Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Cinque assaggi di Jan Wagner

| 23 commenti

a cura di Dario Borso

Jan Wagner, fresco vincitore del Büchner Preis, ha finora sfornato cinque libri più due. I libri, o sillogi che dir si voglia, sono: Probebohrung im Himmel [Carotaggio in cielo] del 2001, Guerickes Sperling [Il passero di Guericke] del 2004, Achtzehn Pasteten [Diciotto sfogliate] del 2007, Australien [Australia] del 2010 e Regentonnenvariationen [Variazioni su un barile d’acqua piovana] del 2014. Gli altri due libri sono in senso letterale hors d’œuvre, ché Der Wald im Zimmer (2007) Jan lo scrisse a quattro mani e Die Eulenhasser in den Hallenhäusern (2012) addirittura a otto.

Quanto a me, avendo carotato anch’io (nell’opera), offro agli esigenti quanto eventuali palati cinque hors d’œuvre in altro senso (uno per libro).

haute coiffure

la morsa d’oro dello specchio fissò lo sguardo:
lei con unghie rosse, io coperto
di drappo bianco come un pezzo da museo.

poco sopra le mie orecchie cinguettava
la forbice. oh stuolo odoroso di creme
e flaconi serventi! l’acqua sciabordava

ma sotto su lisce piastrelle si
ammutinavano i pelucchi contro noi,
una ciurmaglia muta con un antico sapere.

fuori ulularono cani, appena tagliati
i miei capelli si rizzarono sulla nuca,
e in me il lupo dette uno strappo alla sua catena.

haute coiffure

der goldene schraubstock des spiegels hielt den blick:
sie mit roten nägeln, ich mit weißem
tuch bedeckt wie ein museumsstück.

dicht über meinen ohren zwitscherte
die schere. oh duftende dienerschar
von cremes und flakons! das wasser plätscherte,

doch unten rotteten auf glatten fliesen
die flusen sich zusammen gegen uns,
ein stiller mob mit einem alten wissen.

draußen heulten hunde, frisch geschnitten
sträubte sich mein nackenhaar,
und in mir riß der wolf an seiner kette.

*

störtebeker

Sono il nono, un brutto posto.
Ma ancora sta correndo.
Günter Eich

ancora sta correndo, la testa guarda il corpo
che barcolla in avanti. ma dov’è
lui, il vero lui? in questi ultimi sguardi
dalla cesta o nei passi ciechi?
sono il nono ed è ottobre;
il freddo e il cordino di canapa affondano
nella carne. siamo inginocchiati, in fila, macchie
di bianco le nuvole sopra noi, quasi spennassero
pollame lassù – come le donne
prima delle feste. pugni pallidi del padre
che teneva stretto il manico, e la lucida scure
che scintillava al sole. il pollo intanto
correva insanguinato, svolazzando, in cerca della via
fra due mondi, davanti a noi bambini urlanti.


störtebeker

Ich bin der neunte, ein schlechter Platz.
Aber noch läuft er.
Günter Eich

noch läuft er, sieht der kopf dem körper zu
bei seinem vorwärtstaumel. aber wo
ist er, er selbst? in diesen letzten blicken
vom korb her oder in den blinden schritten?
ich bin der neunte und es ist oktober;
die kälte und das hanfseil schneiden tiefer
ins fleisch. wir knien, aufgereiht, in tupfern
von weiß die wolken über uns, als rupfe
man federvieh dort oben – wie vor festen
die frauen. vater, der mit bleichen fäusten
den stiel umfaßt hielt, und das blanke beil,
das zwinkerte im licht. das huhn derweil
lief blutig, flatternd, seinen weg zu finden
zwischen zwei welten, vorbei an uns johlenden kindern.

*

sfogliata di cotogne

quando ottobre le appendeva ai rami,
lampioncini ammaccati, era tempo:
coglievamo cotogne, portavamo a cesti
il giallo in cucina

sotto l’acqua. mela e pera corrispondevano
al loro nome maturando una dolcezza sobria –
diversamente dalla cotogna sul suo albero
nell’angolo più remoto

del mio alfabeto, nel latino del giardino,
dura e straniera nel suo aroma. tagliavamo,
squartavamo, toglievamo il torsolo (quattro mani
grandi, due piccole),

confusi nel vapore della centrifuga, davamo
zucchero, calore, fatica per qualcosa che si
negava crudo al palato. chi poteva, voleva
capire le cotogne,

la loro gelatina, in vasi panciuti di vetro allineati
per i giorni bui negli scaffali,
in una cantina di giorni dove
brillavano, brillano?


