinecke e quella economico-sociale alla Braudel una certa incompatibilità di vedute. Per Braudel era vera storia solo la sua, vera e difficile. Quella degli altri, tedeschi e ideologi, era compilazione, roba facile, che si mette su in tre mesi.

    Questo per dire che anche nel caso in cui il Commissario possedesse la famosa coscienza, la famosa libertà di giudizio, resterebbero – all’interno di una stessa disciplina, in questo caso la storia moderna – delle barriere abbastanza insormontabili per alcuni candidati: se giudica Braudel, fa parte di una logica scientifica che Meinecke non passi.

    E allora? Allora il problema ha due aspetti. Vediamo se così la situazione diventa meno sconfortante.

    Il primo è di politica della scienza, in carico al Politico: stabilire, con solide argomentazioni, ed esplicite scelte politico-culturali, se i soldi pubblici li deve avere Braudel o Meinecke, o tutti e due, e in che proporzione.

    E poi assicurarsi che i giudizi sui singoli candidati siano motivati effettivamente, in base a una logica scientifica, culturale.

    Bisogna che si possa accertare (che anche un giudice possa accertare), se i giudizi del Commissario derivino da uno studio del dossier; che egli lo abbia davvero compiuto, nei suoi termini scientifici, culturali, anche di politica culturale: non come accade adesso, dove si parla di “sedi di pubblicazione buone o discrete”, o di indicatori che non indicano un bel niente.

    Forse è una strada che si può percorrere… In fondo non dovrebbe essere così strano chiedere che nei giudizi di cui parliamo si torni a una logica scientifica, culturale, inclusa la politica della cultura.

  8. Tutta la mia solidarietà alla bellissima Gilda, che dovrebbe cercare di lasciarsi alle spalle queste esperienze negative. A mio modesto avviso molte teste d’uovo delle università non hanno il talento e nemmeno il senso critico di Gilda, che seguo da tempo sul web. Scrivo questo senza secondi fini. Buona vita alla signorina Policastro.

  9. “ Domenica 24 marzo 1996 – L’Università, a suo modo, promette la vita eterna. (I laici non fanno l’errore di essere laici) “.

  10. Cara Gilda, leggendo la tua storia ho rivissuto la mia…sento un brivido lungo la schiena a ripensare tutto quello che ho passato, per fortuna mi sono “disintossicata” scegliendo un’altra strada. Un saluto affettuoso e solidale

  11. Sì, ma a noi che ce ne frega?

  12. Messaggio per Rita Corsini: ma che cosa vuol dire il suo commento??? A noi contribuenti ce ne frega, e anche assai, di come funziona un’istituzione, quale l’università, che funziona con denaro pubblico, e che è preposta alla formazione dei nostri figli. Complimenti a Gilda Policastro per il suo articolo, incisivo, informativo e tragicamente efficace.

  13. Ho insegnato da contrattista per anni Lingua Inglese alla Facoltà di Medicina.
    Hanno fatto un concorso di Lingua Inglese a quella stessa Facoltà di Medicina.
    Non sono risultato idoneo.
    Fine di una breve storia triste.

  14. “ Mercoledì 7 febbraio 1996 – Notizia: Umberto Eco si dimette dall’università. Di San Marino. “.

  15. Grazie a Gilda Policastro per questo bel racconto. È vero quanto sostiene. E quando ti succede ti rode. Forse è ovvio quello che sto per scrivere, ma visto che nessuno lo ha detto, mi lancio (fuori tempo massimo) nella mischia.

    Personalmente credo che il sistema dei concorsi (universitari) non funzioni e crei queste grottesche situazioni per una ragione: perché garantiscono l’ipocrisia, a chi decide di lavarsi le mani. Non c’è coscienza che tenga: alla fine, metti una firma e tiri dritto. Messa la firma, non ci devo più pensare: avessi pure fatto una porcata, non è più tua responsabilità. Chi ha la responsabilità di scegliere, non sceglie con responsabilità. È obbligato a scegliere, ma può scegliere con leggerezza. Selezionare senza sentire il peso della selezione.

