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Polonia. Viaggio dentro il luogo comune

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di Elettra Santori

Mi cattura appena arrivo davanti al nastro di scorrimento dei bagagli: è seduta sul bracciolo di un divano color tortora, intenta a infilarsi un sandalo azzurro col tacco a stiletto; la gonna leggera, già molto corta, le si è sollevata ben oltre la metà della coscia, e quasi scompare sotto l’ampia camicia che ha lo stesso colore dei sandali pubblicizzati. Poco più avanti, ritirati i bagagli, nel grande atrio che precede l’uscita dall’aeroporto, ne vedo un’altra, coperta solo di borse di pitone, con qualche lembo di pelle che sbuca tra un manico e una cerniera. Da occidentale, sono avvezza al nudo femminile nelle foto pubblicitarie; in altre occasioni non avrei nemmeno notato che le gambe della modella dai sandali azzurri sono scoperte fin quasi all’anca, e la curva di un seno nudo seminascosto tra le borse pitonate non mi sarebbe balzata così lampantemente agli occhi. Ma stavolta è diverso: sto tornando da un viaggio in Polonia, terra di madri feconde e casalinghe risparmiatrici, almeno sulla cartellonistica, e i miei occhi sono disassuefatti allo sfavillio pubblicitario dei corpi lussuosamente svestiti. Per giorni e giorni sui cartelloni stradali non ho visto altro che locandine di Bridget Jones’s Baby e di film della Disney, e pubblicità di prodotti in offerta nei supermercati. Unica, innocente infrazione all’iconoclastia dei corpi nudi era la réclame di un programma tv del day-time, con un uomo e una donna sdraiati sul letto, lui in pigiama e a petto scoperto, lei in castigata lingerie, intenti a guardarsi negli occhi come per darsi il buongiorno appena svegli. Persino l’insegna del privé sotto il mio b&b a Cracovia – un profilo di donna con un Borsalino calato sugli occhi e un piccolo incendio di rosso sulle labbra – evocava solo prudenti e misurate trasgressioni.

Sembra un iperuranio, lo spazio pubblicitario (peraltro poco affollato) che aleggia sopra le teste dei polacchi ed esibisce un mondo domestico e rassicurante di massaie esperte e film per famiglie. Quanto, poi, la vita reale aderisca ai suoi sopracelesti modelli, e alle sue castigate modelle, è la domanda che ho continuato a farmi per tutta la durata del viaggio, senza risposta.

Pastorale varsaviana

Il viaggio comincia a fine agosto proprio da qui, Aeroporto di Fiumicino, gate numero 9. Nel senso che il gate, come sempre accade, è già viaggio: non il suo semplice punto di partenza, ma un anticipo di terra straniera, o meglio, un suo prolungamento extraterritoriale. Osservando il piccolo campione di umanità che si affolla ai gate, afferrando stralci di discorsi e filamenti di storie, il luogo d’arrivo si può già intuire, già è. E la Polonia già mi si mostra nelle facce slave, rotonde e pacifiche, in coda per l’imbarco, nelle monache con gli occhi illuminati dal pensiero della meta, nel giovane prete dall’accento veneto che si affanna tra cellulare e steward per rintracciare un ritardatario del gruppo di pellegrini al suo seguito.

Quando il nostro aereo atterra al Fryderyk Chopin di Varsavia, la piccola comunità del gate si disperde e si fonde nella grande folla aspecifica che popola gli aeroporti; e per un attimo la Polonia sbiadisce in una zona neutra irriconoscibile, presidiata da un’umanità liminare di controllori e hostess apolidi. Ma in una libreria dell’aeroporto, dinanzi ad un espositore di giornali, ecco che la terra polacca ricomincia a inviare segnali della sua identità: riviste femminili di moda e benessere, che espongono in copertina bellezze senza arroganza, da fascia protetta. Corpi esibiti con parsimonia, primi piani, le rughe sincere sul viso di Meryl Streep in un’inquadratura strettissima, quasi al microscopio. Anche le riviste internazionali, nella loro edizione polacca, si piegano all’understatement generale, l’erotismo prende altre strade, meno frontali, sembra volersi raggomitolare sul divano di casa. Niente anche guizzanti né gambe svettanti, persino la steatopigia starlette americana, abituata a inquadrature più retrospettive, qui rimedia solo un primo piano assieme al marito rapper. Beata Kozidrak, popstar di Lublino, in maglietta grigia e pantalone classico verde-blu, si infila la mano tra i capelli e li scosta timidamente dal viso: un vezzo virginale che ricorre su altre copertine e in altre modelle, sorta di divisa ufficiale della donna polacca nell’editoria femminile mainstream. Non manca nemmeno Playboy, con Miss Mar Baltico in copertina, nuda su un cavallo bianco, ma è zonizzato nell’adiacente reparto dei periodici maschili, tra riviste di storia, informatica e motori. Nel complesso, pochi volti internazionali, poca Hollywood, gli ingredienti sono sì di sapore occidentale, ma ricalibrati nelle dosi e nelle proporzioni. L’editoria polacca mainstream ha trovato la sua personale strada al pop, più provinciale, più domestic, in fondo meno volgare.

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Mi sono sempre chiesta come sarebbe il mondo se gli venisse asportato lo spesso strato di popcultura che ne riveste la superficie. Se all’improvviso svanissero le insegne dei consumi vistosi, le pubblicità urlate, l’ansia coloniale di catturare gli sguardi, di promuovere, promuoversi, mediatizzarsi. In una parola, il vetrinismo delle società avanzate. Scopro ora che Varsavia è il luogo perfetto dove ambientare questo esperimento mentale. Le mancano, in effetti, alcuni tra i fondamentali della cultura pop: pubblicità e negozi. Cartelloni e tabelloni stradali sono quasi del tutto assenti. Lungo il tragitto che va da Mirów (il quartiere dove ho trovato alloggio) a Stare Miasto, la Città Vecchia, incontro solo fast food e caffetterie dall’aria rassegnata che somigliano a un dopolavoro ferroviario; ma non vedo negozi che non siano di generi alimentari o di prima necessità. Uniche eccezioni, un cambiavalute ingrottato in uno stambugio caliginoso e una botteguccia nei pressi del Teatro dell’Opera, che non ha nemmeno un’insegna e sembra spuntata come un pop-up da un libro di memorie comuniste. Sarebbe troppo chiamarla merceria, perché incredibilmente non vende altro che bottoni in plastica o in metallo. Due fogli di carta, inseriti in buste di plastica trasparente, di quelle per raccoglitori da ufficio, appiccicate direttamente sulla porta del negozio con lo scotch, descrivono fotograficamente le (scarse) varietà di bottoni disponibili all’interno. Al centro della spoglia vetrina, sopra uno scampolo beige di tessuto per fodera, giace un bouquet di meste scatolette di cartone, una affianco all’altra, piene di bottoni a pressione tutti uguali, come confettini dello stesso colore. Unico ornamento, un vaso di edera finta pende da un supporto fissato al soffitto e allunga i suoi tralci fino alle scatoline, che si stringono l’una all’altra intirizzite di solitudine.

Anche a Stare Miasto, Varsavia si conferma una città no logo. Caffetterie, sale da tè, birrerie, pierogerie, antiche cioccolaterie dagli interni fin de siècle si susseguono in una ininterrotta continuità gastronomica. Nessuna boutique, né brand, tantomeno internazionali. Nulla se non il bianco degli ombrelli parasole sui tavoli all’aperto spezza la bellezza ecumenica di case e palazzi del sei-settecento, pieni di grazia senza appariscenza, senza mai un assolo o un do di petto, come se la città vecchia fosse cresciuta coordinandosi spontaneamente intorno a un’idea di temperanza e sobrietà.