quittenpastete

wenn sie der oktober ins astwerk hängte,
ausgebeulte lampions, war es zeit: wir
pflückten quitten, wuchteten körbeweise
gelb in die küche

unters wasser. apfel und birne reiften
ihrem namen zu, einer schlichten süße –
anders als die quitte an ihrem baum im
hintersten winkel

meines alphabets, im latein des gartens,
hart und fremd in ihrem arom. wir schnitten,
viertelten, entkernten das fleisch (vier große
hände, zwei kleine),

schemenhaft im dampf des entsafters, gaben
zucker, hitze, mühe zu etwas, das sich
roh dem mund versagte. wer konnte, wollte
quitten begreifen,

ihr gelee, in bauchigen gläsern für die
dunklen tage in den regalen aufge-
reiht, in einem keller von tagen, wo sie
leuchteten, leuchten.

*

altalena

fatti più pesante, dicono, sicché chiudo
entrambi gli occhi, penso
a sacchi pieni di cemento e fonderie
d’acciaio, elefanti, all’ancora
nella sua melma se una manovra supera
balene, ai corni
di un’incudine. solo per poco
trattenere l’aria, attendere. ma nulla si
solleva o s’inabissa mentre un fagiano
grida e cadono le foglie – le mie gambe
restie, troppo corte per toccare il fondo,
la mia testa quasi fra le nuvole.

wippe

mach dich schwerer, rufen sie, also schließe
ich beide augen, denke
an säcke voll zement und eisengieße-
reien, elefanten, an den anker
in seinem schlamm, wo ein manöver wale
vorübergleitet, an das bullenhaupt
eines ambosses. nur eine weile
die luft anhalten, warten. doch nichts hebt
sich oder senkt sich, während ein fasan
schreit und die blätter fallen – meine unwilligen
beine zu kurz, um je den grund zu fassen,
mein kopf beinahe in den wolken.

*

il gattino del salice

perché zia maria, quando esattamente
si fosse infilata un gattino nel naso,
la storia non dice. certo è: quanto più
lei cercava di afferrarlo, progressivamente
retrocedeva nelle sue oscurità, soffice
e bianco, un ermellino nella sua tana.

il punto in cui le cose si allontanano;
l’attimo in cui siamo ignorati
e solo ancora testimoni o comparse,
finché quel tappeto consunto,
l’imposta è precipitata dal decimo piano,
la città intera un inferno di fuoco.

era ancora guerra, ma il grillo cantava
nonostante tutto fra i rami in fiore del salice,
nel torrente stava la trota corazzata
di luce. e nulla che aiutasse, nessuna pinzetta
e nessun ferro da calza, finché si portò la strillante
piccina in una clinica. quest’abbagliante

luna doppia della torcia e l’alone
di infermiere che ridevano sopra lei –
verrebbe quasi da ridere insieme, non fosse
per la lieve pressione situata fra seno frontale
e radice del naso, dietro il viso,
che aspetta, cocciuta, come un animale.

das weidenkätzchen

warum sich tante mia wann genau
ein weidenkätzchen in die nase steckte,
verschweigt die geschichte. sicher ist: es wich,
je mehr sie es zu fassen suchte, stetig
zurück in seine dunkelheiten, weich
und weiß, ein hermelin in seinem bau.

der punkt, an dem die dinge sich entfernen;
der augenblick, in dem wir ignoriert
und nur noch zeuge sind oder statist,
bis jener teppich ruiniert,
der flügel aus dem zehnten stock gestürzt ist,
die ganze stadt ein flammendes inferno.

noch war krieg, doch sang die grille
trotz allem in den blühenden zweigen der weide,
im bach stand die mit licht gepanzerte
forelle. und nichts, was half, keine pinzette
und keine stricknadel, bis man die schreiende kleine
in eine klinik brachte. dieser grelle

doppelmond der leuchte und der halo
von lachenden krankenschwestern über ihr –
fast möchte man mitlachen, wäre da nicht
der feine druck, der zwischen stirnhöhle
und nasenwurzel sitzt, hinterm gesicht,
der abwartet, beharrlich, wie ein tier.

*
Il 20 ottobre 1401 sulla piazza di Amburgo il pirata Klaus Störtebeker fu condotto al ceppo con i suoi settanta compari. Secondo una nota leggenda, espresse l’ultimo desiderio che fossero risparmiati quelli raggiunti da lui decapitato: all’undicesimo, il boia gli fece lo sgambetto, deinde decapitò tutti quanti. Nella versione eichiana del 1970 citata in esergo, i compari sono nove e l’io diegetico è il nono.
“Gattino” è il nome comune di https://it.wikipedia.org/wiki/Amento.

