Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Cinque assaggi di Jan Wagner

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a cura di Dario Borso

Jan Wagner, fresco vincitore del Büchner Preis, ha finora sfornato cinque libri più due. I libri, o sillogi che dir si voglia, sono: Probebohrung im Himmel [Carotaggio in cielo] del 2001, Guerickes Sperling [Il passero di Guericke] del 2004, Achtzehn Pasteten [Diciotto sfogliate] del 2007, Australien [Australia] del 2010 e Regentonnenvariationen [Variazioni su un barile d’acqua piovana] del 2014. Gli altri due libri sono in senso letterale hors d’œuvre, ché Der Wald im Zimmer (2007) Jan lo scrisse a quattro mani e Die Eulenhasser in den Hallenhäusern (2012) addirittura a otto.

Quanto a me, avendo carotato anch’io (nell’opera), offro agli esigenti quanto eventuali palati cinque hors d’œuvre in altro senso (uno per libro).

haute coiffure

la morsa d’oro dello specchio fissò lo sguardo:
lei con unghie rosse, io coperto
di drappo bianco come un pezzo da museo.

poco sopra le mie orecchie cinguettava
la forbice. oh stuolo odoroso di creme
e flaconi serventi! l’acqua sciabordava

ma sotto su lisce piastrelle si
ammutinavano i pelucchi contro noi,
una ciurmaglia muta con un antico sapere.

fuori ulularono cani, appena tagliati
i miei capelli si rizzarono sulla nuca,
e in me il lupo dette uno strappo alla sua catena.

haute coiffure

der goldene schraubstock des spiegels hielt den blick:
sie mit roten nägeln, ich mit weißem
tuch bedeckt wie ein museumsstück.

dicht über meinen ohren zwitscherte
die schere. oh duftende dienerschar
von cremes und flakons! das wasser plätscherte,

doch unten rotteten auf glatten fliesen
die flusen sich zusammen gegen uns,
ein stiller mob mit einem alten wissen.

draußen heulten hunde, frisch geschnitten
sträubte sich mein nackenhaar,
und in mir riß der wolf an seiner kette.

*

störtebeker

Sono il nono, un brutto posto.
Ma ancora sta correndo.
Günter Eich

ancora sta correndo, la testa guarda il corpo
che barcolla in avanti. ma dov’è
lui, il vero lui? in questi ultimi sguardi
dalla cesta o nei passi ciechi?
sono il nono ed è ottobre;
il freddo e il cordino di canapa affondano
nella carne. siamo inginocchiati, in fila, macchie
di bianco le nuvole sopra noi, quasi spennassero
pollame lassù – come le donne
prima delle feste. pugni pallidi del padre
che teneva stretto il manico, e la lucida scure
che scintillava al sole. il pollo intanto
correva insanguinato, svolazzando, in cerca della via
fra due mondi, davanti a noi bambini urlanti.


störtebeker

Ich bin der neunte, ein schlechter Platz.
Aber noch läuft er.
Günter Eich

noch läuft er, sieht der kopf dem körper zu
bei seinem vorwärtstaumel. aber wo
ist er, er selbst? in diesen letzten blicken
vom korb her oder in den blinden schritten?
ich bin der neunte und es ist oktober;
die kälte und das hanfseil schneiden tiefer
ins fleisch. wir knien, aufgereiht, in tupfern
von weiß die wolken über uns, als rupfe
man federvieh dort oben – wie vor festen
die frauen. vater, der mit bleichen fäusten
den stiel umfaßt hielt, und das blanke beil,
das zwinkerte im licht. das huhn derweil
lief blutig, flatternd, seinen weg zu finden
zwischen zwei welten, vorbei an uns johlenden kindern.

*

sfogliata di cotogne

quando ottobre le appendeva ai rami,
lampioncini ammaccati, era tempo:
coglievamo cotogne, portavamo a cesti
il giallo in cucina

sotto l’acqua. mela e pera corrispondevano
al loro nome maturando una dolcezza sobria –
diversamente dalla cotogna sul suo albero
nell’angolo più remoto

del mio alfabeto, nel latino del giardino,
dura e straniera nel suo aroma. tagliavamo,
squartavamo, toglievamo il torsolo (quattro mani
grandi, due piccole),

confusi nel vapore della centrifuga, davamo
zucchero, calore, fatica per qualcosa che si
negava crudo al palato. chi poteva, voleva
capire le cotogne,

la loro gelatina, in vasi panciuti di vetro allineati
per i giorni bui negli scaffali,
in una cantina di giorni dove
brillavano, brillano?


quittenpastete

wenn sie der oktober ins astwerk hängte,
ausgebeulte lampions, war es zeit: wir
pflückten quitten, wuchteten körbeweise
gelb in die küche

unters wasser. apfel und birne reiften
ihrem namen zu, einer schlichten süße –
anders als die quitte an ihrem baum im
hintersten winkel

meines alphabets, im latein des gartens,
hart und fremd in ihrem arom. wir schnitten,
viertelten, entkernten das fleisch (vier große
hände, zwei kleine),

schemenhaft im dampf des entsafters, gaben
zucker, hitze, mühe zu etwas, das sich
roh dem mund versagte. wer konnte, wollte
quitten begreifen,

ihr gelee, in bauchigen gläsern für die
dunklen tage in den regalen aufge-
reiht, in einem keller von tagen, wo sie
leuchteten, leuchten.

*

altalena

fatti più pesante, dicono, sicché chiudo
entrambi gli occhi, penso
a sacchi pieni di cemento e fonderie
d’acciaio, elefanti, all’ancora
nella sua melma se una manovra supera
balene, ai corni
di un’incudine. solo per poco
trattenere l’aria, attendere. ma nulla si
solleva o s’inabissa mentre un fagiano
grida e cadono le foglie – le mie gambe
restie, troppo corte per toccare il fondo,
la mia testa quasi fra le nuvole.

wippe

mach dich schwerer, rufen sie, also schließe
ich beide augen, denke
an säcke voll zement und eisengieße-
reien, elefanten, an den anker
in seinem schlamm, wo ein manöver wale
vorübergleitet, an das bullenhaupt
eines ambosses. nur eine weile
die luft anhalten, warten. doch nichts hebt
sich oder senkt sich, während ein fasan
schreit und die blätter fallen – meine unwilligen
beine zu kurz, um je den grund zu fassen,
mein kopf beinahe in den wolken.

*

il gattino del salice

perché zia maria, quando esattamente
si fosse infilata un gattino nel naso,
la storia non dice. certo è: quanto più
lei cercava di afferrarlo, progressivamente
retrocedeva nelle sue oscurità, soffice
e bianco, un ermellino nella sua tana.

il punto in cui le cose si allontanano;
l’attimo in cui siamo ignorati
e solo ancora testimoni o comparse,
finché quel tappeto consunto,
l’imposta è precipitata dal decimo piano,
la città intera un inferno di fuoco.

era ancora guerra, ma il grillo cantava
nonostante tutto fra i rami in fiore del salice,
nel torrente stava la trota corazzata
di luce. e nulla che aiutasse, nessuna pinzetta
e nessun ferro da calza, finché si portò la strillante
piccina in una clinica. quest’abbagliante

luna doppia della torcia e l’alone
di infermiere che ridevano sopra lei –
verrebbe quasi da ridere insieme, non fosse
per la lieve pressione situata fra seno frontale
e radice del naso, dietro il viso,
che aspetta, cocciuta, come un animale.

das weidenkätzchen

warum sich tante mia wann genau
ein weidenkätzchen in die nase steckte,
verschweigt die geschichte. sicher ist: es wich,
je mehr sie es zu fassen suchte, stetig
zurück in seine dunkelheiten, weich
und weiß, ein hermelin in seinem bau.

der punkt, an dem die dinge sich entfernen;
der augenblick, in dem wir ignoriert
und nur noch zeuge sind oder statist,
bis jener teppich ruiniert,
der flügel aus dem zehnten stock gestürzt ist,
die ganze stadt ein flammendes inferno.

noch war krieg, doch sang die grille
trotz allem in den blühenden zweigen der weide,
im bach stand die mit licht gepanzerte
forelle. und nichts, was half, keine pinzette
und keine stricknadel, bis man die schreiende kleine
in eine klinik brachte. dieser grelle

doppelmond der leuchte und der halo
von lachenden krankenschwestern über ihr –
fast möchte man mitlachen, wäre da nicht
der feine druck, der zwischen stirnhöhle
und nasenwurzel sitzt, hinterm gesicht,
der abwartet, beharrlich, wie ein tier.

*
Il 20 ottobre 1401 sulla piazza di Amburgo il pirata Klaus Störtebeker fu condotto al ceppo con i suoi settanta compari. Secondo una nota leggenda, espresse l’ultimo desiderio che fossero risparmiati quelli raggiunti da lui decapitato: all’undicesimo, il boia gli fece lo sgambetto, deinde decapitò tutti quanti. Nella versione eichiana del 1970 citata in esergo, i compari sono nove e l’io diegetico è il nono.
“Gattino” è il nome comune di https://it.wikipedia.org/wiki/Amento.

 

[Immagine: Wolfgang Tillmans, Natura morta].

 

65 commenti

  1. se chi tace consente, dovrei essere contento qui quanto a commenti – e invece no.
    una traduzione in rete, rispetto a una su carta, ha l’enorme vantaggio di essere correggibile i.e. perfettibile, e con questo spirito avevo inviato a italo testa questi cinque assaggi/sondaggi: in un parola, speravo che qualcuno in commento criticasse la traduzione (benevolmente o malevolmente è indifferente, rispetto all’obiettivo).
    non mi sentivo sicuro soprattutto su un punto, la secondaria ai vv. 5-6 di wippe/altalena, la penultima poesia qui presentata (da “australien”, 2010, p. 80: l’ho tradotta in extremis, per sostituirla a un’altra che in extremis avevo scoperto già tradotta in italiano, da italiano mi pare – a prop. sarebbe interessante che il novarese italiano traducesse magari qui “abendlied, lago di como”, presente nlela medesima raccolta a p. 21).

    wo ein manöver wale / vorübergleitet = se una manovra supera / balene

    così è tradotto qui sopra nel post. mi ero assestato su gleiten vorüber = scivolare davanti, e quindi superare. ma la frase così è onestamente incomprensibile. non arrivando commenti, ho provato io a indossare i panni del critico, e ho cercato in rete se ci fosse una traduzione. l’ho trovata – solo che è delirante:

    while a fleet of whales / manoeuvres above it = mentre una flotta di balene / manovra sopra essa [àncora]

    non ne ho ricavato solo una risata: lì mi sono accorto che il testo originale è suddiviso in 3 quartine (ho ricontrollato “australien”: nel ricopiare la poesia, avevo scordato gli stacchi).
    per reazione però (non so come) mi sono ricordato che un’accezione minore di vorüber = attorno, ergo gleiten vorüber = scivolare attorno. così la frase diviene comprensibile, e pure bella.
    dulcis in fundo, ho ricavato pure due rime, ai vv. 5|7 e 8|9.
    prego dunque italo testa di modificare l’altalena del post con l’altalena qui sotto (senza però cancellare questo mio commento, che ritengo indicativo del modo di procedere mio e spero di altri).

    altalena

    fatti più pesante, dicono, sicché chiudo
    entrambi gli occhi, penso
    a sacchi di cemento e fonderie
    d’acciaio, elefanti, all’ancora

    nella melma se una manovra accosta
    balene, ai corni
    di un’incudine. un po’ basta
    trattenere l’aria, attendere. ma invano:

    nulla s’alza o si abbassa mentre un fagiano
    grida e cadono le foglie – le mie gambe
    restie, troppo corte per toccare terra,
    la mia testa quasi tra le nuvole.

  2. approfitto del fatto che il mio commento di stamane è ancora in moderazione per apportare un’ultima modifica, a v. 9 (che così diventerà un endecasillabo):

    nulla s’alza o scende mentre un fagiano

    grazie

  3. dove una manovra scivola / oltre balene? Con un uso un po’ improprio (transitivo) di vorübergleiten.
    Vorüber = attorno non mi risulta proprio.
    “der flügel aus dem zehnten stock gestürzt ist”, io veramente avevo pensato a un pianoforte a coda.
    Sono poesie interessanti, domani leggo tutto meglio, intanto buona notte.

  4. notte agitata dopo la risata: e se fosse giusto

    while a fleet of whales / manoeuvres above it

    stamattina ho ricontrollato e trovato un secondo link inglese da cui deduco che altalena è compresa in Self-Portrait with a Swarm of Bees (2015), traduzione dell’antologia approntata da wagner stesso. ne deduco che il traduttore iain galbraith avrà avuto modo di parlare con wagner, ergo com’è possibile che si sia sbagliato?
    io purtroppo non ci arrivo perché manöver non mi risulta sia traducibile con fleet/flotta.

    giusta l’obiezione di elena, che una manovra non scivola, ma ciò vale per navi come per balene.

    giusto anche che l’uso transitivo di vorübergleiten è “un po’ improprio”, ma non proprio, se non ne andarono esenti né schiller né jean paul. ovviamente l’uso proprissimo è ad es. qui (v. 6)

    https://www.nazioneindiana.com/2008/04/18/holderlin-la-veduta/

    giusto infine che un’accezione minore di vorüber non è attorno, ma gegenüber, e ben perciò avevo tradotto accosta.
    il busillis è: se la manovra superasse scivolando le balene, l’ancora non potrebbe giacere sul fondale. se scivolando andasse loro incontro i.e. le accostasse, invece sì.