Nel bar mleczny dove mi fermo a mangiare, uno dei pochi rimasti dei vecchi bar latteria, mense per operai oggi aperte anche ai turisti, un’italiana si lamenta dinanzi a un piatto di pierogi con un’amica dall’accento polacco, Volevo comprarmi una maglietta, ma qui non ci sono negozi. L’altra le risponde meravigliata, E invece ci sono eccome, c’è tutta la zona commerciale intorno al Palazzo della Cultura e della Scienza, c’è il centro commerciale Arkadia, che è il più grande dell’Europa centrale! Una rapida ricerca dal cellulare sugli shopping center varsaviani mi conferma l’esistenza di diversi mall, specchiati e smaltati come in ogni capitale del mondo sviluppato. Oasi pop dove il commercio viene zonizzato come altrove lo è la prostituzione nei sex district, mentre il resto della città conserva un basso profilo calvinista, con le sue mille chiese, i cantieri aperti, i grattacieli di Daniel Liebeskind nel quartiere finanziario, i dépliant che vantano gli straordinari business results della capitale e le sue vantaggiose business conditions. Come se a Varsavia si lavorasse non per consumare e dissiparsi nel politeismo delle griffe, ma soprattutto per edificare la gloria di Dio e della nazione.

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Queste strade trasudano morti e macerie. È impossibile percorrerle senza pensare ai bombardamenti nazisti, all’urbicidio ordinato da Hitler per punire l’insurrezione della capitale polacca: «Da questo momento in poi, di Varsavia non resterà altro che un punto sulla mappa». Cartelli con le foto di Stare Miasto prima della distruzione costellano le vie del centro come stazioni di una via crucis; sui marciapiedi, sagome cartonate di giovani insorti varsaviani mal equipaggiati ricordano quanto fosse asimmetrica la loro intifada contro gli invasori nazisti.

Nel monumento all’insurrezione di Varsavia in piazza Krasinski, di fronte alla Chiesa dell’Esercito polacco, i soldati hanno le labbra serrate e gli occhi bassi, vanno docili alla sconfitta contro i nazisti come Cristo in croce. C’è anche la statua di un prete tra gli insorti, li accompagna al sacrificio con lo sguardo piangente della Mater dolorosa sul Golgota. Gli eroi del Ghetto, scolpiti nel monumento eretto poco fuori la Città vecchia nel punto in cui scoppiò la rivolta del ’43, hanno invece gli occhi sgranati sull’apocalisse, le pupille dilatate, avanzano macilenti come zombie nella notte nazista. Varsavia ha un modo peculiare di celebrare i suoi eroi stracciati, spogliandoli di ogni superomismo, di fascino carismatico, quasi beandosi dei loro fallimenti, perché è nella sconfitta che risalta la grandeur del martirio. Il sacrificio ricompensato dall’efficacia del risultato non è più dono, ma solo compravendita. Deve essere inutile per essere autentico, per produrre il plus-valore della gloria celeste.

Spartita tra i potenti vicini, sparita dalla carta geografica, resuscitata nel 1918 per poi venire di nuovo annichilita dal nazismo e oppressa dal comunismo, la Polonia si è rifugiata in sogni messianici, rappresentandosi come Cristo delle nazioni, o Cristo d’Europa, tradita, svenduta, crocifissa dai popoli vicini. Ha cercato conforto nell’idea di un martirio non solo subìto, ma voluttuosamente scelto, aderendo a un supposto disegno divino che la voleva agnello sacrificale per la salvezza del mondo; e così è sopravvissuta, dandosi una forma, un’identità collettiva da divina soccombente come nei disegni di Stanisław Wyspiański, dove la Morte della Polonia è rappresentata nelle vesti di una donna che si offre morbida al martirio. Sofferenza, abnegazione, imitatio Christi sono i principi attivi del “messianismo polacco”. Autocommiserazione, patetismo e una certa necrofilia sono i suoi effetti collaterali.

Di fronte a questi monumenti varsaviani, capisco più a fondo le ultime apparizioni di Papa Wojtyła, la sua volontà di esporre pubblicamente il lento infierire della malattia sul suo corpo. Negli ultimi giorni, mutilato della voce, spalancava la bocca senza emettere suono, come un uccellino implume che disserra il becco negli spasimi della fame. C’era un’estetica, persino un’erotica, e non solo una professione di fede, in quel morire plateale. E una sottile, molto polacca, vena di compiacimento.

Luoghi comuni

Il murale sulla facciata cieca del caseggiato ha un soggetto insolito: una vecchia con un fazzoletto nero in testa che getta mangime ai piccioni. Pare che qui a Praga, sobborgo orientale di Varsavia, in parecchi li allevino per hobby, da generazioni. Sono un identificativo del quartiere, un simbolo rurale per una periferia operaia che un tempo, prima di diventare zona industriale, era un villaggio indipendente e non faceva nemmeno parte della città. Dismesse le fabbriche, sul finire del secolo scorso, alla povertà si sono aggiunti il degrado, la disoccupazione, la cattiva reputazione da suburra dickensiana.

Mi affaccio in un condominio popolare su via Ząbkowska, uno dei tanti atolli operai di Praga. Il cortile è un quadrilatero sterrato dove non cresce un fiore, circondato da parallelepipedi di quattro o cinque piani, color fuliggine. Un vecchio divano fetido marcisce addossato a una facciata, fa da panchina a un uomo sui quarant’anni, seduto a gambe larghe con le mani in mano. Pochi metri più in là, un paio di donne in ciabatte parlottano tra loro, i capelli spettinati tirati su con una molletta. Ogni tanto il loro sguardo si posa con meccanica sollecitudine sui bambini che giocano a rincorrersi sullo sterrato. Al centro del cortile, una statua della Madonna si erge sotto un tabernacolo azzurro cielo, circondato da una palizzata come un sancta sanctorum.

Ogni cortile, a Praga, ha la sua statua della Vergine o del Cristo, troneggianti in mezzo alla lordura. A volte, piccoli altari votivi sospesi su una mensola decorano gli ingressi condominiali sporchi e graffitati, ma la tovaglia ricamata su cui poggia la statuetta è sempre stirata e bianca di candeggina.

Capita di trovarne anche a Napoli o a Palermo, di tabernacoli mariani, a santificare le corti interne di un’edilizia rampicante e sguaiata, ma lì sono parte integrante del disordine, dell’epilessia generale; qui invece, tra questi parallelepipedi fatiscenti, nel centro esatto di un grigiore perimetrato, sembrano un principio ordinatore del caos, lo stabilizzante che trattiene questo microcosmo a un passo dal tracollo definitivo.