 

[Immagine: Wolfgang Tillmans, Natura morta].

 

23 commenti

  1. se chi tace consente, dovrei essere contento qui quanto a commenti – e invece no.
    una traduzione in rete, rispetto a una su carta, ha l’enorme vantaggio di essere correggibile i.e. perfettibile, e con questo spirito avevo inviato a italo testa questi cinque assaggi/sondaggi: in un parola, speravo che qualcuno in commento criticasse la traduzione (benevolmente o malevolmente è indifferente, rispetto all’obiettivo).
    non mi sentivo sicuro soprattutto su un punto, la secondaria ai vv. 5-6 di wippe/altalena, la penultima poesia qui presentata (da “australien”, 2010, p. 80: l’ho tradotta in extremis, per sostituirla a un’altra che in extremis avevo scoperto già tradotta in italiano, da italiano mi pare – a prop. sarebbe interessante che il novarese italiano traducesse magari qui “abendlied, lago di como”, presente nlela medesima raccolta a p. 21).

    wo ein manöver wale / vorübergleitet = se una manovra supera / balene

    così è tradotto qui sopra nel post. mi ero assestato su gleiten vorüber = scivolare davanti, e quindi superare. ma la frase così è onestamente incomprensibile. non arrivando commenti, ho provato io a indossare i panni del critico, e ho cercato in rete se ci fosse una traduzione. l’ho trovata – solo che è delirante:

    while a fleet of whales / manoeuvres above it = mentre una flotta di balene / manovra sopra essa [àncora]

    non ne ho ricavato solo una risata: lì mi sono accorto che il testo originale è suddiviso in 3 quartine (ho ricontrollato “australien”: nel ricopiare la poesia, avevo scordato gli stacchi).
    per reazione però (non so come) mi sono ricordato che un’accezione minore di vorüber = attorno, ergo gleiten vorüber = scivolare attorno. così la frase diviene comprensibile, e pure bella.
    dulcis in fundo, ho ricavato pure due rime, ai vv. 5|7 e 8|9.
    prego dunque italo testa di modificare l’altalena del post con l’altalena qui sotto (senza però cancellare questo mio commento, che ritengo indicativo del modo di procedere mio e spero di altri).

    altalena

    fatti più pesante, dicono, sicché chiudo
    entrambi gli occhi, penso
    a sacchi di cemento e fonderie
    d’acciaio, elefanti, all’ancora

    nella melma se una manovra accosta
    balene, ai corni
    di un’incudine. un po’ basta
    trattenere l’aria, attendere. ma invano:

    nulla s’alza o si abbassa mentre un fagiano
    grida e cadono le foglie – le mie gambe
    restie, troppo corte per toccare terra,
    la mia testa quasi tra le nuvole.

  2. approfitto del fatto che il mio commento di stamane è ancora in moderazione per apportare un’ultima modifica, a v. 9 (che così diventerà un endecasillabo):

    nulla s’alza o scende mentre un fagiano

    grazie

  3. dove una manovra scivola / oltre balene? Con un uso un po’ improprio (transitivo) di vorübergleiten.
    Vorüber = attorno non mi risulta proprio.
    “der flügel aus dem zehnten stock gestürzt ist”, io veramente avevo pensato a un pianoforte a coda.
    Sono poesie interessanti, domani leggo tutto meglio, intanto buona notte.

  4. notte agitata dopo la risata: e se fosse giusto

    while a fleet of whales / manoeuvres above it

    stamattina ho ricontrollato e trovato un secondo link inglese da cui deduco che altalena è compresa in Self-Portrait with a Swarm of Bees (2015), traduzione dell’antologia approntata da wagner stesso. ne deduco che il traduttore iain galbraith avrà avuto modo di parlare con wagner, ergo com’è possibile che si sia sbagliato?
    io purtroppo non ci arrivo perché manöver non mi risulta sia traducibile con fleet/flotta.

    giusta l’obiezione di elena, che una manovra non scivola, ma ciò vale per navi come per balene.

    giusto anche che l’uso transitivo di vorübergleiten è “un po’ improprio”, ma non proprio, se non ne andarono esenti né schiller né jean paul. ovviamente l’uso proprissimo è ad es. qui (v. 6)

    https://www.nazioneindiana.com/2008/04/18/holderlin-la-veduta/

    giusto infine che un’accezione minore di vorüber non è attorno, ma gegenüber, e ben perciò avevo tradotto accosta.
    il busillis è: se la manovra superasse scivolando le balene, l’ancora non potrebbe giacere sul fondale. se scivolando andasse loro incontro i.e. le accostasse, invece sì.