    *
    elena rinvia in chiusa alla seconda strofa del gattino di salice.
    il contesto è chiaro, addirittura wikipedico: il bombardamento su Amburgo (città natale di wagner) del 28 luglio 1943 generò una tempesta di fuoco (Feuersturm) lungo le vie cittadine facendo decine di migliaia di vittime e procurando gravissimi danni alle strutture.

    bis jener teppich ruiniert,
    der flügel aus dem zehnten stock gestürzt ist,

    teppich potrebbe essere bombenteppich (di un bombardamento analogo, su dresda, arno schmidt aveva scritto: gott spaziert auf bombenteppichen)

    finché quel [famoso] bombardamento a tappeto devasta [amburgo],
    il pianoforte a coda è precipitato dal decimo piano.

    come abbia fatto non so, ma jan è vivo e lotta insieme a noi.

  5. forse:

    una bomba ha sventrato l’appartamento e il pianoforte è cascato giù

    ma strano, con bombe dal’alto: o disintegrano pure il pianoforte o se, sventrano mettiamo mezzo appartamento e il pianoforte è nell’altra metà, esso sta su col pavimento (a meno che questo non abbia assunto causa bomba una pendenza e il piano abbia le rotelle…)

  6. Forse non mi sono espressa bene: per “wo ein manöver wale / vorübergleitet” intendevo proporre come traduzione “dove una manovra scivola / oltre balene” (nel fondo fangoso, se la nave compie una manovra, questa manovra porta la nave a scivolare oltre balene. La questione dell’ancora è secondaria, perché ora il fuoco si sposta sul “dove”: il fondo fangoso. Questo però presuppone nel tedesco un uso particolare di vorübergleiten, perché normalmente dovrebbe essere: wo ein manöver “an walen” vorübergleitet).
    L’altra possibilità (ma ben strana) sarebbe: “dove una manovra (=flotta?) di balene (le) scivola accanto”.
    Questione flügel: il tappeto e il pianoforte mi sembrano rappresentare una colta e tranquilla esistenza borghese (genere Besitz und Bildung) che pensa di potersi tenere fuori dalla storia (essere al massimo testimone o comparsa) ma che dalla storia viene spettacolarmente e definitivamente distrutta. Che il flügel sia un pianoforte, su questo non ho, istintivamente, alcun dubbio. Come faccia a precipitare dal decimo piano è un problema che non mi pongo, ma è un’immagine potente e straordinariamente efficace.
    Mi piace di queste poesie che sono enigmatiche quanto basta a muovere il cervello, ma poi si danno, danno un senso. Una cosa che trovo estremamente gratificante.
    La sua traduzione è impeccabile (l’unico punto critico, come faceva già osservare lei, sono le balene, ma qui bisognerebbe veramente chiedere all’autore), e la sua competenza ammirevole.
    Grazie per avermi fatto conoscere questo poeta e buona serata (o buona giornata, je nachdem).

  7. stamane alle 10:48 ho scritto di aver *trovato un secondo link inglese da cui deduco che altalena è compresa in Self-Portrait with a Swarm of Bees (2015), traduzione dell’antologia approntata da wagner stesso. ne deduco che il traduttore iain galbraith avrà avuto modo di parlare con wagner, ergo com’è possibile che si sia sbagliato?*

    ora ho la prova provata di questa mia deduzione

    https://www.youtube.com/watch?v=ST-LVRKwl1s

    al minuto 4.34″ wagner legge altalena in tedesco e galbraith rilegge in inglese flotta di balene. ergo

    purtroppo né nel video né nella selezione dell’antologia wagneriana in inglese c’è il gattino del salice, altrimenti avremmo l’ipse scripsit–dixit-traduxit onde risolvere anche il secondo problema.

    ho postato la mia versione della veduta hölderliniana non tanto per esemplificare l’uso intransitivo di vorübergleiten, quanto per mostrare come un decennio fa c’era assai più il dibattito che nei litblog attuali (130 commenti nella fattispecie) – o forse è la semplice conseguenza di uno spropositato stallo in moderazione cui sono qui sottoposti i commenti (per cui il dialogo assume cadenze iperbeckettiane).

    infine: mi è stato detto, senza del resto che ne facessi richiesta, che il post non verrà emendato dei miei errori: lo trovo giusto, perché ciò va nel senso di testimoniare un percorso-lavoro di traduzione in fieri.

  8. Le mie preferite sono haute coiffure e altalena. Ma non so dire perché.

  9. Ho cliccato sul link: vada per la flotta di balene manovranti oltre il fango dell’ancora. Il punto della poesia è l’esortazione (inutile) a pensare la pesantezza, e le gambe del bambino che non toccano terra mentre la sua testa rimane fra le nuvole (bisogna immaginarsi non un’altalena appesa, ma un bilico – quello che da bambini chiamavamo, non so con quale licenza, un pinco-panco).
    (Ho ri-cliccato sulla poesia di Hölderlin/Scardanelli: meravigliosa. La ragione ottenebrata (?) permette a Scardanelli di spaziare oltre ogni orizzonte storico. Da una veloce scorsa sui primi commenti l’annosa questione se tentare o no di mantenere la rima nella traduzione, un tema che andrebbe discusso.)

    @ Matteo: sarebbe interessante che tu ci provassi. Ad esempio a a me “altalena” piace molto proprio per questo essere sollevato da terra e non riuscire ad attuare la pesantezza. E “störtebeker” mi piace perché nell’esperienza del limite (e della folla urlante) fra la leggenda di un pirata e la quotidianità (trascorsa però) di una gallina non c’è differenza.

  10. In Wippe due cose: a me istintivamente viene da leggere unwillig come “irritate, contrariate” (non restie), perché il tentativo è chiaramente quello di fermare l’altalena mettendo i piedi a terra (e quindi Grund come terreno, non fondo), però le gambe sono troppo corte per toccar terra e quindi contrariate, forse: le mie gambe
    indispettite, troppo corte per toccar terra, non so, che ne dice, d.b.?

  11. altalena

    fatti più pesante, dicono, sicché chiudo
    entrambi gli occhi, penso
    a sacchi di cemento e fonderie
    d’acciaio, elefanti, all’ancora

    nella melma se sopra una balena
    scivolando vira, ai corni
    di un’incudine. trattieni
    un poco l’aria, attendi. però invano:

    nulla si leva o scende mentre un fagiano
    grida e cadono le foglie – le mie gambe
    restie, troppo corte per toccare terra,
    la mia testa quasi tra le nuvole.

    ora sono contento di balena/altalena (oltre che dell’invano/fagiano e della debole corni/trattieni).
    sento inoltre che l’allitterazione finale in ti (7 ti x 2 versi) nel contesto ha un senso, ma non riesco a esprimere quale.

    @valentina
    3ccani per restio dà: “che si rifiuta di compiere una determinata prestazione, che non è disposto o è mal disposto a compiere quanto gli viene ordinato”. non siamo molto lontani dal tuo indispettito, no?
    quanto a grund, se guardi il primo commento del thread, avevo già sostituito fondo (ero fermo ancòra all’àncora) con toccare terra.
    aggiungo che ero fermo all’ancora anche al v. 9, mentre jan è genialmente (geniettamente?) anfibolico: senkt sich richiama l’ancora e apre alle foglie del verso successivo (esattamente come il si solleva/alza richiama l’ancora e apre all’imediatamente successivo fagiano)

    @elena
    d’accordo sull’interpretazione della poesia. ma vorrei tornare sulla crux manover/fleet e sul postulato che, essendo jan e iain (autore e traduttore) comunicanti tra loro, a traduzione è corretta. ho cioè un’ipotesi “falsifcante”, che spero di esporre in un prossimo commento.

    intanto, se qualcun* avesse ll selfportrait in inglese, potrebbe aiutarci a risolvere il rebus del tappeto/coda.

  12. @Elena
    C’è questo verso “e in me il lupo dette uno strappo alla sua catena” che mi piace soprattutti, nella trasfigurazione della situazione quotidiana (tagliarsi i capelli) come specchio dell’invicilirsi, dell’urbanizzarsi rispetto alla nostra natura che dimentichiamo animale.

    di altalena è altamente perpiscuo, per me, il gesto d’immaginare chiuedendo gli occhi, e questo corpo sospeso – alluso- tra peso e nuvole.

    @db
    la rinuncia a riprodurre le rime: una scelta di metodo o di merito?

  13. ho trovato un’altra traduzione in inglese, più libera ma neanche tanto:

    people say i’m crazy
    doing what I’m doing
    well, they give me all kinds of warnings
    to save me from ruin

    when i say that i’m okay,
    well they look at me kinda strange
    “surely, you’re not happy now,
    you no longer play the game”

    i’m just sitting here watching the wheels go round and round
    i really love to watch them roll
    no longer riding on the merry-go-round
    i just had to let it go

    le differenze fondamentali sono due:
    – l’altalena qui diventa una giostra-ruota (entrambe comunque basate sul sali-scendi)
    – jan partecipa al gioco, john no.

    come iain, john è uno jan vecchio.

    torno al postulato dell’ipse dixit-traduxit, ossia che se jan è d’accordo con iain, allora a far testo è pure la traduzione di iain.
    bene, secondo me questa transitività non è corretta, poiché accordo ≠ equivalenza.
    sicuramente jan era d’accordo con se stesso quando scrisse e pubblicò manöver wale; poi incontra iain che gli propone fleet of whales, e accetta.

    in deep mud while a fleet of whales
    manoeuvres above it, an anvil’s
    bullish head. for a while
    i hold my breath and wait. to no avail:

    in seinem schlamm, wo [ein manöver wale
    vorübergleitet], an das bullenhaupt
    eines ambosses. nur [eine weile
    die luft anhalten, warten]. doch nichts hebt

    dal confronto, si vede che la traduzione di iain non è letterale in due punti qui isolati da parentesi quadre: la manovra dei vv. 1-2 e la doppia azione del vv. 1-2 (che in jan è all’infinito, e in iain all’indicativo di prima persona).
    insomma, fin quando jan non dirà che la versione di iain, oltre che soddisfacente, è “vigente”, il traduttore italiano avrà un margine di libertà (ad es. io collego il doppio infinito tedesco non a quel che fa jan, ma a quello che gli dicono di fare, e traduco quindi con un imperativo di seconda persona singolare).

    @matteo. la mia graduatoria personale gerarchica è: 1- lessico, 2- ritmo, 3- rima.
    se il testo da tradurre non è in rima, devo rendere lessico e ritmo; se il testo è in rima, devo rendere lessico e ritmo, e se una mano aiuta (come diceva celan) rima. ad e. qui mi pare che wippe presenti due rime più due deboli. nella mia utlima versione, ho due rime e una debole (ringraziando la mano che non so di chi è, ma è anche vostra).

  14. @db
    Bene: direi che è perfetta. Ti direi non toccarla più che la rovini, ma mi sembra che la tua idea di traduzione sia piuttosto un avvicinamento indefinito e infinito all’originale, all’idea platonica dell’originale (imperfettamente conosciuta dall’autore stesso?)
    Hai ragione di essere soddisfatto delle rime, opportune e non invasive. Sull’allitterazione della t negli ultimi due versi mi verrebbe in mente qualcosa come una resistenza ctonia a cui l’io si sottrae, ma qui andiamo veramente nell’arbitrario. Per me l’ultima strofa è la più bella, anche nell’originale.
    A forza di pensarci mi sono convinta che il traduttore inglese, Galbraith, ha visto giusto (o ha avuto la dritta giusta). Sono curiosa di sentire la tua “ipotesi falsificante”.
    Se proprio proprio, sono sempre le balene che rompono: “se sopra una balena / scivolando vira” mi sembra quasi troppo levigato, un pelino troppo aulico… Ma per l’amor del cielo, non andarci attorno!

    @ Matteo
    Direi che hai visto bene: nell’atmosfera tiepida e vaporosa (“oh stuolo odoroso di creme /
    e flaconi serventi!”), nello sciabordio sibaritico dell’acqua, improvvisamente il latrare dei cani, all’esterno, il richiamo a un altro clima.
    A me ha ricordato una poesia bellissima di Rimbaud: Les chercheuses de poux: Le cercatrici di pidocchi. Dacci un’occhiata se ti capita.

  15. ” la mia graduatoria personale gerarchica è: 1- lessico, 2- ritmo, 3- rima”. Nella poesia regolare (metro e rima) a me sembra che il ritmo e la rima siano quasi più importanti del lessico – anche se so che questa è considerata una bestialità.

  16. altalena

    fatti più pesante, dicono, sicché chiudo
    entrambi gli occhi, penso
    a sacchi di cemento e fonderie
    d’acciaio, elefanti, all’ancora

    nella melma se sopra una balena
    scivolando vira, ai corni taurini
    di un’incudine. trattieni
    un poco l’aria, attendi. però invano:

    nulla si leva o scende mentre un fagiano
    grida e cadono le foglie – le mie gambe
    restie, troppo corte per toccare terra,
    la mia testa quasi tra le nuvole.