Eppur si muove anche l’umile Praga, per combattere gli stereotipi che la inchiodano alla nomea di Bronx di Varsavia: recupera i suoi vecchi opifici in mattoni rossi e li trasforma in musei, centri culturali, teatri, music bar dal nome dadaista come W Oparach Absurdu (Nelle nebbie dell’assurdo). L’atelier fotografico Klitka recluta amici e turisti occasionali da immortalare mentre indossano la maglietta Io amo Praga per sfatare il luogo comune di un quartiere inospitale di alcolizzati, contrabbandieri e attaccabrighe. Dove non arrivano l’associazionismo locale e i volenterosi privati, ci pensa Google ad aprire un proprio campus per ospitare e supportare le startup del posto, recuperando l’ex fabbrica di vodka Koneser su via Ząbkowska. Come Berlino, Roma, Londra, Tallin e tante altre città europee, anche Varsavia si è dotata di un quartiere resiliente, un East End in via di rewitalizacja e rekwalifikacja. Così, da qualche tempo Praga si è conquistata palmo a palmo un posto nei circuiti turistici alternativi a caccia di nuovi stereotipi. Colonie di artisti e startupper, i creativi contemporanei, trovano nelle cattedrali sconsacrate dei vecchi opifici il deserto adatto per l’insediamento, come paguri che si infilano nelle conchiglie vuote. Gli abitanti cercano di darsi altre identità collettive, ma i luoghi comuni nuovi coesistono con quelli vecchi, senza scalzarli. C’è la volontà di tenere tutto assieme, azione e reazione, postmoderno e antimoderno, lo spazio social del campus e dei locali hipster con lo spazio comune dei sacelli mariani condominiali. L’importante, come sempre qui a Varsavia, è saper zonizzare.

Lui e Kasia, parte I

Non sono neanche le cinque del mattino quando una luce acerba penetra dalle finestre della mia camera da letto e comincia a tormentarmi come una mosca mattiniera fino a quando non mi sveglia del tutto. Mi siedo sul letto con una specie di nausea da jet-lag. Quando ieri sera mi sono accorta che alle finestre mancavano imposte e tapparelle – abitudine invalsa in tutta la Polonia e non solo in questo airb&b, come scoprirò presto –, e che la privacy era affidata solo a diafane tendine bianche, era troppo tardi per procurarmi una maschera per il sonno. Inutile provare a riaddormentarmi con questa luce così perentoria già dal primo mattino; meglio accendere il tablet e fare qualche ricerca sui possibili itinerari di viaggio lungo l’asse Nord-Sud delle città sulla Vistola. È così che, rimbalzando di sito in sito, presto inciampo in un blog sulle donne dell’Est, con un post di tale Lui Gioia dal titolo Perché ci piacciono le donne polacche.

Si direbbe a tutta prima solo una wikipedia di luoghi comuni sulla Polonia e le sue donne (alimentati in prima persona anche dalle stesse interessate, che intervengono volentieri a commentare il post). Ma da quando sono qui in Polonia tendo a non sottovalutare più il potere conoscitivo dei cliché. In fondo, più una cultura è identitaria, forte e riconoscibile, e più sono attendibili gli stereotipi che la riguardano, perché è essa stessa che li produce e, soprattutto, vi si rispecchia. E la terra polacca, sempre in tensione verso la forma, la personalità collettiva, la polonità, anche quella di genere, non è in fondo una delle culture identitarie più forti dell’Unione Europea?

 Lui Gioia, maggio 2016:

«È innegabile che le polacche siano belle, molto belle, come è innegabile che nelle repubbliche baltiche ci sia una concentrazione maggiore di belle ragazze. Io stesso, il mese scorso dopo 10 giorni di Riga sono atterrato a Poznan e la differenza l´ho percepita eccome, e parlo anche del modo con il quale le lettoni e le russe curano il loro aspetto. Quando arrivai a Cracovia la prima volta dopo anni di Scandinavia, la differenza l’ho percepita eccome, ma conoscendole meglio le ho preferite. La polacca ha qualcosa che molte altre non hanno: la polacca non ti dimentica, è molto più dolce ed “immacolata”, ha un background socio-culturale simile al nostro, e non è scroccona, ti sa dare bei momenti, hanno un accento molto piacevole e divertente quando parlano inglese. E a letto sono dei tenerissimi giocattoli, davvero amabili… come i pupazzetti che avevo da piccolo… tanti teneri giochi.

Al contrario di una russa o di una baltica, difficilmente ti chiederà di pagarle il volo se lei vuole venire a trovarti. Non che voglia generalizzare, ho tuttora lettoni che non mi si spiccicano e che i voli per venire da me se li pagano loro, come li ho fatti pagare anche alle russe (a loro però con qualche trucchetto). Ancora sul discorso bellezza, la tipologia baltica ha una conformazione fisica più asciutta e slanciata, mentre la polacca ha generalmente un seno più abbondante, ed ha comunque un lineamento particolare con un naso generalmente piccolo e caratteristico: fattori che magari alcuni potrebbero addirittura preferire! E per rendersi conto di quanto siano belle le polacche basta farsi un giro per Varsavia, Danzica o Stettino. Non facciamone comunque un discorso di oggettiva bellezza, ma valutiamo anche il loro lato romantico. Non guardiamole per strada, le donne, impariamo a conoscerle, vediamo come sono fatte realmente. Non pensiamo da pivelli principianti noi, qui si ha a che fare con Professionisti. Non siamo mica degli spettatori noi, che guardano le donne per strada e giudicano quanto sono belle da 50 metri di distanza. Noi le pratichiamo, ci relazioniamo a loro: è per questo che possiamo permetterci di parlarne, di dire COME SONO».

 Kasia, luglio 2016

«Ciao, che bel articolo, mi fa piacere leggere queste cose sulle polacche. Magari non tutte sono cosi purtroppo, ma mi fa piacere che hai una buona considerazione delle polacche. Lui Gioia, secondo te è facile relazionarsi – lui italiano lei polacca? Secondo te un italiano vorrebbe sposare una ragazza polacca?».

 Aneta, luglio 2016

«Un consiglio dalla polacca stessa: noi non siamo delle merci in un negozio che poi guardare ammirare, provare, incalzare e rimettere sul appendino se non ti convince o se il prezzo è troppo caro. Se cerchi questo te ne vai in un bordello e a una ragazza per bene non rompi le scatole, perché quella ha di certo di meglio da fare che perdere il tempo per accontentare te. Vuoi una storia veloce, te ne vai a fare un happy hour a Marina di Ravenna e delle troiette ci trovi a centinaia, fatte quello che dovete fare e poi ogniuno torna dalla rispettiva mamma e pappa. Vuoi avere una storia con una fanciulla belissima, inteligente, dolce, tenera etc… prima di tutto ti chiedi: cosa ho io da offrirle??? Davvero vorreste tutto senza alcun impegno??? Le donne di qualità costano sia impegno che denaro… proprio come una Ferrari!! E voi vorreste di meglio senza sforzi. Solo grazie al vostro fascino e bla bla bla bla … ma chi credete di essere??? Dei tipi come voi io in giro percepisco a distanza… e faccio di tutto per far capire alle mie connazionali che un chico latino, ovvero italiano, non ha problemi a parlare parlare bla bla bla fino a far incantare… ma devono sapere che dietro a quella marrea di parole non c’è nulla di reale o concreto perché se gli chiedi delle prove a quello che dice non le ottieni mai… dunque è un notevole sprecco di energia e tempo… ma magari a qualcuna disperata piace come l’esperienza… ora che sapete cosa ne pensano tantissime polacche potete scegliere. Cambiare il paese e andare dove non conoscono i vostri truchetti… o cominciate a comportarvi correttamente… perché non avete a che fare con branco degli animali da domare… sono gli esseri umani nella loro patria che vanno rispettati!!!».

 Lui Gioia, luglio 2016

«Aneta ma hai per caso lavorato in qualche night o locali affini? :) ma che razza di italiani hai conosciuto?

Kasia certamente, sono forse anzi le uniche. Semmai io mai dovessi sposarmi, sposerei sicuramente una polacca!».