    Giunti a questo punto mi sembra chiaro che l’unico sistema realmente funzionante per il reclutamento – fermo restando il filtro dell’abilitazione (che allora forse sarebbe davvero utile) – sia rendere esplicita la cooptazione. La verità ben messa in luce da Gilda Policastro è che l’università si basa fondamentalmente sulla cooptazione: e dunque o stai alle regole del gioco o sei fuori. Te lo puoi dare in faccia il merito.

    Oppure no. Proviamo a legalizzarla. Legalizziamola, però, proprio facendo leva sull’idea che chi seleziona è responsabile: se io seleziono tizio, lo devo selezionare con dei criteri chiari di cui dovrò (io che seleziono) rispondere dal giorno del suo ingresso all’università a, poniamo, cinque anni dopo. E così per ogni step di carriera. Valutazioni incrociate; responsabilità, inizialmente, personale e dopo collettiva – dipartimentale, per esempio, ma non solo -, che si esplichi dunque non solo nel settore di ricerca, ma anche nella partecipazione alla vita accademica (lezioni, riunioni, tutoraggio, tesi, ecc.). Traduciamo queste cose in uno scenario: se seleziono male, se cioè chi ho selezionato non fa ricerca e non produce o produce continuamente cose mediocri (su questo punto ci sarebbe un altro capitolo da aprire: che vuol dire mediocri?), allora io avrò meno fondi di ricerca, oppure non potrò proporre la contrattualizzazione di altri ricercatori per un tot d’anni; se (dipartimentalmente) si stabilizza una persona che non fa lezione, non segue le tesi, non produce, ecc., il dipartimento riceverà meno fondi; il ricercatore/professore in questione invece non sarà rinnovato o gli si toglieranno fondi di ricerca e responsabilità verso gli studenti (non potrà partecipare al dottorato, o seguire tesi del genere, p.es.). Questo comporterà due vantaggi e due svantaggi: anzitutto, renderà responsabile chi seleziona e chi è selezionato; dunque permetterà una ripartizione dei fondi più oculata proprio perché la selezione sarà più oculata evitando, da un lato, quelle cose agghiaccianti tipo venti assistenti di un prof. all’esame, o quattro cattedre della stessa materia in un dipartimento, e dall’altro le reazioni punitive che abbiamo tutti sotto agli occhi e che producono i nefasti pregiudizi sull’università di cui tutti sappiamo (e che spesso coltiviamo). Certo ci saranno due svantaggi: il più delle volte predominerà una certa linea di ricerca nella selezione – in altri termini una prospettiva (o forse più precisamente una politica) culturale -, la quale tuttavia sarà motivata (il che è meglio dell’assenza di motivi); il più delle volte tutti gli attori in gioco nell’università saranno obbligati alla costruzione di alleanze esplicite e chiare (ma anche in questo mi sembra che una situazione del genere possa favorire la ricerca di persone con cui si vuole a tutti gli effetti collaborare – la ricerca di una sintonia insomma – di contro all’ipocrisia servilistica, e passiva, di seguire un professore solo perché domani ci potrebbe trovare un posto). Insomma, io sarei per un po’ meno di quieto (ipocrita) vivere e un po’ più di responsabilizzazione e valorizzazione della capacità di scelta dei docenti universitari. Anche se ciò dovesse significare più conflitto.

  16. Sono molto contenta della civile e pacata (sebbene scorata) discussione sviluppatasi sotto questo mio pezzo: ringrazio gli intervenuti, che ci hanno messo il nome, e ovviamente il sito, che ha ospitato il mio racconto-testimonianza.