    @elena
    apprezzo le tue parole di elena riguardanti la poesia störtebeker, anche per me la più profonda. cercherò di dire domani perché.
    quanto a wippe, scrivevo ipotesi “falsificante” tra virgolette, in quanto quella mia avanzata nell’ultimo commento, di una traduzione soddisfacente per l’autore stesso ma non coincidente col dettato, questo sì absoluto come un postulato, dell’originale.
    ad es. iain è costretto ad aggiungere una flotta che non esiste e a togliere uno scivolare che mi sembra invece pregnante. la scena secondo me rasenta il comico (un cartoon?) in quanto esagerata: povera àncora, già pesante di suo, sovraccarica di acqua ed ora persino schiacciata da una balena!
    perciò secondo me lo “scivolando vira” ci sta proprio in quanto “quasi troppo levigato, un pelino troppo aulico”, esagerato pur esso insomma.…

    v. 6, an das bullenhaupt = alla testa di toro
    avevo optato per la sineddoche corni onde non appesantire il verso, ma ho pensato che così si perde qualcosa della mastodonticità (potrebbero essere anche di una capretta). aggiungendo taurini sono a posto col lessico e mantengo la rima con trattieni. anzi direi che rispetto a corni/trattieni la rima risulta meno debole, e quasi forte (a livello alfabetico, taurini e trattieni differiscono soltanto per una e al posto di una a).

    nei due versi finali le t sono 8, non 7 come detto.
    altalena, secondo l’etimo, deriva da tollere. questo è un verbo assai strano: significa levare, ma foneticamente è un battere, in quanto retto dalla t. t è il colpo (alT, aT-tenti). forse perché la levità per l’uomo è un conquista: bisogna battere la gravità, battere col piede a terra per saltare in alto. siamo già nei paraggi della metrica, con piedi e arsi.

    questa poesiola alla fine si rivela un piccolo manifesto di poetica (alla calvino, manifesto bandito da un fanciullino giocoso ma più furbo del nostro pascoliano).

    mi è venuto in mente che la redazione, essendo in contatto con federico italiano di cui ha recentemente postato un pezzo, con poca fatica potrebbe farsi dare la versione inglese dei due versi con tappeto e pianoforte, che restano il busillis dell’ultima poesia. se italiano non avesse il selfportrait sottomano, potrebbe chiedere facilmente a wagner, assieme al quale sta lavorando a un’antologia di nuova poesia europea.

    dicevo della mano celaniana di cui non si sa l’identità, e avevo individuato in voi che intervenite almeno un dito. ora aggiungerei una voce, che in qualche modo mi è stata soccorrevole. questa

  17. @Elena
    Grazie della segnalazione su Rimbaud, non la conoscevo.

    @db ma la rima non è una scelta di lessico? Non sono obbligato – lato autore – a introdurre una rima, ma scelgo all’interno del lessico due parole, due concetti che “producono” tra loro una rima, una consonanza grafica o fonetica (magari tra concetti molto distanti, e con la rima istituisco un circuito tra concetti. Il gesto di scegliere una rima può essere più interessante della rima stessa, dell’effetto della rima). Capisco che dal lato traduttore sia diverso, ma mi porrei il tentativo di mantenere una rima come un piccolo enigma da sciogliere.

  18. Con la voce di John Lennon chiudiamo in gloria. Molto bella questa esperienza di traduzione in fieri, molto trascinante. E piena di scorci improvvisi – l’originale assoluto come un postulato (in mente Wagneri), gravità e metrica, il fanciullino più furbo di quello pascoliano. Balene e pianoforti con il loro seguito. Molto immaginifico, molto gratificante. E felice se sono stata di qualche aiutino.

  19. @matteo, è molto più difficile tradurre che poetare, non l’avevi capito ? ahahah giusto, se il traduttore intuisce il gesto della rima, dovrebbe porne la resa tra le sue priorità, fermo restando che la priorita massima resta il lessico. prova a immaginare se non fosse così: forse il mondo sarebbe più bello, e nessuno più avrebbe bisogno di drogarsi (fosse per me, ad es., l’ultima strofa l’avrei resa: fuori ulularono cani, unti di brillantina / i miei capelli si rizzarono sulla nuca, / e il lupo in me dette uno strappo alla catenina). ma il mondo è questo, coi suoi vincoli e con le libertà che possiamo prenderci dentro loro – un’altra forma per esprimere la fatica del levare, del lottare contro la gravità.

    @elena. scusa, come ti permetti di chiudere? intanto non so se ti sei accorta del taurini: dicevi che la poesia era perfetta così, invece era perfezionabile ergo… e poi, nel mio ultimo commento ti avevo detto: “apprezzo le tue parole riguardanti la poesia störtebeker, anche per me la più profonda. cercherò di dire domani perché.” domani è adesso e le promesse si mantengono (esattamente come le mantenute si promettono). störtebeker mi piace perché collega macrostoria e microstoria, quella del corsaro e questa del bambino. a collegarla anzi, nella “finzione” è un filosofo, il quale ha la testa non tra ma oltre le nuvole, e guarda impassibile pollo e corsaro ponendosi il quesito: dov’è lui, in quale pezzo? (ah santa neuroscienza!) di più, mi sembra che la poesiola non si limiti a rimarcare la specularità di micro e macrostoria, ma si sbilanci a favore della seconda: la prima infatti, la storia con la s maiuscola scritta nei libri e tramandata alla memoria, è solo buffa, mentre la seconda, difficilmente dicibile e scrivibile, si prende tutte le emozioni, è fondativa dell’individuo (ecco dove sta il lui, nel cuore), è esperienza. in quanto tale tocca il lettore, nello stesso punto da cui parte (a me ad es. ha scatenato l’immagine di me bambino primogenito che, in quanto tale, aveva l’onore e l’onere di “cavare” il sangue al maiale così: sotto il portico ghiacciato, una frazione di secondo dopo che il norcino-santissaro-sensér aveva affondato la lama nella gola, con una brocca raccogliee il sangue e con un rametto subito mescolare mescolare che poi la nonna faceva la torta de mas-cio sul camino coprendo a tecia di braci – risultato una costricina marron che diceva màgname… il momento topico era ovviamente quando, data la vicinanza, la lama mi balenava tremenda sopra – senza scomodare isacco, si può da qui capire che dio mas-cio non è una bestemmia).

    last but not least, siccome nel frattempo non si è fatto vivo nessun lettore selfportraitmunito e il busillis del tappeto/piano è tuttora irrisolto, rinnovo l’invito @redazione: essendo in contatto con federico italiano di cui ha recentemente postato un pezzo, con poca fatica potrebbe farsi dare la versione inglese dei due versi (se italiano non avesse il selfportrait sottomano, potrebbe chiedere facilmente a wagner, con cui sta lavorando a un’antologia di nuova poesia europea).

  20. Anche per me, da “Zaungast”, è un’esperienza intellettualmente stimolante seguire il lavoro in progress di un traduttore. Penso che sia questa una delle cose, al di là delle parole, che contraddistingue un litblog di valore: la possibilità di vedere come professionisti si confrontino, sudando le famose sette camicie, per “rendere” un testo.

    Peccato che altrove, per amor di moderazione, tale confronto sia stato bloccato dai gestori di questo blog.

  21. Chiedo umilmente scusa: avevo interpretato il video di Lennon come suggello di chiusura. E non è vero che non mi sono accorta dei taurini: mi sono accorta e ho apprezzato (ma una traduzione, come una poesia, è perfettibile all’infinito).
    Su Störtebeker, come sulle valenze autobiografiche della microstoria, sono d’accordo con te. Questa poesia mi piace tutta, mi dà una serie di brividi, ma particolarmente mi piace il passaggio (veramente virtuoso) dalle nuvole bianche che vedono i pirati alle piume delle galline spennate, con quel che segue (o che precede).
    (A proposito di perfettibilità: rileggendola attentamente mi sono resa conto di qualcosa che mi disturbava leggermente, senza giungere alla coscienza: johlen, etimologicamente imparentato con jodeln, implica un certo grado di eccitazione, se non proprio di esultanza. Questo nella tua traduzione va perso, perché i bambini potrebbero urlare anche di paura o di orrore. Decisamente: il traduttore è un martire…)
    Due domande:
    1 perché la gente elimina le maiuscole?
    2 perché parli di poesiole?

  22. @elena: touché. potrei dire che urlante è come urlatore, che urlanti erano questi, dal minuto 1.31″

    https://www.youtube.com/watch?v=7mw1D3HTGng

    ma mentirei. e la mia menzogna sarebbe smaccata, smentita dall’ultimo mio commento, dove l’esperienza esemplificata è di dolore sbigottito, non di giubilo come in johlend (a mia parziale discolpa, un’attenuante: figlio di fruttivendoli, ero delegato ogni sera d’autunno a portare alla scrofa nel cortile dietro tutti gli ortaggi, frutta marcia ecc. per me era uno spettacolo, stavo in contemplazione ammirata, godevo a vedere l’avidità e sentire tutti quei grugniti… dovevano venirmi a prendere per la cena – era la stessa scrofa del sangue e della torta: poi si cresce, anche troppo forse, a vedere qui sotto dal minuto 2.02″

    https://www.youtube.com/watch?v=jyZRPyoeLzI

    insomma, un classico caso di transfert (favorito dal fatto che tenendo bambini avrei cannato il metro, un martelliano credo) – ergo modifico:

    fra due mondi, davanti a noi bimbi esultanti.

    @sal: no comment.

  23. @db: non mi impressioni. Il salame migliore è quello di Felino, provincia di Parma, Emilia-Romagna.

  24. @db secondo il Duden, johlen almeno in origine parrebbe urlare di gioia
    mittelhochdeutsch jōlen = vor Freude laut singen, grölen, aus dem lautmalenden Ruf »jo« abgeleitet, also eigentlich = »jo« schreien
    quindi esultanti o: in giubilo (più eufonico, forse? e più vicino a johlen, come suono)

  25. A me piace moltissimo la poesia “Störtebeker”. Solo che, se fossi un poeta, non scriverei “il vero lui”, stecca con la musica del resto. Vedo che in tedesco è usata la parola “selbst” e credo che sia qualcosa di più e di diverso dell’italiano “il vero lui”, mi ricorda più una forma riflessiva, “se stesso”, cioè la sua essenza, la sua identità, la sua “individuità”.

  26. anche “wippe” mi piace molto. Mi desta qualche perplessità il centro della poesia, che usa immagini “barocche”, contorte che non si sposano con l’inizio e la fine del testo, chiarissimi nel rendere il “nessun luogo e il nessun stato” del poeta che non sta mai da nessuna parte, non vola e non tiene i piedi per terra, non riesce ad essere pesante ma non riesce nemmeno ad arrivare al cielo, le gambe che non toccano terra e la testa che non arriva alle nuvole.
    La balena che si smelma e spancia e scoda e le corna picassiane dell’incudine, non mi piacciono, mi sembra ingarbugliato.
    Inoltre, “doch nichts hebt sich oder senkt sich” ha un suo ritmo e una musica che “nulla si leva o scende” o ”nulla si solleva o s’inabissa” non riesce a rendere in italiano.
    Forse ricorrendo al banale “s’alza e s’abbassa”, si potrebbe rifare la reiterazione di sibilanti del tedesco.

  27. @marilina.
    “s’alza o scende”: così salvo l’endecasillabo e richiamo fagiano (che s’alza) e foglie (che scendono, come la neve: o forse si abbassano? !)
    a balena che con leggerezza/scivolando schiaccia l’ancora; l’incudine testa di toro (un secondo stazzoso animale, di terra stavolta) – immagini magnifiche dove la fantasia vola ad appesantire l”appesantibile (mentre di solito essa si libra aerea…
    ecco la mia versione definitiva.

    altalena

    fatti più pesante, dicono, sicché chiudo
    entrambi gli occhi, penso
    a sacchi di cemento e fonderie
    d’acciaio, elefanti, all’ancora

    nella melma se sopra una balena
    scivolando vira, ai corni taurini
    di un’incudine. trattieni
    un poco l’aria, attendi. però invano:

    nulla si alza o scende mentre un fagiano
    grida e cadono le foglie – le mie gambe
    restie, troppo corte per toccare terra,
    la mia testa quasi tra le nuvole.

  28. @elena, valentina e marilina: ve la siete voluta.
    hamann, il mago del nord che mi sono bevuto tutto per motivi professionali (in quanto icoè se l’era bevuto tutto kierkegaard), da qualche parte afferma che l’esergo non è un’insegna di negozio che segnala la mercanzia, ma il granello di senape da cui germoglia il testo intero. ergo:

    *Kniend, geschoren. Eine Reihe zu neunt, an eine Deichsel gebunden. Des Hauptmanns Kopf in einem Weidenkorb. Sein Rumpf steht aufrecht, setzt die Füße. Wen er erreicht, der kommt frei. Ich bin der neunte, ein schlechter Platz. Aber noch läuft er.* G. E.

    da qui, purtroppo o per fortuna, bisognerà ripartire (se si vuol essere seri, ovviamente).