 Kasia, luglio 2016

«Lui, mi fa piacere che un ragazzo italiano ha una buona e positiva considerazione della Polonia. Sinceramente non mi piace sentire, quando si generalizza e si parla male di noi donne, perché mica siamo tutte uguali. Per caso mia amica ha trovato un sito, gnoccatravels, e io purtroppo ho letto questi stupidi commenti. Secondo me, come donna, in Polonia è facile incontrare ancora ragazze genuine, sensibili e fedeli, ovviamente non tutte sono cosi, ma tante. Io sono stata in erasmus e sinceramente ho notato che noi polacche eravamo quelle più normali, sensibili, con molti più valori. In Polonia è inpensabile andare a letto con un ragazzo dopo una sera in discoteca, a parte qualche eccezione, invece nell’ovest, per le ragazze e una cosa normalissima, anche tante italiane hanno dimenticato cosa sono i sentimenti e il rispetto per se stesse. Quindi tanti luoghi comuni verso le polacche sono stupidi e mi fa sempre piacere quando leggo cose positive anche perché sono in tanti casi molto vere. Lui, non ti conosco, magari hai un modo di vivere diverso da me, ma mi sembri un ragazzo con un grande calore umano e una sensibilità maschile che non si trova più. Per questo secondo me meriti una fidanzata o moglie polacca e te lo auguro».

 Lui Gioia, luglio 2016

«Cara Kasia, è sicuramente un piacere per me leggere quello che scrivi, e che pensi. Confermi tutto quello che io sostengo sulle polacche, che sono per me forse le ragazze migliori in assoluto. Ho sempre parlato molto bene di voi e sono sempre stato ben voluto da voi. Non dare assolutamente ascolto a quanto gli altri scrivono o dicono. Su quel sito scrivevo anch’io, cercando di far capire la verità sulle polacche, poi mi hanno bannato. Loro non concepiscono come una donna possa mai concedersi (con me per esempio) se non per soldi. Dai un’occhiata a quello che scrive il loro “gran maestro” sulle polacche, poi fammi sapere. Loro non vi hanno capito oppure non vi conoscono.

Sei una bravissima ragazza, nella vita avrai sempre il meglio 😉».

Ecco servito un feuilleton che la serendipità della navigazione in internet mi offre già pronto come un ready-made. Protagonista, un sedicente esperto del libertinaggio di profondità, che ha eletto la Polonia a terreno di caccia di donne-peluche romantiche e devote: un aspirante Valmont in cerca di prede che gli regalino il doppio piacere dell’appagamento fisico e della sottomissione psicologica, accontentandosi, come contropartita, della pura illusione di un impegno sentimentale. Sua vittima predestinata è la virtuosa Kasia, impaziente di completare con un marito il puzzle del suo cosmo ordinato e regolare, mentre la pragmatica Aneta, donna-Ferrari in cerca di un pilota alla sua altezza e sostenitrice di un paritario do ut des che qualcuno potrebbe anche considerare protofemminista, tenta di metterla in guardia dal fascino inconcludente dell’italiano filo-polacco.

Al romanzetto epistolare social che si va scrivendo da sé, un post dopo l’altro, manca ora solo l’ineluttabile finale.

F. C.

«L’audio è pieno di fruscii, ma non mi si dica che non è emozionante ascoltare questi venti secondi del Notturno op. 9 n. 2 di Chopin … eseguito dallo stesso Chopin». Lo speaker di Primo Movimento, su Rai Radio3, non aveva nascosto la sua soddisfazione annunciando, nell’aprile del 2016, lo scoop di una registrazione storica inedita, ancora molto disturbata nonostante il duro lavoro di ripulitura eseguito dai fonici dell’Università di Nohant, dove Chopin viveva con George Sand. Venti secondi, l’apparizione frusciante di un fantasma. Le mani di Chopin che sfiorano esangui i tasti, sfalsando i suoni simultanei, estenuando il tempo. Un’esecuzione sull’orlo del precipizio, come in una celeste agonia. Oggi nessuno suona più quel Notturno con l’amore malato che ci metteva il suo autore, si dà più risalto allo Chopin epico, padre della patria, “Mickiewicz del pianoforte”. E anche la Polonia cerca di scrollarsi di dosso il suo destino (ma non il suo passato) di sublime perdente e martire eroica.

Eppure, sia in Chopin che nel suo popolo, c’è un’attrazione per l’infelicità e l’impotenza di cui è difficile disfarsi, e che ora ritrovo qui, nel Museo che Varsavia ha dedicato al grande polacco. Tra tanti cimeli, quello che colpisce la mia attenzione è il suo fazzoletto da taschino, racchiuso in una teca-reliquiario. È in lino bianco, finissimo come carta di riso, accuratamente ripiegato in quattro parti. Le iniziali F.C. ricamate in rosso con un segno appena visibile sembrano un rivolo di sangue, una traccia tubercolotica del suo possessore, che morì di tisi dopo aver sofferto di mille altri mali per tutta la vita. Una didascalia li elenca doviziosamente: tosse cronica, carie, scompensi gastro-intestinali, problemi cardiaci…

Esco dal Museo con l’impressione di aver visitato la chiesa di un santo laico dal corpo segnato di stimmate, in cui musica, patriottismo, amore e malattia si confondono in un’unica incurabile infiammazione.

Casa di bambola

La luce plana con flemma pomeridiana sul Santuario della Madonna nera.

Una gigantesca e invisibile boule di vetro circonda Jasna Góra – Monte Chiaro, monte che non è un monte bensì collina circondata da una pianura campale – e le fa intorno un vuoto ontologico. Częstochowa, la città vicina, sembra che non esista, benché si trovi a soli 10 minuti da qui, e non dà segni di campanili svettanti o Corviali di periferia a cingerla come staccionate di cemento.

Il parcheggio del Santuario è vastissimo, una coltre di calcestruzzo drenante-bloccante su cui si spengono gli estremi afflati di una già bolsa luminescenza. Macchine e autobus fanno ingresso al ralenti ai varchi del parking, si accostano in processione solenne ai custodi, che solennemente rilasciano lo scontrino ai conducenti, e vanno a infilarsi negli appositi spazi di sosta con terminale solennità. L’atmosfera è sospesa ma vigile, come nella sala d’attesa di un ospedale. Aleggia una mano invisibile e infermiera della salvezza umana, un welfare dello spirito premuroso del benessere dei pellegrini, e persino dei loro averi, come dimostra la quantità di cartelli che paternamente esortano i visitatori a non lasciare oggetti di valore nelle automobili.

Mi unisco da clandestina al flusso di pellegrini che percorrono la strada d’accesso al monastero tra due ali di bandiere internazionali. Guardano dritti verso la meta, in mesmerica attesa, una borsa a tracolla, uno zaino a spalla, l’anima già detersa dal lungo cammino a piedi verso Jasna Góra. Non hanno nessuna luce speciale negli occhi, non sprizzano estasi mistica, sono anzi piuttosto assenti, anche se non distratti. Semplicemente, non osservano nulla. Cammino tra loro col sentimento della mia diversità, nella certezza che la mia dissociazione traspaia dall’andatura, dal vestito, dal viso. Ho come il presentimento che un detector nascosto all’improvviso comincerà a strepitare per segnalarmi alle Autorità con un puntatore laser dritto sulla faccia. Ma mi accorgo presto di essere invisibile e che lo sguardo del pellegrino è una bilancia rotta che non misura più nulla. Ai suoi occhi, io, la bellezza del luogo e le recenti pozzanghere ai bordi del sentiero, abbiamo lo stesso risibile peso.