    *
    elena rinvia in chiusa alla seconda strofa del gattino di salice.
    il contesto è chiaro, addirittura wikipedico: il bombardamento su Amburgo (città natale di wagner) del 28 luglio 1943 generò una tempesta di fuoco (Feuersturm) lungo le vie cittadine facendo decine di migliaia di vittime e procurando gravissimi danni alle strutture.

    bis jener teppich ruiniert,
    der flügel aus dem zehnten stock gestürzt ist,

    teppich potrebbe essere bombenteppich (di un bombardamento analogo, su dresda, arno schmidt aveva scritto: gott spaziert auf bombenteppichen)

    finché quel [famoso] bombardamento a tappeto devasta [amburgo],
    il pianoforte a coda è precipitato dal decimo piano.

    come abbia fatto non so, ma jan è vivo e lotta insieme a noi.

  5. forse:

    una bomba ha sventrato l’appartamento e il pianoforte è cascato giù

    ma strano, con bombe dal’alto: o disintegrano pure il pianoforte o se, sventrano mettiamo mezzo appartamento e il pianoforte è nell’altra metà, esso sta su col pavimento (a meno che questo non abbia assunto causa bomba una pendenza e il piano abbia le rotelle…)

  6. Forse non mi sono espressa bene: per “wo ein manöver wale / vorübergleitet” intendevo proporre come traduzione “dove una manovra scivola / oltre balene” (nel fondo fangoso, se la nave compie una manovra, questa manovra porta la nave a scivolare oltre balene. La questione dell’ancora è secondaria, perché ora il fuoco si sposta sul “dove”: il fondo fangoso. Questo però presuppone nel tedesco un uso particolare di vorübergleiten, perché normalmente dovrebbe essere: wo ein manöver “an walen” vorübergleitet).
    L’altra possibilità (ma ben strana) sarebbe: “dove una manovra (=flotta?) di balene (le) scivola accanto”.
    Questione flügel: il tappeto e il pianoforte mi sembrano rappresentare una colta e tranquilla esistenza borghese (genere Besitz und Bildung) che pensa di potersi tenere fuori dalla storia (essere al massimo testimone o comparsa) ma che dalla storia viene spettacolarmente e definitivamente distrutta. Che il flügel sia un pianoforte, su questo non ho, istintivamente, alcun dubbio. Come faccia a precipitare dal decimo piano è un problema che non mi pongo, ma è un’immagine potente e straordinariamente efficace.
    Mi piace di queste poesie che sono enigmatiche quanto basta a muovere il cervello, ma poi si danno, danno un senso. Una cosa che trovo estremamente gratificante.
    La sua traduzione è impeccabile (l’unico punto critico, come faceva già osservare lei, sono le balene, ma qui bisognerebbe veramente chiedere all’autore), e la sua competenza ammirevole.
    Grazie per avermi fatto conoscere questo poeta e buona serata (o buona giornata, je nachdem).

  7. stamane alle 10:48 ho scritto di aver *trovato un secondo link inglese da cui deduco che altalena è compresa in Self-Portrait with a Swarm of Bees (2015), traduzione dell’antologia approntata da wagner stesso. ne deduco che il traduttore iain galbraith avrà avuto modo di parlare con wagner, ergo com’è possibile che si sia sbagliato?*

    ora ho la prova provata di questa mia deduzione

    https://www.youtube.com/watch?v=ST-LVRKwl1s

    al minuto 4.34″ wagner legge altalena in tedesco e galbraith rilegge in inglese flotta di balene. ergo

    purtroppo né nel video né nella selezione dell’antologia wagneriana in inglese c’è il gattino del salice, altrimenti avremmo l’ipse scripsit–dixit-traduxit onde risolvere anche il secondo problema.

    ho postato la mia versione della veduta hölderliniana non tanto per esemplificare l’uso intransitivo di vorübergleiten, quanto per mostrare come un decennio fa c’era assai più il dibattito che nei litblog attuali (130 commenti nella fattispecie) – o forse è la semplice conseguenza di uno spropositato stallo in moderazione cui sono qui sottoposti i commenti (per cui il dialogo assume cadenze iperbeckettiane).

    infine: mi è stato detto, senza del resto che ne facessi richiesta, che il post non verrà emendato dei miei errori: lo trovo giusto, perché ciò va nel senso di testimoniare un percorso-lavoro di traduzione in fieri.