  29. benjamin invece da qualche parte dice che l’esergo è la stella fissa che, lontanissima, illumina iil testo sottostante.
    il problema è: illumina come? per sfumato o per contrasto?

    nella fattispecie: jan mette lì eich per confermarlo o per smentirlo?
    di sicuro eich sapeva quel che faceva, chiamando questo suo testo (come altri suoi analoghi raccolti in volumetto nel 1968) maulwurf = talpa. lo sapeva in quanto nell’intro affermava: quello che scrivo, sono talpe. vecchie e giovani non dice, ma temo vecchie (come quella dell’amleto di charlie marx): scavano scavano, e magari dopo 36 anni sbucano fuori, come qui in wagner.

    bisogna ripartire da lei talpa dunque: non avendo tempo per tradurre ma neanche la facciatosta di far tradurre al google italiano (orrendo), prendo una via di mezzo bastante spero al caso nostro:

    Kneeling, sheared. A row to ninth, tied to a drawbar. The main man’s head in a basket. His trunk is erect, his feet are set. Whom he reaches, he comes free. I am the ninth, a bad place. But he is still running.

    @marilina. sulle sibilianti ti ho già risposto. sul vero lui che stecca:

    lui, il vero lui? in questi ultimi sguardi

    veramente parmi un endecasillabo, ma d’orecchio sono duro, non ho la musicalità del’italiano. proponi tu, come hai fatto con le sibilanti (certo che sotto il post-sasha tu ed altri eravate di bocca assai più buonahaha).

    quanto al lessico: ero e resto arcisoddisfatto della mia versione: vediamo.
    wo ist er, er selbst? = dov’è lui, lui stesso? (il mio prof di ginnasio già mi avrebbe strigliato: lui si dice di complemento, di soggetto si dice egli…).
    l’endecasillabo pure qui c’è, ma il senso? vago, vago assai.
    invece ricordo come ho ragionato quando la tradussi.
    innanzitutto è evidente che la domanda che si pone qui jan è da filosofo (che poi con la sua levità intenda o meno coglionare la gravità del filosofo, non cambia niente).
    Egli cioè ( e noi con lui) vede una testa ferma e il resto del corpo che si muove, e pone la filosofica domanda.
    dal punto di vista fenomenico, non esistono problemi: ci sono 2 oggetti, nemmeno limitrofi. sappiamo che erano 1, e ora sono due; ma “sappiamo” pure che l’oggetto uno (ora bino) era uno in senso più pregnante che un fenomeno: aristotelicamente, sotto quel fenomeno di nome störtebeker (un fenomeno amche nel senso volgare per cui ad es. messi è un fenomeno – a prop. al mio paese ho sentito dire da un avventore più che abituale dell’osteria: un fenomeno xe na femena omeno) c’è qualcosa, un ypokéimenon, qualcosa che letteralmente sta sotto e sorregge il fenomeno che vediamo (ciò vale per una pietra, ma tanto più per un essere vivente, dove la vita è entelechìa – ma qui andiamo sul difficile).
    anche kant ragiona così, solo che dice che sto ypokecc. non possiamo conoscerlo. ciò non toglie che possiamo continuare a cercarlo. kant lo chiamava il ding an sich, ossia (non il dingo né il coso ma) la cosa in sè; e usava a mo’ di sinonimo la sache selbst, ossia (non la torta né la la sasha ma) la cosa stessa.
    ora, l’er selbst di jan è assai vicino alla sache selbst di kant, con questa sta precisamente in rapporto di specie (vivente) a genere (essente). e se jan, dopo kant, non si azzarda a chiedersi cosa è, tenta almeno di indagare dove è (n quale punto del corpo cioè).
    ora, l’io si può dire riferito al fenomeno: ad es. io sono alto x, peso y, carta d’identità ecc., ma l’io in me ossia il mio in sé non coincide con tutti i dati fenomenici di me, anzi. detto altrimenti: io appaio diversamente da come sono.
    fainomenon è in greco letteralmente ciò che appare, mentre ciò che è e non appare è l’essente, la mia sostanza. lascio a voi decidere qual è il mio vero io, se come appaio o come sono. e così si spiega il vero lui della mia traduzione.

    @elena e valentina.
    sui bambini johend sono stato troppo condiscendente, ritiro tutto e torno al mio antico

    bambini urlanti

    gli è che, mentre traducevo störtebeker (quasi 2 anni fa, ho la prova: la spedii via e-mail al responsabile del settore poesia di una casa editrice), agivo dal versante poietico (poièin = fare), mi mettevo cioè nei panni dell’autore, e invece ora ho riguardato la versione dal punto di vista estetico (aizdànomai = percepisco); prima ero attivo, ora passivo; quindi ho patito leggendo, il testo mi ha suscitato una passione, anzi una compassione.
    in altri termini ho inteso quell’urlanti come urlanti di paura. ma mentre traducevo, era questa la mia impressione?
    onestamente non ricordo, ma sapevo e so tuttora che urlare si può fondamentalmente: o di terrore, o di gioia. traducendo con urlanti ho quindi lasciato offerto al lettore la possibilità di occupare il verso da sé: alcuni vi vedranno l’urlo di terrore, altri di rabbia, altri di gioia, altri di stupore ecc.
    la domanda pertinente è questa: jan con johlend loffriva questa possibilità? se no, la mia versione, senza essere sbagliata, non è corretta.
    a sentire le beneamate, parebbe che johlen sia un urlare di gioia, giubilare, esultare, in quanto la radice è quella ben delineata da valentina.
    ma: come io nel tempo sono passato dall’indifferenza o plurivocità delle soluzioni alla passione-patimento dell’urlo di terrore, così anche il lessico passa e si trasforma.
    un esempio: fortuna, in latino è tanto la buona come la cattiva sorte (con la buona urla di gioia, con la cattiva di terrore), ma da secoli in italia fortuna coincide con la buona.
    qualcosa del genere deve essere avvenuto in germania con johlen, perché quando i tedeschi odierni dicono (e lo dicono spesso) johlende kinder, non intendono affatto che quelli urlano di gioia, né tantomeno di terrore: semplicemente gridano, schiamazzano, strepitano, sbraitano – senza sapere o voler specificare l’origine di quegli urli (o urla) fenomenici.
    ho fatto un giro in rete, e anche nei romanzi tedeschi è così: passavo per caso in un parco e ho sentito bambini far casino.
    detto ciò, non so ancora cosa jan intendesse veramente: possibile l’abbia usato nel significato comune sopra detto, ma lo sapremo forse solo riconsiderando la poesiola alla luce del suo esergo.
    intanto, lungi da me modificare urlanti con giubilanti: fortunatamente infatti, non tutti i bimbi sono franti.

  30. Con l’entusiasmo dello Zaungast, leggo e guardo anch’io, rigorosamente en passant, questi “bambini urlanti”, e ascolto il loro “urlare”, così diverso dal “gridare” o dallo “strillare”. “Ringsum schreiende und johlende Kinder” – leggo altrove, e penso al “far casino” citato da Dario Borso, e immagino Jan Wagner impegnato al mixer ridendo, appunto, come un Franti.

  31. @db
    sul wo ist er, er selbst? = dov’è lui, lui stesso? ti assolvo: ho sentito dire di recente a un compassato simposio di traduttrici che sì, si può, si può fare. Anzi, secondo me, quel lui ha il pregio di oggettivizzare ulteriormente, anche da un punto grammaticale, il Ding an sich che Jan si chiede dove posizionare. Dopodiché, su johlen tradotto come vox media – scelta condivisibile, che ha l’indubbio vantaggio di passare la palla ermeneutica al lettore, senza far franare la traduzione in una direzione non prevista dall’autore – forse la chiave di tutto, oltre che nell’epigrafe, può essere in quel derweil e in quel vorbei che rimano pure e che indicano che il pollo-corsaro è GIÀ passato di corsa davanti ai bambini (v. passaggio da läuft presente all’inizio riferito al pirata al lief finale, risultato dellßayione) e che quindi i bambini, come i compagni di Störtebeker, credono di essere salvi e immortali. Perché non dovrebbero non giubilare?

  32. A proposito del “vero lui”, ho letto altrove di “individuum” e di “dividuum” – di un “io” diviso.
    @db – forse l’io di Eich, quello decapitato durante la “innere Emigration”? A questo “allude” l’esergo? Un pollo, non una talpa, che senza testa si muove? I “Kinder” si stupiscono a questo passaggio di uno ritornato dall’emigrazione?

  33. @valentina parisi.
    era ora che la chiesa cattolica allergasse al gentil sesso le porte del sacerdozio, con annessa possibilità di somministrare i sacramenti. da mezzo secolo non mi confessavo, ed ora tombola, sono stato assolto.
    in realtà, pensavo con il vero lui di raggiungere il paradiso per direttissima, ma ahimè la potestas clavium vige ancora.
    (professio: non abiuro, e mai chinerò il capo traducendo: dov’è lui, lui stesso? gli è che al mio paese non mi capirebbero, e io da protestante non miro al mondo intero come don valentina di santa madre chiesa, ma alla mia parva aia).

    quanto a johlend, valentina, dismessa la stola (la immagino in clergywoman) , dà un’ipotesi suggestiva: il pollo mozzo è GIA’ passato, ha cioè superato i bambini, che perciò giubilano in quanto salvi.
    l’ipotesi purtroppo è da scartare. se infatti la salvezza dipende dal fatto di venire superati, il giubilo avverrà non solo una volta avvenuto il superamento, ma già al momento topico dell’allinamento: nel momento esatto infatti in cui il pollo si trova allineato col bimbo (in fotofinish dunque) costui può automaticamente esultare: non ha fatto ancora le medie né quindi studiato fisica, ma non gli ci vuole galileo per sapere che un corpo in movimento al punto x, per quanto frenato, continuerà, magari solo di un millimetro, il suo moto. non la resistenza dell’aria, non l’intervento rapido di mano umana potrà fermarlo in sincronia e per sempre: solo dio ce la fece, e una volta sola, fermando abramo.
    ergo: lana caprina.
    se jan ha scelto questa soluzione, non è tutto apposto col cervello (il vero lui?). certo che può averlo fatto, sbagliando: così si capirebbe bene quel “fra i due mondi”, che verrebbero a essere il mondo dei grandi (del potere con mannaia) e il mondo dei piccini (tifosi del pollo o quantomeno della pellaccia loro).
    a prop., ho avuto un’esperinza analoga, in terza liceo.
    mio zio berto, ufficile postale del paese, agricolo di costituzione e vocazione (è fiero di non aver mai speso un soldo per sementi, animali d’allevamento ecc.: tutto esclusivamente baratto), era ed è famoso (anche se non esercita più in quanto colto da parziale ictus) in tutto il circondario al punto da guadagnarsi l’epiteto di “piccolo chirurgo” (strano questo epiteto, perché non ha niente di veneto: forse l’insediamento dell’usl contribuì all’allargamento del bocabolli oltre che dei pazienti): insomma, castrava i polli per conto terzi a gratis, bastava chiedere: andavi da lui con un pollo, tornavi con un cappone (tramaglino al contrario).
    la sua assistente (camice bianco da infermiera) era anna bracca (figlia di bracco) mia compagna alle alimentari. bene, venne il momento fatidico del rito di passaggio: zio berto (di cui ammetto: ero e rimango il cocco) volle esaudire un mio ns desiderio, d’imparae da lui il delicato mestiere. sicchè, se alla sua destra stava anna, alla su sinistra io, che facevo tesoro dell’esperienza passata (quanti ne avevo visti di castrati da lui?) e delle dritte presenti (attento qua, attento là).
    NB c’erano lì i cinque figliotetti di zio berto, tra i 5 e i 10 anni (due gemelli). e procediamo.
    zio berto incide, io tolgo i cosidoni, anna ricuce e impacca con la cenere. dopodiché veloce molla il pollo, che non gli par vero di uscire salvo dalle sei asettiche mani – solo che dopo due passi comincia a barcollare come un ubriaco fino a stramazzare a terrra.
    il punto fu: non gli avevo tolto i cosidoni, bensì i reni (nel pollo sono vicinissimi, quante volte me l’aveva raccomandato zio berto!!).
    ho cambiato professione, mi sono iscritto a filosofia, segregato per sempre dalla vita campestre attiva.
    bene, in tutto ciò i miei cuginetti gubilrono dal primo all’ultimo minuto, per i più svariati motivi.

    sono convinto che se valentina si impegnasse a tradurre per tutti noi la talpa di eich, ne verremmo finalmente fuori.