Appena varcato il portale d’ingresso del monastero, il welfare spirituale subito appronta una specie di abbeveratoio con una sequenza di fontanelle a canna, e bagni pubblici dove però ai rubinetti manca momentaneamente l’acqua. Dinanzi alle miserie del corpo, i pellegrini si riaffratellano e solidarizzano: all’uscita dei bagni, qualcuno tira fuori un flacone di gel antisettico, se ne serve per primo e poi ne fa dono agli sconosciuti coinquilini della toilette. Con sorrisi di complicità e gratitudine, uno ad uno i presenti si servono del purificante e lo passano al confratello vicino. Poi ognuno riprende la sua strada, di nuovo incapsulato nella sua intentio mariana.

La torre campanaria, un minareto bianco a pianta quadrata, si tende come una baionetta a protezione della cappella della Madonna nera. In cima, sulla punta corrosa, diventa color verderame, sembra sul punto di sgretolarsi sotto il peso del cielo fatiscente in procinto di pioggia. Gli ultimi pellegrini della giornata entrano affrettandosi nella cappella dove è in corso messa senza neanche guardarsi intorno, si muovono familiarmente tra le navate, per nulla estatici delle eccedenze barocche di ori e stucchi che invece accecano me (eppure, in quanto romana, dovrei ormai essere assuefatta alla farcitura secentesca degli interni delle chiese). Sulle pareti delle navate laterali, però, la grande bouffe barocca lascia il posto ad altro tipo di bulimia decorativa. Spillati su ampi pannelli di legno come imenotteri in una teca, migliaia di ex-voto in argento e ambra saturano la superficie di bagliori soffusi: è una tesoreria di rosari, stampelle, miniature di bambini in fasce e di membra umane sfuse – gambe, piedi, occhi, orecchie, gole, polmoni – gridanti alla guarigione miracolosa.

L’unico spazio indecorato è il pavimento delle navate, completamente sguarnito di banchi e inginocchiatoi: semplici mattonelle bianche e nere dove i fedeli sostano in piedi, immoti come pezzi su una scacchiera, o in alternanza genuflettendosi sulla nuda pietra. Molti di loro, soprattutto anziani e bambini adorni di coroncine di fiori secchi, imboccano un cunicolo alla sinistra dell’altare che passa dietro l’Icona della Madonna, e lo percorrono interamente ginocchia a terra, tratteggiando goffi passettini, finché non sbucano a destra riamalgamandosi alla folla degli astanti. Nessuno dei preti che assistono alla messa mescolati ai fedeli si sente in dovere di sanzionare l’impudicizia in shorts o minigonna delle pellegrine più giovani, poiché al momento della genuflessione, quando la carne scoperta si arrosserà di sporcizia e sfregamento, l’indecenza tornerà utile alla penitenza e alla mortificazione.

Al suono del campanello, tutti si genuflettono tranne me, ma nessuno lo nota né mi guarda di sbieco. Nemmeno la monaca che mi sta affianco, con la sua faccia levitica, cortecciosa, sembra avere intenzione di farmi pesare la mia inappartenenza. Guardano tutti dritto dinanzi a sé verso l’altare della Madonna Nera, l’espressione prosciugata da un’attesa puntiforme che ottunde la percezione del mondo. Hanno volti anacronistici, da mangiatori di patate che consumano il loro umile pasto alla luce fioca di un’esistenza dimessa. Sembrano contemporanei dei tanti polacchi scesi in Italia negli anni Ottanta al seguito di Papa Wojtyła, che si insediarono nei ricettacoli della campagna romana divenendo braccianti, badanti, donne di servizio. Li incontravo da bambina sulle corriere in transito lungo l’Aurelia, facce kieślowskiane non edulcorate nella loro banalità, gli abiti frusti, le buste di plastica del supermercato usate come borse da viaggio. Vivevano soprattutto tra Passoscuro e Ladispoli, zone contadine di endemiche solitudini e terrigno conservatorismo, prospere di grano e voti cattolici. L’Aurelia, che ne attraversa la piatta fecondità nascendo dietro Piazza San Pietro, sotto le mura Vaticane, era come un cordone ombelicale irreciso tra Papa Wojtyła e i suoi polacchi spersi nell’Agro romano. Oggi, a distanza di qualche decennio, ritrovo qui intatti quegli stessi corpi da fatica, le stesse facce molli di sofferenza e accettazione del destino che incontravo sulla corriera Roma-Ladispoli. Polacchi dell’entroterra rurale che dal fortilizio mariano di Jasna Góra danno l’impronta di sé alla nazione intera. I loro canti a gola spiegata, innalzandosi al cielo, disegnano lo skyline della Polonia più degli alteri grattacieli di Liebeskind a Varsavia.

Nell’aria densa di miraggio, la voce del sacerdote ricama arabeschi in lingua polacca con rare particelle di latino. Mi avvicino al presbiterio, che fa luogo a sé rispetto alla cappella: transennato da una cancellata in ferro e oro alta fino al soffitto, ha l’aspetto di una oscura grotta delle apparizioni dove l’icona della Madonna nera viene messa in scena. Se nelle navate trionfava il bagliore artificiale della farcia barocca, qui domina un buio appena albeggiante. Sembra quasi che, varcata la transenna, la luce sia collassata, precipitando nel buco nero dell’altare di ebano dove è incastonata l’Icona. È lei, l’Odigitria, l’unico punto luminoso del palcoscenico. Un’incamiciatura di argento e pietre preziose (una delle sette “vesti” del gemmeggiante corredo mariano che rivestono la Vergine a seconda delle festività) ricopre interamente la tavola lignea, lasciando liberi solo il volto e le mani della Madonna e del Bambino. Ai piedi dell’altare, i fedeli, ancora più numerosi che nelle navate, siedono su una folta platea di seggiole, che servono da strumento di contenzione dell’entusiasmo per la prossimità alla Regina. Nell’insieme la mise-en-scène pare studiata come un evento teatrale: buio in sala, una platea, un palcoscenico, una diva.

Ora non so bene cosa accada, il prete deve aver pronunciato un “la messa è finita” perché all’improvviso tutti i fedeli seduti in platea si drizzano in piedi a braccia tese e cellulari spiegati, e cominciano a scattare foto all’Odigitria. Colpito dal fuoco amico dei flash, il viso della Madonna si svela: è un piccolo ovale di sposa bambina, ingoffata sotto un manto di gemme che sembra opprimerla di responsabilità. Ha una ritrosia nello sguardo, quasi fosse stata trascinata a forza dentro una devozione femminina che, da secoli, la veste e la sveste di abiti regali come una Barbie Principessa. Lo scatenamento dei flash, rifrangendosi sulle luminarie della veste, fa risaltare ancora di più il suo incarnato scuro di palestinese che l’armatura preziosa sembra voler negare, soffocandole il viso in una morsa d’argento. Sotto l’occhio sinistro reca ancora lo sfregio che nel 1430 gli hussiti profanatori del monastero le impressero a spada, e che i restauratori non vollero cancellare: che si vedesse pure la guancia stuprata e trionfale, monitante al popolo dei fedeli e degli infedeli, ad maiorem dei gloriam et Poloniae.