    Mi piace che siano emerse, nel dibattito, questioni come ”politica culturale”, ”responsabilità” (dei singoli, perché no), ”coscienza”, ”pubblico” (investimento, interesse, discorso). Soprattutto, credo sia importante aprire un confronto interno, tra docenti e aspiranti docenti, ma anche esportare le questioni riguardanti la formazione, la ricerca, la selezione, la cooptazione, le carriere universitarie al di fuori, nella società civile che poco ne sa, a quanto pare, e si sveglia solo in corrispondenza di scandali o inchieste eclatanti. Come ha scritto qui sopra Paola Quadrelli sono questioni che tutti ci riguardano, in qualche modo, ed è bene cominciare a confrontarci sulla sostanza delle cose, senza giustizialismi o caccia alle streghe. L’auspicio è che ”Renzi” (laddove con Renzi, ai tempi della mia lettera al Fatto quotidiano, intendevo l’istituzione preposta alla regolamentazione e alla gestione dei fondi e delle risorse) risponda, prima o poi (gli ho inviato anche un repost via tweet, stiamo a vedere). Ma già conta qualcosa farci comunità e raccontarci le storie: ”Sono urgenti, dobbiamo dircele”, scriveva anni fa Aldo Nove in Mi chiamo Roberta. Nel suo ultimo libro, Anteprima mondiale, Aldo Nove ha voluto generosamente ripubblicare la lettera a Renzi per dare nuovo slancio alla protesta contro quello che una volta si chiama precariato e si è ormai rivelato come un parcheggio eterno di macchine senza più carburante, anzi, proprio senza più il motore (che gli anni passano anche per gli ex giovani precari), nonostante partenze promettenti e il tifo generale (”tu hai i titoli per entrare”, ”prima o poi entrerai”, ”il tuo posto è all’università”). Alle audizioni di x-factor a un certo punto la discografica Mara Maionchi, di fronte ai discorsi degli altri giurati sui sogni e le ambizioni degli aspiranti artisti, sbotta: ”Basta coi sogni, questi qua devono lavorare”. L’hanno capito pure nei talent, manca solo l’università.

  17. “ 16 luglio 1994 – Insisto a scrivere che questo è un libro di letteratura. Ma non è esattamente così. Questo è l’unico libro che potevo scrivere parlando di tutto, sfidando tutto a procurarsi un ordine, o almeno, una faccia. Tutto? Diciamo parecchio. Perché io non sono, tout court, un letterato. Sono uno che ha fatto l’università (di lettere, corso di laurea in filosofia) a Firenze, negli interlocutori anni Sessanta. Di cui ricordo soltanto che mi sembrava di perdere tempo, di non imparare niente, se non qualche frasetta ad effetto, come il succitato « tout court », o quell’altra, gettonatissima: « für ewig ». Mi riusciva difficile capire che cosa c’entrasse Sorel (Georges) con Francavilla Fontana, o Schiele con il concessionario Opel di Udine, per non dire di Le Corbusier e Cascina, Musil e Lamporecchio. Nel mondo dei sussiegosi fuorisede io mi sentivo fuori posto. « Au dessus de la melée », diceva il rasotera con un vocione paradossale. Vienna sempre Vienna, ma senza valzer, Vienna del Blaue Reiter, della Sezession, della Brücke, Vienna sul serio, Vienna in tedesco. Già: il tedesco. Bisognava impararlo, leggere in tedesco, pensare in tedesco. Io, che sapevo l’inglese, non mi ci raccapezzavo. Dove eravamo? Quando eravamo? Non digerivo mai bene. Ma soprattutto non capivo perché quell’atmosfera di indugio, di cospirazione, di attesa. Io, che avevo una Cinquecento, pensavo invece che il [faudrait] ténter de vivre. Magari viaggiare. Magari lavorare. Non l’avessi mai fatto. In un momento sono finito au dessous de la melèe, e ancora ci resto. Fu allora che cominciai a capire la cultura. La cultura non è capire le cose. È capire il capire, e poi capire il capire il capire, e poi capire il capire il capire il capire, e via di seguito, facendo sempre un passo-indietro, arretrando, arretrando, in una infinita marcia a ritroso che ti riporta sempre al punto di partenza. Dove si sta: audacemente immobili. Quando l’ho capito ho deciso di scriverlo. Scrivendolo mi sento anch’io un po’ gambero. Ho cominciato un viaggio – autour de ma chambre – che non so ancora dove potrà ri-condurmi. (Quello che non avrò mai è quella faccia) “.