  34. strano che nessuno mi abbia contestato un punto preciso del mio ultimo commento, che è il punto d’appoggio grazie a cui pensavo di sollevare il mondo – e invece rischio di cadere rovinosamente/comicamente al suolo.
    ciò m’ingenera il dubbio che a leggere sia nessuno, e che io dunque stia parlando ai muri.
    qui però sono parato. mi spiego con un nanetto recente, diciamo di 20 anni fa.
    sollecitato dal corriere della pera a contribuire tra altri benemeriti, passavo una tantum ai redattori della pagina culturale frasette famose di autori famosi. partito bene (le accettavano perlopiù), stavo finendo male (le rifiutavano perlopiù).
    riflettendo anche al fatto che non venivo, ho cercato di volgere il male in bene i.e. torcere la frustrazione passiva in attiva creatività, sicché quando mi veniva in mente una frasetta a mio avviso considerevole, prima di diementicarla mi chiedevo: chi potrebbe averla detta di famoso? divertente. e redditizio. trovato l’autore possibile, segnalavo la frase come realmente sua – e tutte venivano accettate.
    Il massimo di divertimento raggiunto: una “mia” frase famosa uscì come scelta da ceronetti (e il massimissimo del divertimento fu che ceronetti non protestò ahahah).
    la “mia” frasetta più divertente fu comunque: “a volte mi sembra di parlare ai muri”, gio ponti.
    tutto ciò per dire che, finché ci sono muri e non arrivo a un risultato decente, continuerò a parlare.

    *dopo due passi il pollo comincia a barcollare come un ubriaco fino a stramazzare a terrra. […] in tutto ciò i miei cuginetti giubilarono dal primo all’ultimo minuto, per i più svariati motivi.*

    ma come, non ero io a sostenere che i bambini non giubilano davanti a un ammazzamento (a meno di non supporre un sadismo totale e universalmente diffuso?).

    rimedito l’opzione valentina parisi, dei bambini che giubilano perché il pollo li ha superati e dunque si sentono salvi.
    per giungere a tale conclusione (per cui johlend è da intendere nel suo significato pregnante-etimologico) e alla conseguente sanzione (urlanti è sbagliato – la sacerdotessa mi ha assolto sul vero lui, ma non sull’urlo), la vestale deve avere prima compiuto alcuni passi interpretativi che ritengo tanto impliciti quanto obbligati.
    valentina ha pensato: advanti alla storiella di störtebeker raccontatagli da eich (v. l’esergo), jan lettore adulto, poco scosso e forse divertito, si pone una domanda filosofica sulla sede dell’io in-dividuo (takke sal). tale quesito però si rivela ben presto di copertura (come a evitare il centro vero della questione, che è emotivo), e invece della risposta gli spunta un ricordo. eich cioè funziona da socratica levatrice, gli provoca un’anamesi.

    il primo momento, l’intellettivo, occupa i vv. 1-4; il secondo, l’affettivo, i vv. 5-13.

    il lettore, docile, segue jan in entrmbi i momenti, interrogandosi nel primo, ed emozionandosi nel secondo.

    i due momenti sono entrambi “retti” dall’esergo, il quale detta il tema in forma di storiella, di fronte a cui ci si può immedesimare tutti (autore e lettori) o con un verosimillissimo spettatore adulto (normalmente curioso – alle esecuzioni si andava per curiosare) tendenzialmente stoico-atarassico (privo di passioni), o con un verosimilissimo spettatore bambino, tendenzialmente incapace di contenere le sue passioni-emozioni.

    ripeto: jan qua autore passa con grande agilità da un registro all’altro: questi due registri rimangono però in ogni caso tanto allotri da costituire due mondi, esattamnte menzionati all’inizio del v. 14, finale.
    il problema è: nella sua acrobazia, jan riesce o si fracella?

    ripeto: la mi impressione è che bisogna (ri)partire da eich. in rete c’è un bel saggetto

    https://perigeion.wordpress.com/2015/10/18/da-inventario-a-le-talpe-sulla-poetica-di-gnter-eich/

    e la talpa in italiano fa:

    in ginocchio, tosati. una fila di nove legati alla stanga. La testa del capo in un cesto di vimini. Il suo tronco è in posizione eretta, muove i piedi. quello cui arriva, è libero. io sono il nono, un brutto posto. ma ancora cammina.

  35. *dopo due passi il pollo comincia a barcollare come un ubriaco fino a stramazzare a terrra. […] in tutto ciò i miei cuginetti giubilarono dal primo all’ultimo minuto, per i più svariati motivi.*

    nel mio penultimo commento ho dimenticato di dire che poi il pollo/cappone (dove sarà il suo vero lui? forse nei reni?) si è rialzato e mestamente riunito ai suoi simili (meglio, ex-simili).
    i cuginetti giubilarono quindi all’inizio nel vedermi trasformato in piccolo chirurgo e alla fine per la resurrezione del pollo.
    in mezzo, un po’ di suspense da barcolllamento. niente giubii sadici però, né salvifici. e niente contraddizioni da parte mia.

    la talpa di eich, a differenza dalle altre sue compsgne, è di una linearità cartesiana. due coprotagonisti, il boia e il condannato. eich coincide autodiegeticamente col condannato, anzi l’ultimo condannato della fila. Ovvio stato emotivo la paura, incrementata dal fatto di essere l’ultimo degli eventuali salvati. è il più a rischio, ma la speranza è l’ultima a morire (così suona il proverbio anche in tedesco).
    se jan qua giovane poeta tendeva a riportare il suo vissuto di bambino, qui eich riporta la sua esperienza analoga, seppur non coincidente, di prigioniero di guerra. la poesia sua più famosa, inventario (tradotta nel link riportato nel mio ultimo commento, è un elenco delle cose di sua proprietà nel campo, quello cui si appiglia per resistere: l matita per scrivere. una situazine estrema, come lo è quella dell’esecuzione capitale. eich è un essere ridoto al lumicino, il lumicino della speranza.

    continuerò domani, nella speranza (ultima?) che si faccia vivo qualcun* a stimolare il dibattito e soprattutto me.
    per intanto avviso che se qualcuno, italiano o meno, intendesse denunciare a qualche istanza superiore il comportamento da me tenuto nell’affaire-frasette, perderebbe tempo e causa: davanti al tribunale della ragione porterei infatti la prima pagina della poetica di aristotele, dove dice che, mentre la storia ha a che fare col reale, la poesia ha a che fare col possbile-verosimile. le “mie” frasette pertengono appunto a questo ramo (tant’è vero che i redattori del corrierone non esitarono ad accettarle), e invece che bugie sono invenzioni poetiche, tanto piccole quanto canoniche, e comunque tali poter essere assolte.

  36. @db
    A me pare Jan nella piroetta da te segnalata tanto poco si sfracelli da riuscire a trasformare una leggenda medievale un po’ splatter prima in un quesito metafisico, e poi in una scena che comunque prende alla gola, sia che si pensi ai tuoi nanetti campestri o ad altre esecuzioni, governate da un principio casuale.
    Non so da dove ti derivi il senso di un suo eventuale fallimento, ma forse la mia è una lettura superficiale, non avendolo tradotto io.
    Peraltro mi sembra che questo slittamento dal razionale all’emotivo sia un procedimento piuttosto ricorrente in Wagner; se vogliamo c’è anche in haute coiffure, anche se qui la cesura è nell’ultima strofa, da draußen guarda caso, e si tratta piuttosto di una passaggio dal familiare e riconoscibile all’unheimlich.

  37. @dearvalentine

    *mi sembra che questo slittamento dal razionale all’emotivo sia un procedimento piuttosto ricorrente in Wagner*
    così è anche per me: di più, è Il procedimento delle sue poesie più riuscite (e modestamente il motivo per cui mi interessa al punto da tradurlo).

    la mia chiamiamola così analisi ha interessato la poesia dall’inicipit ai due mondi del v. 14 inclusi: hai trovato obiezioni a jan da parte mia? non credo. piuttosto ho cercato di capire il motivo stesso della riuscita, che poi è l’effetto che fa sul lettore (a prop. decine di contributi alla teoria delle ricezione non valgono l’autosaggetto di poe sul corvo – secondo me ovviamente).

    l’immagine dei due mondi sintetizza benissimo il tutto, e ci lascia aperta la via per nominarli:

    – 2 mondi in senso fisico-metonimico sono i 2 mondi presenti nell’aiahah: il mondo dei grandi impersonato fondamentalmente dal padre e il mondo dei piccoli con jan instar omnium.

    – 2 mondi sono la sfera (sfera) intellettiva e la sfera emotiva. direi di più: le prime pagine di “in vino veritas” sono risolutive al nostro riguardo. lì infatti kierkegaard distingue nettamente tra rammentare e ricordare, ossia tra memoria e ricordo, che sono appunto questi due mondi a-comunicanti, l’intellettivo e l’emotivo. nb: in quelle pagine mirabili (pp. 11-19 dell’edizione a cura di db&simonelladavini) di sfuggita egli afferma che normalmente il ricordo è degli anziani, la meoria dei bambini – strano, ma dice proprio così.

    – 2 mondi sono anche il macrocosmo di störtebeker, la storia in grande, e la microstoria in cortile. a prop. non è una *leggenda medievale un po’ splatter*: la crew di störte viene dallo scioglimento dei vitalienbrüder, una gilda commerciale (victualia, alimenti) sgominata dall’anseatica lubecca: commercio, soldi… modernità. la crew si dette il nome di Likedeelers = quelli che spartiscono uguale, robin hood realissimi che avevano un ottimo rapporto con i poveri della costa. su questa base la leggenda (v masaniello).

    – 2 mondi infine potrebbero essere anche: quello di eich (la talpa ha quasi 60 anni) e quello di jan (allora ne aveva poco più di 30).

    è indubbio che jan con la poeia intende creare un ponte tra il mondo suo e quello di eich: il passaggio brusco tra intellett e cuore avviene al v. 5 “sono il nono” e si completa al v. 7 “siamo inginocchiati, in fila” – due citazioni letteralissime da eich.
    [anche sasha aveva citato letteralmente l’achmatova – solo che sul più bello fu decapitata nell’aia come una gallinagrassa, pare da un italiano: avesse letto la poesia dell’achmatova, che sasha citava tanto cripticamente quanto letteramnente, non si sarebbe scottato con la lanterna prendendola per una lucciola]

    in mezzo, al v. 5 una citazione storica, “è ottobre” – störtebeker fu decapitato il 20 ottobre 14001;
    e al v. 6 un’altra citazione da eich: hanfseil (che ho tradotto con cordino di canapa e ora miglioro con canapo, guadagnando un endecasillabo), è la corda cui i nove in eich sono legati alla stanga.

    quindi, a imbuto: jan si einfühla (lett. s’infila) in eich che s’era einfülato in störtebeker.

    tutto di jan l’iserto femminile in metafora (le nubi), ma mica tanto, perché introducono il pollo störtebeker (in verità ad amburgo c’è una birra famosa störtebeker, mentre i polli vengono smerciati dal marchio iitaliano AIA), a rovescio, ossia post mortem e ante fornum.

    ai vv. 10-13 il climax col boia-padre che manovra la scure esattamente come accadde nel lontano 1401 (ottimo il pallido dei pugni, non si sa se per il freddo o qualche passeggero timor&tremore)

    qui non so andare avanti: non so cioè se in germania i polli li ammazzano così. tornerò a indagine compiuta.

    intanto aggiorno la classifica. prima ancora di 1-lessico, 2-ritmo, 3- rima per me c’è, schleiermacherianamente, la precomprensione globale dell’autore e della sua epoca. direi dunque: 0– cultura, e a seguire gli altri tre.

  38. @db
    impaziente almeno quanto te di scoprire come in Germania ammazzino i polli (anche se ci ho abitato per un po’, purtroppo non sono in grado di venirti in soccorso), tornando al testo, ho come l’impressione che un’ulteriore opposizione tra due mondi possa essere contenuta in quel frauen. vater con la soluzione di continuità rappresentata dal punto, un’opposizione maschile/femminile resa molto forte dall’enjambement e che però rimane confinata al centro della poesia, non trova alcuno sviluppo nella chiusa. Impressionante, da un punto meramente statistico, l’utilizzo quasi esclusivo di sostantivi di genere maschile o neutro, con quel Kälte che arriva praticamente a metà poesia, die Wolken, e poi per l’appunto die Welten, che sono le uniche tre eccezioni, mi pare. Se quello maschile è sicuramente un mondo a tutto tondo, con i suoi ammazzamenti, i suoi padri-boia e i suoi polli, quello femminile è una specie di sogno festivo, un po’ alla Chagall, con le donne che spennano le nuvole-pollo o i polli-nuvola, interessante, no?