Madre della Patria, Regina taumaturga, riscatto dei miserabili, non c’è traccia di simili ruoli sul viso di questa giovinetta dallo sguardo retrattile, le labbra conchiuse in un piccolo broncio, la piega nera tra le sopracciglia che hanno gli adolescenti quando gli adulti li mettono sotto pressione. Altre Madonne sono più bendisposte all’afflusso di devozione, hanno visi condiscendenti, seppure modesti, e ricevono la spettanza del culto pronte a rimetterlo nelle mani di Dio. Ma la Vergine di Jasna Góra non ha abnegazione né remissività: imbacuccata di gemme, sembra fremere di coercizione come in una casa di bambola.

A parti invertite

Il ristorante, un astratto e azzimato locale art-déco, si trova in un seminterrato sotto un edificio gotico nello Stare Miasto di Toruń. Pouf in pelle, divanetti capitonné, poltrone dai braccioli in faggio curvato al posto delle comuni sedie, sembra di stare sul set di un film in stile “telefoni bianchi”. «I mobili li ha ideati mia moglie», mi spiega P., il proprietario. «Anche quello l’ha fatto lei», e fa cenno a uno dei quadri che punteggiano le pareti: una grande bocca iperrealista semiaperta su una dentatura di spavalda bianchezza. Le chiedo se sua moglie sia italiana come lui. Mi risponde che è polacca, di Toruń, emigrata a Roma negli anni Novanta. Lei pittrice, lui regista televisivo, si sono conosciuti e sposati nella Capitale. «A un certo punto il lavoro ha cominciato a scemare, allora ho messo su una società di produzione televisiva. Dopo qualche anno non ce l’ho fatta più, ero sommerso dalle tasse».

P. è uno degli oltre cinquemila italiani residenti in Polonia, emigrati in massima parte per motivi di lavoro (lo attestano i dati del Comitato Italiani all’Estero-Polonia) sull’onda della call to action di un’economia in ripresa, tra le poche che l’Europa possa vantare. È alto, segaligno, i capelli grigi e intemperanti stretti in una lunga coda; ha un passo e movenze bradicardiche e parla come gettando le parole su un tavolo da gioco, ma quando racconta della Polonia si mobilita, prende un assetto da ambasciatore onorario: «Quando ho annunciato che mi sarei trasferito a Toruń, amici e conoscenti mi guardavano con compassione: per loro la Polonia era solo terra natia di badanti e domestiche, di maschi inutili e alcolizzati. Un’umanità derelitta aggrappata alla sottana del Papa polacco, e, ora che lui non c’è più, al suo ricordo. La Polonia, per i non polacchi, è Częstochowa e poco altro, una specie di Tor Bella Monaca d’Europa. E invece hai visto Toruń com’è bella?».

Toruń è incantevole, in effetti. Rossiccia di chiese e campanili gotico-baltici, iridata di facciate pastello nelle casetorri dei ricchi mercanti anseatici. Una bellezza autentica, perché miracolosamente inviolata dalle bombe della Luftwaffe. Arrivando ieri sera col treno da Cracovia, avevo potuto scorgerne solo le forme capricciose, il doppio elmo del campanile di San Giovanni Battista, i curvacei frontoni a cartoccio come nelle chiesette veneziane, o a gradoni, brabantini, di quelli che paiono organi a canne. Stamattina, invece, ho conosciuto anche la città antropizzata, colta nel mormorio crescente della ripresa settembrina: gente dal passo feriale e dal dress-code impiegatizio, gruppi di studenti all’entrata dell’Università Copernico, tutte facce da cui ormai andava scolorando ogni traccia della spensierata diaspora estiva. Nelle stradine fitte di sgomitanti casetorri, negozi di varia mercanzia offrivano in saldo articoli danesi e tedeschi, in linea col genoma protestante e teutonico, non solo cattolico e polacco, di questa parte di Pomerania che fu a lungo prussiana. Ragazze fluttuanti nella loro gonna a ruota, sensibile agli sbuffi di brezza – probabilmente liceali in divisa – affabulavano coetanei in giacca e cravattino con la loro serica presenza: lunghi capelli da ondine, ponderate movenze e l’Occidente negli occhi. Lungo le scarne sponde della Vistola, sui barconi-bistrot, i turisti si adagiavano nella deresponsabilità delle loro giornate fluide. Bevevano herbata e guardavano il fiume anodino, fasciati da un torpido azzurro.

«Anche lo chef e uno dei camerieri del ristorante sono italiani, di Roma come me», continua P. con noncurante soddisfazione. Il suo revanchismo personale contro gli italiani che non hanno capito la sua scelta è ancora un po’ dolorante, ma umano e senza astio. Si sente un pioniere, più che un imprenditore di successo: mi parla dei frutti della terra polacca, rasenta l’entusiasmo di un Gauguin in Polinesia, «certi funghi enormi, mai visto niente di simile in Italia, mirtilli e frutti di bosco a perdita d’occhio … e la carne è eccezionale». Decanta le donne polacche, belle e faticatrici, che portano sulle spalle il peso della famiglia e di uomini non sempre alla loro altezza per solidità e intraprendenza. E racconta l’amore dei polacchi per l’Italia, foce naturale della loro spiritualità, e per gli italiani, che accolgono fraternamente, «come se si sentissero onorati del nostro turismo e della nostra emigrazione, per loro è come un upgrade. È vero che non amano l’immigrazione islamica. Ma c’è da capirli: ospitano già tanti immigrati dell’Europa orientale …».

Cinquemila390 italiani residenti in Polonia nel 2016: non si può certo parlare di un esodo (per quanto l’Aire, l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero, ne attesti una costante crescita). La Polonia per noi è ancora una meta emigratoria di nicchia. Ma gli italiani che la scelgono hanno almeno il vantaggio di potervi emigrare senza lo stigma dei diseredati, come nobili decaduti che trovino deferente riparo in casa dei loro ex servitori imborghesiti.

La Madonna del Red light district

Il divano-letto è in pelle bianca, i cuscini – zebrati, leopardati e fourrure – vi giacciono come animali sazi in uno zoo. Sul pavimento ruggisce una pelliccia sintetica di orso bianco, alle pareti avvampa un rosso pompeiano. La minicucina non manca di un tavolo da pranzo con sedie in plexiglas di Philip Stark e c’è persino una bottiglia di champagne a darmi il benvenuto in frigorifero. Nel microbagno a piastrelle paprika, biancheggia un microlavello di geniale esiguità, mentre una tenda-doccia leopardata oscilla a immaginati, desertici venti. I vicini cantieri di Danzica filtrano dalla finestra attraverso tendine vedo-non vedo, stanotte dovrò schermare i vetri con una coperta per proteggermi dalla voyeuristica promiscuità con l’esterno. Riviste di motociclismo sbucano ad ogni angolo (i proprietari del monolocale che ho affittato sono una coppia di bikers), ma nell’insieme l’atmosfera è soffice, da love hotel. Sopra la porta d’ingresso, una targa bianca e rossa celebra il Red Light District di Amsterdam. E al di sopra della targa, un’immagine lenticolare della Madonna, nella doppia veste di Madre con Bambino e di Vergine di Medjugorje, regna sull’eteroclito insieme con la faccia di chi ha bussato per sbaglio alla porta di una casa di appuntamenti. Una presenza incongruente, di cui però la casa polacca, anche la più imbellettata, non può fare a meno.

