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Letteratura e realtà

L’Aids non è una metafora. 120 battiti al minuto (Robin Campillo, 2017)

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di Daniela Brogi

[È arrivato nelle sale italiane 120 battiti al minuto di Robin Campillo. Questa recensione è uscita quando il film è stato presentato al Festival di Cannes].

Siamo a Parigi, agli inizi degli anni Novanta – quando trionfavano le sonorità martellanti, da centoventi battiti al minuto, dell’House-music. In una delle prime scene del film, Sean (Nahuel Perez Biscayart), che ha ventisei anni e sta tornando coi suoi amici da una missione dimostrativa, sposta la sua attenzione, e il nostro sguardo, dai discorsi degli altri alla visione del cielo rosa imbrunito sulla Senna, scorrendolo dai finestrini della metro; nel frastuono delle battute che si accavallano Sean, a un certo punto, parlando ai suoi compagni, ma tenendo gli occhi assorti, come se pensasse tra sé e sé, dice: quanta bellezza, quanta vita, quanto mondo in più mi ha fatto vedere la malattia. Restano in silenzio, sia Sean che gli altri: quasi tutti sono sieropositivi e fanno parte di Act Up, il movimento impegnato a organizzare incontri, atti di rottura, azioni provocatorie per scuotere l’opinione pubblica dall’indifferenza, per protestare contro il silenzio insensibile con cui i laboratori non comunicavano i risultati delle ricerche, dando più valore agli interessi delle case farmaceutiche che ai bisogni di essere informati e rassicurati dei malati; Act Up irrompeva nelle scuole per combattere l’ignoranza e informare i giovani sull’uso dei preservativi; o per reagire all’aperta ostilità con cui, negli anni Novanta, il mondo rimuoveva o emarginava l’Aids: quasi fosse una colpa, un’eclatante conferma dell’omosessualità in quanto condizione oscena e contronatura. Una metafora morale per tracciare i confini della società.

Ma torniamo a quel momento sulla metro. «Scherzavo!» aggiunge subito Sean, che è il personaggio più istrionico; e tutti ridono: come quando si ride per allentare la tensione, ma sapendo che, al fondo, l’ironia serve a smorzare una realtà che è perfino troppa; e certe parole, allora, diventano tanto più tollerabili quanto meno si è mostrato di prenderle sul serio. Perché è vero che la malattia può raddoppiare il sentimento della meraviglia del mondo o alterare l’orologio della vita; è talmente vero che proprio Sean è il personaggio più esuberante ma, con uno stacco netto tra la prima e la seconda parte, diventerà la figura attorno a cui ruota il dramma messo in scena dal film presentato ieri a Cannes e che finora sembra l’opera più favorita per la Palma d’Oro.

120 battements par minute non è un film raffinato, in senso cinematografico, ma la fotografia, il lavoro sulla durata e la drammaturgia riescono a far funzionare, in maniera armonica, un’idea che diventa l’idea centrale, e che di conseguenza sa raccontare con un’energia narrativa nuova un tema già affrontato altre volte come l’Aids, e le discriminazioni moltiplicate dalla paura del contagio e della malattia.
L’idea forte, infatti, è questa: mostrare quanta vitalità e quanta narrazione possa sprigionarsi da un’esperienza vissuta non da una singola figura carismatica, ma da un insieme di persone, un gruppo, che prendono parte a qualcosa. Il film di Campillo è un’esperimento sull’attivismo tanto come tema che come forma perché non ci spiega, né ci mostra una situazione, ma ci butta dentro un gruppo in azione, facendoci partecipare, attraverso le scene corali girate e montate con un effetto di presa diretta, a delle azioni di gruppo; e facendoci vivere l’esperienza di scoprire via via, anche secondo una scansione teatrale, cosa può accadere: come del resto succedeva già anche nel film di cui Campillo ha preparato la sceneggiatura: Entre les murs (La classe, 2008), diretto da Laurent Cantet (Palma d’oro come miglior film al 61º Festival di Cannes); o, in parte, anche nel film Revenants, ispiratore della serie omonima:

questa attenzione a un mondo corale e condiviso anziché a una vicenda singola e separata costruisce e assesta un eroismo che non ha niente di individuale, né di martirologico, anche nella seconda parte del film, quando il ritmo convulso della prima parte si rovescia nella lunghe durate della malattia di Sean. Anche qui, infatti, pur mettendo in scena una sofferenza fisica, lo sguardo dà spazio e valore emblematico alla vitalità del mondo di relazioni che può crescere attorno a un corpo malato. Le scene di scatenamento frenetico al ritmo della musica house, e che continuamente arrivano, come una sorta di ritornello, tra un passaggio e l’altro del film, sembrano parlarci proprio di questo coraggio di resistere: a centoventi battiti al minuto.

[Nahuel Perez Biscayart in 120 battements par minute (Copyright Les Films de Pierre)]

 

 

 

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