  39. @valentina, tutti, nessuno

    [tra parentesi per non toccare la suscettibilità degli animalisti: ebbene sì, da 0.42″ https://www.youtube.com/watch?v=mM6o4a4qFuw. punto dolentissimo è il fermo-immagine sulla carezza dello hagen di turno]

    ricapitolando, siamo in grado di ripercorrere il processo mentale e al contempo poietico di jan: è lui stesso a mostrarcelo.

    jan legge (o rilegge) la talpa di eich. impossibile lo attragga la storia di störtebeker, poiché la conosce benissimo: in germania è arcinota (canzoni, film, documentari, recentemente un serial).
    tolta la trama, ad attrarlo resta solo l’interpretazione che ne dà eich.
    limpidamente, il testo autodiegetico di eich presenta l’autore qua condannato a morte, anzi il più condannato, essendo nono e ultimo. egli è: l’inerme – il senz’arme. L’arme ce l’ha il boia, sicario del potere.

    da machiavelli a weber, il potere ha il monopolio della forza, e la forza si esercita con le armi. i giochi sembrano fatto, non ci fosse l’eroe, il vir (la v latina sostituisce l’aspirata greca) che sta sì per essere evirato e quindi è come gli altri, ma (più ulisse che achille) ha un’arma invisibile: l’intelligenza. così trova una scappatoia, come davanti alla sfinge edipo, che risolvendo l’enigma liberò la città dalla peste.
    ancora come edipo, interverrà però alla fine un potere più alto ed enigmatico rispetto a cui l’intelligenza è vana: una variabile impazzita, il boia stesso, li stermina comunque tutti. due anni dopo infatti, e questa è storia documentata, il boia fu giustiziato perché udito dire che gli era uguale decapitare un pirata o il re (siamo già nei paraggi del terrore giacobino, quello per cui secondo hegel le teste saltavano come cavoli).

    ovviamente i condannati sanno dell’ultimo bizzarro desiderio espresso dal loro capo (non dalla loro testa, che non ci arrivava), ed è aggrappandovisi che nonostante tutto continuano a sperare. Un filo di speranza quindi, contro il filo della scure. In una parola, eich è gramscianamente: pessimismo della ragione (sono il nono), ottimismo della volontà (corre ancora).

    la funzione strategica dell’esergo in generale l’abbiamo già sottolineata. qui essa assume una torsione particolare: l’esergo equivale a un tema in classe e, come successo da noi per caproni, si regge su un sottinteso: il candidato svolga le sue considerazioni.

    e jan inizia giusto, non andando fuori tema, seppure non centrandolo: entra cioè nei panni di eich-condannato, ma con un supplemento di intelligenza che gli viene dato dal rivivere la vicenda in terza persona. così, mentre eich può soltanto sperare, jan approfitta del distacco per ragionare. come se allungasse il discorso breve di eich con un domanda “tecnica”: quante possibilità ci sono? ed essa ne trascina un’altra: la volontà del capo sta esclusivamente nel capo del capo, ossia nel suo cervello, o può pervadere il suo corpo fino ai piedi?
    con le parole di jan: dov’è il vero lui? non lo sanno ancora i neuroscienziati, figurarsi jan. finisce imbottigliato, sicché: aut continua andando fuori tema, aut ci entra del tutto, come aveva fatto eich.

    jan prende la seconda via, e dopo la ruminazione dei vv. 1-4 si getta a capofitto, calandosi al v. 5 nei panni di eich-condannato: “sono il nono ed è ottobre”.
    e qui è la svolta: jan si cala nel condannato-eich calandosi nell’infanzia propria. L’infanzia infatti ha questo di particolare: che le passioni sono più scoperte, non ancora protette dalla scorza intellettiva. Il bimbo letteralmente vibra i.e. trema.

    per calarsi nell’infanzia jan non ha fatto un ulteriore ragionamento, né ha esercitato la sola memoria volontaria. gli è che le passioni nell’adulto, per quanto corazzate, sussistono, ed è dallo strofinio tra esse e il tema che spunta il ricordo, dal cuore (re-cordare = rinculare nel tempo col cor).
    L’esperienza in questione è presto detta: jan da piccolo ha visto il padre decapitare un pollo. Su questa base reale, Jan può proseguire trasferendo i dati della talpa sul suo ricordo d’infanzia. Ne esce un ibrido, un pollo-talpa (un mostriciattolo, direbbe qualcuno), per cui il bimbo è uno di nove (sfido jan a ricordare il numero reale: il ricordo vero ricorda solo l’essenziale), sta inginocchiato, in fila.

    Il passaggio al mondo femminile (come nota valentina, altri 2 mondi: maschio e femmina), ossia all’inciso dei vv. 8-10, è magistrale. In ginocchio, nei momenti drammatici, si suole alzare gli occhi al cielo, a invocare l’aiuto di dio – se esistesse. Esistono invece nuvole bianche che metonimicamente (ironia sadica della sorte), rimandano il bimbo speranzoso in castigo, al mondo (maschile) donde lo sguardo era fuggito: al pollo.

    [approfitto per sostituire “macchie / di bianco” con “macchie / bianche” e ottenere così un aereo-arioso endecasillabo interno: “macchie bianche le nuvole sopra noi”]

    per ora basta e avanza. sarebbe bello che elena, dopo aver avviato l’analisi di störtebeker, tornasse a dirci la sua; e che la redazione raggiungesse in qualche modo jan perché ci sciolga il nodo tappeto/pianoforte.

  40. Tutto molto interessante, soprattutto i silenzi italiani. Dove sono gli altri traduttori di Wagner?

  41. @valentina

    riprendo da dove ho lasciato. tu dici nel tuo ultimo commento che nella poesia la donna è quasi-assente: e se fosse onnipresente?
    Consideriamo la metafora ai vv. 8-9 (dove en passant scopriamo che il malcapitato pennuto è bianco):
    bianche le nuvole sopra noi, quasi spennassero / pollame
    weiß die wolken über uns, als rupfe / man federvieh
    letteralmente: bianche le nuvole sopra noi, quasi si [man] / spennasse pollame

    metafora classicissima. pollame : nuvole = man : x

    il man è uno spennatore quasiasi, purché umano. E x? Chi è che sparge in cielo nuvole come in terra l’uomo sparge penne? Nella mente di ogni bimbo, ma anche in quella di ogni credente, dio.

    Immediatamente dopo, ai vv. 9-10 “come prima delle feste / le donne”:
    questa è assai più che un’analogia, è una specificazione del genere spennatore: il “man” di prima sono le donne. Ed esse a loro volta sono il genere (femminile) di una specie, questa volta individua: la hausfrau, proprio quella lì, in quell’aia, in quel giorno ecc.

    stando alla metafora dunque, la madre sarebbe dio in terra. E infatti è lei a governare la casa, a dirigere le operazioni, a fissare gli obiettivi, le scadenze. Una regista insomma.
    l’obiettivo è il pranzo. quale pranzo? Qui, come si parla di frauen, si parla di festen: ma mentre frauen è generico, festen penso sia specifico: weihnachtsfesten, le feste natalizie (allo stesso modo in tedesco stagioni si dice tanto jahreszeiten/tempi dell’anno quanto zeiten).

    qua spennatrice, la madre è: una complice i.e. finisce il lavoro sporco del padre.
    qua regina della casa, è la consorte del re.
    qua creatrice del menu, è dèa.
    da un certo punto di vista, è dea cristiana (gesummaria): è lei come gesù a organizzare il pasto natalizio, ad allietare la mensa, a comunicare col menu la benedizione – ma è anche quella che ordina quanti polli sono necessari. Dal punto di vista di un bimbo che assiste alla decapitazione del pollo la madre è: mandante, sobillatrice (le tinte qui, da chagalliane si fanno caravaggesche).

    Quanto al padre dei vv. 10-11, come già detto è Abramo col pollo Isacco, e ora anche Erode, quello che dopo essere stato sobillato da salomè a decapitare l’annuciatore del messia, giusto a natale fa strage di tutti i bambini – tutti, compreso jan (fosse mai lui il neonato messia)?

    Valentina, tu invitavi in un commento predente a fissare l’attenzione sul derweil del v. 12. Sento che hai ragione, ma non so ancora perché. Alla prossima (e ultima, spero).

    @sal.
    la tua domanda penso sia pertinente nell’ottica di un litblog che nei commenti spera ci sia arriccimento (né soli complimenti, né attacchi immotivati, né ovviamente insulti e parolacce – ma contributi). allo stato dei fatti però, temo sia una domanda retorica.
    e comunque, siccome la speranza è l’ultima a morire, nello spirito di eich copincollo: *sarebbe bello che qualcuno della redazione via italiano interpellasse jan sul benedetto tappeto/pianoforte*

  42. Fra polli capponi talpe e maiali Elena si è un po’ persa. Questa comunque e la mia versione di “störtebeker”:

    Io sono il nono, un brutto posto.
    Ma ancora cammina.
    Günter Eich

    ancora cammina, la testa assiste al barcollare
    in avanti del corpo. ma lui,
    lui dov’è? in quegli ultimi sguardi dal canestro
    o nei passi senza sguardo?
    io sono il nono e siamo in ottobre;
    il freddo e la corda tagliano più a fondo
    la carne. siamo in ginocchio, in una fila, in macchie
    di bianco le nuvole sopra di noi, come se spennassero
    volatili lassù – come le donne
    prima delle feste. papà che nei pugni sbiancati
    stringeva il manico, e la scure, netta,
    ammiccava alla luce. nel mentre la gallina
    correva insanguinata sbattendo le ali, cercando la sua strada
    fra due mondi, oltrepassando noi bambini urlanti d’entusiasmo.

  43. Da lettore, da non-traduttore, o da traduttore-lettore (anche chi legge traduce) non voglio sapere tutto del testo. Ora mi sono riletto cinque volte “störtebeker”, ho risalito a mani nude il commentario, in un momento di allucinazione ho pure visto db nei panni di Abramo alzare su di me il coltello sul monte, e poi un belato salvarmi.

    Chi salva il lettore dalla sovrainterpretazione? Dalla luce abbagliante che porta a giorno ogni angolo della poesia? A me piace mantenere l’idea di un “non-saputo” poetico, un non-saputo al Jan stesso, che la poesia è in grado di esprimere. Proprio perché mi pongo davanti al testo diversamente dal compito di tradurlo. Siamo ancora in-dividui, vedendoci barcollare nei polli, nei pirati, nei condannati de-capitati?

    @db scrivi che “ricapitolando, siamo in grado di ripercorrere il processo mentale e al contempo poietico di jan: è lui stesso a mostrarcelo”.

    Vero, verissimo, e ottimamente detto ed esposto. Dopo di che c’è il “reagire” al testo – da parte del lettore – che lui ha prodotto. Reagisco sinteticamente a quel testo, e non analiticamente ai processi che l’hanno generato. E, certamente, posso avere reazioni diverse prima e dopo aver ripercorso il processo mentale e poietico dell’autore, dopo aver letto, ad esempio, la tua interpretazione. Sono possibili ricostruzioni diverse dei processi mentali e poetici che hanno generato un testo? Sì, anche se ci saranno ricostruzioni più o meno autorizzate dal testo stesso. Se volessi sostenere che “”störtebeker” è un manifesto del veganesimo potrei costruirne una lettura fantasiosa, e poco plausibile. Ma anche ritenere che ci sia UNA unica ricostruzione possibile di cosa ha generato quel testo poetico significa negare quel non-saputo al poeta stesso che è, spesso?, talvolta?, un movente stesso della scrittura poetica.

  44. Scusa, Matteo, ma allora di che cosa abbiamo parlato fin qui? Intendi forse sostenere che l’indispensabile scavare nel testo vada automaticamente nella direzione di una autocompiaciuta sovrainterpretazione da parte del traduttore? Nel passaggio tra le lingue, il traduttore è costretto a tentare di ricostruire il processo mentale dell’autore – e spesso nemmeno gli autori sono in grado di spiegarglielo. Altrimenti non saprebbe che mettere su carta. L’analisi è tutto, e le ambiguità di cui sembri bearti-salvarti sono solo zeppe nostre, ovvero sconfitte. Certamente il lettore con la sua interpretazione completa la nostra – di autori e traduttori – ma l’imput-coltello, sorry, rimane dalla nostra parte. La ricostruzione ha per forza di cose da essere UNA, e non costa poca sofferenza arrivare a rinunciare alle altre plausibili varianti. Al di là del non saputo, non visto, non capito, resta il testo, ed è tutto.

  45. incredibile ma vero: sarò breve. per forza maggiore: al momento di postare la solita lenzuolata, ritoccando il commento è saltato. ripetere è sopra le mie forze, sintetizzare no.

    @valentinaecc.

    v. 10. bleichen fäusten
    faust, in tedesco e nel contesto = pugno o mano
    bleich = pallido. google: Il “fenomeno di Raynaud” colpisce un adulto su 20. E’ caratterizzato dal fatto che le dita delle mani diventano bianche con il freddo o, più raramente, per l’emozione. il 20 ottobre, giorno cui jan assegna il ricordo (anniversario della decapitazione di störtebeker: a prop. che commenti ci sono qui sopra in data 20 ottobre? interessante controllare), poteva essere freddo assai, ad amburgo (da noi meno).

    v. 11. beil = accetta
    differenza fondamentale tra beil e axt/scure è che la prima si stringe con 1 mano, la seconda con 2 (da qui in avanti mi baso sul bocabolario dei grimm)

    v. 12. zwinkerte
    zwinkern è iterativo di zwinken = muoversi luccicando, ma anche muoversi involontariamente per terrore o furcht/paura. insomma zwinkeln = tremolare (di cui il luccichio è solo effetto, per quanto istantaneo). ergo il caso nostro può essere uno dei rari di cui in incipit.
    [nell’original volatilizzato, pistolotto su timore e tremore da paolo a søren]

    la domanda chiave è: la scena descritta ai vv. 10-12 è prima o dopo la decapitazione? dopo, ce lo chiarisce il seguito: intanto il pollo insanguinato, i.e. post factum sanguinis.