  8. Le mie preferite sono haute coiffure e altalena. Ma non so dire perché.

  9. Ho cliccato sul link: vada per la flotta di balene manovranti oltre il fango dell’ancora. Il punto della poesia è l’esortazione (inutile) a pensare la pesantezza, e le gambe del bambino che non toccano terra mentre la sua testa rimane fra le nuvole (bisogna immaginarsi non un’altalena appesa, ma un bilico – quello che da bambini chiamavamo, non so con quale licenza, un pinco-panco).
    (Ho ri-cliccato sulla poesia di Hölderlin/Scardanelli: meravigliosa. La ragione ottenebrata (?) permette a Scardanelli di spaziare oltre ogni orizzonte storico. Da una veloce scorsa sui primi commenti l’annosa questione se tentare o no di mantenere la rima nella traduzione, un tema che andrebbe discusso.)

    @ Matteo: sarebbe interessante che tu ci provassi. Ad esempio a a me “altalena” piace molto proprio per questo essere sollevato da terra e non riuscire ad attuare la pesantezza. E “störtebeker” mi piace perché nell’esperienza del limite (e della folla urlante) fra la leggenda di un pirata e la quotidianità (trascorsa però) di una gallina non c’è differenza.

  10. In Wippe due cose: a me istintivamente viene da leggere unwillig come “irritate, contrariate” (non restie), perché il tentativo è chiaramente quello di fermare l’altalena mettendo i piedi a terra (e quindi Grund come terreno, non fondo), però le gambe sono troppo corte per toccar terra e quindi contrariate, forse: le mie gambe
    indispettite, troppo corte per toccar terra, non so, che ne dice, d.b.?

  11. altalena

    fatti più pesante, dicono, sicché chiudo
    entrambi gli occhi, penso
    a sacchi di cemento e fonderie
    d’acciaio, elefanti, all’ancora

    nella melma se sopra una balena
    scivolando vira, ai corni
    di un’incudine. trattieni
    un poco l’aria, attendi. però invano:

    nulla si leva o scende mentre un fagiano
    grida e cadono le foglie – le mie gambe
    restie, troppo corte per toccare terra,
    la mia testa quasi tra le nuvole.

    ora sono contento di balena/altalena (oltre che dell’invano/fagiano e della debole corni/trattieni).
    sento inoltre che l’allitterazione finale in ti (7 ti x 2 versi) nel contesto ha un senso, ma non riesco a esprimere quale.

    @valentina
    3ccani per restio dà: “che si rifiuta di compiere una determinata prestazione, che non è disposto o è mal disposto a compiere quanto gli viene ordinato”. non siamo molto lontani dal tuo indispettito, no?
    quanto a grund, se guardi il primo commento del thread, avevo già sostituito fondo (ero fermo ancòra all’àncora) con toccare terra.
    aggiungo che ero fermo all’ancora anche al v. 9, mentre jan è genialmente (geniettamente?) anfibolico: senkt sich richiama l’ancora e apre alle foglie del verso successivo (esattamente come il si solleva/alza richiama l’ancora e apre all’imediatamente successivo fagiano)

    @elena
    d’accordo sull’interpretazione della poesia. ma vorrei tornare sulla crux manover/fleet e sul postulato che, essendo jan e iain (autore e traduttore) comunicanti tra loro, a traduzione è corretta. ho cioè un’ipotesi “falsifcante”, che spero di esporre in un prossimo commento.

    intanto, se qualcun* avesse ll selfportrait in inglese, potrebbe aiutarci a risolvere il rebus del tappeto/coda.

  12. @Elena
    C’è questo verso “e in me il lupo dette uno strappo alla sua catena” che mi piace soprattutti, nella trasfigurazione della situazione quotidiana (tagliarsi i capelli) come specchio dell’invicilirsi, dell’urbanizzarsi rispetto alla nostra natura che dimentichiamo animale.

    di altalena è altamente perpiscuo, per me, il gesto d’immaginare chiuedendo gli occhi, e questo corpo sospeso – alluso- tra peso e nuvole.

    @db
    la rinuncia a riprodurre le rime: una scelta di metodo o di merito?

  13. ho trovato un’altra traduzione in inglese, più libera ma neanche tanto:

    people say i’m crazy
    doing what I’m doing
    well, they give me all kinds of warnings
    to save me from ruin

    when i say that i’m okay,
    well they look at me kinda strange
    “surely, you’re not happy now,
    you no longer play the game”

    i’m just sitting here watching the wheels go round and round
    i really love to watch them roll
    no longer riding on the merry-go-round
    i just had to let it go

    le differenze fondamentali sono due:
    – l’altalena qui diventa una giostra-ruota (entrambe comunque basate sul sali-scendi)
    – jan partecipa al gioco, john no.

    come iain, john è uno jan vecchio.