  18. Non capisco
    Ora che lavoro fai ?

  19. @ db (e non solo a lui o lei)

    AL VOLO

    Sempre a proposito di “questi uomini e queste donne libere” che corrono in mezzo ai lupi …

    «Il «buddismo occidentale» è un feticcio di questo genere: permette di partecipare pienamente al frenetico gioco capitalista, alimentando al tempo stesso la percezione che non se ne faccia parte realmente, che si sia ben consapevoli di come tutto lo spettacolo sia privo di senso, dal momento che ciò che realmente conta è la pace del sé interiore in cui ci si può sempre ritirare […] (il borghese rimane) inconsapevole che la «verità» della sua esistenza riposa sulle stesse relazioni sociali che egli tende a liquidare come un mero gioco17».
    Dal «frenetico gioco», dal flusso, bisogna sganciarsi a tutti i costi; il borghese che ricerca la pace interiore non mira ad un’integrazione ed un riconoscimento (Anerkennung) nella sua matrice di realtà, la società civile, ma ne prende le distanze come lo stoico dinnanzi alla catena degli eventi che determinavano fortuna e sfortuna. Fare questo è possibile solo quando questa forma di vortice non lo inghiotte e non lo trascina con ferocia.
    Il filosofo sloveno si spinge oltre sostenendo che nell’ambito della coscienza civile il tele-cittadino globale ricerca una forma di auto-annichilimento desiderabile alla stregua del buddhista che nella meditazione ha come mira lo stato di coscienza dell’Anātman, il “Non-Io”.

    (da La crisi europea e la sua ideologia
    Riflessioni a partire da Slavoj Žižek
    di Giorgio Astone
    https://www.sinistrainrete.info/teoria/10663-giorgio-astone-la-crisi-europea-e-la-sua-ideologia.html)

  20. @ennio
    rispondo volentieri, o meglio risponderei, in quanto non sono certo che questo mio commento giunga a destinazione, ossia a te. siccome stamattina ho scritto in questo litblog un lungo e argomentato commento che, giusto o sbagliato che fosse, era un contributo in medias res sulla traduzione/interpretazione di una poesia di sasha g. assolutamente in topics e senza alcuna intemperanza verbale, e questo commento è rimasto per un paio d’ore in moderazione per venire poi cassato – per tale preciso motivo sarò qui brevissimo.
    il borghese dello soveno è l’esatto contrario di quel singolo del danese: entrambi vuoti, il secondo però è disposto all’apertuta estrema, il primo è irrimediabilmente perso.
    d’accordo anche nel porre lo stoicismo sul versante del borghese: me lo ha insegnato ŠESTOV, di cui sta per uscire a mia cura per la morcelliana “che cos’è il bolscevismo?”: sarà per questo che, dopo avere sfogliato in libreria il fresco lenin dello sloveno, su costui preferisco tacere.

  21. @ db

    Sei sicuro che il tuo commento su traduzione/ interpretazione sia stato cassato?
    Anche a me in passato è capitato di dover chiedere alla redazione di LPLC il recupero di qualche commento disperso.

    Tengo a precisarti che ho citato molto strumentalmente questo passo di un saggio su Žižek unicamente per l’accostamento che mi è parso di cogliere tra l’atteggiamento “questi uomini e queste donne libere” che corrono in mezzo ai lupi e il “buddismo occidentale”, che mi è parsa un’etichetta appropriata.
    Ignoro ŠESTOV. Ti chiedo solo se è Lev Šestov di cui ho trovato notizie a questo link: https://mondodomani.org/dialegesthai/apa01.htm
    Un saluto

  22. @ennio
    sì, è lui. io ci sono arrivato attraverso celan (con kierkegaard e heidegger i filosofi preferiti – heidegger preferito anche in senso polemico). mesi fa è uscita una traduzione del suo bel “dostoevskij e niezsche” che ti consiglierei, se non avessero avuto la brillante idea di ritradurlo… dal francese (non so se hai visto la giusta stroncatura su alias, si trova anche in rete). di questo “mio”, che è un pamphlet, sono fiero perché sono riuscito a scovare con l’aiuto di colleghi russi l’edizione originale (c’era solo una traduzione parziale in francese), mandata al macero dalla censura, bolscevica appunto. mi conforta che tu abbia fatto l’ipotesi che il mio commento (essendo analitico, mi è costato parecchio) sia congelato/disperso e non censurato. ho chiesto ieri a italo testa, ma non mi ha saputo dire. mentre era in moderazione, siccome scrivo direttamente qui e non su file, ho fatto una schermata, che però fotografa solo le prime righe. come si fa a contattare la redazione? un’ultima notizia di servizio. il commento che hai contestato all’inizio della discussione l’ho postato io, ma lì mi limitavo a riportare un post di sabella matazzi (lo segnalavo chiaramente sotto il titolo), che pensavo fosse utile al dibattito come controcanto al post di plicastro. sull’università ovviamente avrei qualcosa da dire avendovi passato 35 anni, ma l’idea di poter essere tagliato (per motivi ignoti tra l’altro) mi inibisce eccome (perdere tempo, col passare dell’età, mi diventa sempre più odioso).