    [qui amena divagazione volatilizzata sul fatto che tutta la pittura del 500 e 600 ritrae abramo immediatamente dopo essersi accorto dell’angelo (googla “sacrificio isacco pittura 500″ e ripeti con 600), e solo uno immediatamente prima (googla jacopo da ponte sacrificio isacco”), con potenziamento drammaturgico. divagavo appunto a rimembrare come l’affresco in questione fosse e sia tuttora in una cappella della chiesa parocchiale del mio paese, con ovvio sciame di nanetti dietro]

    miglioro dunque mia traduzione dei vv. 11-12:

    che teneva stretto il manico, e la lucida accetta
    che tremolava al sole. il pollo intanto

    @ matteo. giusto che la poesia può/deve essere occupata/completata dal lettore: ma gli spazi vuoti/liberi li decide l’autore, non il traduttore e/o il lettore altrimenti si potrebbero presentare casi infausti come questi due:

    – la poesia achmatoviana di sasha dugdlale postata qui su lplc offre due menu: uno normale con gallina (grassa) d’aia, uno vegano con farinello al salto (di steccato).

    – l’ultima poesia di jan qui postata offre due scene: una macrostorica con pianoforte che precipita causa bombardamento a tappeto, una microstorica con zia ragazzina la cui narice dx durante festa di compleaanno le viene otturata da tappetto di spumantino, mentre la sx era stata appena occupata da briciola di panforte salitale su dal palato (entrambe le scene comunque ambientate nel luglio 1943).

  46. @db (e tutti)
    bella l’immagine della dea-madre-mandante, però mi pare che confermi la mia sensazione: l’elemento femminile non è onniprensente, ma confinato alla parte centrale, e nei vv.1-5 e poi vv. 10-15 prevale decisamente quello maschile – raffinatissima tra l’altro in vv.1-5 la ripetizione di er/her in terza posizione, -er-er-her-er, com l’eccezione ovviamente del v. 2, dove c’è -em, ma tanto si sa che le desinenze in tedesco sfumano. Su zwinkerte: “tremolava al sole” è sicuramente migliorativo rispetto a “scintillava”; nella speranza però che il lettore capisca che qui tremolare è utilizzato nel suo significato estensivo di “emanare una luce discontinua e intermittente” (be’, qui ovviamente più riflettere una luce ecc…) e non nel senso primo di oscillare. E qui torniamo al pistolotto volatilizzato su timore e tremore. E la domanda, mi pare, possa porsi così: certo, è la luce a tremolare sull’accetta, ma tremola anche perché le mani del padre tremano? Qui, più che di dita si parla di pugni, e i pugni e le nocche in genere diventano bianchi non tanto per il freddo, ma perché si stringe troppo forte qualcosa. Dunque, passando dalla madre-mandante al padre-esecutore: il padre trema?

  47. ho controllato: il 20 ottobre (anniversario della decapitazione si störtebeker e data del ricordo di jan) in questo thread, stimolato da elena, marilina e valentina, avevo scritto:
    @elena, valentina e marilina: ve la siete voluta.
    hamann afferma che l’esergo non è un’insegna di negozio che segnala la mercanzia, ma il granello di senape da cui germoglia il testo intero. ergo: *Kniend, geschoren. Eine Reihe zu neunt, an eine Deichsel gebunden. Des Hauptmanns Kopf in einem Weidenkorb. Sein Rumpf steht aufrecht, setzt die Füße. Wen er erreicht, der kommt frei. Ich bin der neunte, ein schlechter Platz. Aber noch läuft er.* G. E. da qui, purtroppo o per fortuna, bisognerà ripartire (se si vuol essere seri, ovviamente).

    @ valentina, elena, marilinaecc.

    nel momento in cui appare, la madre assume valenze totalizzanti, ma ella manca nel momento topico: la decapitazione, dov’è presente solo il padre.

    dicevamo sulla scorta di søren, che il ricordo vero ricorda l’essenzale, tutto il resto è memoria (mnemotecnica). nel caso nostro l’essenziale è l’atto/fatto della decapitazione, mentre mese, il numero dei bimbi, posizione loro in ginocchio, non solo sono accidentali, ma sddirittura di seconda mano, copiati da eich.

    i punti fermi del occiolo essenziale, il cui ricordo dovrebbe essere indelebile, riguardano in jan non l’attimo della decapitazione, ma quello immediatamente successivo. in questo attimo succedono due atti contemporanei (dove la contempraneaità è dichiarata dal derweil = nel frattempo):
    – il pollo appena decapitato corre via
    – il pade resta con l’attrezzo in mano.

    a fare problema è questo atto secondo. e per più versi.
    – il pollo normalmente si uccide con l’accetta/beil, e questa s’impugna con una mano sola, per un motivo preciso: la mano che tiene il pollo per le zampe è coordinata a quella che impugna l’accetta dal cervello, sicché, se il collo l’attimo prima della decapitazione si muove/sposta, il cervello fa in tempo a riprogrammare la traiettoria dell’accetta. ciò non può succedere se la mano che tiene il pollo è di un soggetto diverso dal boia (due cervelli non possono coordinarsi nell’attimo).
    cosa succede qui invece? accetta o scure che sia (poniamo jan abbia scritto beil e non axt/scure per rimare con derweil), siccome l’attimo dopo l’atto il padre stringe l’attrezzo con ambo le mani – dov’è la terza mano che stringe le zampe?! bisogna introdurre un estraneo, e sfido chiunque a trovare in rete o nella realtà un cerimoniale complicato al limite dell’ assurdo.

    il ricordo (non la memoria) di jan quindi: aut è falso, aut è allucinato. la seconda ipotesi è possibile: nel suo ricordo il padre è così “trascendente” o “trascendentale” da calarsi dall’alto con ambo le mani, quasi a ingrandirne vieppiù la violenza, e con essa il dramma interiore.

    certo, il pallore oltre che dalla tensione, può essere stato causato dal freddo o dallo stringere (ipotesi valentina). ma qui allora la domanda diviene: come mai il padre continua a stringere l’attrezzo con ambo le mani anche dopo la decapitazione? (søren parlava al proposito di abramo di sospensione dell’etica: qui quantomeno avverrebbe una sospensione degli arti).

    al momento abbiamo dunque un dramma la cui ricostruzione è in parte inventata (bambini inginocchiati in fila a ottobre) e in parte allucinata (ossia seminventata: padre bimane).
    a decidere di questa allucinazione, a rigor di logica dovrebbe essere il verso finale.
    onestamente non so come andrà a finire l’analisi di codesto verso; so solo che sarà risolutiva e che quindi il prossimo sarà il mio ultimo commento (a meno che da parte di altri commentanti non vengano posti altri problemi).

  48. jan fa con eich la stessa operazione fatta da eich con störtebeker:

    – eich in posizione autodiegetica è il condannato che assiste a una decapitazione: di suo rispetto alla “leggenda” ci mette: n. 9, canapo, posizione inginocchiata.

    – jan in posizione autodiegetica è il bambino che assiste a una decapitazione: di suo rispetto alla versione-eich ci mette: pollo al posto del capo, padre al posto del boia.

    abbiamo visto che la sceneggiatura della (post)decapitazione non regge (come un orologio sul polso di un centurione in un film sorico).
    abbiamo dato a jan un’assoluzione parziale parlando di allucinazione da choc infantile.
    faccio molta fatica a pensarla così, proprio perché normalmente l’immagine essenziale si fissa nel ricordo senza controsensi di sorta. perché mai il bambino-jan si ricorda di un padre a due mani quando era ad una?
    La soluzione più plausibile è: jan si è inventato tutto, come un dickens che scrivesse un david copperfield in prima persona. a maggior ragione l’errore è quindi grave, per difetto di einfühlung nonché di resa.

    proseguiamo: das huhn derweil / lief blutig.
    derwei è il termine chiave: da weile, lasso di tempo, ossia letteralmente: in quel lasso di tempo. i tedeschi hanno l’analogo inzwischen, letteralmente in mezzo. noi italiani abbiamo la mirabile crasi: nel frattempo (mirabile tanto più se si considera il successivo zwischen zwei welten/fra 2 mondi – tempo e spazio quindi).

    ma quali sono questi 2 mondi attraverso cui il pollo decapitato cerca una sua strada?
    interpetazoni come sappiamo, ce ne possono essere diverse, e tutte pertinenti al quadro delineato dalla poesia. ma nessuna soddisfacente e decisiva, in quanto solo assai metaforica.

    ci sarebbe un’interpretazione meno vaga, più concretamente visiva: il pollo passa tra due ali di persone, il mondo degli adulti omicidi e quello dei bambini innocenti. ma se i bimbi sono 9, di adulti ce n’è solo 1, il padre, che è fermo al ceppo e quindi non fa ala.

    ce n’è però un’altra ancora, concreta e grammaticalmente consentita: l’in cerca della propria strada può cioè ad egual ragione essere retto non da lief, ma da fflatternd/svolazzando: il pollo cioè svolazza cercando la sua strada tra 2 mondi.

    svolazzare 3cani: Volare qua e là, senza una direzione precisa.
    tipico dello svolazzare, aggiungo io, è anche l’alzarsi in volo per subito atterrare e viceversa.
    svolazzare come un volare rasoterra,trovarsi cioè né a terra né per aria – sicché i 2 mondi sarebbero quello terrestre e quello celeste, già introdotto dalle nubi bianche/piume spiumate.

    il pollo cioè svolazza tra la vita e la morte, dove la vita è data dal beccare il cibo in terra, dal mangiare, e la morte da spennamento+pentola, dall’essere mangiato.

    se poniamo l’in cerca come retto da svolazzando, il lief si aggancia automaticamente al vorbei an. dunque

    lief vorbei an = passava accanto/davanti

    a questo punto miglioro (?) la traduzione dei vv. 12-14 così:

    che tremolava al sole. il pollo nel frattempo
    insanguinato, svolazzando in cerca della via
    fra due mondi, passava accanto a noi bambini …

    mi resta da riempire i …, e da verificare se il suggerimento di elena, di tradurre vater (senza articolo) con papà, è perspicuo. sono in collegamento con un collega tedesco (non purtrppo con jan), e domani scioglierò l’ultimissima riserva.

    in cerca della via
    fra due mondi, davanti a noi bambini urlanti.

    vater, der mit bleichen fäusten
    den stiel umfaßt hielt, und das blanke beil,
    das zwinkerte im licht. das huhn derweil
    lief blutig, flatternd, s, vorbei an uns johlenden kindern.

  49. Se è vero che jan fa con eich la stessa operazione fatta da eich con störtebeker, allora di suo rispetto alla versione-eich ci mette anche i bambini dell’ultimo verso, e per forza di cose, essendo lui stesso bambino in posizione autodiegetica. Torno dunque al mio commento di 10 giorni fa sul significato di johlenden e mi chiedo: perché jan sarebbe dovuto ricorrere a questo verbo dall’uso tutto sommato non particolarmente comune (il Duden gli dà come Häufigkeit 2 su 5), se avesse inteso utilizzarlo unicamente come vox media (“urlare”) senza dargli quella sfumatura di giubilo/trionfo che è assente da altre possibili alternative (schreien, su tutte)? Non per ragioni metriche, com’è evidente. Dopodiché, traducendo johlenden con giubilanti, la poesia assume certo un significato abbastanza disperante, ma mi limito a portare fino alle estreme conseguenze (forse con eccessiva cocciutaggine?) quell’identità, o quella sorta di genealogia intertestuale pirati-prigionieri-bambini istituita da jan.

  50. avevo scritto in parte il mio commento; letto quello di valentina, lo ricalibro.

    dunque giustamente ribadisce valentina : Johlend = giubilante,
    ma altrettanto giustamente ne deduce: *la poesia assume certo un significato abbastanza disperante* (toglierei l’abbastanza, e direi: più disperante di eich, dove il nono almeno sapeva che da lì a poco l’enigma sarebbe stato risolto).

    nel frattempo, ho sentito Hans Ebner (col quale mi ero occupato di wagner tempo fa https://www.nazioneindiana.com/2008/03/27/gioventu-tedesca-i/ ), e i risultati sono:

    – papà in tedesco è vati (vater senza articolo si potrebbe anche tradurre papà, ma forzando – e qui, aggiungo io, togliendo drammaticità alla scena).
    – johlend = giubilanti, fuor di ogni dubbio.

    mi sono spiegato con hans: mettendo urlanti non contravvenivo al bocabolario (urlanti, sottinteso di gioia come https://www.youtube.com/watch?v=Rqx2HrBBJ6Q , alla riga 2 del testo sottostante) e rendevo non disperante la scena al lettore, che avrebbe capito per conto suo (io traduttore caronte, o forse megio ponzio pilato): urlanti di terrore, com’è normale che facciano 9 bambini davanti a una decapitazione appena avvenuta.

    tornerò in contatto con hans verso sera per vedere di risolvere il rebus. intanto speriamo (à la eich)

  51. Non sapevo che Wagner fosse anche un poeta!
    Scherzi a parte, non conoscevo questo poeta e devo dire che mi sembra interessante, mi piace il modo di raccontare le cose quotidiane e l’uso del linguaggio, e anche della punteggiatura. Complimenti al traduttore Borso, sempre una sicurezza.