    torno al postulato dell’ipse dixit-traduxit, ossia che se jan è d’accordo con iain, allora a far testo è pure la traduzione di iain.
    bene, secondo me questa transitività non è corretta, poiché accordo ≠ equivalenza.
    sicuramente jan era d’accordo con se stesso quando scrisse e pubblicò manöver wale; poi incontra iain che gli propone fleet of whales, e accetta.

    in deep mud while a fleet of whales
    manoeuvres above it, an anvil’s
    bullish head. for a while
    i hold my breath and wait. to no avail:

    in seinem schlamm, wo [ein manöver wale
    vorübergleitet], an das bullenhaupt
    eines ambosses. nur [eine weile
    die luft anhalten, warten]. doch nichts hebt

    dal confronto, si vede che la traduzione di iain non è letterale in due punti qui isolati da parentesi quadre: la manovra dei vv. 1-2 e la doppia azione del vv. 1-2 (che in jan è all’infinito, e in iain all’indicativo di prima persona).
    insomma, fin quando jan non dirà che la versione di iain, oltre che soddisfacente, è “vigente”, il traduttore italiano avrà un margine di libertà (ad es. io collego il doppio infinito tedesco non a quel che fa jan, ma a quello che gli dicono di fare, e traduco quindi con un imperativo di seconda persona singolare).

    @matteo. la mia graduatoria personale gerarchica è: 1- lessico, 2- ritmo, 3- rima.
    se il testo da tradurre non è in rima, devo rendere lessico e ritmo; se il testo è in rima, devo rendere lessico e ritmo, e se una mano aiuta (come diceva celan) rima. ad e. qui mi pare che wippe presenti due rime più due deboli. nella mia utlima versione, ho due rime e una debole (ringraziando la mano che non so di chi è, ma è anche vostra).

  14. @db
    Bene: direi che è perfetta. Ti direi non toccarla più che la rovini, ma mi sembra che la tua idea di traduzione sia piuttosto un avvicinamento indefinito e infinito all’originale, all’idea platonica dell’originale (imperfettamente conosciuta dall’autore stesso?)
    Hai ragione di essere soddisfatto delle rime, opportune e non invasive. Sull’allitterazione della t negli ultimi due versi mi verrebbe in mente qualcosa come una resistenza ctonia a cui l’io si sottrae, ma qui andiamo veramente nell’arbitrario. Per me l’ultima strofa è la più bella, anche nell’originale.
    A forza di pensarci mi sono convinta che il traduttore inglese, Galbraith, ha visto giusto (o ha avuto la dritta giusta). Sono curiosa di sentire la tua “ipotesi falsificante”.
    Se proprio proprio, sono sempre le balene che rompono: “se sopra una balena / scivolando vira” mi sembra quasi troppo levigato, un pelino troppo aulico… Ma per l’amor del cielo, non andarci attorno!

    @ Matteo
    Direi che hai visto bene: nell’atmosfera tiepida e vaporosa (“oh stuolo odoroso di creme /
    e flaconi serventi!”), nello sciabordio sibaritico dell’acqua, improvvisamente il latrare dei cani, all’esterno, il richiamo a un altro clima.
    A me ha ricordato una poesia bellissima di Rimbaud: Les chercheuses de poux: Le cercatrici di pidocchi. Dacci un’occhiata se ti capita.

  15. ” la mia graduatoria personale gerarchica è: 1- lessico, 2- ritmo, 3- rima”. Nella poesia regolare (metro e rima) a me sembra che il ritmo e la rima siano quasi più importanti del lessico – anche se so che questa è considerata una bestialità.

  16. altalena

    fatti più pesante, dicono, sicché chiudo
    entrambi gli occhi, penso
    a sacchi di cemento e fonderie
    d’acciaio, elefanti, all’ancora

    nella melma se sopra una balena
    scivolando vira, ai corni taurini
    di un’incudine. trattieni
    un poco l’aria, attendi. però invano:

    nulla si leva o scende mentre un fagiano
    grida e cadono le foglie – le mie gambe
    restie, troppo corte per toccare terra,
    la mia testa quasi tra le nuvole.