  23. @db

    Su Lev Šestov m’informerò di più, anche se sui bolscevichi (in generale) e sull’esperinza della rivoluzione russa forse non la penso come te ( o lui).
    L’indirizzo della redazione lo trovi qui sulla testata di LPLC alla voce ‘Chi siamo’:
    leparoleelecose@gmail.com

  24. @db
    O.T. : avendo una lunga esperienza di commenti non pubblicati per le ragioni più svariate, prevalentemente tecniche in verità, ho preso l’abitudine di conservarne una copia, ad esempio come file word, in modo da poterlo replicare.
    Mi permetto di suggerirle di fare altrettanto.

  25. @ennio e vincenzo
    grazie dei consigli, mi rivolgerò alla redazione. la cosa strana è che, dopo aver visto che il mio lungo commento non usciva più, ho chiesto conto con un commento brevissimo: scomparso pure questo. anzi, sempre nello stesso thread avevo subito segnalato in commento un refuso, col risultato che sono scomparsi entrambi, sia il refuso sia il commento.

    discutere di chi dovrebbe controllre il controllore, di supercommissioni che dovrebbero valutare i risultati scientifici delle persone promosse dalle commissioni… come leggere dal barbiere la rivista “paradossi”.
    meglio una sana sociologia socratica, ad es., che il simile cerca il simile. ai tempi, la torta si spartiva tra cattolici e laici 50%; poi si procedeva alle fette, poi alle fettine, e infine alle fettuccine.
    meglio ancora un’etica basic: come qui è stato detto, è un problema di coscienza, singolo e di tutti. la domanda finale sarebbe: che cazzo di popolo siamo?
    i 2 testi, di policastro e mattazzi, sono sociologicamente interessanti: 2 studiose he escono dallo stesso concorso con esiti opposti. la prima si lagna, la seconda si bea (heidi questo mondo è fantastico). io in genere sto con chi si lagna, perché chi si lagna si muove (per uscire da una situazione spiacevole), chi si bea rimaner fermo. però bisogna stare attenti a come ci si muove. scrivere a enzi capopartito anziché al ministro della p.i è sbagliato; allearsi coi risentiti dell’altra sponda tipo massimiliano parente, è nefasto ecc.
    mi ha colpito l’altro giorno aver visto sulla pagina fb di mattazzi che si designa in bella vista non come docente o che, ma: “journalist il manifesto”.

  26. @vincenzo
    seguirò senz’altro il tuo consiglio (ti do del tu). la cosa strana è che, una volta constatato che il mio commento non usciva più, non sapendo a chi scrivere (lo so ora grazie a ennio, e scriverò senz’altro alla redazione), ho scritto un commento di due righe per dire se mi spiegavano perché il mio commento precedente non era uscito: bene, il commento di due righe non è mai uscito. il caso è dunque intelligente? mi son detto. ma succede di tutto, chiarirò.