  52. il “protagora” di platone è un dialogo senza risultato o un dialogo con risultato negativo?
    søren diceva: la seconda. e io pure modestamente ambirei che questo thread non si concludesse senza risultato.

    ringrazio tutti i partecipanti, e soprattutto hans ebner, se un risultato negativo questo thread per quel che mi riguarda ce l’ha – questo:

    JAN S’E’ INCARTATO

    ossia s’è imbarcato in un compito più grande non di lui ma di chiunque.

    mi spiego tenendo a metro di non-incartamento eich.
    lì tutto funziona. lui s’immagina di essere al posto di un condannato, precisamente dell’ultimo in fila, e l’einfühlung scatta automatica, per l’autore non più che per il lettore, poiché la situazione ritratta è quanto di più comune possa capitare.

    io ad es. ieri mattina sono andato al mio bar sotto casa, l’orso nero, dove hanno le brioche più buone di milano. c’era la fila, e io entrando per ultimo, quinto, ho visto dentro la vetrinetta che c’erano ancora 4 brioche. ho sperato, sperato… finché quello prima di me s’è slappato l’ultima.

    più la posta in palio è alta, più la scena diviene drammatica.
    in altro esempio: quella volta (solo 40 anni fa) che ero in fila sotto la neve a ny per un concerto di lou reed in un pub e la coda era lunga e i posti a sedere 200…

    il desiderio s’intensifica man mano che le condizioni per esaudirlo peggiorano. se come oggetto del desiderio mettiamo la vita i.e. la pellaccia, l’immedesimazione è assicurata. e questo fa eich.

    cosa fa invece jan? sarebbe bello che ce lo spiegasse chi lo sa o perché l’ha fatto o perché l’ha visto fare, e ben perciò da un bel po’ mi frulla in testa una canzone:

    jan, io vorrei che tu e italiano ed io
    fossimo presi per incartamento

    ma in mancanza di meglio, m’incarto io da solo, mettendomi nei panni di jan che si mette nei panni del bambino che si mette nei panni del condannato.

    la prima cosa da dire è che qui l’einfühlung è non a due come in eich, bensì a tre (jan-bimbo come medio tra jan-adulto e il condannato).

    ora, il condannato rappresenta il punto fisso, i.e. letteralmente il termine di paragone, e eich che vi si rapporta è consapevole della sua propria personale identità.
    ma jan? è l’adulto o il bambino? in altri termini, ma essenziali:

    DOV’E’ JAN, IL VERO JAN?

    jan wagner intendo, quello che all’inizio si chiedeva davanti all’ambulante störtebeker: “dov’è lui, il vero lui?”, quello la cui domanda ora gli si ritorce contro, com’è giusto che sia e auspicabile, poiché solo la risposta potrà salvarlo dall’incartamento. aiutiamolo dunque!

  53. Non conoscevo i testi poetici di Jan Wagner. Ringrazio il prof. Dario Borso per la traduzione impeccabile. Borso ci sta viziando; con Celan, Schmidt…

  54. @db
    Qualcuno mi disse che tradurre è giocare a carte, darle, prenderle, combinare, e – en passant – non barare.
    Da te apprendo che tradurre può essere incartarsi, mettersi tra le carte, e – en passant – scartarsi.
    La tua domanda sul “vero” Jan, il “dov’è” – è come chiedere altre carte a giocatori che hanno lasciato il tavolo.

  55. @db
    mi pare che la tua domanda sulla posizione di Jan nel testo riporti nel vivo la discussione, nel senso che quell’ich del quinto verso suona come una risposta o meglio una non-risposta all’interrogativo precedente wo/ist er, er selbst? – se Jan non può rispondere a questa domanda, sa però di preciso dov’è lui o, meglio, contrappone alla scissione fisica del gallo l’unità della sua identità. Che però, come già osservavi, è illusoria, dal momento che abbiamo Jan adulto che rivede Jan bambino attraverso la figura mediatrice del condannato. L’ich diventa poi plurale al v.7, quando compare wir. Ho la sensazione che per situare Jan quel wir possa essere prezioso – insieme com’è ovvio a uns kindern dell’ultimo verso. È tanto più significativo che l’identità di wir (bambini inginocchiati, allineati, metaforicamente condannati) si sveli al lettore soltanto all’ultima parola. Lo sguardo di Jan adulto (e singolare) secondo me rispunta fuori nel momento in cui connota la sua identità plurale passata e perduta con quel johlenden, che retrospettivamente non può non farlo (farci) tremare d’orrore.

  56. @quantimihannochiestoxmessengercomeandòafinireconloureed.
    dirò la verità, anche se dovesse gettare un’ombra sulla mia integrità morale.
    quando ho visto che non sarei mai arrivato alla biglietteria perchè la coda era troppo lunga, prima mi sono disperato, poi ho pensato, e infine sono stramazzato a terra sulla neve. stecchito, ai soccorritori parlavo però dicevo non è niente non è niente ma non mi alzavo (ai tempi parlavo inglese come un pappagallo, coi versi delle canzoni: it’s all right…, its’ all right mama… i’m only… risultato: previo passaggio in bagno a gettarmi in faccia acqua calda, mi hanno accomodato in seconda fila (era un pub, era una seconda fila di tavolini rotondi, del concerto ovviamente ricordo tutto, anche la scaletta. ma per precauzione non ho mai applaudito, tenevo le braccia giù).

    @sal
    quando esprimevo il mio voto di esser preso per incartamento con jan & italiano, intendevo banalmente: intrattenere un carteggio.

    @valentina
    accolgo l’approfondimento, ma non il rinvio a wir, bambini: 1, 9 o 100 non cambia di una virgola il problema.

    grazie anche ad hans, ho preso un’altra strada, che mi è costata più fatica di quanto si possa pensare: sono andato per li rami genealogici, con l’intento di ricostruire nei dettaggli la scena drammatica della decapitazione. ecco il risultato della nostra ricerchina:

    – sua madre insegnava Englisch und Französisch e gli passava Rembaud annotato.

    – 5 figli, tra cui jan

    – babbo Bernd nato 1957.
    Doktorarbeit fu su „Verbrechen bei Dostojewski”.
    uni a Tübingen, nel 988 Assistent an der Eberhard-Karls-Universität Tübingen.
    specialista, oltre che di Strafrecht, di Psychiatrierecht.
    mesi fa ha messo in rete un saggetto penso dirimente su: la narratività in ambito legale.

    che la poesia di jan sia narrativa, si vede da subito.
    incrociando padre e figlio, dovremmo stabilire finalmente il grado di verosimiglanza del ricordo d’infanzia di Jan. (se aristotele ha ancor voce in capitolo, la verosimiglianza dovrebbe contare pure in estetica/poetica.)
    ecco il saggetto:

    http://www.confront-strafrecht.de/2016/11/01/der-erzaehlende-beweisantrag/

    (Bernd a differenza di jan è raggiungibile via e-mail. ho chiesto alla redazione di fare da intermediario con jan & italiano, ma deve aver capito prosseneta e ha declinato)

  57. avevo postato un commento, quest volta non avevo inceppato nulla, ma non è più in moderazione. faccio di necessità virtù, sto imprando a brachilarmi.

    @ai3chemihannochiestosufbcomefinìconloureed
    o lo chiedete qui, o nisba: ci mancherebbe solo di rivolizzare il dibattito!

    @sal
    il voto mio di essere preso per incartamento con jan@italino era una banale richiesta di carteggio telematico (ho rivolto il voto alla redazione chiedendole di fare da intermediario, ma ha risposto che non è il loro mestiere – temo abbia frinteso con mezzano)

    @valentina
    s-centrata sul wir: 1, 10 o 100 bambini non cambia una virgola alla questione: se eich avesse detto 11, jan avrebbe detto “noi 11”: è la parte accidentale, finta, falsa del ricordo.
    fumosa sul resto: il problema è uno solo, e lo ribadisco: johlend ci sta o no?

    nel frattime con hans ho setacciato in rete. ecco i risultati sintetici:

    jan (1971) è figlio di una prof di inglese e francese alla superiori. da lei, che gli passava il suo rembaud annotato a matita, ha preso la vena poetica: la consistente biblioteca di casa ha fatto il resto.

    jan è uno di 5 figli.

    babbo bernd (1957) ha fatto l’università a tubinga, dove si è addottorato con una tesi su “dostoevskij e il delitto”. a tubinga è rimasto come ricercatore, fino a ottenere sempre lì nel 1988 (quando jan era 17nne) il titolo di assistente ordinario in strafrecht, diritto penale.

    la famiglia abitò sempre (padre escluso) in una cittadina vicina ad amburgo. lì jan ha fatto il liceo, qui l’università.

    il campo specialistico d’indagine di bernd è il diritto psichiatrico.
    in questo ambito l’ultimo suo saggio è comparso in rete mesi fa:

    http://www.confront-strafrecht.de/2016/11/01/der-erzaehlende-beweisantrag/

    l’argomento specifico è: il ruolo del narrativo nella testimonianza legale.

    che la poesia di jan sia narrativa, è palmare.

    incrociando padre e figlio, dovrebbe dunque uscirne qualcosa (sperabilmente non un aborto).

  58. il poeta jan wagner (1971) è figlio di una prof di inglese e francese alla superiori.
    da lei, che gli passava il suo rembaud annotato a matita, ha preso la vena poetica: la consistente biblioteca di casa ha fatto il resto.

    jan è uno di 5 figli.

    babbo bernd (1957) ha fatto l’università a tubinga, dove si è addottorato con una tesi su “dostoevskij e il delitto”.
    a tubinga è rimasto come ricercatore, fino a ottenere sempre lì nel 1988 (quando jan era 17nne) il titolo di assistente ordinario in strafrecht, diritto penale.

    la famiglia abitò sempre (padre escluso) in una cittadina vicina ad amburgo: lì jan ha fatto il liceo, qui l’università.

    il campo specialistico d’indagine di bernd è il diritto psichiatrico.
    in questo ambito l’ultimo suo saggio è uscito in rete mesi fa:

    http://www.confront-strafrecht.de/2016/11/01/der-erzaehlende-beweisantrag/

    l’argomento del saggio è: il ruolo del “narrati”v [narratività] nella testimonianza legale.

    che la poesia di jan sia narrativa, è palmare.

    incrociando padre e figlio, dovrebbe dunque uscirne qualcosa (sperabilmente non un aborto).

  59. Mi giunge voce che da stamattina db non riesce a postare più commenti. Attribuendo la circostanza a un inspiegabile guasto tecnico (e a che cosa altro, sennò??), spero che il problema si risolva presto: sarebbe davvero un peccato che una discussione così proficua si interrompa sulla parola “orrore”.

  60. @ai3chemihannochiestosufbcomefinìconloureed
    o lo chiedete qui, o nisba: ci mancherebbe anche di rivolizzare il dibattito!

    @sal
    il voto mio di essere preso per incartamento con jan&italiano era una banale richiesta di carteggio telematico

    @valentina
    s-centrata sul wir: 1, 10 o 100 bambini non cambia una virgola alla questione: se eich avesse detto 11, jan avrebbe detto “noi 11”: è la parte accidentale, finta, falsa del ricordo.
    fumosa sul resto: il problema è uno solo, e lo ribadisco: johlend ci sta o no?

    nel frattime con hans ho setacciato in rete. ecco i risultati sintetici:

    il poeta jan wagner (1971) è figlio di una prof di inglese e francese alla superiori.
    da lei, che gli passava il suo rimbaud annotato a matita, ha preso la vena poetica: la consistente biblioteca di casa ha fatto il resto.

    jan è uno di 5 figli.

    babbo bernd (1957) ha fatto l’università a tubinga, dove si è addottorato con una tesi su “dostoevskij e il delitto”.
    a tubinga è rimasto come ricercatore, fino a ottenere sempre lì nel 1988 (quando jan era 17nne) il titolo di assistente ordinario in strafrecht, diritto penale.

    la famiglia abitò sempre (padre escluso) in una cittadina vicina ad amburgo: lì jan ha fatto il liceo, qui l’università.

    il campo specialistico d’indagine di bernd è il diritto psichiatrico.
    in questo ambito l’ultimo suo saggio è uscito in rete mesi fa:

    http://www.confront-strafrecht.de/2016/11/01/der-erzaehlende-beweisantrag/

    l’argomento del saggio è: il ruolo del “narrativ [narratività]” nella testimonianza legale.

    che la poesia di jan sia narrativa, è palmare.

    incrociando padre e figlio, dovrebbe dunque uscirne qualcosa (sperabilmente non un aborto).

  61. penso sia errore, non orrore

  62. @Valentina Parisi, sì, vero, anche in un tempio laico come questo, sarebbe davvero un peccato non leggere più db. E un errore finire con orrore.

  63. io mi sono perso qualcosa. DB vuol che Jan ci porti le ultime sue analisi del sangue e delle urine, e il 730 del padre e della madre per decifrarlo compiutamente? Io resisto come posso con la mia volontà di ignoranza di lettore ma vorrei che la sua esegesi infinita avesse libertà di proseguire qui.

  64. @Dario Borso

    Abbiamo lasciato uno spazio molto ampio al dibattito sulle sue traduzioni. Da ora in poi consideriamo chiusa la discussione. Non pubblicheremo altri commenti.

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