Il volo pindarico del Tupolev Tu-154M

«Qui riposano i venerabili Konrad Letzkau e Arnold Hecht, proconsoli della città di Danzica, che lasciarono questo mondo il lunedì dopo la Domenica delle Palme nell’anno del Signore 1411». Nella Mariacka, basilica-monstre di Danzica che troneggia nel centro città come un’astronave gotica, un’epigrafe su un sepolcro ricorda due protagonisti della rivolta cittadina contro i Cavalieri teutonici, invitati nel Castello dell’Ordine a trattare la pace e poi uccisi a tradimento.

Nulla di strano nella sepoltura di due politici del Quattrocento nella chiesa più eminente di Danzica, rientra perfettamente nel quadro della promiscuità premoderna di religione e politica. Ma quello che scorgo passeggiando lungo il transetto sinistro della Mariacka, in mezzo ad una wunderkammer di sculture e polittici tardogotici, è decisamente più anomalo: un monumento funebre di granito nero in ricordo della tragedia di Smoleńsk del 2010, quando il Presidente Lech Kaczyński e buona parte dell’élite politica polacca, diretti in Russia per commemorare le vittime dell’eccidio sovietico di Katyń, rimasero coinvolti in un oscuro incidente aereo.

Quattro grosse schegge di granito, conficcate (ma sarebbe meglio dire schiantate) su un basamento, allusione al relitto del Tupolev Tu-154M precipitato a Smoleńsk, recano incisi i nomi delle vittime, mentre un Gesù risorto e goffamente benedicente affiora dai rottami simbolici reggendo in mano il vessillo crociato: aleggiando con la sua presenza divina sopra i morti, automaticamente li transustanzia da vittime accidentali di una sciagura aerea a martiri, da politici a testimoni di Cristo. Nella grandeur messianica dei polacchi, la tragedia, quando accade, non è mai solo un accidente della storia, ma prende una piega sovrannaturale, si sovraccarica di contenuti extra. «Il Presidente Kaczyński ci ha lasciati in circostanze particolari, si potrebbe dire eroicamente, perché era diretto a Katyń per onorare i martiri polacchi», disse all’epoca il cardinale Dziwisz. Smoleńsk è stata un riattivatore di memorie angosciose, una tragedia che ha decimato la gran parte della classe politica della Polonia esattamente cinquant’anni dopo che il massacro di Katyń ne aveva falcidiato la classe dirigente. Una disgrazia che imita un massacro con impressionante corrispondenza. Ma le parole di Dziwisz vanno ben oltre l’analogia: trasformano una sciagura aerea in un atto di eroismo, trasportando Kaczyński in volo pindarico dalla Storia alla Gloria intra e sopramondana.

Scoprirò in seguito che l’obiezione più forte alla presenza del monumento a Smoleńsk nella Mariacka viene da uno storico dell’arte, Jacek Friedrich, ex Presidente del Consiglio provinciale per la protezione dei monumenti, dimessosi in polemica con la scelta di una scultura commemorativa giudicata «un incubo estetico», indegno di stare nella Mariacka assieme alla Pietà di Danzica e al Giudizio finale di Memling. Nessuna rivendicazione, dunque, di un’auspicabile separazione tra Stato e Chiesa, nel gesto di Friedrich: «Come cattolico praticante, sostengo psicologicamente ed emotivamente l’idea di commemorare le vittime del disastro di Smolensk, ma non in questa forma», ha dichiarato. E contro quella che ha chiamato la «libertà di kitsch», ha sottoscritto assieme ad altre personalità del mondo dell’arte una petizione all’Arcivescovo di Danzica, affinché accetti di sostituire l’esorbitante monumento funebre con una semplice targa su una nuda pietra.

Oggi le spoglie di Lech Kaczyński e di sua moglie, morta con lui nell’incidente aereo, sono sepolte a Cracovia nella Cattedrale del Wawel, santuario nazionale della Polonia dove riposano i più importanti sovrani polacchi, gli eroi nazionali Tadeusz Kościuszko e Józef Piłsudski, e il vate Adam Mickiewicz. Molte proteste si sono levate contro la scelta di un luogo simbolico come il Wawel per la coppia presidenziale («Kaczyński non era re», «Kaczyński non era Piłsudski»), e molti hanno indicato la meno emblematica Cattedrale di Varsavia come sede appropriata per la sua tomba. Nessuno però ha sollevato obiezioni radicali sulla scelta di una chiesa come luogo di sepoltura per un leader politico contemporaneo su cui non è in corso nessun processo di canonizzazione.

Anche Alcide De Gasperi riposa a Roma nella Basilica di San Lorenzo fuori le mura (più precisamente, nel portico che precede la facciata, e non all’interno della chiesa), ma nel suo caso, subito dopo la sua morte, è stato avviato un processo di beatificazione. I re d’Italia Vittorio Emanuele II e Umberto I (insieme a Raffaello, Vignola, Arcangelo Corelli e altri grandi artisti) sono sepolti nel Pantheon, tempio pagano cristianizzato in “Basilica di Santa Maria ad martyres”; e tuttavia la “Rotonda” non è la Cattedrale del Wawel, santuario cattolico in cui appartenenza religiosa e memoria storica coincidono, bensì una chiesa che non odora d’incenso, di proprietà del demanio pubblico.

Persino in Italia, terra di una fragile laicità e di continui sconfinamenti della religione nella cosa pubblica, è difficile immaginare la sepoltura di un leader politico in un luogo di culto. Il Diritto Canonico vieta la tumulazione di cadaveri nelle chiese, fatta eccezione per le spoglie del Pontefice, dei cardinali e dei Vescovi diocesani: una norma nata da motivazioni igieniche e sanitarie, che però lentamente ha modificato la nostra sensibilità, disabituandola a considerare le chiese come luoghi appropriati per la sepoltura dei non ecclesiastici. Anni fa fece scalpore la scoperta che un boss della Banda della Magliana era stato sepolto nei sotterranei della Basilica di Sant’Apollinare a Roma col nulla osta del Vicariato e in deroga al Diritto Canonico; lo scandalo che ne nacque provocò l’estumulazione della salma, poi cremata. Ma l’inopportunità di seppellire laici in Chiesa prescinde dalla questione della degnità del morto. Aldo Moro, vittima diretta, e non riflessa come Lech Kaczyński, del terrore comunista, è sepolto nel cimitero di Torrita Tiberina, paesino appartato e semisconosciuto del Lazio. Anche se le circostanze del suo assassinio non avessero turbato i rapporti della sua famiglia con la Santa Sede, accusata di aver fatto ben poco per la liberazione del sequestrato, è difficile ipotizzare che i resti del “martire” Moro sarebbero stati sepolti nel Pantheon o in un altro, meno rappresentativo, luogo di culto.

Nulle part

«Perché?».

Prima di partire, era questa la domanda che leggevo negli occhi perplessi di quelli a cui annunciavo il mio viaggio in Polonia.

Qualcuno si era anche lanciato in ipotesi interpretative:

«Ti sei convertita?».

Solo un’amica architetto non si era mostrata sorpresa: avendo studiato l’architettura mimetica di Varsavia e Danzica, ricostruite “à l’identique” dopo i bombardamenti della Seconda guerra mondiale, sapeva che la Polonia può destare anche amori profani e curiosità laiche. Ma in generale, quello che avevo notato era la povertà del nostro immaginario sulla Polonia e la nostra incapacità di visualizzarla se non incarnata nei suoi individui cosmico-storici – Wojtyła, Wałęsa – o, più raramente, nei suoi artisti: Kantor, Gombrowicz, Kieślowski, Szymborska. Forse perché la Polonia non produce una popcultura esportabile che non sia quella cattolica dei pellegrinaggi nei santuari e della devozione popolare, e perlopiù resta argomento di studi specialistici, di riviste di cultura e geopolitica, di pubblicazioni religiose.