    @ennio
    il discorso sul bolscevismo ci porterebbe OT (dico solo che lev era un tipetto: a 15 anni, ne 1881 anno in cui una cellula di “volontà di popolo” uccise lo zar, si fece rapire dalla cellula di kiev per scucire dal padre imprenditore tessile: rimase “prigioniero” per 6 mesi dopodiché i compagni incazzati lo spedirono a casa perché il padre non scuciva niente: prometteva bene, e secondo me ha mantenuto).
    tenere il discorso sul: chi giudica chi? porta direttamente dal barbiere. dire ad es. che le singole università, se sottoposte a standard produttivi controllati dll’alto, spingerebbe le stesse a selezionare meglio: dall’alto significa che avremo una supercommissione che controlla il lavoro delle commissioni che selezionano i candidati, e nella supercommisione si ripeterà l’andazzo attuale delle commissioni.
    meglio un po’ di sociologia: ad es. che in tutti i campi vale la legge socratica del simile che cerca (e trova) il simile. così si spiega la pluridecennale pratica nel mio ramo di dividersi in cattolici e laici, di decidere la fetta di potere (più paritario del 50% che c’è?) assegnata a ciascuno dei due. poi la mezza torta si spartiva tra i membri della fazione ecc. temo, come qui è stato detto, che il problema stia nella coscienza, di ciascuno e di tutti insieme (per coscienza intendo: rispetto, delle persone, del lavoro ecc.). per essere espliciti, la domanda diviene: che cazzo di popolo siamo?
    ho postato il brano della matazzi perché, come dicevo, facesse da controcanto a quello della plicastro: 2 studiose che davanti allo stesso concorso hanno esiti diversi e diverse reazioni: una si bea (sembra alice nel paese delle meraviglie, tra crozza e heidi questo mondo è fantastico) e l’altra si lagna. io in genere preferisco chi si lagna (tra l’altro si guarisce più facilmente dal risentimento che dalla supponenza), perché essendo in una situazione spiacevole si muoverà per uscirne (l’altra invece ha tutto l’interesse a stare ferma e crogiolarsi). ma bisognerebbe stare attenti a come muoversi: scrivere una lettera a renzi che è un capopartito anziché al ministro della pubblica istruzione, è sbagliato; cercare alleanze con altri risentiti della spoda opposta tipo massimiliano prente, è nefasto ecc.
    quanto all’altra, mi ha colpito vedere l’altro giorno che su fb dichiara la sua professione: “journalist il manifesto”.

  27. Grazie Gilda, a dire il vero ognuno (o quasi tutti) di noi ha trovato a un certo punto il tetto di cristallo. Al concorso di dottorato, per l’assegno, per ricercatore, l’ASN…, a ogni giro qualcuno scende dalla giostra perché nessuno ha fatto una telefonata per lui.

    Non scorderò mai quando, ancora assegnista, volevo provare un concorso da ricercatore: “se vuoi, ma fai sapere alla commissione che non ti iscrivi per vincerlo, altrimenti te li fai nemici”.

    L’ASN poi è il colmo, mettono contro alcuni che sono abilitati perché nessuno li chiamerà, con altri, che non vengono abilitati, perché altrimenti verrebbero chiamati.

  28. Per fortuna ogni tanti i corrotti li arrestano. Bel pezzo che parla di varia umanità, anziché I miei concorsi, che sa di Pellico, io l’avrei intitolato “Non arrivano telefonate” (straordinaria espressione). Ma magari in futuro, per un racconto alla Gogol.

  29. Sono stato tra i fondatori delle brigate rosa e mi sono dissociato nel 1972. Ora sono liberale, pacifista e anticomunista. Queste ingiustizie però mi fanno ribollire il sangue nelle vene. Non sarebbe meglio squarciare il velo di ipocrisia? Forse sarebbe meglio se ogni professore assumesse senza concorso il proprio candidato. In bocca al lupo alla bella Gilda! Non si scoraggi e riprovi ancora!

  30. Stavo solo scherzando. Volevo solo sdrammatizzare un poco. Il mio intervento era scherzoso dalla prima all’ultima lettera. Mai prendere le cose troppo sul serio. Dicono gli americani: “take it easy”. Gilda Policastro non ci deve pensare più ai concorsi truccati. Ha tutte le qualità per farcela senza cattedra. Ma cosa ci trova in fondo nell’università italiane? A me ad esempio fanno schifo. Buona vita a Gilda. Questa volta non sto scherzando.