    @elena
    apprezzo le tue parole di elena riguardanti la poesia störtebeker, anche per me la più profonda. cercherò di dire domani perché.
    quanto a wippe, scrivevo ipotesi “falsificante” tra virgolette, in quanto quella mia avanzata nell’ultimo commento, di una traduzione soddisfacente per l’autore stesso ma non coincidente col dettato, questo sì absoluto come un postulato, dell’originale.
    ad es. iain è costretto ad aggiungere una flotta che non esiste e a togliere uno scivolare che mi sembra invece pregnante. la scena secondo me rasenta il comico (un cartoon?) in quanto esagerata: povera àncora, già pesante di suo, sovraccarica di acqua ed ora persino schiacciata da una balena!
    perciò secondo me lo “scivolando vira” ci sta proprio in quanto “quasi troppo levigato, un pelino troppo aulico”, esagerato pur esso insomma.…

    v. 6, an das bullenhaupt = alla testa di toro
    avevo optato per la sineddoche corni onde non appesantire il verso, ma ho pensato che così si perde qualcosa della mastodonticità (potrebbero essere anche di una capretta). aggiungendo taurini sono a posto col lessico e mantengo la rima con trattieni. anzi direi che rispetto a corni/trattieni la rima risulta meno debole, e quasi forte (a livello alfabetico, taurini e trattieni differiscono soltanto per una e al posto di una a).

    nei due versi finali le t sono 8, non 7 come detto.
    altalena, secondo l’etimo, deriva da tollere. questo è un verbo assai strano: significa levare, ma foneticamente è un battere, in quanto retto dalla t. t è il colpo (alT, aT-tenti). forse perché la levità per l’uomo è un conquista: bisogna battere la gravità, battere col piede a terra per saltare in alto. siamo già nei paraggi della metrica, con piedi e arsi.

    questa poesiola alla fine si rivela un piccolo manifesto di poetica (alla calvino, manifesto bandito da un fanciullino giocoso ma più furbo del nostro pascoliano).

    mi è venuto in mente che la redazione, essendo in contatto con federico italiano di cui ha recentemente postato un pezzo, con poca fatica potrebbe farsi dare la versione inglese dei due versi con tappeto e pianoforte, che restano il busillis dell’ultima poesia. se italiano non avesse il selfportrait sottomano, potrebbe chiedere facilmente a wagner, assieme al quale sta lavorando a un’antologia di nuova poesia europea.

    dicevo della mano celaniana di cui non si sa l’identità, e avevo individuato in voi che intervenite almeno un dito. ora aggiungerei una voce, che in qualche modo mi è stata soccorrevole. questa

  17. @Elena
    Grazie della segnalazione su Rimbaud, non la conoscevo.

    @db ma la rima non è una scelta di lessico? Non sono obbligato – lato autore – a introdurre una rima, ma scelgo all’interno del lessico due parole, due concetti che “producono” tra loro una rima, una consonanza grafica o fonetica (magari tra concetti molto distanti, e con la rima istituisco un circuito tra concetti. Il gesto di scegliere una rima può essere più interessante della rima stessa, dell’effetto della rima). Capisco che dal lato traduttore sia diverso, ma mi porrei il tentativo di mantenere una rima come un piccolo enigma da sciogliere.

  18. Con la voce di John Lennon chiudiamo in gloria. Molto bella questa esperienza di traduzione in fieri, molto trascinante. E piena di scorci improvvisi – l’originale assoluto come un postulato (in mente Wagneri), gravità e metrica, il fanciullino più furbo di quello pascoliano. Balene e pianoforti con il loro seguito. Molto immaginifico, molto gratificante. E felice se sono stata di qualche aiutino.

  19. @matteo, è molto più difficile tradurre che poetare, non l’avevi capito ? ahahah giusto, se il traduttore intuisce il gesto della rima, dovrebbe porne la resa tra le sue priorità, fermo restando che la priorita massima resta il lessico. prova a immaginare se non fosse così: forse il mondo sarebbe più bello, e nessuno più avrebbe bisogno di drogarsi (fosse per me, ad es., l’ultima strofa l’avrei resa: fuori ulularono cani, unti di brillantina / i miei capelli si rizzarono sulla nuca, / e il lupo in me dette uno strappo alla catenina). ma il mondo è questo, coi suoi vincoli e con le libertà che possiamo prenderci dentro loro – un’altra forma per esprimere la fatica del levare, del lottare contro la gravità.