En Pologne, c’est-à-dire nulle part, scriveva nel 1896 Alfred Jarry ambientando il suo “Ubu Roi” in Polonia, che all’epoca esisteva solo come nazione “spirituale”, identità di popolo senza più una patria geografica. Oggi la Polonia è ancora un luogo “da nessuna parte”, invisibile agli occhi. Un corpo mistico. Concretamente non si sa cosa sia, non ne abbiamo rappresentazioni che non siano quelle del Papa polacco, di Wałęsa che arringa al microfono gli operai di Danzica, del generale Jaruzelski nascosto dietro la maschera funebre dei suoi occhiali scuri: tutti uomini-simbolo, sintesi di un’era o vertici di un processo storico. Ma nessun fotogramma di luoghi fisici a cui ancorare le nostre percezioni di spettatori esterni dei suoi destini. Spartita, dissolta, riallocata in confini sempre mobili, annichilita dai bombardamenti, la Polonia non è abituata a rappresentarsi attraverso i luoghi, suo corpo terreno e caduco. Si pensa come civitas spirituale al seguito di uomini-faro: Chopin, Mickiewicz, Wojtyła, Wałęsa, Lech Kaczyński …

Restano impresse nella mente anche le sue folle: di fedeli raccolti a Częstochowa per le messe papali, o di scioperanti nei cantieri navali di Danzica, nei giorni che precedettero la fondazione di Solidarność. Ma le foto dei cortei contro l’attuale governo di destra, per l’aborto e la libertà di stampa, sono ancora patrimonio di un immaginario di nicchia (quello di lettori esperti e informati sulle vicende internazionali), non certo collettivo. Forse perché devianti rispetto al nostro stereotipo di Polonia, nazione cattolicissima, Antemurale Christianitatis.

Crash test

Che fare, allora, negare lo stereotipo? Liquidarlo automaticamente e ottimisticamente come falso e superato, e guardare a latere, esaltando i contro-stereotipi, che in fondo altro non sono se non contro-generalizzazioni?

Respingere un luogo comune solo perché tale, destituirlo di ogni verità senza provare a viaggiarci dentro non è il modo migliore per combatterlo. Quando sono arrivata in Polonia cercavo inconsciamente altre verità che capovolgessero i preconcetti sulla nazione identitaria e cristianissima che anch’io avevo messo nella valigia della partenza. Anni di formazione interculturale mi avevano abituato a pensare che lo stereotipo è come un castello di sabbia destinato a sciogliersi sotto l’onda d’urto della realtà: un’imitazione scadente, che non regge alla prova dei fatti. Sempre e comunque falsa.

E invece, nell’impatto con la Polonia in vivo, il luogo comune ha resistito e ha superato il crash test. Il confronto con la realtà lo ha sfumato, ammorbidito, ma non sgretolato. Capita quando si ha a che fare con una cultura olistica, dove conta l’appartenenza ai gruppi primari (famiglia, etnia, comunità nazionale o religiosa …) e la “biodiversità” degli individui viene considerata un rischio per la tenuta d’insieme. Ci sentiamo meschini, superficiali, quando utilizziamo i luoghi comuni per comprendere il diverso, come se il cliché fosse sempre e comunque una nostra svista sulla realtà profonda. E così dimentichiamo che, almeno nel caso delle culture identitarie, sono le stesse comunità a generare gli stereotipi come un loro prodotto interno, a rispecchiarvisi con orgoglio, almeno in via maggioritaria, e a desiderare che lo stereotipo resista contro il divenire del mondo centrifugo. Come la Madonna lenticolare che regnava al vertice del monolocale di Danzica, tra tessuti animalier e vagheggiamenti da easy-rider.

Lui e Kasia, parte II

Kasia, settembre 2016

«Lui, sinceramente non ho capito la tua risposta. Non voglio leggere queste cose su questi siti stupidi e non capisco perché scrivevi in questo sito anche tu. Poi cosa vuol dire per te concedersi? Sicuramente sei un bravissimo ragazzo, anche se, oltre questo articolo sulle polacche, molto simpatico e dolce, ovviamente non mi piace questo sito. Non condivido tutto questo concetto di divertirsi senza impegno, trattare un’altra persona come oggetto sia uomo che donna. Comunque si può capire che hai una grande predisposizione di essere un bravo marito e sicuramente un buon padre. Te lo auguro. Ti auguro di lasciare queste idee di questo sito:) Grazie per le tue risposte. Sei molto gentile e simpatico. Ti saluto calorosamente:)».

Lui Gioia, settembre 2016

«Carissima e dolce Kasia, non devi pensare minimamente male di me 😉 Tua sfortuna è che non mi conosci di persona, passeresti sicuramente dei bei momenti con me :) Come va la vita?».

Kasia, settembre 2016

«Dolcissimo Lui, dipende cosa intendi “bei momenti”, per me non è sicuramente sesso facile, davvero non tutte ragazze polacche sono facili. Tante siamo normali e sogniamo una relazione sentimentale NORMALE, siamo anche persone umane che vogliono essere amate.

Si, penso e spero che tu sia una persona con tanti valori. Penso che anche tu ti puoi sentire sfortunato che non mi hai conosciuto di persona…:) Ti auguro con tutto il cuore una bellissima relazione (magari con una polacca) con un amore vero e maturo».

Lui Gioia, settembre 2016

«Cara e Dolce Kasia, è certamente una sfortuna anche per me non conoscerti di persona :) Io sono di ***. Tu dove vivi? Se vuoi, potrei venirti a trovare…».

 

[Immagine: Skyline di Varsavia].

 

4 commenti

  1. Senza polemica: quanto si può capire di un luogo senza conoscere la lingua che vi si parla?

  2. Credo che questo sia un problema tutto sommato secondario nel mondo globalizzato e mediatizzato dove esistono svariati by-pass comunicativi (l’inglese come lingua ponte, un’infinità di materiale documentale in rete ecc.) che permettono di aggirare l’ostacolo.
    E poi non parlano solo le persone, parlano anche le cose, e meritano altrettanto ascolto.
    Gli autori dei reportage narrativi non sono corrispondenti esteri o inviati speciali, che subiscono la pressione dell’attualità e sono costretti a interagire nell’urgenza degli accadimenti. Possono fare a meno di questo tipo di aderenza giornalistica alla realtà, hanno tempi diversi e altri media a disposizione per raccontare quello che vedono.
    Il genius loci non parla solo attraverso la lingua ufficiale. Ad esempio, si possono comprendere la produzione artistica e la cultura musicale di una nazione senza conoscerne la lingua? Direi di sì. La lingua del posto non è un medium universale che possa fornire la chiave di accesso ad ogni piano di realtà.
    Per finire, ho sempre pensato che non conoscere la lingua del posto possa addirittura essere un vantaggio per chi scrive reportage narrativi: non solo perché aiuta a conservare quel senso di straniamento, di distanza, di shock culturale che vivifica un racconto di viaggio, ma anche e soprattutto perché costringe a trovare percorsi narrativi inesplorati e inediti, lontano dalla comfort zone della lingua parlata.

  3. Pingback: Polonia. Viaggio dentro il luogo comune | LpLc – mia comunicazione.

  4. Un reportage affascinante.
    Dove leggere altri pezzi dell’Autrice?
    Grazie.
    lorenzo bertoni

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