  31. @rdg interessante/inquietante che invece del diretto ascendente – I miei premi di Bernhard – si vadano a dissotterrare Le mie prigioni…

  32. . . . . . Isa Nicce Mattazzi . . . . . .
    LA RINASCITA DELLA TRAGEDIA
    milano .18 ottobre 2017. fbook

    Dieci anni fa ho detto no grazie. Dieci anni fa ho perso il mio lavoro, il lavoro che amavo, e sono morta al mondo. Dieci anni fa le persone che lavoravano insieme a me, soprattutto donne, hanno smesso di telefonarmi, di parlare con me, hanno smesso anche solo di rivolgermi il saluto quando mi incrociavano per i corridoi. Soltanto due persone, i miei due compagni di dottorato, mi sono rimasti accanto e loro sono l’unica traccia affettiva forte di quell’epoca che è rimasta anche oggi. Tutti gli amici che ho adesso sono venuti dopo. Dieci anni fa ho passato mesi interi a piangere disperata per l’angoscia, tutte le sere, tutte le notti, notti interminabili in cui il mondo era diventato un immenso coperchio di ferro sulla testa e non c’era mai speranza e non c’era mai via di uscita. Dieci anni fa sono andata in analisi perché ho avuto paura di impazzire e di fare soffrire troppo il mio bambino, che all’epoca aveva sei anni e che di quel crollo non sapeva, non doveva sapere niente.

    Dieci anni fa sono nata. All’epoca non potevo saperlo, ma lo so adesso e se nella vita ho una certezza è sicuramente questa. Dieci anni fa ho capito quanto forte fosse la mia vocazione, ho capito quanto quello che avevo fatto fino ad allora non era solo un lavoro, ma era una parte di me, era letteralmente carne della mia carne e sangue del mio sangue. Dieci anni fa, in quell’anno in cui ho pianto tutte le notti, ho scritto il mio primo libro, e l’ho spedito alle persone che all’estero stavano in quel momento lavorando su quei temi. Dieci anni fa quelle persone, quegli studiosi, hanno ricevuto il mio libro, mi hanno scritto ringraziandomi e mi hanno invitata a parlarne nelle loro università. Dieci anni fa ho iniziato a viaggiare, ad andare all’estero, a spedire lettere, libri, articoli a persone mai viste prima, senza essere presentata da nessuno, perché quando non hai più nulla da perdere impari a essere sfrontata e il mondo che prima pesava come un coperchio di ferro sopra la testa si trasforma in una rete di sentieri da percorrere, di strade da tentare, tanto se ne va male una, se ne vanno male tante, non ti può succedere nulla di peggio di quanto non è già successo. Dieci anni fa ho iniziato a scrivere per i giornali, a firmare i miei articoli con il mio nome senza farli correggere da nessuno, senza chiedere il premesso a nessuno. Dieci anni fa ho iniziato a dire io. Dieci anni fa sono diventata una figlia, ho scoperto quanto per me mia madre fosse importante, quanto lei fosse realmente la persona a cui aggrapparmi quando tutto crolla, la persona a cui telefonare alle due di notte quando senti il panico che arriva e che ti tiene per ore al telefono finché non si accorge che lentamente l’onda passa e ti stai addormentando. Dieci anni fa sono diventata una madre, ho scoperto quanto il legame tra me e mio figlio fosse forte, quanto pur nella tragedia più nera ci potesse essere comunque uno spazio di felicità, uno spazio intimo, sacro e inviolabile non fosse che quello di passare i pomeriggi sul divano abbracciati a guardare cartoni animati e a mangiare i pop corn. Dieci anni fa ho imparato a scegliere amici che davvero mi corrispondessero e a lasciare indietro tutti gli altri, ho imparato a non tenermi accanto persone che mi accorgo di non stimare e lentamente siete arrivati tutti voi, uno dopo l’altro, una dopo l’altra.

    Dieci anni fa ho scoperto che il crollo di un mondo non coincide per forza con il tuo crollo, ma semplicemente significa che quel mondo lì, quello che hai lasciato e che non ti saluta più nei corridoi, non andava bene per te. Io non farei mai a cambio con la mia vita di prima e nonostante i pianti, nonostante le notti lunghissime e il buio che ho attraversato, sono immensamente felice di avere detto no grazie.

  33. Pingback: Sonderkommando Braudel. Sui concorsi universitari |

  34. La studentessa più brillante del mio corso è diventata associato a cinquanta anni suonati (dopo averne passati trenta dedicandosi alla ricerca anima e corpo) e la compagna più anonima (oltre che brutta, antipatica e cattiva ) è associato da venti anni. I misteri del’ateneo.

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