    @elena. scusa, come ti permetti di chiudere? intanto non so se ti sei accorta del taurini: dicevi che la poesia era perfetta così, invece era perfezionabile ergo… e poi, nel mio ultimo commento ti avevo detto: “apprezzo le tue parole riguardanti la poesia störtebeker, anche per me la più profonda. cercherò di dire domani perché.” domani è adesso e le promesse si mantengono (esattamente come le mantenute si promettono). störtebeker mi piace perché collega macrostoria e microstoria, quella del corsaro e questa del bambino. a collegarla anzi, nella “finzione” è un filosofo, il quale ha la testa non tra ma oltre le nuvole, e guarda impassibile pollo e corsaro ponendosi il quesito: dov’è lui, in quale pezzo? (ah santa neuroscienza!) di più, mi sembra che la poesiola non si limiti a rimarcare la specularità di micro e macrostoria, ma si sbilanci a favore della seconda: la prima infatti, la storia con la s maiuscola scritta nei libri e tramandata alla memoria, è solo buffa, mentre la seconda, difficilmente dicibile e scrivibile, si prende tutte le emozioni, è fondativa dell’individuo (ecco dove sta il lui, nel cuore), è esperienza. in quanto tale tocca il lettore, nello stesso punto da cui parte (a me ad es. ha scatenato l’immagine di me bambino primogenito che, in quanto tale, aveva l’onore e l’onere di “cavare” il sangue al maiale così: sotto il portico ghiacciato, una frazione di secondo dopo che il norcino-santissaro-sensér aveva affondato la lama nella gola, con una brocca raccogliee il sangue e con un rametto subito mescolare mescolare che poi la nonna faceva la torta de mas-cio sul camino coprendo a tecia di braci – risultato una costricina marron che diceva màgname… il momento topico era ovviamente quando, data la vicinanza, la lama mi balenava tremenda sopra – senza scomodare isacco, si può da qui capire che dio mas-cio non è una bestemmia).

    last but not least, siccome nel frattempo non si è fatto vivo nessun lettore selfportraitmunito e il busillis del tappeto/piano è tuttora irrisolto, rinnovo l’invito @redazione: essendo in contatto con federico italiano di cui ha recentemente postato un pezzo, con poca fatica potrebbe farsi dare la versione inglese dei due versi (se italiano non avesse il selfportrait sottomano, potrebbe chiedere facilmente a wagner, con cui sta lavorando a un’antologia di nuova poesia europea).

  20. Anche per me, da “Zaungast”, è un’esperienza intellettualmente stimolante seguire il lavoro in progress di un traduttore. Penso che sia questa una delle cose, al di là delle parole, che contraddistingue un litblog di valore: la possibilità di vedere come professionisti si confrontino, sudando le famose sette camicie, per “rendere” un testo.

    Peccato che altrove, per amor di moderazione, tale confronto sia stato bloccato dai gestori di questo blog.

  21. Chiedo umilmente scusa: avevo interpretato il video di Lennon come suggello di chiusura. E non è vero che non mi sono accorta dei taurini: mi sono accorta e ho apprezzato (ma una traduzione, come una poesia, è perfettibile all’infinito).
    Su Störtebeker, come sulle valenze autobiografiche della microstoria, sono d’accordo con te. Questa poesia mi piace tutta, mi dà una serie di brividi, ma particolarmente mi piace il passaggio (veramente virtuoso) dalle nuvole bianche che vedono i pirati alle piume delle galline spennate, con quel che segue (o che precede).
    (A proposito di perfettibilità: rileggendola attentamente mi sono resa conto di qualcosa che mi disturbava leggermente, senza giungere alla coscienza: johlen, etimologicamente imparentato con jodeln, implica un certo grado di eccitazione, se non proprio di esultanza. Questo nella tua traduzione va perso, perché i bambini potrebbero urlare anche di paura o di orrore. Decisamente: il traduttore è un martire…)
    Due domande:
    1 perché la gente elimina le maiuscole?
    2 perché parli di poesiole?

  22. @elena: touché. potrei dire che urlante è come urlatore, che urlanti erano questi, dal minuto 1.31″

    https://www.youtube.com/watch?v=7mw1D3HTGng

    ma mentirei. e la mia menzogna sarebbe smaccata, smentita dall’ultimo mio commento, dove l’esperienza esemplificata è di dolore sbigottito, non di giubilo come in johlend (a mia parziale discolpa, un’attenuante: figlio di fruttivendoli, ero delegato ogni sera d’autunno a portare alla scrofa nel cortile dietro tutti gli ortaggi, frutta marcia ecc. per me era uno spettacolo, stavo in contemplazione ammirata, godevo a vedere l’avidità e sentire tutti quei grugniti… dovevano venirmi a prendere per la cena – era la stessa scrofa del sangue e della torta: poi si cresce, anche troppo forse, a vedere qui sotto dal minuto 2.02″

    https://www.youtube.com/watch?v=jyZRPyoeLzI

    insomma, un classico caso di transfert (favorito dal fatto che tenendo bambini avrei cannato il metro, un martelliano credo) – ergo modifico:

    fra due mondi, davanti a noi bimbi esultanti.

    @sal: no comment.

  23. @db: non mi impressioni. Il salame migliore è quello di Felino, provincia di Parma, Emilia-Romagna.

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